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Le Chiuse, Fuligni, Il Marroneto

Rosso di Montalcino un vino di carattere e dignità tutta sua

Negli ultimi cinquant’anni il Brunello di Montalcino è emerso dall'oscurità virtuale per diventare uno dei vini rossi più prestigiosi del mondo. Durante questa drammatica ascesa, il Rosso di Montalcino ha indugiato nella sua ombra ed è stato variamente dipinto come un fratello minore, un sostituto a basso prezzo, o peggio ancora, un comodo scarico per le uve Sangiovese non all'altezza del Brunello. E poiché il Rosso di Montalcino richiede un anno di invecchiamento prima del rilascio, mentre il Brunello ne richiede cinque, è visto anche come una fonte di reddito immediata per i produttori.

Queste descrizioni contengono una misura di verità, il che può spiegare la confusione in Italia e all'estero su ciò che il Rosso di Montalcino è o dovrebbe essere, non solo tra i consumatori, ma tra la stampa e i commercianti. O, se è per questo, tra gli stessi produttori.

I dubbi svaniscono di fronte a produttori del calibro di Le Chiuse, Fuligni e Il Marroneto, che hanno le idee chiare su cosa dovrebbe essere il Rosso di Montalcino con alcune variazioni di stile, pur concordando tutti che il Rosso di Montalcino è un vino di carattere e dignità tutta sua.

(Nel descrivere i loro approcci, sembra imperativo notare che tutti i vigneti di Montalcino devono essere ufficialmente registrati per il Brunello o per il Rosso - con la considerazione che le uve coltivate nei vigneti di Brunello possono anche essere usate per fare il Rosso, ma non il contrario).

Le Chiuse. Lorenzo Magnelli spiega che Le Chiuse Rosso di Montalcino è fatto seguendo le procedure del Brunello da uve 100% Sangiovese Grosso selezionate dagli stessi vigneti che coprono circa 8 ettari - situati in parte sul lato nord-est della collina di Montalcino a 300 metri e in parte sul versante sud-est a 500 metri sul livello del mare. Lorenzo nota che il Rosso di Montalcino è solitamente considerato il fratello minore del Brunello, "ma per noi è un vino di distinta personalità”. Dopo circa sei mesi di maturazione in rovere mostra un brillante color rosso rubino chiaro con un bouquet fresco e fragrante dove spiccano i frutti di bosco. Da bere piacevolmente al momento della commercializzazione, anche se può invecchiare bene.

Fuligni. Il Rosso di Montalcino Ginestreto non è considerato un vino secondario ma un'alternativa pienamente qualificata al Brunello. La Tenuta Fuligni, che si estende per 100 ettari sul versante orientale di Montalcino, comprende più di dieci ettari di vigneti situati principalmente a Cottimelli ad un'altitudine che varia dai 380 ai 450 metri sul livello del mare. Ginestreto è il nome di uno dei vigneti da cui provengono le uve meticolosamente selezionate per il Rosso di Montalcino. Affinato per circa sei mesi in tonneaux di rovere francese, rispetto al Brunello, il Rosso è più fresco, vivace e accessibile in giovane età. Ha una maggiore versatilità con i cibi rispetto al Brunello e, naturalmente, ha un rapporto qualità/prezzo più favorevole.

Il Marroneto. Alessandro Mori si è sempre concentrato solo ed esclusivamente sul Sangiovese per produrre due tipi di Brunello - Il Marroneto e la selezione Madonna delle Grazie - e il Rosso di Montalcino Ignaccio. I vigneti si estendono sul versante nord della collina di Montalcino a 350-400 metri sul livello del mare in prossimità delle antiche mura della città. Alessandro spiega che fino a poco tempo le uve del Rosso provenivano dagli stessi vigneti del Brunello di Montalcino, costringendolo a declassare parte del vino per accontentare la domanda di alcuni clienti per questa tipologia. Nel 2019, ha affittato un piccolo vigneto destinato a diventare la fonte principale del Rosso di Montalcino che continuerà a produrre con la stessa amorevole cura del Brunello. Come ci ricorda "il Rosso ha preceduto il Brunello come vino rosso storico delle colline di Montalcino. Nessuno lo ha inventato, si è semplicemente evoluto assumendo i propri standard e il proprio carattere. Naturalmente, sto parlando dell'autentico Rosso di Montalcino, non delle improvvisazioni che ancora abbondano". Ignaccio come etichetta nasce nel 2000, il nome proviene dai tentativi del figlio di Alessandro, allora piccolo, di dire imbraccio. Una parola di cui il padre si è innamorato tanto da dedicargli un vino. 

ENGLISH

Le Chiuse, Fuligni, Il Marroneto

Rosso di Montalcino as a wine of character and dignity all its own

Over the last half century Brunello di Montalcino has emerged from virtual obscurity to become one of the world’s most prestigious red wines. During that dramatic rise, Rosso di Montalcino has lingered in its shadow as what has been variously depicted as a little brother, a lower-priced substitute, a convenient dumping ground for Sangiovese grapes not up to par for Brunello. Since Rosso di Montalcino requires a year of aging before release, while Brunello requires five, it is often seen as a ready source of income for producers.

All those accounts contain a measure of verity, which may explain the confusion in Italy and abroad about what Rosso di Montalcino is or should be, not only among consumers but among the press and wine trade. Or, for that matter, among producers themselves.

No such doubts among the three producers connected with Heres—Le Chiuse, Fuligni, Il Marroneto—all of whom have clear ideas of what Rosso di Montalcino should be with some variations in the concepts and procedures of how to achieve it. But all agree that Rosso di Montalcino stands as a wine of character and dignity all its own.

(In describing their approaches, it seems imperative to note that all vineyards of Montalcino must be officially registered for either Brunello or Rosso—with the caveat that grapes grown in Brunello vineyards may also be used to make Rosso, though the opposite is never true).

