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Bertinga: cadenza russa in Chiantishire

lunedì 10 maggio 2021 16:49:44 Europe/Rome

Bertinga: cadenza russa in Chiantishire

By Burton Anderson

Il Chianti è stato terra di conquista fin da quando gli eserciti di Firenze e Siena si contesero le boscose alture che li separavano a suon di battaglie, la più memorabile tenutasi a Monteaperti dove il fiume Arbia scorreva rosso di sangue, come ricorda Dante in un passaggio dell’Inferno. In tempi più recenti le conquiste sono state fortunatamente più pacifiche, con l’avvento premonitore degli inglesi che battezzarono la loro nicchia Chiantishire. Ormai il numero di nazionalità presenti nel Chianti Classico non si conta più, capita però che qualcuno occasionalmente si faccia notare, come gli investitori russi dietro al marchio Bertinga.

Anatoly Korneev e Maxim Kashirin sono conosciuti come gli ambasciatori del vino italiano in Russia, grazie alla loro società di importazione, chiamata Simple, leader nel settore da 25 anni. Nel 2015, hanno realizzato il sogno di lunga data di diventare produttori con l'acquisizione di tre vigneti ad alta quota nei dintorni di Gaiole in Chianti: La Porta di Vertine, Punta di Adine e Bertinga, lo storico appezzamento che ha dato anche il nome alla loro cantina d'avanguardia.

I nostri ambasciatori si sono proposti di creare vini con uno stile che li distingue dall'immagine tipica del Chianti Classico, per esprimere quella che descrivono come la natura unica del territorio: il singolo vigneto, un appezzamento speciale, il cru. Il risultato sono quattro vini denominati Toscana IGT per scelta e un Chianti Classico di recente ingresso.

Bertinga Toscana IGT 2016. Il vino omonimo della tenuta unisce Sangiovese e Merlot dal vigneto Bertinga in proporzioni variabili secondo l'annata. Il Sangiovese matura in tonneau di rovere austriaco e il Merlot in barrique di rovere francese per 18 mesi.

Sassi Chiusi Toscana IGT 2016. Un blend di Sangiovese all'85% e Merlot 15% provenienti tre vigneti i cui terreni rocciosi sono ripresi nel nome. Il Sangiovese viene affinato in vasche di cemento e il Merlot in acciaio inox per almeno un anno, ottenendo un vino diretto, fresco e fruttato. 

Volta di Bertinga Toscana IGT 2016. Merlot in purezza da una singola parcella di Bertinga esposta a nord e circondata da boschi, dove le forti escursioni termiche e il basso pH del terreno contribuiscono alla freschezza acida e alla profonda sapidità di un vino affinato per 18 mesi in barrique.

Adine Toscana IGT 2016. Sangiovese in purezza dalle terrazze ripide e rocciose del vigneto Punta di Adine a 550 metri di altitudine, dove la luminosità si riflette anche nel vino.

La Porta di Vertine Chianti Classico DOCG 2018. Un Sangiovese in purezza da una piccola vigna a forma di anfiteatro situato fuori dalle mura del borgo medievale di Vertine.  Maturato per 16 mesi in vasche di cemento per esaltare le qualità fresche e fruttate tipiche dei vigneti più alti.

Dopo aver assaggiato i vini, ho notato oltre alle distinzioni espresse dai vitigni e dall'individualità dei vigneti, un filo conduttore stilistico: una certa tensione, una sapidità vibrante e un'eleganza posata che ha qualcosa a che fare con l'alta quota e molto a che fare con un’attenta gestione della vinificazione e maturazione. I vini saranno discussi in dettaglio in un futuro articolo, spero con i commenti di Anatoly Korneev e Maxim Kashirin riguardo gli obiettivi e le aspirazioni di Bertinga, la cantina che ha portato una gradita cadenza russa nel Chiantishire.

ENGLISH

Bertinga: Russian accents in Chiantishire

Chianti has been a terra di conquista ever since the armies of Florence and Siena contested the sylvan upland between them through fierce battles, most memorably at Monteaperti where, as Dante recalled, the Arbia river ran red with blood. In modern times conquests have been thankfully bloodless, heralded by the advent of English settlers who dubbed their cozy colony Chiantishire. By now the number of nationalities present in Chianti Classico is beyond count, yet, now and then newcomers cause a stir, exemplified by the Russian venture of Bertinga.

Anatoly Korneev and Maxim Kashirin are known as the ambassadors of Italian wine in Russia, thanks to their import company, called Simple, leaders in the field for 25 years. In 2015, they realized a long-standing dream to become producers with the acquisition of three high-altitude vineyards in the environs of Gaiole: La Porta di Vertine, Punta di Adine and Bertinga, the historic plot that lent its name to the state-of-the-art winery.

The ambassadors set out to create distinct styles in wines that set them apart from the typical image of Chianti Classico while expressing what they describe as the unique nature of the territory: the single vineyard, the special plot, the cru. The result is four wines that are Toscana IGT by choice and, just recently, a Chianti Classico.

Bertinga Toscana IGT 2016. The estate’s namesake wine blends Sangiovese and Merlot from the Bertinga vineyard in varying proportions depending on the vintage. Sangiovese ages in Austrian oak tonneau and Merlot in French oak barriques for 18 months.

Sassi Chiusi Toscana IGT 2016. A blend of Sangiovese at 85% and Merlot 15% from all three vineyards whose rocky terrains are echoed in the name. The Sangiovese is aged in cement tanks and the Merlot in stainless steel for at least a year, resulting in a fresh, fruity more direct style.  

Volta di Bertinga Toscana IGT 2016. Pure Merlot from a single parcel of Bertinga exposed to the north and surrounded by woods, where the sharp temperature fluctuations and low pH of the soil contribute to the acidic freshness and deep sapidity of a wine aged for 18 months in barriques.

Adine Toscana IGT 2016. Pure Sangiovese from the steep and rocky terraces of the Punta di Adine vineyard at 550 meters of altitude and noted for a luminosity reflected in the wine.

La Porta di Vertine Chianti Classico DOCG 2018. Pure Sangiovese from a gem of a vineyard occupying a plot in the shape of an amphitheater beside the walls of the medieval hamlet of Vertine.  Matured for 16 months in cement tanks to exalt the fresh fruity qualities of high vineyards.

After tasting the wines, I noted that beyond the distinctions expressed by the nature of the grape varieties and the individuality of the vineyards, a common thread runs through them: a certain tension, vibrant sapidity and poised elegance that has something to do with high altitude and a lot to do with studied vinification and maturing techniques. The wines will be discussed in detail in the future, I would hope with comments from Anatoly Korneev and Maxim Kashirin about the aims and aspirations of Bertinga, the winery that’s brought a welcome Russian accent to Chiantishire.

Corfiero: Con le radici nella terra e lo sguardo al futuro

lunedì 3 maggio 2021 10:57:42 Europe/Rome

Corfiero: Con le radici nella terra e lo sguardo al futuro

by Elena Zanasi

Che cos’è l’ambizione? Cosa scatena la scintilla che spinge a mirare più in alto di chiunque altro, inseguendo un obiettivo con tenacia e fiducia, fino al suo compimento?

Quando ho avuto tra le mani Corfiero 2018, ancora prima di stappare la bottiglia era chiaro che avrei assaggiato un vino fuori dal comune. Mi piace soffermarmi sui dettagli, osservare le linee che tratteggiano il vetro, il logo semplice ma ricercato, l’etichetta dai tratti classici: questa bottiglia  è riconoscibile tra mille.

Corfiero: un nome che mi è nuovo e che suggerisce l’impavida e ambiziosa missione di Podere Forte, azienda avanguardistica situata in un angolo di paradiso della Val d’Orcia, la cui fama è ormai ampiamente consolidata tra i cultori più appassionati e i più accorti ricercatori di perle rare in forma liquida.

I loro vini trasmettono il desiderio di elevarsi al di sopra di ogni opera mai realizzata, poiché pensare in grande significa visualizzare il traguardo ancor prima di iniziare la corsa. Un obiettivo perseguito attraverso la collaborazione dei migliori professionisti e la cura del più piccolo dettaglio, che può apparire invisibile a tanti, ma non ad un imprenditore che non dà nulla per scontato e che non lascia niente al caso. Dietro quello che vediamo oggi, infatti, si denota una cura e attenzione straordinarie su ogni aspetto, dallo studio preciso e parcellizzato della terra, alla supervisione  quasi maniacale ogni fase di produzione, senza tralasciare la divulgazione del prodotto, perché si sa, la Toscana è terra di grandissime eccellenze, e per dimostrare il proprio valore è fondamentale saperlo comunicare a gran voce.

L’esperienza che la persona andrà a vivere nella degustazione è frutto di un maestro d’orchestra esperto nel dirigere ogni elemento musicale, affinché lo spettatore ne possa rimanere meravigliato. Tuttavia, così come accade per la musica, ognuno vive il vino in maniera profondamente soggettiva. Così, ansiosa di assistere anche io a questo concerto del gusto, mi appresto curiosa a stappare la bottiglia.

Nel calice un rosso rubino brillante e mediamente intenso, mi avvicino e vengo sopraffatta da un innumerevole mix di spezie, dalla bacca di vaniglia al chiodo di garofano, dalla liquirizia al rosmarino. La frutta è scura, calda, matura. Dalla prugna, alla mora, alla ciliegia sotto spirito, a suggestioni più vibranti di ribes. I fiori infine incrementano la complessità in una dolce suggestione carnosa. Merlot, Cabernet Franc, Petit Verdot, Sangiovese: sono quattro i vitigni che cantano in questo coro di voci polifoniche, che con il passare del tempo si faranno sempre più complesse, distinte e sfaccettate.