Le Chiuse. Lorenzo Magnelli explains that Le Chiuse Rosso di Montalcino is made following the same procedures as Brunello from 100% Sangiovese Grosso grapes from the same vineyards covering about 8 hectares situated in part on the northeastern side of the Montalcino hill at 300 meters above sea level and in part on the southeastern slope at 500 meters above sea level. Lorenzo notes that Rosso di Montalcino is usually considered the little brother of Brunello, “but for us it’s a wine of distinct personality. After about six months of maturing in oak it shows a bright and clear deep ruby red color with intense bouquet, fresh and fragrant of fruits and berries. The flavor is dry and full with notable persistence on the palate. Though it can age well, it is ready to drink on release.

Fuligni. Rosso di Montalcino Ginestreto is considered by no means a secondary wine but a fully qualified alternative to Brunello. The Fuligni estate, which spreads over 100 hectares on the eastern side of Montalcino, includes more than ten hectares of vineyards located primarily at Cottimelli at altitudes varying from 380 to 450 meters above sea level. Ginestreto is the name of the vineyard which is the principal source of grapes meticulously selected for Rosso di Montalcino, a wine that is matured for about six months in French oak tonneaux by winemaker Daniele Zefferini. In comparison to Brunello, the wine is fresher, more buoyant, more accessible at an early age. It has greater versatility with foods than Brunello—and, of course, it has a more favorable quality/price ratio.

Il Marroneto. Alessandro Mori has always concentrated on Sangiovese alone to produce two types of Brunello—Il Marroneto and Madonna delle Grazie—and Rosso di Montalcino Ignaccio. The vineyards extend across the northern slope of the Montalcino hill at 350 to 400 meters above sea level in the vicinity of the ancient town walls. Alessandro explains that until recently he vinified only grapes from his vineyards for Brunello di Montalcino, so to produce bottles of Rosso di Montalcino Ignaccio he declassified some Brunello to meet customer demand for an entry-level wine. In 2019, he leased a small vineyard and is making that the prime source of Rosso di Montalcino, a wine made with the same loving care as Brunello. As he points out, “Rosso preceded Brunello as the historic red wine of the hills of Montalcino. Nobody invented it; it evolved to have its own standards and its own character. Of course, I’m talking about authentic Rosso di Montalcino, not the improvisations that still abound.” Alessandro explains that Ignaccio got its name from his infant son’s attempts to say imbraccio (embrace), which came out as ignaccio—and “I just fell in love with that term.”

 

After all, it’s always 6 o’clock somewhere!

lunedì 15 febbraio 2021 12:02:52 Europe/Rome

After all, it’s always 6 o’clock somewhere!

 By Redazione Heres

Quando parliamo di gin dobbiamo parlare di ginepro.

Il ginepro è una conifera che cresce in un clima temperato freddo, preferibilmente montano. E’ diffuso in tutto il mondo e ne esistono ben 65 tipi diversi. E’ conosciuto per le sue doti medicamentose ed è molto apprezzato in cucina.

I primitivi si nutrivano delle sue bacche, gli Egizi lo utilizzavano per l’imbalsamatura, nel Medioevo si conoscevano già le sue doti curative per lo stomaco e in Italia nell’XI secolo si produceva già un cordiale a base di acquavite e di ginepro nelle scuole di medicina monastica.

Le radici del gin possono essere ulteriormente ricondotte ai monaci benedettini dell'XI secolo a Salerno che lo distillavano come farmaco contro la peste. Si afferma inoltre che i soldati inglesi che fornirono supporto ad Anversa contro gli spagnoli nel 1585, durante la guerra degli ottant'anni, stavano già bevendo” jenever“ per i suoi effetti calmanti prima della battaglia, da cui si ritiene abbia avuto origine il termine Dutch Courage, il coraggio olandese.

Nel 1700 Il consumo di gin in Inghilterra è aumentato notevolmente dopo che il governo ha autorizzato la produzione di gin senza tasse e allo stesso tempo ha imposto un dazio pesante su tutti gli alcolici importati come il brandy francese. Questo creò un mercato più ampio e nel 1695-1735 migliaia di negozi di gin sorsero in tutta l'Inghilterra. A causa del basso prezzo del gin, rispetto ad altre bevande disponibili contemporaneamente e nella stessa posizione geografica, il gin cominciò ad essere consumato regolarmente dalla popolazione più umile.

Il gin, tuttavia, è stato accusato di vari problemi sociali, molti credono che sia stato fattore dei tassi di mortalità di quell’epoca per il suo abuso. La reputazione negativa del gin sopravvive ancora oggi in alcuni terminologie usate nel linguaggio comune. Gli inglesi utilizzano talvolta termini come gin mills o la frase gin joint che si usano per descriver luoghi poco raccomandabili.

Ma arriviamo ai giorni nostri. Dal 2013 il gin ha attraversato un periodo di ascesa in tutto il mondo , con molti nuovi marchi e produttori che sono entrati nella categoria che ha portato a un periodo di forte crescita, innovazione e cambiamento. Tra le centinaia di realtà vi raccontiamo quella della distilleria Bramley And Gage .

A metà degli anni 1980 Edward Bramley Kain e Penelope Gage iniziarono a sperimentare nella cucina della loro casa colonica in South Devon, liquori prodotti con frutti della loro fattoria. Le ricette seguivano un metodo di ‘macerazione’ simile a quello praticato in Francia.

I liquori sono stati un enorme successo e ben presto diffusi in diversi locali. Non passò molto tempo prima che lo Sloe Gin Bramley arrivasse sugli scaffali dei negozi. Alcuni anni dopo, Michael e Felicity rilevarono l'ormai prospera distilleria dei loro genitori e guidati dall'esperienza di famiglia, hanno perfezionato la ricetta del gin. Il meraviglioso sapore di 6 O’clock Gin è emerso attraverso la sperimentazione: botaniche accuratamente selezionate, bilanciate con precisione per un gusto fresco e pulito.

Il nome è stato ispirato dalla lunga tradizione familiare di concedersi un G&T alle 6 in punto; un'usanza ancora apprezzata in distilleria e condivisa dagli amanti del gin di tutto il mondo.