Al gusto, uno slancio che riempie la bocca, sostenuto da un tannino fitto ma lieve e soprattutto da un’acidità fenomenale e rinfrescante, forse originata dall’altitudine importante su cui crescono i filari, oppure dall’annata fresca ed equilibrata, eppure io credo che il merito sia principalmente dovuto al  Sangiovese e alla freschezza che solo lui può apportare. Sangiovese che non è protagonista, ma pur sempre personaggio fondamentale, a mio avviso l’elemento imprescindibile per determinare l’ottima qualità di questo vino. Senza neanche rendermene conto sono già al terzo bicchiere e, tra piacere e concentrazione, fantastico su come sarà questo vino tra qualche anno.

Freud diceva che i sogni cedono il posto alle impressioni di un nuovo giorno, come lo splendore delle stelle cede alla luce del sole. Allo stesso modo, l’illuminazione che Pasquale Forte ebbe la prima volta che toccò con mano la sua terra, oggi cede il posto ad una realtà di successo, ma senza distogliere lo sguardo dal suo sogno, tracciando come un pioniere la via verso il futuro del mondo del vino.

Chiara Ciavolich e la rustica maestosità del Trebbiano d'Abruzzo Fosso Cancelli

By Burton Anderson 

In un’improvvisata ma avvincente video intervista con Chiara Ciavolich, ci siamo lanciati su degli argomenti apparentemente disconnessi: la questione dell'identità dei vigneti e dei territori (vedi cru, terroirs, menzioni geografiche aggiuntive – in breve MGA - ecc.) e l’ingarbugliata matassa che riunisce vitigni e vini conosciuti come Trebbiano.

Chiara Ciavolich, come sappiamo, produce una gamma ammirevole di vini da varietà rigorosamente autoctone, tra cui lo splendido Trebbiano d'Abruzzo Fosso Cancelli. È inoltre una sostenitrice del movimento che propone la distinzione dei vini e altri prodotti del territorio di Loreto Aprutino, un luogo davvero speciale incastonato nelle pittoresche alture tra gli Appennini e l'Adriatico.

Chiara non è certo la sola a elogiare le qualità dei vigneti locali situati su terreni argillosi ricchi di minerali a 200-300 metri di altitudine, climatizzati dal gioco delle correnti d’aria tra montagna e mare. Tantomeno si è accontentata di coltivare solo i tradizionali Trebbiano e Montepulciano, ma si è dedicata anche alle varietà riscoperte come Pecorino, Passerina e Cococciola. I suoi vini hanno il potenziale per diventare ancora più grandi continuando sulla strada intrapresa, e di questo è ben consapevole.

Eppure, ho percepito una certa titubanza nel sostenere il riconoscimento ufficiale di Loreto Aprutino come una zona vinicola distinta tra le DOC dell'Abruzzo. A questo proposito le ho ricordato che cinquant'anni fa non c’era un solo vigneto di Barolo riconosciuto come Cru (o MGA)  e che quarant'anni fa non esisteva la DOC Bolgheri ma solo il Sassicaia. Avrei potuto continuare, ma il tempo stringeva e francamente volevo parlare del Trebbiano.

Quella che viene spesso definita la famiglia dei vitigni Trebbiano - in modo fuorviante dato che le tipologie non sono affatto tutte correlate - rappresenta circa un terzo della produzione di vino bianco in Italia ed è la base o un componente di oltre 80 vini DOC.  Tuttavia la confusione regna sovrana. Nonostante il nome, alcune varietà non sono considerate Trebbiano (prendi il Trebbiano di Soave e il Trebbiano di Lugana, in realtà nella famiglia del Verdicchio) e altre non chiamate Trebbiano (il Procanico dell'Umbria per esempio) in realtà lo sono. Le varietà più diffuse sono il Trebbiano Toscano e il Trebbiano Romagnolo, note più per l’alta produttività e conseguentemente vini piuttosto anonimi, che per le eccezioni sempre più numerose, tavolta sorprendenti, ai quali spero di dedicare un futuro articolo.

Poi c'è il Trebbiano d'Abruzzo (ufficialmente Trebbiano Abruzzese) che ho incontrato per la prima volta mezzo secolo fa nei vini di Valentini, la cui tenuta a Loreto Aprutino è adiacente a quella di Ciavolich. Quel vino, che ho definito allora, anche se in modo un po’ sfacciato, come "il più grande Trebbiano del mondo", è stato spesso valutato da distinti professionisti come il miglior vino bianco d'Italia. Edoardo Valentini, detto anche il "Signore delle vigne", sosteneva di avere un clone unico di Trebbiano. Comunque sia, in quel vino ho trovato una rustica maestosità che ho sempre considerato unica e inimitabile.

Chiara Ciavolich questo lo sa (e non solo perché le ho espresso la mia opinione) ma anzi, si sente spronata a creare il suo Trebbiano d'Abruzzo Fosso Cancelli senza alcun senso di invidia o rivalità o desiderio di imitare i vini del suo illustre vicino. "Francesco Paolo Valentini [il figlio di Edoardo] è un amico e ci rispettiamo a vicenda ma, naturalmente, abbiamo modi un po' diversi di fare i vini".

È vero, ma nell’assaggiare l'annata 2018 del Trebbiano Fosso Cancelli, ho notato tratti che evocavano ricordi inconfondibili: il color oro paglierino intenso, i profumi di erbe e fiori selvatici, i sapori ampi, ricchi e suadenti, ma anche freschi ed energici con un finale persistente. Con il tempo - la prima annata è stata il 2015 - il vino di Chiara guadagnerà in statura, com’è stato per il Trebbiano di Valentini tanti anni fa. MA non potranno mai essere uguali, né vorrei che lo fossero, grazie a quei dettagli infinitesimali che rendono qualsiasi vino fedele al suo terroir diverso da qualsiasi altro. E nonostante questo hanno una rustica maestosità che li accomuna e che sembra riecheggiare l'anima di Loreto Aprutino.

ENGLISH

Chiara Ciavolich and the rustic majesty of Trebbiano d’Abruzzo Fosso Cancelli

A hasty but stimulating video interview with Chiara Ciavolich prompted me to focus on two boundless topics: the evolving question of identity of local vineyards (touching on the likes of crus, terroirs, MGAs, etc.) and the mystifyingly miscellaneous array of vines and wines known as Trebbiano.

Chiara Ciavolich, as we know, produces an admirable range of wines from strictly native varieties, including a splendid Trebbiano d’Abruzzo from the vineyards of Fosso Cancelli. She is also an advocate of a movement to recognize the merit of the wines (and olive oil and other products) of Loreto Aprutino, a truly special place set in the picturesque rises between the Apennines and the Adriatic.

Chiara is hardly alone in eulogizing the qualities of local vineyards situated in mineral-rich clay soils at 200 to 300 meters of altitude favored by a climate that benefits from the play of air currents between mountain and sea. She relishes the advantages of working not only with the traditional Trebbiano and Montepulciano, but also with the rediscovered varieties of Pecorino, Passerina and Cococciola. She knows well that overall the wines have potential to become even grander than they are today.

And yet, I sensed a certain reluctance in advocating the official recognition of Loreto Aprutino as a distinct wine zone in the Abruzzo DOC scheme. I reminded her that fifty years ago not a single vineyard of Barolo was recognized as a cru, or what is now known as MGA. Forty years ago there was no Bolgheri DOC but only Sassicaia. I could have gone on, but time was running short and I wanted to talk about Trebbiano.

What is often called the Trebbiano family of vines—misleadingly since the types are by no means all related—accounts for about a third of all the white wine made in Italy and is either the base or a component of more than 80 DOC wines. But confusion reigns, since some varieties that carry the name are not considered Trebbiano (take Trebbiano di Soave and Trebbiano di Lugana, actually in the Verdicchio family) and some not called Trebbiano (Umbria’s Procanico for one) that actually are. The most diffused varieties are Trebbiano Toscano and Trebbiano Romagnolo, noted for ages as prolific sources of wines that are often rather bland and neutral, though there are ever more numerous  exceptions, some conspicuous, and I hope to dwell a bit more on that some day.

Then there’s Trebbiano d’Abruzzo (officially Trebbiano Abruzzese) which I first encountered a half century ago in wines of Valentini, whose estate lies adjacent to that of Ciavolich at Loreto Aprutino. That wine, which I referred to then, albeit tongue in cheek, as “the world’s greatest Trebbiano,” has often been rated by serious raters as Italy’s finest white wine. Edoardo Valentini, who was known as “Lord of the vines,” claimed to have a unique clone of Trebbiano. Whatever the case, I found in that wine a rustic majesty that I considered unique and inimitable.

Chiara Ciavolich knows this (and not just because I expressed my views) and takes it all in stride, crafting her Trebbiano d’Abruzzo Fosso Cancelli with no sense of envy or rivalry or wish to imitate the wines of her illustrious neighbor. “Francesco Paolo Valentini [Edoardo’s son] is a friend and we respect each other but, of course, we have somewhat different ways of making wines.”

True enough, and yet in tastings of the 2018 vintage of Trebbiano Fosso Cancelli, I noted traits that evoked fond memories: the deep straw golden hue, the scents of wild flowers and herbs, the ample flavors, rich and smooth yet fresh and energetic through a lingering finish. With time—the first vintage was 2015—the wine will gain in stature, as did the long ago Trebbiano of Valentini. But the two could never be quite the same, nor would I want them to be, thanks to those infinitesimal details that set any wine true to its terroir apart from any other. Yet what they do have in common is a rustic majesty that seems to echo the anima of Loreto Aprutino.