La morbidezza tipica che caratterizza questo gin deriva da "Kathleen", un’ esclusiva cisterna in rame a "doppia sfera" dove L’alcol ha un contatto prolungato con questo tipo di materiale offrendo sentori unici.

 

Vi presentiamo 3 versioni di gin:

 

6 ‘ CLOCK GIN

Elegante, croccante e fresco, il London Dry è un classico gin a base di ginepro con note rinfrescanti ed equilibrate di agrumi arancioni, fiori di sambuco e spezie sottili.

Sorprendentemente morbido al gusto e bello da vedere nella sua iconica bottiglia di vetro blu Bristol, London Dry è nato nel 2010, perfezionato da un'antica ricetta di gin di famiglia.

 

6 O'clock Gin Brunel Edition

Pensato per un profilo aromatico più complesso, al ginepro vengono aggiunti sei nuovi prodotti botanici - cardamomo verde, noce moscata, cumino, corteccia di cassia, pepe cubebe e limone - per un sapore più audace e più ricco; una dolcezza terrosa si unisce alla freschezza agrumata per un finale speziato secco. Il Brunel è aromatico, corposo, complesso, indubbiamente speziato ma splendidamente morbido.

 

6 O'clock Damson Gin

Fantasticamente fruttato, Damson è decisamente qualcosa di speciale. Masse di deliziose susine britanniche raccolte a mano vengono lasciate a macerare per sei mesi o più nella Londra Dry liscia. Viene aggiunto un po’ di zucchero, ma non troppo, quanto basta per bilanciare la naturale acidità del frutto.

Macerato lentamente, il gin rosso rubino è vellutato e morbido con un'intensa profondità di sapore e una secchezza fruttata.

 

 

Clementi: La storia dietro l'Amarone del sindaco

lunedì 8 febbraio 2021 17:26:42 Europe/Rome

Clementi: La storia dietro l'Amarone del sindaco

By Burton Anderson

Pietro Clementi si appassionò al vino da ragazzo mentre stava con i suoi nonni nella loro fattoria a Illasi, a est di Verona, durante la seconda guerra mondiale. "A quei tempi i buoi tiravano gli aratri tra le vigne e l'uva veniva raccolta in ceste di vimini", come ha ricordato. "Tutte le fasi del processo di vinificazione, compresa la pigiatura, venivano eseguite a mano. Il vino era un lavoro artigianale, questo che mi piaceva, ed è il motivo per cui in seguito ho deciso di diventare un produttore".

Pietro Clementi divenne avvocato, come i suoi nonni, esercitando la professione nella zona di Verona per più di mezzo secolo, dove per un importante periodo è stato anche sindaco di Marano, un comune della Valpolicella Classica. Dopo aver acquisito nel 1969 una propria tenuta in località Gnirega di Valgatara, la sua passione è cresciuta di pari passo con l’ampliamento dei vigneti, oggi si contano 14.5 ettari, e la creazione di una moderna cantina dove lavorano anche i suoi figli, Maria, Aurelio, Maurizio, Giuseppe e Bernardino, e le loro famiglie.

La famiglia Clementi produce una gamma di vini tradizionali che includono Valpolicella Classico e Superiore, Amarone, Ripasso e due versioni di Veneto IGT Rosso, ottenuti dalle varietà classiche Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara. Vini esemplari che dialogano perfettamente con piatti della cucina veronese e con un ampio ventaglio di specialità prodotte nelle aree Prealpine, del Lago di Garda e delle valli e pianure lungo il corso del fiume Adige.

Particolarmente degno di nota è il Clementi Amarone della Valpolicella Classico, ancora oggi conosciuto come "l'Amarone del sindaco" intorno a Marano. Un vino di statura imponente e di straordinaria longevità, l'Amarone deriva da uve di prima scelta che vengono selezionate nel corso di almeno due settimane. Dopo essere posti su plateaux di legno, i grappoli vengono lasciati per quattro mesi ad appassire in un ambiente detto fruttaio tenuto costantemente aerato con ventilazione naturale. Dopo la vinificazione l'Amarone viene invecchiato per più di cinque anni in legno e commercializzato dopo minimo sei anni dalla vendemmia.

Questo metodo fedele alla tradizione restituisce un vino dal colore rosso rubino intenso, con un bouquet che suggerisce frutti di bosco maturi, marmellata di prugne e aromi di frutta secca e marasca, a cui si aggiungono spezie come cannella, pepe e noce moscata. Come spiega Maurizio Clementi, il punto di forza dell'Amarone è l'equilibrio tra aromi e sapori avvolgenti e una spiccata eleganza. Attualmente in commercio di trova l'Amarone dell'eccezionale vendemmia 2011.

 Maurizio consiglia di stappare la bottiglia almeno tre ore prima e di servire in bicchieri ballon a una temperatura di 16-20°C. Suggerisce di abbinarlo a primi piatti locali come il risotto al sugo di maiale detto tastasal, gli gnocchi di patate al ragù d'anatra o le classiche lasagne alla veronese con radicchio, maiale e Parmigiano. L’Amarone eccelle anche con piatti di carne tradizionali come la pastissada de caval e vari brasati, arrosti e pollame serviti con la polenta. 

"L'Amarone del Sindaco" brilla di convivialità quando bevuto con gli amici riuniti davanti al camino, anche se non c'è niente di meglio che sorseggiarlo da soli dopo cena come vino da meditazione.

 

ENGLISH

Clementi: The Story Behind “The Mayor’s Amarone”

by Burton Anderson

Pietro Clementi became fascinated with wine as a boy while staying with his grandparents at their farm at Illasi east of Verona during the Second World War. “In those times oxen pulled the plows between the vines and grapes were harvested in wicker baskets,” as he recalled. “All steps in the winemaking process, including pressing, were carried out by hand. Wine was a handicraft, and that’s what I loved about it, and why I later decided to become a winemaker.”

Pietro Clementi became a lawyer, like his grandparents, practicing law in the Verona area for more than a half century, and serving for a time as the mayor of Marano, a town in the Valpolicella Classico zone. After acquiring his own estate at the village of Gnirega di Valgatara in 1969, his passion grew as vineyards expanded to take in 14.5 hectares and a modern winery was established that came to involve his children: Maria, Aurelio, Maurizio, Giuseppe and Bernardino and various mates and offspring who share in the vineyard and cellar work.

The Clementi family produces a range of wines based on the traditional varieties of Valpolicella—Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara—taking in Valpolicella Classico and Superiore, Amarone, Ripasso and two versions of Veneto IGT Rosso. The wines of exemplary value have a noted affinity with the cooking of Verona and the bounty of produce from the Alpine foothills, Lake Garda and the valleys and plains along the course of the river Adige.

Of special note is the Clementi Amarone della Valpolicella Classico, which is still known as “The Mayor’s Amarone” around Marano. A wine of towering stature and extraordinary longevity, Amarone derives from the estate’s choice grapes selected over a period of at least two weeks and harvested on wooden plateaux to undergo four months of drying (appassimento) in the naturally ventilated conditions of the fruttaio. The Amarone is then aged for more than five years in wood to be marketed after six or sometimes seven years from the harvest.

This diligently traditional method results in a wine of intense ruby red color, with a bouquet that suggests ripe berries, plum jam and aromas of dried fruit and morello cherry, to which are added spices such as cinnamon, pepper and nutmeg. As Maurizio Clementi explains, the strong point of Amarone is the balance between its opulent aromas and flavors and an elegance that is never heavy.

Currently on the market is the Amarone from the exceptional 2011 vintage.

Maurizio suggests uncorking the bottle at least three hours before serving in ballon glasses at a temperature of 16-20°C. He suggests pairing it with first courses of such Veronese specialties as risotto with the pork sauce known as tastasal, potato gnocchi with duck ragout or a classic lasagne alla Veronese with radicchio, pork and Parmigiano. It excels with traditional meat dishes such as the horsemeat pastissada de caval and various braised and roast meats and poultry served with polenta.  

“The Mayor’s Amarone” glows with conviviality when served among friends gathered before the fireplace after dinner, though there’s nothing quite like it when sipped on its own as a wine of meditation.

De Stefani si espande in Valpolicella con "Bailo" Amarone e Ripasso

lunedì 1 febbraio 2021 13:10:44 Europe/Rome

 

De Stefani si espande in Valpolicella con "Bailo" Amarone e Ripasso

by Burton Anderson

In due precedenti edizioni di Heres Wine Stories abbiamo presentato un profilo dell'azienda De Stefani e una recensione della straordinaria proposta di vini a partire dai Prosecco della tenuta Colvendrame sulle colline tra Conegliano e Valdobbiadene, a nord di Treviso.

Recentemente Alessandro De Stefani ha ampliato la propria gamma spostandosi in Valpolicella per dedicarsi alla produzione di Amarone e Ripasso. Come spiega Alessandro, il progetto è nato da una collaborazione con un vecchio amico e compagno di scuola dell’istituto enologico di Conegliano, nonché proprietario di vigneti sulle colline sovrastanti Verona. Su questi terreni calcarei, con un'esposizione ideale a sud ,si trovano vecchie viti impiantate ad alta densità coltivate secondo i principi dell’agricoltura biologica .

In linea con le richieste del mercato, De Stefani ha deciso di concentrarsi sulla produzione di Amarone e Ripasso, entrambi ottenuti dalle varietà classiche della Valpolicella: Corvina, Corvinone, Rondinella e Croatina. I vini sono contraddistinti dal marchio Bailo, un termine veneziano che si riferisce a governanti, signori e ambasciatori della Repubblica di Venezia, e che risulta essere anche il cognome da nubile della madre di Alessandro, Marisa. 

Bailo Amarone della Valpolicella DOCG proviene da uve raccolte a mano tra fine settembre e inizio ottobre. I grappoli vengono lasciati ad appassire per diversi mesi, seguono la diraspatura e la fermentazione degli acini a contatto con le bucce a temperatura controllata.

Il vino ottenuto viene maturato per 24 mesi in barrique nuove e successivamente affinato in bottiglia. Bailo Amarone della Valpolicella DOCG si presenta color rosso rubino profondo con un bouquet che ricorda ciliegie mature, prugne e more. Un vino di immensa struttura la cui densità è temperata da sensazioni di frutta secca e tannini vellutati e da un finale che

sembra non avere fine. Alcuni ammiratori considerano l'Amarone un vino di tale statura che può stare da solo, un cosiddetto vino di meditazione. Ma Alessandro lo abbina volentieri a piatti come l'agnello arrosto, il brasato al vino o la lepre alla cacciatora con polenta, oppure con i formaggi stagionati come il Piave Stravecchio DOP.

Balio Ripasso della Valpolicella DOC proviene da uve raccolte a mano da fine settembre a inizio ottobre vinificate e maturate secondo le tecniche tradizionali. Il nome Ripasso si riferisce alla pratica di passare il Valpolicella sulle fecce fermentate dell'Amarone per arricchire il corpo e il carattere del vino.

Bailo Ripasso ha un colore rubino acceso e un bouquet che allude alla viola, ai frutti rossi maturi e ai frutti di bosco con note speziate. Un vino carico di intensità, dove la ricchezza di frutto e i tannini setosi si fondono in un finale lungo e sfumato.

Oltre ai piatti consigliati per l’Amarone, il Ripasso Balio si abbina felicemente anche al risotto con i funghi e pasta al ragù, costolette di agnello alla griglia, fagiano con salsa peverada o anche alle seppie in umido classico veneziano.

ENGLISH

De Stefani expands to Valpolicella with Bailo Amarone and Ripasso

By Burton Anderson

Earlier Heres Wine Stories featured a profile of the De Stefani family winery and a review of its extraordinary range of wines, led by Prosecco from the Colvendrame estate in the hills between Conegliano and Valdobbiadene north of Treviso. Recently Alessandro De Stefani expanded the range, moving west to Valpolicella for production of Amarone and Ripasso.