De' Ricci: riscoprire la nobiltà del Vino Nobile di Montepulciano

lunedì 19 aprile 2021 18:51:01 Europe/Rome

De' Ricci: riscoprire la nobiltà del Vino Nobile di Montepulciano

By Burton Anderson

Di tutti i vini d'Italia, il Vino Nobile di Montepulciano sfoggia le credenziali più venerabili: un nobile nome legato a una leggendaria città collinare; un'eredità che risale al 1685 quando il poeta Francesco Redi dichiarò "Montepulciano d’ogni vino è il Re"; la distinzione di essere la prima denominazione di origine controllata e garantita (docg) italiana.

Tuttavia, come scrissi in un articolo per Decanter nel 1987: "Alcuni produttori, confortati dall’eco sentimentalista della tradizione, sarebbero stati felici di continuare a vivere la leggenda a oltranza, facendo le cose più o meno come i loro antenati. Perché se mai c'è stato un vino che ha rappresentato i vecchi tempi in Toscana, quello è il Vino Nobile di Montepulciano. Tuttavia i produttori più pragmatici insistevano che il Vino Nobile non era all'altezza del suo nome per qualità, prestigio o prezzo - chiaramente oscurato dal Brunello di Montalcino, il dirimpettaio relativamente più giovane tra le colline elette della provincia di Siena.”

A quel tempo, di circa quaranta produttori, forse una dozzina si poteva definire “illuminato”, anche se, secondo il mio punto di vista ipercritico, non più di una manciata raggiungeva l'eccellenza. Nei decenni successivi, il progresso fu dilagante con investimenti in cantine, vigneti e competenze enologiche. Nonostante tutto, la tendenza era quella di standardizzare il Vino Nobile in vini di ampia struttura e colore carichi di rovere, in linea con l’allora in auge "stile internazionale" sostenuto dalla critica a suon di punteggi. Quello stile, che spesso si basava sull'uso delle cosiddette varietà migliorative (Merlot, Cabernet, ecc.) per rafforzare il Sangiovese di base (qui conosciuto come Prugnolo Gentile), non mi è mai piaciuto molto. Così negli ultimi tempi il mio interesse per il Nobile è scemato fino al punto di scegliere l’occasionale bottiglia senza allontanarmi troppo dalle cantine che ammiravo negli anni '80. 

Recentemente, sono stato scosso dalla mia apatia quando il team di Heres mi ha informato che avevano iniziato a collaborare con un produttore di Vino Nobile, un certo De' Ricci, e i vini, beh, devono essere bevuti per essere creduti. Mentre aspettavo con il mio consueto scetticismo l'arrivo delle bottiglie, mi sono potuto confrontare in video intervista con Enrico Trabalzini, che ha fondato l'azienda nel 2015, con sede nello storico Palazzo De' Ricci nel centro di Montepulciano.

Enrico, che gestisce l'azienda con la moglie Antonella e i figli Nicolò e Francesco, ha rivelato che la sua passione per la vite e il vino risale al 1995, quando reimpiantò i vigneti ereditati dal padre. Ha ricordato che da ragazzo era stato praticamente "adottato" dalla famiglia De' Ricci ed è per questo che i Trabalzini hanno potuto acquistare il palazzo con le magnifiche cantine storiche descritte come una "cattedrale del vino". Enrico, agronomo di formazione, si occupa dei 30 ettari di vigneto concentrati principalmente intorno alla tenuta di Fontecornino dove si trova la nuova cantina di vinificazione gestita dal figlio enologo, Nicolò, con l’appoggio  dal consulente Maurizio Sentini. Come dice Enrico, in parole povere, la filosofia De' Ricci mira a raggiungere l'eccellenza nel pieno rispetto della tipicità del territorio.

Finalmente mi sono arrivate anche le bottiglie: un Vino Nobile di Montepulciano DOCG 2018, un Vino Nobile di Montepulciano DOCG Soraldo 2016, e un Rosso di Montepulciano DOC 2018. È si, sono vini da bere per credere, un’autentica rivelazione per un palato veterano esasperato da overdose di Sangiovese sopra le righe.

Lasciando i gustosi dettagli a un profilo successivo su Heres Wine stories, basti dire che nei vini di De' Ricci ho riscoperto la nobiltà del Vino Nobile.

ENGLISH

De’ Ricci: Rediscovering the Nobility of Vino Nobile di Montepulciano

Of all the wines of Italy, Vino Nobile di Montepulciano boasts the most venerable credentials: a noble name linked to a legendary hill town; a heritage dating beyond 1685 when the poet Francesco Redi declared “Montepulciano of all wines king;” the distinction of being the nation’s first appellation granted the government guarantee of DOCG.

And yet, as I wrote in an article for Decanter in 1987: “Some producers, soothed by sentimentalists who ramble on about tradition, would have been content to go on living the legend forever, doing things more or less as their ancestors had. For if ever there was a wine that represented the old days in Tuscany it was Vino Nobile di Montepulciano. As pragmatists insisted, Vino Nobile was not living up to its name in quality, prestige or price—clearly overshadowed by Brunello di Montalcino, its relatively youthful neighbor across the hills of Siena province.”

At that time, among some forty producers, perhaps a dozen showed signs of enlightenment, though in my hypercritical view, no more than a handful ever achieved excellence. Through ensuing decades, progress was rampant with investments in cellars, vineyards and winemaking expertise. Yet through it all I noted a tendency to standardize Vino Nobile in wines of ample structure and color laden with oak in line with the overblown “international style” promoted by point-driven critics. That style, which often relied on the use of so-called ameliorative varieties (Merlot, Cabernet, etc.) to bolster the basic Sangiovese (here known as Prugnolo Gentile), never much appealed to me. So in recent times my interest in Nobile waned to the point of cherry picking a bottle now and then mainly from wineries I admired back in the 1980s.

Recently, I was jolted out of my apathy when the Heres team informed me that they’d taken on a producer of Vino Nobile, a certain De’ Ricci, and the wines, well, they have to be tasted to be believed. While waiting with my habitual skepticism for bottles to arrive, I was able to engage in a video interview with Enrico Trabalzini, who founded the winery in 2015, with headquarters in the historic Palazzo De’ Ricci in the center of Montepulciano.

Enrico, who runs the winery with his wife Antonella and sons Nicolò and Francesco, revealed that his passion for vines and wines dates to 1995, when he replanted vineyards inherited from his father. He recalled that as a boy he was practically “adopted” by the De’ Ricci family and that’s why he was able to acquire the palazzo with magnificent cellars that have been described as a “cathedral of wine.” As an agronomist, Enrico manages the 30 hectares of vineyards mainly around the Tenuta Fontecornino, with modern cellars where his son Nicolò is the winemaker working with consultant Maurizio Sentini. As Enrico Trabalzini put it, the De’ Ricci philosophy, simply stated, aims at achieving excellence while fully respecting the typicality of the territory.

Well, the wines arrived: a Vino Nobile di Montepulciano DOCG 2018, a Vino Nobile di Montepulciano DOCG Soraldo 2016, and a Rosso di Montepulciano DOC 2018. And yes, they had to be tasted to be believed, because they turned out to be revelations to a veteran palate jaded by overdoses of overblown Sangiovese.

While leaving the delicious details to a follow-up profile in Heres Wine stories, suffice it to say that in the wines of De’ Ricci I’ve come to rediscover the nobility of Vino Nobile.

Verdicchio di Matelica: un grande vino per tutte le tasche

lunedì 12 aprile 2021 17:03:40 Europe/Rome

Verdicchio di Matelica: un grande vino per tutte le tasche

By Burton Anderson

Nella mia lunga carriera di scrittore mi sono spesso trovato a difendere ostinatamente gli sfavoriti. Il primo esempio è stato il mio libro Vino, pubblicato nel 1980, in cui l’escluso era niente meno che il vino italiano. A quel tempo, salvo rare eccezioni, il vino italiano non era esattamente ammirato in tutto il mondo per la sua qualità. I suoi principali detrattori erano influenti critici britannici, i quali, come notai più tardi, sembravano solleticati dal fatto che uno Yankee alle prime armi avrebbe dedicato un intero libro a un paese noto principalmente per il Lambrusco amabile e il modesto e allegro Chianti nel fiasco.

Ora, lungi da me narrare l'ascesa del vino italiano dallo status di seconda classe alle alte sfere della qualità e del prestigio. Né intendo sbandierare il mio legittimo piacere nel ricordare ai dubbiosi "ve l'avevo detto". Il fatto è che nel corso degli anni ho sostenuto così tanti vini e vitigni italiani oggi riconosciuti ma che un tempo erano visti come gli ultimi della classe - o cause perse, cavalli perdenti, rinnegati, meno di zero, senza speranza e via dicendo - che ho perso il conto.

La rimonta di ognuno di questi vini e vitigni merita una storia a sé, ma nel ponderare la lista dei candidati, il mio impulso mi ha spinto a cominciare con il Verdicchio e Le Marche.

Leggenda narra che Alarico il Visigoto caricò i muli con barili di Verdicchio della zona di Ancona per aizzare le sue truppe mentre saccheggiavano Roma nel quinto secolo, ma testimonianze attendibili suggeriscono che il vitigno ha avuto origine nel Veneto ed è stato portato nelle Marche dai Veneziani nel quindicesimo secolo. Comunque sia, il Verdicchio è sempre stato associato principalmente, anzi quasi esclusivamente, alle Marche, dove è classificato come DOC nella zona dei Castelli di Jesi (nelle vaste colline a ovest di Ancona) e di Matelica (un'enclave più accogliente sugli Appennini).

A lungo apprezzato come vino locale, il Verdicchio ha avuto un impatto internazionale negli anni '50 quando i produttori introdussero la bottiglia ad anfora verde ispirata agli antichi vasi greci per il vino. Quell'accattivante contenitore divenne un punto fermo nei ristoranti italiani ovunque, e anche se il Verdicchio non era sempre memorabile, quelle bottiglie erano difficili da dimenticare.

La mia iniziazione al Verdicchio avvenne negli anni '60 nelle trattorie di pesce di Roma, dove la mia intuizione da dilettante nutriva una preferenza per il bianco vibrante e verdolino delle Marche ai nettari dorati e ambrati dei Castelli Romani. Col tempo, nei miei viaggi e nelle degustazioni, mi sono convinto che il Verdicchio aveva la qualità innata per surclassare altri bianchi italiani più popolari.

Ma il vero risveglio è avvento nel 1988 circa, quando m’imbattei in un Verdicchio di Matelica 1982 dei Fratelli Bisci. Quel vino combinava profondità e intricate sfumature nel bouquet e nel sapore con una consistenza opulenta che mi ricordava certi vantati cru della Borgogna.

L'anfora persiste, ma i principali produttori hanno da tempo messo il loro fedele Verdicchio in bottiglie autorevoli. Gradualmente il Verdicchio è cresciuto in statura e prestigio traducendosi in vini che mostrano somiglianze in aroma, peso, consistenza e longevità a certe varietà – pensate allo Chardonnay, al Riesling, al Fiano, al Pinot Bianco – spesso descritte come grandi.

Oggi non sono più un fan solitario. Ian d'Agata, per esempio, nel suo libro Native Wine Grapes of Italy, scrive del Verdicchio "possibilmente il più grande vitigno bianco italiano".

Il più arguto dei critici di vino americani, Eric Asimov del New York Times, ha riferito su una degustazione comparativa di Verdicchio di Matelica: "Concludo dicendo che questi sono grandi vini. Ognuno di loro ha adempito straordinariamente bene al proprio compito, soddisfacendo il desiderio di freschezza, offrendo energia e consistenza coinvolgenti così come un po' di complessità se si sceglie di cercarla".

Tutto questo mi fa venire in mente l'azienda Sergio Marani, i cui tre tipi di Verdicchio di Matelica, comprese le selezioni Sannicola e Òppano, sono proposti da Heres. Il mio apprezzamento per i loro vini è stato espresso in articoli precedenti, quindi non ripeterò i dettagli, se non per dire che, sì, davvero, questi sono grandi vini e per giunta per tutte le tasche.

 ENGLISH

Verdicchio di Matelica: Great wines priced for every day

In my long career as a writer I’ve often found myself stubbornly advocating underdogs. The prime example came with my book Vino, published in 1980, in which the underdog was nothing less than Italian wine itself. At that time, with rare exceptions, vino italiano was not exactly admired around the world for quality. Its chief detractors were influential British critics, who, as I noted later, seemed tickled pink that an upstart Yank would dedicate an entire book to a country noted mainly for sweet Lambrusco and cheap and cheerful Chianti in fiasco.

Well, there’s hardly any need to recount the ascent of Italian wine from second-class status to the upper echelons of quality and prestige. Nor do I intend to flaunt my rightful delight in reminding doubters “I told you so.” For the fact is that over the years I’ve advocated so many Italian wines and grape varieties that are now esteemed but were once considered underdogs—or long-shots or dark horses or outsiders or sleepers or hopeless also-rans—that I’ve lost count.

Each of these comeback wines or vines merits a memoir of its own, though as I pondered the list of candidates contemplating where I might begin, my impulses kept pointing me to Verdicchio and the Marche.

Legends persist about Alaric the Visigoth loading mules with barrels of Verdicchio from the Ancona area to inspire his troops as they sacked Rome in the fifth century, but evidence suggests that the vine originated in the Veneto and was brought to the Marche by Venetians in the fifteenth century. Whatever the case, Verdicchio has always been associated primarily, indeed almost exclusively, with the Marche, where it is classified as DOC in the Castelli di Jesi zone (in the vast rolling hills west of Ancona) and Matelica (a cozier enclave in the Apennines).

Long appreciated as a local wine, Verdicchio made an international impact in the 1950s when producers introduced the green amphora bottle inspired by ancient Greek wine vases. That eye-catching container became a fixture in Italian restaurants everywhere, and even if the Verdicchio wasn’t always memorable, those bottles were hard to forget.

My initiation to Verdicchio came in the 1960s in the seafood trattorie of Rome, where my dilettante’s intuition nurtured a preference for the brisk, green-tinted white from the Marche to the golden to amber nectars of the Castelli Romani. Over time in my travels and tastings, I became convinced that Verdicchio had the innate quality to outclass other popular Italian whites.

But my eyes weren’t really opened until around 1988 when I came across a Verdicchio di Matelica 1982 from Fratelli Bisci. That wine combined depth and intricate shadings of bouquet and flavor with an opulent texture that reminded me of certain vaunted crus of Burgundy.

The amphora persists, but leading producers have long since been putting their serious Verdicchio into serious bottles. Gradually Verdicchio has grown in stature and prestige in wines that show similarities in aroma, weight, texture and longevity to certain varieties—think Chardonnay, Riesling, Fiano, Pinot Blanc—regularly described as great.

I’m no longer alone in my admiration. For example, Ian d’Agata in his book Native Wine Grapes of Italy, refers to Verdicchio as “arguably Italy’s greatest white grape variety.”

The most astute of America’s wine critics, Eric Asimov of the New York Times, reported on a comparative tasting of Verdicchio di Matelica: “I have to conclude that these are great wines. They each did their jobs extraordinarily well, fulfilling the imperative of refreshment, offering energy and intriguing texture as well as a bit of complexity if you choose to look for it.”

All of this brings to mind the Sergio Marani winery, whose three types of Verdicchio di Matelica, including the single vineyard Sannicola and Òppano, are carried by Heres. My appreciation of the wines has been expressed in previous articles, so I won’t repeat the details, except to say that, yes, indeed, these are great wines and the wonder of it is that they’re priced for every day.

Confessioni di un bevitore nascosto di Lambrusco (rivisitato)

lunedì 5 aprile 2021 13:10:16 Europe/Rome

 

 

Confessioni di un bevitore nascosto di Lambrusco (rivisitato)

by Burton Anderson

 Nel 1987, ho scritto un articolo sul Lambrusco per la rivista americana Quarterly Review of Wines. A quel tempo il Lambrusco era il vino importato più venduto negli Stati Uniti, anche se era noto come "Coca-Cola italiana" perché era frizzante e dolce e adorato dai bevitori indiscriminati di vino americani perché era "nice on ice".

Nel corso della sua lunga storia, il Lambrusco ha conquistato la nomea come uno dei vini italiani più vivaci e conviviali, ma anche come uno dei più incompresi e sottovalutati e, in definitiva, uno dei più amati. Apprezzato soprattutto dalla gente della sua terra emiliana, ma anche da un crescente numero di forestieri che non devono fare chissà quale sforzo per amarlo vista la sua dote innata di attirare con il fragore delle bollicine per poi lasciarti – o almeno a me – sedotto senza speranza.

I miei primi elogi al Lambrusco mi hanno reso una specie di cane sciolto tra gli scrittori di vino, sia italiani che stranieri. Ma col tempo il Lambrusco è cresciuto in statura, guadagnandosi il rispetto degli esperti e un nuovo apprezzamento tra i consumatori italiani ed esteri.

Quando ho scritto quell'articolo più di trent’anni fa, ho confessato di aver superato i miei dubbi sul Lambrusco e di non sentirmi più obbligato a berlo di nascosto.

La mia conversione fu pesantemente influenzata dall’incontro con Nando Cavalli descritto nel seguente estratto:

"....[gli] Emiliani, molti dei quali lo bevono quotidianamente e più di qualcuno si guadagna da vivere con esso, si irritano quando sentono denigrare il Lambrusco.

     "Ignoranza, ecco cos'è", scattò Nando Cavalli al mio suggerimento che il vino non è esattamente venerato dagli intenditori all'estero. "La gente pensa che siccome è così facile da bere non può essere preso sul serio. Ma quello che ignorano è che il Lambrusco è uno dei vini più sani e gratificanti del mondo, un grande vino in una classe a sé."

     Il Cavaliere Ferdinando Cavalli, nominato dalla Repubblica italiana per i suoi successi di imprenditore vitivinicolo, probabilmente conosceva le sottigliezze del Lambrusco come nessun’altro in Emilia. Era metà mattina di una bella giornata primaverile quando Cavalli stappò una bottiglia di quello che lui chiamava Fior Fiore, assicurandomi, mentre la vivace schiuma rosa si placava nel mio bicchiere, che mi avrebbe fatto più bene di una spremuta d’arancia. "Tre per cento di alcol", esclamò. "Potresti berne un'intera bottiglia e non sentire nulla".

     Una fragranza che mi ricordava i fiori di ciliegio salì alle mie narici prima ancora che avessi sollevato il bicchiere. I degustatori di vino coscienziosi sorseggiano ma non deglutiscono a quell'ora, ma con il nettare di Nando non c'era bisogno di sputare. Dal rigoglioso aroma fruttato, con un leggero pizzicore a rinfrescare il palato, era delizioso come una ciotola di fragole appena raccolte.

Cavalli, con un sorriso trionfale, tracannò il suo bicchiere e riempì nuovamente i calici, perorando al tempo stesso le virtù del Lambrusco. "È assolutamente naturale", inneggiò. "Non è trattato con niente. No, no, nemmeno l'anidride solforosa. Ora, di quanti vini si può dire questo?".