As Alessandro explains it, the project resulted from a collaboration with an old friend and schoolmate at the Conegliano enological school with vineyards at an estate in the hills of Valpolicella. The terrain has ideal southern exposure for old vines planted at high density in calcareous soils and maintained following the organic principles of all De Stefani wines.

In line with market demands, De Stefani decided to concentrate on Amarone and Ripasso, both produced from the four classic Valpolicella varieties of Corvina, Corvinone, Rondinella and Croatina. The wines are distinguished by the trade name Bailo, a Venetian term referring to rulers, lords and ambassadors of the Venetian Republic that also turns out to be the maiden surname of Alessandro’s mother Marisa.

Bailo Amarone della Valpolicella DOCG comes from grapes harvested by hand from late September to early October and the bunches left to dry (appassire) for several months, after which they are destemmed and fermented to macerate with the skins at controlled temperatures. The wine is matured for 24 months in new barriques followed by further aging in bottle.

Bailo Amarone shows deep ruby color and rich bouquet hinting at ripe cherries, plums and blackberries. A wine of immense structure and opulent flavors with density tempered by dried fruit sensations and velvety tannins and a finish that seems to have no end.

Some admirers consider Amarone a wine of such soaring stature that it can stand alone as a vino di meditazione. But Alessandro gladly matches it with such dishes as roast lamb, brasato (beef braised in wine) or lepre alla cacciatora (hare in a rich stew with polenta), while praising its role with aged cheeses, primarily the Veneto’s Piave Stravecchio.

Bailo Ripasso della Valpolicella DOC comes from grapes harvested by hand from late September to early October vinified and matured following the traditional techniques of Valpolicella. The name Ripasso refers to the practice of passing the Valpolicella over the already fermented lees of Amarone, enriching body and character.

Bailo Ripasso has intense ruby color and bouquet hinting at violets, ripe red fruits and berries with spicy notes. A wine of full body and deep flavor, it blends rich fruit with silky tannins in a long and nuanced finish.

Ripasso would go well with the same dishes as Amarone, though it has the versatility to match the likes of risotto with mushrooms and pasta dishes with ragouts, grilled lamb chops, pheasant with salsa peverada or even that Venetian classic of seppie in umido, cuttlefish or calamari in a spicy stew.

 

Palmarès Brunello di Montalcino 2016

lunedì 25 gennaio 2021 14:46:16 Europe/Rome

 

Palmarès Brunello di Montalcino 2016

La vendemmia 2016 è stata un'annata eccellente per Montalcino.
Vi presentiamo qui di seguito un piccolo Palmarès che ha coinvolto personaggi e testate di fama mondiale del mondo del vino. 

"Montalcino ha imboccato una strada nuova. «C’è stato un significativo passaggio verso le selezioni, i cru. Questo indica un cambiamento importante in prospettiva e illumina il modo in cui i vignaioli vedono se stessi: non come una regione enoica monolitica ma come un insieme fluido di diverse componenti in movimento. Questa autoconsapevolezza è la chiave del successo futuro di Montalcino in un mercato sempre più competitivo». Ha raccontato Monica a WineNews: il Madonna delle Grazie mi piace tantissimo per la sua purezza, la sua trasparenza, per questa bellissima voce del Sangiovese che esce con grande chiarezza."

Monica Larner, giornalista e critico per "Wine Advocate" di Robert Parker
-
Fonte:  Corriere della Sera di Luciano Ferraro-

“Un’annata di Brunello di Montalcino impressionante ... La più grande di sempre se non fosse preceduta dalla stupenda 2015”.

James Suckling, giornalista e critico americano di vini, capo dell'ufficio europeo di "Wine Spectator"
- fonte: Wine News e Jamessukcling.com

"Il 2016, ovverosia l’annata che sarà messa in commercio nel 2021, sarà una release destinata ad entrare nella storia, e a mio avviso sarà ricordata come addirittura migliore della 2010. Una vendemmia benedetta, caratterizzata dalle perfette caratteristiche climatiche, cui si sono affiancate un’impronta stilistica illuminata, capace di valorizzare collocazioni e versanti unita a letture in cantina di grandissima pulizia. Densità, tensione, croccantezza di frutto, territorialità al suo massimo, per bottiglie dotate di grande profondità, nonché di grandissime capacità di invecchiamento. A tutte le bottiglie da me selezionate, infatti, ho attribuito non a caso una longevità superiore ai 15 anni. Succosi, di grandissima bevibilità, privi di inutili appesantimenti, naturalmente raffinati ed eleganti, ecco in poche parole descritti questi capolavori dell’enologia italiana che tutto il mondo ci invidia. "

Luca Gardini, primo critico italiano  di “Wine Searcher”, campione del Mondo dei sommelier nel 2010
-
fonteConsorzio dei vini Brunello di Montalcino e Gardini Notes

 

"L’annata 2016 del Brunello di Montalcino, già ampiamente celebrata, trova un’altra consacrazione, quella di Vinous, il magazine fondato nel 2014 da Antonio Galloni, che, negli assaggi del suo responsabile per l’Italia, Eric Guido, tratteggia un’annata destinata a passare alla storia. Con tanti vini capaci di raggiungere punteggi importanti, ma uno solo, il Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 2016 de Il Marroneto, a sfiorare la perfezione, con 99/100. Un vino che Eric Guido definisce “in poche parole, affascinante. Potresti perderti in questo vivido spettacolo di bacche mature, menta e scorza d’arancia, frutta rossa scura, fiori viola, note di lavanda e salvia (...) Un classico in divenire e uno dei giovani Brunello più completi che abbia mai assaggiato”. Ma è solo il vertice di un’annata che l’italian editor di Vinous racconta come la grande vendemmia che mancava dal 2010, capace di regalare vini “oscuri ma radiosi, espressivi, a volte quasi esplosivi, ma puri, equilibrati e strutturati”. Vini in grado di “catturare l’immaginazione, e non importa quanto siano giovani oggi: non ricordo l’ultima volta che ho assaggiato vini giovani di Montalcino che possedessero una tale simmetria dall’inizio alla fine. La parte migliore è che questo successo è stato ampiamente diffuso in tutto il territorio, trovare una bottiglia di Brunello di Montalcino 2016 convincente non sarà difficile per nessun consumatore”.