     "Il vero Lambrusco è sempre stato fermentato in bottiglia, non in vasche pressurizzate", disse Cavalli. "La maggior parte dei vini di oggi non sono fatti per durare. Ma quando tutto è a posto, cioè assolutamente puro, il Lambrusco può durare a lungo".

     "Quanto a lungo?" Chiesi.

     "Hah!" rispose lui, felice che avessi colto lo spunto. "Vieni con me".

   

  Impugnando una torcia elettrica, Cavalli scese lesto una precipitosa rampa di scale di pietra fino alla sua cantina appena illuminata, con me che brancolavo dietro di lui in una stanza cavernosa con il soffitto a volta e il pavimento in terra battuta dove si trovavano delle casse di legno da cui sporgevano i fondi di bottiglie champagnotte capovolte.

     Sollevò cautamente una bottiglia e la mise controluce, scrutandola attraverso la polvere e lo spessore del vetro verde smeraldo. "Sembra a posto", disse, "ma prenderò anche un'altra per essere sicuro. Dopotutto è un sessantuno."

     "Sessantuno?" Dissi io. "Lambrusco?"

     "Certo", esultò il Cavaliere. "Purtroppo il cinquantotto è finito".

Tornati al piano di sopra, mise le bottiglie in posizione verticale per far depositare la feccia e per ingannare l’attesa aprì un Lambrusco secco dell'ultima annata. Inutile dire che anche questo non andava sputato. "Bevilo", comandò. "Il vero Lambrusco è un elisir che ti lascia sempre in forma e sorridente".

Quando la feccia si fu depositata in modo soddisfacente, Cavalli afferrò il collo di una bottiglia del '61 e, puntandola a distanza sopra un lavandino, tolse la gabbietta e diede al sughero avvizzito un cauto giro. Quanto è bastato per far scaturire un’esplosione e schizzare di viola la parete di piastrelle bianche, suscitando un grido di gioia da parte del padrone di casa.

Gli ci vollero tre giri ripetuti a breve distanza per riempiere a metà il mio bicchiere di schiuma che andava trasformandosi in uno stupefacente liquido violaceo. Ho sollevato il bicchiere e cominciato a girarlo con delicatezza, lasciando che si formassero degli archetti che sembravano finestre gotiche color malva. Al naso, suggeriva marmellata d'uva, terra umida, pomodori secchi e qualcosa di speziato, come la noce moscata. Vivace al palato come un vino giovane, il suo sapore era secco ma morbido con note di prugne mature e catrame. E lì, sul finale, c'era quel suggerimento di amaro corroborante che caratterizza il Lambrusco di qualsiasi età, anche di ventisei anni.

  Era appena passato mezzogiorno quando finimmo la degustazione, prudentemente senza lasciare una goccia. Cavalli raccolse altre bottiglie di varie annate e le depositò sul mio grembo mentre salivamo sulla sua Alfa Romeo e ci dirigevamo verso un ristorante perso nelle pianure emiliane. Mentre sfrecciavamo attraverso corridoi di viti ad alto fusto, mi sentivo in forma e sorridente, proprio come aveva decretato Nando. E proprio in quel momento feci un voto silenzioso di non sorseggiare mai più il Lambrusco di nascosto.

ENGLISH

Confessions of a Closet Lambrusco Drinker (Revisited)

In 1987, I wrote an article about Lambrusco for the American magazine Quarterly Review of Wines. At that time Lambrusco was the best-selling imported wine in the U.S.A., though it had become known as “Italian Coca-Cola” because it was bubbly and sweet and adored by America’s indiscriminate wine drinkers because it was “nice on ice.”

Lambrusco over its long history has endured as one of the most vivacious and convivial of Italian wines, but also one of the most misunderstood and mistreated, and, ultimately, one of its most beloved. Beloved above all by the people of its Emilian homeland but also by a growing number of outsiders who didn’t really need to learn to love it because it’s a wine that has a way of beckoning you with a burst of bubbles one day and leaving you—or at least me—hopelessly seduced.

My early praise of Lambrusco made me something of a maverick among writers on wine, whether Italian or foreign. But over time Lambrusco has grown in stature, earning respect among experts and new appreciation among consumers in Italy and abroad.

 When I wrote that article I confessed to overcoming my doubts about Lambrusco and no longer feeling that I had to drink it on the sly, as what I described as a “closet Lambrusco drinker.” My conversion was heavily influenced by a meeting in 1987 described in the following excerpt:

“….Emilians, many of whom drink it daily and more than a few of whom make a living from it, bristle when they hear Lambrusco maligned.

     “Ignorance, that’s what it is,” snapped Nando Cavalli at my suggestion that the wine is not exactly revered by connoisseurs abroad. “People think that because it’s so easy to drink they can’t take it seriously. But what they ignore is that Lambrusco is one of the most wholesome and rewarding wines in the world, a great wine in a class by itself.”

     Cavaliere Ferdinando Cavalli, knighted by the Italian government for his achievements as a winemaker, probably knows the ins and outs of Lambrusco as well as any man in Emilia. It was mid-morning on a fine spring day when Cavalli popped the cork on a bottle of what he called Fior Fiore, assuring me, as the vivid pink foam subsided in my glass, that it would do me more good than fresh orange juice. “Three percent alcohol,” he exclaimed. “You could drink a whole bottle and not feel a thing.”

     A fragrance that reminded me of cherry blossoms wafted up to my nostrils before I had even lifted the glass. Conscientious wine tasters swish but don’t swallow at that hour, but with Nando’s nectar there was no need to spit. Vitally fruity, with a palate-cleansing prickle, it was as luscious as a bowl of fresh strawberries.

     Cavalli, beaming triumphantly, downed his glass and poured us both another, all the time feistily building the case for the virtues of Lambrusco. “It’s absolutely natural,” he chirped. “Not treated with anything. No, no, not even sulfur dioxide. Now, how many wines can you say that about?”

     “The real Lambrusco was always fermented in bottles, not pressurized tanks,” said Cavalli. “Most wines these days aren’t made to last. But when everything is right, so that it’s absolutely pure, Lambrusco can last a long time.”

     “How long?” I asked.

     “Hah!” he replied, delighted that I’d taken the cue. “Come with me.”

     Wielding a flashlight, Cavalli spryly descended a precipitous flight of stone stairs to his dim cantina with me groping behind him into a cavernous room with vaulted ceiling and packed earth floor upon which were several wooden crates with the butts of inverted Champagne-type bottles protruding from them.

     He lifted a bottle cautiously and held it up to the light, peering through the dust on the thick, emerald green glass. “Looks fine,” he said, “but I’ll bring another just to be sure. It’s a sixty-one, after all.”

     “Sixty-one?” I said. “Lambrusco?”

     “Of course,” said Cavalli cavalierly. “Unfortunately, the fifty-eight is finished.”

     Back upstairs, he placed the bottles upright to let the dregs settle as we sampled a dry Lambrusco from the latest vintage. There was to be no spitting of that, either. “Drink up,” he commanded. “Genuine Lambrusco is an elixir that leaves you feeling fit and smiling.”

     When the dregs had settled to his satisfaction, Cavalli grasped the neck of a bottle of the ’61 and, aiming it away from himself over a sink, removed the wire stay and gave the wizened cork a gingerly twist. It needed no more coaxing, exiting in an explosion that splattered purple over the white tile wall and elicited a shout of glee from my host.

     It took him three short, foamy pours to fill my glass half way with the astonishingly bright violet liquid. I lifted the glass and gave the wine a gentle swish, which left arches on the side of the glass like mauve-tinted gothic windows. To the nose, it suggested grape jam, damp earth, sun-dried tomatoes and something spicy, like nutmeg. As lively on the palate as a young wine, its flavor was dry but mellow with hints of ripe plums and tar. And there at the finish was that suggestion of bracing bitter that characterizes Lambrusco of any age, even twenty-six years.

     It was just past noon when we finished tasting, prudently not leaving a drop. Cavalli gathered more bottles from various vintages and deposited them on my lap as we got into his Alfa Romeo and headed for a restaurant across the Emilian plains. As we sped through corridors of high-trellised vines, I was feeling fit and smiling, just as Nando had decreed. And right then and there I made a silent vow to never again sip Lambrusco in the closet.

Spezzare una lancia a favore del vino rosso con il pesce

lunedì 29 marzo 2021 12:23:26 Europe/Rome

 

Spezzare una lancia a favore del vino rosso con il pesce

by Burton Anderson

I pregiudizi hanno le radici profonde, anche se in questo caso non sto parlando di argomenti scottanti come razza, sesso o religione, ma del conformismo assai banale che persiste nel mondo del vino. In particolare, mi riferisco a un vecchio adagio: "Vino rosso con la carne, vino bianco con il pesce", a cui contrappongo il mio personale piacere nel rompere gli schemi e con il desiderio di spezzare una volta per tutte una lancia a favore del vino rosso bevuto con il pesce.

Per mettere le cose in chiaro, ho rotto gli indugi intorno al 1980 quando un saggio e arguto enologo di nome Nino Franceschetti mi ha introdotto alle meraviglie di un sontuoso branzino arrosto abbinato a un Amarone ben stagionato. Quella rivelazione mi ha aperto la mente, eppure mi sono trovato nel corso dei decenni a banchettare con gastronomi altrimenti ragionevoli che, quando si trattava di frutti di mare, si attenevano ostinatamente al vino bianco, o al massimo rosato.

A dire il vero, non sono da solo a remare controcorrente, né noi alfieri del rosso abbiamo portato la nostra causa così lontano da non poter apprezzare, anzi adorare, un fresco bicchiere di bianco, fermo o spumeggiante, con le delizie del mare.

D’altro canto, gli abbinamenti con il vino rosso richiedono un po' di estro e di audacia nel sapere che non si stanno infrangendo le regole, perché non ci sono regole da infrangere. La prima considerazione che si pone è con quale creatura di mare - o di lago, fiume, stagno o ruscello, se è per questo – abbiamo a che fare. Sul mercato si trovano pesci in molte forme e dimensioni, strutture, consistenze e sapori, che vanno da specie conosciute come quelli di mare e d'acqua dolce, a molluschi, crostacei, gasteropodi, anguille e molto altro. Possono essere pescati del giorno o congelati, oppure conservati sotto sale o essiccazione o affumicatura o marinati in aceto, olio ed erbe. Poi viene la questione di come preparare il nostro pesce. Crudo, alla griglia, arrostito a legna, saltato in olio extravergine d’oliva o burro? Oppure al forno, brasato, fritto o in camicia? Lo vogliamo speziato o cucinato con erbe fresche o secche, con pomodoro o altre verdure, con frutta fresca o secca, oppure con olive, capperi, funghi o limone? In ogni caso, il piatto che alla fine arriva in tavola rifletterà il più delle volte un mix intuitivo di ingredienti e ispirazione.

Altro detto ricorrente è che i piatti di pesce più leggeri si abbinano a rossi agili e vivaci, mentre quelli più ricchi e sostanziosi trovano la loro corrispondenza in rossi di maggiore struttura, rotondità e intensità di sapore. Questo ragionamento comincia a sembrarmi troppo una regola. Piuttosto che generalizzare, ho deciso di scegliere alcuni rossi dal catalogo di Heres e suggerire dei piatti che hanno colpito la mia fantasia, ispirato dall’idea che l’abbinamento del vino rosso con il pesce si basa soprattutto sul fattore sorpresa.

Pinot Nero Mazzon Gottardi. Un Pinot Nero esemplare della collina di Mazzon in Alto Adige. Elegante e vellutato, si abbina tanto appetitosamente alla trota di torrente alpina quanto alle anguille alla griglia delle Valli del Comacchio.

Lambrusco di Sorbara Purezza Silvia Zucchi. I sapori di frutta vibranti e le bollicine cremose rendono questo Lambrusco di Sorbara un abbinamento ideale con innumerevoli piatti di pesce; da provare con un croccante fritto misto di mare.

Valpolicella Classico Superiore Clementi. La bontà fruttata di questo Valpolicella brilla con il baccalà alla veronese in salsa piccante di pomodoro e cipolla. Oppure, per una stravaganza gastronomica, provate ad abbinare l'Amarone Clementi ad un altrettanto maestoso branzino arrosto.

Hierà Sicilia IGT Hauner. Un vino rosso isolano con profumi e sapori mediterranei, ampia struttura e profondità e con la consistenza felpata per esaltare bistecche di pesce spada alla griglia con una salsa di capperi di Salina.

Caciara Romagna Sangiovese Superiore Enio Ottaviani. Un Sangiovese rosso rubino intenso, dalla beva briosa e vigorosa e talmente versatile da poter abbracciare il più variegato dei menu. Servito fresco dal secchiello del ghiaccio in estate, rinvigorisce il palato con un bel piatto di strozzapreti con cozze, gamberi e scampi.

Chambolle-Musigny Christian Clerget. Ottenuto da un assemblaggio di sette diverse parcelle, un Village che ho descritto in un articolo precedente come "il mio tipo di Borgogna": puro piacere senza fronzoli e un sicuro abbinamento con il salmone selvaggio scottato in padella e condito con la salsa béarnaise.

ENGLISH

Waving a banner for red wine with fish

Prejudices run deep, though in this case I’m not talking about weighty issues like biases in race, gender or religion, but instead about the congenial, if by no means trivial, preconceived notions that persist about wine. Specifically focused on that timeworn maxim, “Red wine with meat, white wine with fish,” countered by my personal delight in twisting rules to wave a banner for red wine with fish.

To put things in order, I broke the color bar back around 1980 when a wise and witty winemaker named Nino Franceschetti introduced me to the wonders of a sumptuous roasted sea bass (branzino or spigola, as you prefer) with a well-aged Amarone. That revelation opened my mind, and yet I’ve found myself feasting away over the decades surrounded by otherwise reasonable gastronomes who, when it comes to seafood, stick stubbornly to white wine, or possibly rosé.

Truth be told, I’m not alone in my quest to break the color bar, nor have we red renegades carried our cause so far that we can’t appreciate, indeed adore, a cool glass of white, still or bubbly, with delectable creatures of the sea.

Matches with red wine may require a bit of imagination, ad-libbing and audacity in knowing that you’re not breaking rules because there are no rules to break. The first consideration in such match-ups should be deciding just what creature of the sea—or lake or river or pond or brook, for that matter—you are dealing with. Fish come in many shapes and sizes, structures, textures and flavors, ranging through types known as seafood or fresh water fish, mollusks, crustaceans, gastropods, eels, and much more. They may be fresh caught or frozen or preserved by salting or drying or smoking or pickling with oil and vinegar and herbs. Then comes the question of how the fish is prepared. Is it raw, grilled, wood-roasted, sautéed in extra virgin oil or butter? Is it baked, braised, deep fried or poached? Is it spicy or cooked with fresh or dry herbs, tomatoes or other vegetables, fresh or dried fruit, olives, capers, mushrooms, oranges, lemon? In many cases, the fish dish that finally ends up on the table will reflect intuitive amalgams of ingredients. 

It’s often said that lighter fish dishes go with agile, zesty reds and that substantial, fleshier fish dishes find their matches in reds of greater structure, roundness and flavor intensity. But to me that’s beginning to sound too much like a rule. Rather than generalize, I decided to pick out a few reds from the Heres portfolio and suggest some dishes that struck my fancy, inspired by the notion that a fundamental in matching red wine with fish is the element of surprise.

Südtiroler Blauburgunder Mazzon Gottardi. An exemplar of the Pinot Noir of the hill of Mazzon in Alto Adige. Elegant and velvety, it would make as appetizing a match with Alpine brook trout as it would with grilled eels from the Adriatic Comacchio lagoon.

Lambrusco di Sorbara Purezza Silvia Zucchi. The vibrant, snappy fruit flavors and creamy bubbles of this wine could make it a match for just about any tasty dish from the sea, guaranteed to lend sparkle to a crisp and crunchy fritto misto di mare.

Valpolicella Classico Superiore Clementi. The fresh fruity goodness of the wine would shine with baccalà alla Veronese—salt cod with a spicy tomato and onion sauce. Or, for a gastronomic extravaganza, match the Clementi Amarone with an equally majestic roasted sea bass.

Hierà Sicilia IGT Hauner. An island red with the fragrance and flavors of Mediterranean fruits, berries, herbs and spices, ample structure and depth with the plush texture to exalt grilled swordfish steaks with a salient sauce of citrus, wild herbs and Salina capers.

Caciara Romagna Sangiovese Superiore Enio Ottaviani. Ruby-violet Sangiovese of verve and vigor with the versatility to glide through the most variegated of menus. Served from the ice bucket in summer, it reinvigorates the palate with a plate of strozzapreti, “priest strangler” pasta with mussels, shrimp and prawns.

Chambolle-Musigny Christian Clerget. A Pinot Noir assembled from seven different parcels, a wine that I once described as “my kind of Burgundy,” pure pleasure without the frills and a sure-fire match for pan-seared wild salmon with a sauce béarnaise.

Campo Lusso: identità di territorio

domenica 21 marzo 2021 19:47:36 Europe/Rome

Campo Lusso: identità di territorio 

by Elena Zanasi

Come si definisce l’identità di un vino? Attraverso quali tratti si disegna la sua riconoscibilità? L’uva, il terroir, o la mano del produttore? Questi elementi sono tutti fondamentali, ma ci sarà sempre un protagonista che emergerà sugli altri.

Quando si parla di vini a base Cabernet Sauvignon, solitamente è l’uva il fattore chiave che delinea la loro individualità. Per prima cosa, si tratta della varietà più coltivata al mondo, e già questo la rende tra le più familiari, ma soprattutto è dotata di proprietà organolettiche talmente peculiari da risultare estremamente riconoscibili. Peperone, foglia di pomodoro, colore intenso e struttura importante: un grande classico su tutte le tavole.

Tuttavia, esiste una zona in cui l’essenza del Cabernet Sauvignon non si esprime principalmente attraverso la sua uva: sto parlando della sua culla, ovvero Bordeaux. L’importanza e la fama dei suoi châteaux hanno scritto la storia trasformando il modo di consumare il vino, da semplice alimento a vero e proprio culto. È vero, il terroir di Bordeaux dà vita a vini in grado di sfidare il tempo come pochi altri, la loro eleganza e grazia sono unici, ma la vera identità di quel luogo magico è dovuta fondamentalmente alle persone dietro il marchio e alla loro filosofia, che rimane fedele a se stessa da secoli.

Quando ho avuto davanti per la prima volta una bottiglia di Campo Lusso, annata 2018, uno dei vini di punta dell’azienda Petrolo, avevo nella mente un’idea abbastanza precisa di ciò che avrei trovato nel calice. Si tratta di un Cabernet Sauvignon in purezza, proveniente da una vigna di appena mezzo ettaro, coltivata ad alberello a una densità molto elevata, circondata dai boschi e situata ad un’altitudine che si aggira attorno ai 500 m.s.l.m. Come tutte le volte che assaggio un Cabernet al di fuori dell’areale di Bordeaux, mi sono immaginata una personalità definita primariamente dai sentori e dalle qualità che appartengono a quest’uva.