Eric Guido, responsabile Italia di Vinous By Antonio Galloni
- Fonte: "Wine News"

“Nell’anno del Covid abbiamo avuto la fortuna di trovare nelle annate 2015 e 2016 due grandi alleate della nostra denominazione, che riteniamo essere una sorta di vaccino commerciale alla crisi del settore. La 2015 ci ha permesso sino a ora di tenere a galla un mercato che ha perso antiche certezze; la 2016 significherà, si spera, ripartenza.”

Fabrizio Bindocci, presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino

Simposio Da Remoto

lunedì 18 gennaio 2021 15:51:24 Europe/Rome

Simposio da remoto

by Ginevra Leganza

Ho un approccio leggero al vino. Mi piace bere senza discettare, fondermi con il liquido rosso che ho nel bicchiere, abbandonarmi al puro oblio. Bevo e penso al vino scarlatto come fosse l’acqua del fiume Lete: vorrei dimenticare tutto mentre mando giù. Amo bere vino e solo vino perché fra tutti i fluidi che donano ebbrezza è l’unico che mi avvicini al pensiero dell’ambrosia, alla dimenticanza, a un gusto intellettuale di stile dionisiaco. Solo il vino è così schietto da consentire il sogno, così ipnotico da far emergere il vero e allontanare la morte. A patto che sia sano, certo. Questo penso quando so che sta arrivando il vino di Luca Sanjust. Lui mi avvisa e io mi pianto in casa. Non esco, in attesa del corriere. Tutta eccitata pregusto il piacere di aprire una bottiglia. E quando stappo, mi dico: è proprio vero che “in vino sanitas”.

La prima cosa che faccio, ancor prima di stappare, è guardare l’etichetta. Devo cavare il tappo, ma passa un po’ di tempo perché sempre l’etichetta mi cattura. Ormai la conosco bene ma comunque la rileggo: mi consegno al vortice romantico dei numi tutelari aleggianti nei bicchieri. Sulle bottiglie dei Bòggina (che sono tre: A, B e C – un Sangiovese, un Trebbiano, un altro Sangiovese) si staglia un testamento identitario. Sanjust verga una dichiarazione ben precisa: il suo vino è prodotto nel solco del pensiero di Eraclito, Dioniso, Epicuro, Lucrezio, Ficino, Leonardo, Giorgione… Certo, dovrei andare io da Sanjust e non lui da me sub specie alcolica. Dovrei andare in Val d’Arno di Sopra, a Bùcine. Dovrei chiacchierare con lui, farmi illuminare, guardare e sentire l’odore del suolo e delle vigne. Ma con questo diavolo di morbo non si può. Aspetterò, limitandomi alla lettura dell’etichetta e a sparuti simposi domestici.

“Oinos kai aletheia”, mi ripeto, e da buona simposiasta mi concentro sui filosofi. Sono convinta che il loro esser là, sulle bottiglie, riveli tutto. Leonardo, penultimo membro dell’ermetica famiglia di Petrolo, diceva: “Molta felicità sia agli uomini che nascono dove sono i vini buoni”. Se è così, capisco perché son tanto estasiata quando bevo. E mi figuro la beatitudine che trarrò nel recarmi là dove affonda le radici il mio bicchiere… Mi convinco sempre di più che la nomenclatura sull’etichetta possa spiegarmi tutto ciò che ho da sapere. E non mi cruccio della sentenza di Mario Soldati, per cui se le donne non capiscono il vino la colpa è degli uomini che le assecondano in ogni incanto facile, primo fra tutti quello esercitato dalle etichette. Sanjust mi ha stregata con le sue. In fondo lo ha ammesso nel sito di essere l’erede di Nepo di Galatrona, il prodigioso fattucchiere del Quattrocento. Mentre mi convinco di star cadendo vittima di un sortilegio, leggo e rileggo la formula apposta sulla bottiglia. Prima o poi  la nottata passerà davvero, il morbo verrà debellato, a Bùcine ci si potrà andare. Intanto che aspetto, bevo un ultimo bicchiere e scruto le foto sul meraviglioso sito internet di Petrolo, pensando di dormire nella villa a pochi passi dalla Torre di Galatrona, mentre bevo un bicchiere di Merlot.

Il mondo di Petrolo è irresistibile. E comunque ho l’impressione che queste dame dal collo lungo non chiedano di essere capite: vogliono piuttosto essere bevute. Ne ho ricevute tante in questi mesi, e sono state un po’ come le ciliegie: una tirava l’altra. Anche perché, come mi hanno insegnato lo stesso Soldati e più direttamente Camillo Langone (mio maestro di letteratura e vino), ogni bottiglia è unica. Ogni bottiglia è un essere umano, anzi un uomo, anzi una donna. Anzi no, è una diva, come dice Langone citando Rabelais: “Nel vino è celata la verità. La Diva Bottiglia vi ci manda”. Insomma, ognuna di loro racconta una verità individuale, perché nel vino le variabili sono infinite, ogni risultato è incommensurabile: il vino si modifica fino all’ultimo minuto prima dello stappo… Non si arresta mai. Avremmo tutti gli elementi per parlare di teologia enoica, magari di ecceità della bottiglia. Ognuna di loro appartiene a una famiglia di migliaia di gemelle, ma come le gemelle hanno caratteri diversi, così loro sono pezzi unici. Sono opere d’arte a dispetto di contenitori seriali. Talvolta sono capolavori assoluti, come il Bòggina A di Sanjust.