Guardando nel bicchiere, noto un rosso rubino intensissimo, con riflessi purpurei, dalla luminosità invitante. Mi avvicino, e in quel momento capita qualcosa di molto particolare, oserei dire unico: il mio pensiero non si rivolge alle caratteristiche organolettiche del Cabernet Sauvignon, come mi aspettavo, né tantomeno mi chiedo immediatamente quale sia la personalità di Luca Sanjust, la sua filosofia, il suo modo di fare vino. Al contrario, la mia attenzione è catturata da un ricordo, una sensazione che affiora ogni volta che bevo certe bottiglie provenienti dalla mia terra di adozione, la Toscana. Più precisamente, i vini dell’entroterra, frutto di un’altitudine importante, come quella dei monti del Chianti, che si distinguono per la loro incredibile freschezza, il frutto scuro e croccante, le note floreali di viola e una speziatura accattivante.

La 2018 è un’annata ancora giovanissima e appena stappata la bottiglia i profumi sono inizialmente monopolizzati dalle spezie, come il cacao e il tabacco biondo, quindi decido di contenere la mia impazienza e di concedere al vino qualche minuto per dargli modo di aprirsi e rilasciare aromi succosi di mora di gelso e mirtillo, assieme a sentori floreali come la lavanda e la viola. Se dovessi scegliere un sentore che spicca su tutti, direi l’after-eight, per le sensazioni speziate, avvolgenti e balsamiche, che persistono in un retrogusto lungo e fresco. Il tannino è ancora scalpitante e fitto, ma levigato e non invasivo. Un vino nel fiore degli anni, che sta raggiungendo la sua armonia, ma in grado già di regalare una complessità ammaliante.

Assieme a lui ho il piacere di degustare un’annata più matura di Campo Lusso, la 2009. Due millesimi apparentemente agli antipodi, uno fresco e l’altro caldo, separati da quasi un decennio, eppure rimango nuovamente sorpresa, questa volta da certe similitudini inaspettate tra le due annate.

Prima di tutto, il colore: anche nel calice in cui ho versato la 2009 brilla un rosso rubino intenso e vivo, segnale che il vino si è mantenuto negli anni in maniera eccelsa e che avrà ancora una vita molto lunga davanti a sé.

Il naso si presenta etereo, complesso, e spicca maggiormente il varietale del Cabernet Sauvignon rispetto alla 2018. Mora matura, rabarbaro, foglia di pomodoro, chinotto, fiori essiccati, chicchi di caffè.  La speziatura è meno accentrante, i profumi hanno trovato una loro armonia in un sorso aggraziato, lievemente minerale e immensamente lungo. Ancora una volta è la freschezza la caratteristica che emerge più di ogni altra cosa, accomunando le due bottiglie assaggiate, tanto da poter dare facilmente l’illusione che tra un’annata e l’altra siano passate solo poche vendemmie. E se la freschezza è l’attore principale di questo vino, considerando una cornice di grande eleganza e profumi complessi e definiti, allora è senza dubbio il terroir di provenienza l’elemento a cui si deve la sua riconoscibilità e la sua identità.

ENGLISH

Campo Lusso: Identity of Terroir 

How do you determine the identity of a wine? What traits make it recognizable? The grape variety, the terroir, the hand of the winemaker? These are all fundamental elements, but one of them will always emerge as the paragon that prevails over the others.

When it comes to Cabernet Sauvignon based wines, the grape variety is usually the key factor that delineates individuality. First of all, it is the world’s most widely cultivated variety and this already makes it one of the most familiar, but most of all it is endowed with distinctive sensory properties that are very recognizable: bell pepper, tomato leaf, intense color and important structure.

Yet there is an area where the essence of Cabernet Sauvignon is not generally expressed through its grape variety, and that is its land of origin: Bordeaux. The region’s eminently famous châteaux made history by transforming wine from a basic food to a beverage revered as a cult object. It’s true that the terroir of Bordeaux engenders wines capable of defying time like few others, with unique elegance and grace. But the real identity of the wines of that magical place is due mainly to the people behind them and their philosophies, which have remained faithful to ideals for centuries.

When I first encountered a bottle of Campo Lusso, vintage 2018, one of Petrolo’s premium wines, I had a pretty good idea in mind of what I would find in the glass. It is a pure Cabernet Sauvignon from a vineyard of just half a hectare of vines trained in the alberello (bush) system at very high density, located at an altitude of about 500 meters ASL and surrounded by woods. As usual when I taste a Cabernet from outside the Bordeaux area, I imagine a personality defined primarily by the sensory qualities associated with the variety.

Examining the color, I notice a very intense ruby red with violet highlights and appealing luminosity. On closer examination something odd occurs, I dare say unique: my thoughts do not turn, as expected, to the sensory qualities of Cabernet Sauvignon, nor do I immediately wonder about Luca Sanjust’s personality or philosophy or his way of making wine. Instead, my attention is drawn to a memory, a sensation that arises whenever I drink certain wines from my adopted land, Tuscany. More precisely, wines of the hilly interior and high altitudes, such as those of the Chianti mountains, distinguished by astonishing freshness, dark and crisp fruit, floral notes of violets and captivating spiciness.

The 2018 vintage is still very young, and upon opening the bottle the aromas were dominated by spices, such as cacao and blond tobacco. So I decided to wait a few minutes to give it the chance to open up and release juicy aromas of mulberry and blueberry, along with floral hints such as lavender and violet. If I had to choose one scent that stands out above all, I would say After Eight chocolate with its spicy and enveloping balsamic sensations, which persist through a long and fresh aftertaste. The tannins are still crisp and dense yet smooth and not aggressive. A wine in the flower of its youth, still approaching harmony, but already predicating bewitching complexity.

Together with 2018, I have had the pleasure of tasting a more mature vintage of Campo Lusso, the 2009. Two vintages apparently at odds, one cool and the other hot, separated by almost a decade, yet I was again surprised, this time by unexpected similarities in the two vintages.

First of all, the color. When I poured the 2009 into a glass, it shone with an intense and lively ruby red, a sign that the wine has been kept in an excellent way over the years and that it will have a very long life ahead of it.The nose is ethereal, complex, and the Cabernet Sauvignon varietal character stands out more clearly than in the 2018. Ripe blackberry, rhubarb, tomato leaf, chinotto, dried flowers, coffee beans. The spice is less accentuated though the aromas have found harmony in a graceful, slightly mineral and immensely long sip. Once again freshness is the characteristic that emerges above all else, uniting the two vintages in a way that gives the illusion that fewer years had passed between them. And if freshness is the main feature of this wine, considered within a framework of great elegance and complexity and clearly-defined aromas, then the element to which it undoubtedly owes its definition and identity is its terroir of origin.

Coraggio e tenacia: Le 75 vendemmie di Maria Flora Fuligni

domenica 21 marzo 2021 19:36:17 Europe/Rome

Coraggio e tenacia: Le 75 vendemmie di Maria Flora Fuligni

By Burton Anderson

Le prime vendemmie di Maria Flora Fuligni sono state quando era ragazzina alla fine della guerra in Maremma, dove i suoi antenati si stabilirono quando il generale Luigi Fuligni, incaricato della bonifica delle terre sotto il regime degli Asburgo-Lorena, ottenne dal Granduca Leopoldo una proprietà vicino a Scansano. La famiglia, discendente dai visconti Fuligni di Venezia, si dedicò all'agricoltura, compresa la viticoltura, e continuò per generazioni nelle sue proprietà in Maremma e in seguito a Montalcino.

Poi, nel 1971, alla morte di Giovanni Maria Fuligni, sua figlia Maria Flora, laureata in filosofia, raccolse la sfida della vinificazione a Montalcino affermandosi come una delle prime donne a giocare un ruolo guida nel perenne patriarcato del vino toscano. Il suo primo Brunello di Montalcino fu prodotto nel 1972, seguito dalle annate 1973 e 1974, banchi di prova che le permisero di realizzare il grandioso 1975 stabilendo la reputazione della cantina Fuligni.

Maria Flora fu una pioniera, dimostrando non solo coraggio, ma anche acume e la tenacia tipica dei maremmani, come la decisione di non sposarsi per potersi dedicare alle sue vigne e ai suoi vini. Erano tempi duri a Montalcino, mentre i proprietari delle tenute affrontavano le riforme della mezzadria, molte famiglie contadine sceglievano di abbandonare la terra per trasferirsi in città.

Negli anni '70, la produzione del Brunello Fuligni era di circa 5.000 bottiglie all'anno, numeri che sono cresciuti gradualmente man mano che i vigneti venivano piantati o rinnovati. Maria Flora ha sempre creduto ardentemente in quello che faceva, guidata da un’innata fiducia e la fermezza necessaria per prendere decisioni importanti. Oltre che produttrice, era anche maestra elementare, nota a Montalcino per essere una persona aperta, vivace e generosa che amava i suoi alunni quanto i suoi Dalmata, di cui amava circondarsi.

Quando Maria Flora Fuligni iniziò, il Brunello di Montalcino era poco conosciuto al di fuori della Toscana. La sua reputazione crebbe gradualmente fino a quando, negli anni '80, un boom di investimenti da parte di acquirenti esterni, spinse Montalcino a diventare uno delle mecche del vino rosso più prestigiose al mondo, con una produzione totale di circa 10 milioni di bottiglie all'anno.

La tenuta Fuligni si estende oggi su circa 100 ettari di terreno completamente coltivati, una striscia quasi continua sul lato orientale di Montalcino, dove da sempre si produce il Brunello più autentico. I vigneti - San Giovanni, Il Piano, Ginestreto e La Bandita - sono raccolti separatamente e vinificati secondo le tipologie di vino: Brunello di Montalcino, Brunello Riserva e Rosso di Montalcino.

La cantina principale si trova a Cottimelli (a circa tre chilometri da Montalcino verso Siena) anche se le cantine di invecchiamento sono rimaste in parte nel palazzo settecentesco di famiglia, un tempo proprietà dei granduchi medicei. Maria Flora, che può vantare 75 vendemmie dalla sua infanzia in Maremma, ha mantenuto la tradizione di mettere da parte dalle 200 alle 300 bottiglie all'anno di Brunello. Anche se come vino da tutti i giorni preferisce il Rosso di Montalcino, lasciando il trono al Brunello per le occasioni speciali.

ENGLISH

Courage and Tenacity: The 75 vintages of Maria Flora Fuligni

Maria Flora Fuligni experienced her first vintages as a girl at the end of the war in Tuscany’s Maremma where her ancestors settled when General Luigi Fuligni, charged with land reclamation under the Habsburg-Lorraine regime, was granted a property near Scansano by Grand Duke Leopold. The family, descendants of the Fuligni viscounts of Venice, took up agriculture, including winemaking, and carried on through the generations at their properties in the Maremma and Montalcino.

Then, in 1971, at the death of Giovanni Maria Fuligni, his daughter Maria Flora , who had a degree in philosophy, took up the challenge of winemaking at Montalcino as one of the first women to play a vital role in the perennial patriarchy of Tuscan wine. She produced her first Brunello di Montalcino in 1972, learning while doing with the 1973 and 1974 vintages, before realizing the grandiose 1975 that established the Fuligni reputation.

She was a pioneer, showing not only courage but acumen and the tenacity typical of the maremmani (the people of Maremma), typified by her decision not to marry so that she could devote herself to her vines and wines. Those were tough times at Montalcino, where estate owners faced the challenges of mezzadria, the traditional sharecropping that was only then being reformed to bring about more equitable ways, though many farm families chose to abandon the land and move to cities.

In the 1970s, the production of Fuligni Brunello was about 5,000 bottles a year, expanding only gradually as vineyards were planted or renewed. Maria Flora believed absolutely in what she was doing, full of confidence and always ready to make major decisions. She was also an elementary school teacher, noted around Montalcino as a warm and giving person, lively and determined and always surrounded by her pet dogs, Dalmatians and as many as ten at a time.

When Maria Flora Fuligni began, Brunello di Montalcino was still not well known beyond Tuscany. Its reputation gradually grew until, in the 1980s, a boom in planting of vineyards, buoyed by large investments from outsiders, propelled Brunello di Montalcino on its way to becoming one of the world’s most prestigious red wines with a total production of about 10 million bottles a year.

The Fuligni estate now extends over approximately 100 fully-cultivated hectares of land in an almost continual strip on the eastern side of Montalcino, where, historically, the most authentic Brunello was produced. The vineyards—San Giovanni, Il Piano, Ginestreto and La Bandita—are harvested separately and assembled according to types of wine: Brunello di Montalcino, Brunello Riserva or Rosso di Montalcino.

The vinification cellars are located at Cottimelli (about three kilometers from Montalcino toward Siena) though the main aging cellars have always been at the 18th-century mansion once owned by Medici grand dukes and still the Fuligni family residence. Maria Flora Fuligni, who can look back on some 75 vintages since her childhood in the Maremma, always set aside 200 to 300 bottles a year of Brunello. though today she favors Rosso di Montalcino for everyday, leaving the Brunello for special occasions.

Coltellerie Berti: coltelli artigianali che trasmettono tradizione e tecnologia all'avanguardia

by Burton Anderson

Anni fa ho ricevuto in regalo un coltello chiamato Pontormo con una lama elegantemente ricurva e una punta affilatissima che sembrava poter tagliare qualsiasi cosa commestibile, cruda o cotta: carni, salumi, pesce, verdure, frutta, formaggi, pane, torte e tanto altro. Come ho poi scoperto, il coltello, realizzato dalle Coltellerie Berti di Scarperia, è stato ispirato dalla posateria raffigurata sulla tavola della Cena in Emmaus del Pontormo, dipinta nel 1525 e oggi esposta agli Uffizi. Quello che allora era apparentemente usato come coltello da tavola, oggi è considerato principalmente un coltello da cucina, anche se mi sono talmente affezionato al mio fidato Pontormo che lo uso praticamente per tutto: tagliare, sminuzzare, affettare, incidere, pelare, tritare, fino a trasferirlo dal tagliere al mio posto a tavola. 

Coltellerie Berti produce coltelli fatti a mano dal 1895, quando David Berti aprì un laboratorio artigianale nel paese di Scarperia sulle colline del Mugello a nord di Firenze. La produzione di allora era rivolta ai coltelli da tasca modellati sulla tradizione toscana e regionale italiana con lame pieghevoli e manici ottenuti da corna e ossa di animali, vari metalli e legni come olivo, amaranto, ebano e ginepro. Ogni coltello era realizzato dalle mani di un solo artigiano con il motto che ancora persiste “Chi lo inzia, lo finisce”. Con il passare delle generazioni, da Davide a Severino, Alvaro e ora Andrea, la lavorazione artigianale è continuata inderogabile e la gamma si è ampliata fino a comprendere coltelli da cucina, da tavola e per usi specifici, come le collezioni per "Chef e Designer" con modelli ispirati a maestri come Gualtiero Marchesi, Lucio Pompili e il guru del dessert Ernst Knam.

Parlando con Andrea Berti in una recente videochiamata, sono rimasto colpito dalla sua costante dedizione e dal suo approccio creativo a un mestiere che rappresenta una tradizione toscana che risale ai tempi dei Medici, quando Firenze era il centro di un'industria di coltelli che coinvolgeva circa 19 botteghe artigiane. Alla fine l'industria gravitò a Scarperia, che si trova lungo le antiche rotte commerciali tra Bologna e Firenze. Alla domanda se ci fosse una ragione speciale per lo spostamento da Firenze, Andrea, dopo una boccata al suo sigaro Toscano, ha risposto: "Non che io sappia, ma potrebbe essere stato per evitare le imposte".

Il sigaro è stato tagliato con una mozzetta, un coltellino a serramanico dalla lama corta per il quale Andrea ha ammesso di avere un debole perché era il preferito di suo bisnonno.

Ormai il catalogo Berti si estende attraverso una serie di circa 600 modelli di coltelli e affini, tra cui una serie di coltelli da tavola con manici ricercati e lame realizzate con tecnologie all'avanguardia. Ma l'attenzione principale rimane sulle linee della tradizione toscana, guidate dal citato Pontormo e dai set di coltelli da bistecca - Convivio, Compendio e Valdichiana - studiati appositamente per rifinire una Fiorentina fino all’osso.

ENGLISH

Coltellerie Berti: Handcrafted knives that convey tradition to cutting edge hi tech

by Burton Anderson

Years ago I received as a gift a knife known as Pontormo with a dashingly curved blade and a piercingly sharp tip that looked as though it could cut its way through anything edible raw or cooked—meats, salumi, fish, vegetables, fruits, cheeses, crusty bread and tarts—and much more. As it turned out, the knife, crafted by the Coltellerie Berti of Scarperia, was inspired by pieces of cutlery depicted on the table of Pontormo’s Cena in Emmaus, painted in 1525 and today displayed in the Uffizi. What was apparently used as a table knife then is considered primarily a kitchen knife now, though I’ve become so fond of my trusty Pontormo that I use it for just about everything: cutting, chopping, slicing, carving, peeling, mincing, as I shift it from cutting boards to my place at the table.  

Coltellerie Berti has been handcrafting knives since 1895, when David Berti opened an artisan workshop at the village of Scarperia in the Mugello hills north of Florence. The prime emphasis was on pocket knives modelled on Tuscan and regional Italian traditions with folding blades and handles honed from animal horns and bones, various metals and woods ranging from juniper and olive to amaranth and ebony, each knife crafted entirely by hand by an artisan from start to finish. As the firm passed down through the generations—from David to Severino to Alvaro and now Andrea—the handcrafting continued as the range of types expanded to take in kitchen knives, table knives and specialty knives, as well as a line of cutlery for “Chefs and Designers” with models inspired by such masters as Gualtiero Marchesi, Lucio Pompili and the dessert guru Ernst Knam.

In speaking with Andrea Berti in a recent videocall, I was impressed with his steadfast dedication and creative approach to a craft representing a Tuscan tradition dating back to Medici times when Florence was the center of a knife industry involving some 19 artisan botteghe. Eventually the industry gravitated to Scarperia, which lies along ancient trade routes between Bologna and Florence. Asked if there was some special reason for the shift from Florence, Andrea, puffing on a Toscano cigar, replied, “Not that I know of, but it might have been to avoid taxes.”

The cigar was cut with a mozzetta, a stubby jackknife with a short blade that Andrea admitted he had a special feeling for because it was the favorite of his great grandfather David.

By now the Berti catalogue extends through a series of some models of cutlery and related items, including a number of knives with handles of a highly sophisticated form of plexiglass and blades realized through cutting edge technology. But the main focus remains on cutlery of the Tuscan tradition, led in popularity by the fabled Pontormo and sets of steak-knives in the series known as Convivio, Compendio and Valdichiana specially designed to polish off a bistecca alla fiorentina.

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