Il vino, mi ha spiegato via mail, vuol fondersi col bevitore, di due fare uno. Allora ho pensato che non può essere un caso che il vertice degli scritti d’amore si dipani sul set di un simposio… E che l’espressione “di due fare uno” sia figlia del sogno etilico di Socrate…  E che la trama del sogno etilico sia affidata a una donna, Diotima di Mantinea… Quest’ipotesi che la bottiglia sia donna è vieppiù suffragata dall’energia che donna e bottiglia condividono. La vitalità delle bottiglie spinge al massimo il processo di trasformazione continua che il vino vuol essere ed è, spinge come fosse lei la madre che in ultima battuta fa nascere e vivere il vino. Questo vino che vuole a sua volta invadere e scorrerci dentro, che cerca in noi il suo ultimo, definitivo custode... È un vino vivo, sano, vero, che non si accontenta di essere compreso: vuole esser preso, versato, bevuto. Questo vino che cerca l’eternità, continuando a esistere nel corpo e nella testa del suo bevitore. Vino che scorre mentre tutto scorre, veloce, forte d’inesausto eraclitismo. Penso questo e tanto altro tutte le volte che leggo le formule magiche sulle etichette dei Bòggina. Ma adesso mettiamo via il contenitore incantato, passiamo al contenuto.

Il vino che preferisco, non ho dubbi, è il Sangiovese in anfora. Sanjust, munifico e sapiente, mi ha appena mandato una dozzina di esemplari di Bòggina A. Lo amo particolarmente perché è un vino che spiega con grazia la differenza tra vecchio e antico. Il vecchio è parente del brutto, difficilmente torna in auge proprio perché – senectus ipsa morbus –  è destinato alla morte. Per contro, l’antico non muore mai. Non muore mai l’anfora che da otto millenni a oggi è forziere dell’estasi, fatta apposta per custodire materia nel suo grembo oscuro. L’anfora dà corpo alla palingenesi dei vini georgiani, greci, etruschi e romani. Palingenesi, appunto, autentica reincarnazione – questo vino profuma di orfismo – che riconsegna ai nostri bicchieri un vino antico, sì, ma non vecchio. Remoto e perfezionato, un gioiello d’Etruria. È la scelta di Sanjust che più di ogni altra mi entusiasma. L’anfora è delle madri la più naturale, la più magnanima, la più arcaica. Non prevarica il figlio che porta dentro con i suoi odori, i suoi sapori, le sue velleità. L’anfora ama il vino d’amore oblativo. È una madre aristocratica – forse per questo piace a Sanjust – perché come ogni superno spirito lascia esser l’altro com’ è. E il vino che sto bevendo sa di vivo, sa di sano, sa di vero. È un vino che sa di sé. Non c’è traccia nel mio bicchiere di avanzi borghesi. Sento piuttosto profumo intenso di terra e nobiltà. Tutti quei numi dell’etichetta, protettori maschi di bottiglie femmine, trovano in questo vino stabile dimora. Bevendo il Sangiovese in anfora, mi convinco una volta per tutte di quanto scrisse Guido Ceronetti: “I vini, come la poesia, non si lasciano democratizzare”. Il Bòggina A rifiuta la tirannia di ogni demos.

Non so quando mai respirerò l’aria delle vigne in Val d’Arno di Sopra. Complici i sensi e la filosofia, mi domando se penserò alle anfore gremite di ninfe quando sarò lì, o alle baccanti nascoste sui monti. Se cederò per un istante alla fattura del panteismo. O penserò all’universo avvolgente. Mi domando se mi attorciglieranno le spire del cosmo. O se, come spera Sanjust, cadrò ai piedi del mondo tutto intero. Chissà. Per ora so che il vino vero è natura che si fa cultura, suolo che si fa stile, bontà che rende beati.

Confinata come sono, ho deciso di eleggere Epicuro fra i maestri mio prediletto, e tenermi stretti i piaceri più naturali. Un giorno, forse, in Val d’Arno di Sopra, canteremo insieme: “Noi d’Epicuro i sacerdoti siamo / … / E i cantici di Bacco al ciel leviamo” (Lorenzo Stecchetti).

Aspettando che l’universo si risani, noi bevitori sereni, a metà fra natura e cultura, col nostro bicchiere fra le dita – gesto di civiltà – ci parliamo sorseggiando, lontani dai drammi del mondo.

 

 

 

Rossignol-Trapet: miraggi dalla sommità della Borgogna biodinamica

lunedì 14 dicembre 2020 12:59:25 Europe/Rome

Rossignol-Trapet: miraggi dalla sommità della Borgogna biodinamica

By Burton Anderson

Qui inizia la Côte d'Or autenticamente epica, la terra promessa degli appassionati di vino, il luogo d'origine di vini tra i più grandi; anche il panorama assume finalmente i connotati con i quali la Borgogna è famosa nel mondo. Terroir di eccezionale valore, conosciuto nelle sue aree migliori da quasi quattordici secoli, quello di Gevrey-Chambertin è in effetti l’areale di produzione dei rossi più ampi, energici e sostanziosi di Borgogna.

Queste le parole di Armando Castagno nella sua monumentale opera Borgogna, Le Vigne della Côte d’Or.

Il Domaine Rossignol-Trapet è stato fondato nel 1990, quando i fratelli Nicolas e David Rossignol hanno diviso i vigneti di famiglia con il cugino da parte di madre, Jean-Louis Trapet. Situata a Gevrey Chambertin, l’azienda possiede 12 ettari di vigneti, tra cui parcelle in alcuni dei climat più prestigiosi: i Grands Crus Chapelle-Chambertin, Latriciers-Chambertin e il leggendario Chambertin, a cui si affiancano i Premiers Crus Clos Prieur, Les Corbeaux, Les Cherbaudes, Aux Combottes e Petite-Chapelle. Ma fratelli Rossignol non sono solo produttori di Gevrey-Chambertin, hanno voluto mantenere un legame anche con la Côte de Beaune, il padre era originario di Volnay, acquistando piccoli appezzamenti a Savigny e Beaune, da dove proviene il loro Premier Cru Les Teurons.

Nicolas e David sono dei fervidi praticanti dell'agricoltura biodinamica, una conversione durata 15 anni che ha portato alla certificazione Demeter nel 2005. Da allora si è notato un'evoluzione da uno stile più tradizionale a vini di maggiore energia, freschezza e profondità al palato.

Nicolas attribuisce il miglioramento principalmente alle pratiche biodinamiche nei vigneti, pur riconoscendo che il cambiamento climatico è stato un fattore che ha marcato nel bene e nel male le produzioni dell’ultimo decennio. La biodinamica abbinata a interventi sempre meno invasivi in cantina, ha permesso di esprimere ora più che mai la natura dei loro terroir.

GEVREY-CHAMBERTIN VIEILLES VIGNES 2016

Le uve provengono da tre diverse parcelle di oltre cinquant’anni, piantate su terreni con diverse esposizione e varia composizione (argille, pietre calcaree e limo). Un Villages profondamente Gevrey, animato da un sottile contrappunto tra rigore e sfaccettature ammalianti. Da bere, meglio se dopo qualche ora dall’apertura, o da dimenticare in cantina.

BEAUNE 1ER CRU LES TEURONS 2016

I Rossignol sono un’antica famiglia di viticoltori, attivi a Volnay dal XVIsecolo, mentre la famiglia Trapet ha alle spalle una altrettanto lunga e celebre tradizione di vignerons, stabiliti a Gevrey-Chambertin già nel Settecento. La vigna di Beaune Les Teurons rappresenta una sorta di anello di congiunzione tra le due stirpi, oltre ad essere uno delle migliori parcelle di questo Premier Cru. Posizionata nella parte alta del climat, ai lati è una protetta da una barriera di alberi e una parete rocciosa, favorendo una maturazione omogenea e regolare. Un rosso di Borgogna a tuttotondo, dove apertura e tannini morbidi sono innervati da tensione e freschezza gustativa. La joie de boire!

CHAMBERTIN GRAND CRU 2014

Rossignol-Trapet ha la fortuna di possedere una porzione di tutto rispetto nel mitico Chambertin: oltre un ettaro e mezzo, disposto dall’estremo est alla sommità ovest, giovandosi così delle diverse tipologie di terreno che compongono questo prodigioso climat. Le vigne più vecchie sono quasi centenarie e la profondità tannica è tutta risolta in leggerezza e agilità. La persistenza è quella di un fuoriclasse. La 2014 è un’autentica “annata da vigneron”, nella quale il talento e l’esperienza dei fratelli Rossignol hanno saputo fare la differenza.

CHAMPAGNE ORPALE 2008 DE SAINT-GALL

venerdì 11 dicembre 2020 10:34:32 Europe/Rome

CHAMPAGNE ORPALE 2008 DE SAINT-GALL

by Burton Anderson

Orpale è l'icona di Champagne De Saint Gall, un Brut Blanc de Blancs Grand Cru realizzato solo in annate eccezionali di cui l'ultima ad essere rilasciata è la 2008 .

Il nome deriva da or pale , il colore oro pallido esaltato da Cédric Jacopin, Chef de cave della Union Champagne di Avize, per un vino prodotto interamente con uve Chardonnay coltivate nei mitici vigneti Grand Cru della Côte des Blancs.

Nato nel 1980, Orpale è stato prodotto successivamente nelle annate 1990, 1996, 1998, 2002, 2004 e 2008, seguendo quella che Cédric ha descritto come la quintessenza dell'arte della lavorazione dello Champagne. Una parte del vino non effettua la fermentazione malolattica per apportare freschezza alla cuvée finale che viene imbottigliata dopo almeno 10 anni sui lieviti.

Cédric Jacopin riassume la sua impressione di Orpale 2008 in tre parole: linearità, freschezza, mineralità.

Tra gli elogi ricevuti citiamo "seducente complessità" e "ricco e cremoso con una tensione minerale che solo il gesso del terroir può fornire" a cui si accompagnano riferimenti alla straordinaria finezza ed eleganza del vino. Comunque lo si descriva, Orpale 2008 è uno splendido esempio della quintessenza dell'arte della lavorazione dello Champagne.

 ENGLISH

Orpale is the icon of Champagne De Saint Gall, the Blanc de Blancs Grand Cru Cuvée Millésime made only from exceptional vintages of which the latest to be released is 2008 .

The name derives from or pale, the pale gold color exalted by Cédric Jacopin, Chef de caves of Union Champagne at Avize, for a wine made entirely from Chardonnay grapes grown in the fabled Grand Cru vineyards of the Côte des Blancs.

First produced in 1980, Orpale has since been made from the 1990, 1996, 1998, 2002, 2004 and 2008 vintages, following what Cédric described as the quintessential art of crafting Champagne. After fermentation a part of the wine is held aside and part undergoes malolactic fermentation before the cuvée and bottling after at least 10 years on the lees.

Cédric Jacopin sums his impression of Orpale 2008 in three words: linearity, freshness, minerality. Others have elaborated with such praise as “seductive complexity” and “rich and creamy with a mineral tension that only the chalk of the terroir can provide” and still more references to the wine’s outstanding finesse and elegance. However you describe it, Orpale 2008 is a splendid example of the quintessential art of crafting Champagne.

Domaine Bart: Life on Marsannay

lunedì 7 dicembre 2020 15:36:51 Europe/Rome

Domaine Bart: Life on Marsannay

by Burton Anderson

Alcuni anni fa l'INAO (Institut national de l’origine et de la qualité), ha accettato di considerare la candidatura di 14 parcelle storiche di Marsannay per la promozione da “Villages” a Premiers Cru. Ciò che colpisce di questa decisione è il fatto che fino ad oggi l’AOC (appelation d'origine contrôlée) più settentrionale della Cote d’Or in Borgogna non ha vigneti classificati al di sopra della categoria "Villages", uno ’sfottò’ storico condiviso solo da altre due AOC, Chorey-Les-Beaune e Saint-Romain, entrambe di minore importanza.

La decisione dell'INAO è stata motivata da un dossier presentato dal sindacato locale dei vignerons, contenente una richiesta ben definita di promozione di 14 lieux-dits di Marsannay ritenuti degni di passare da "Villages" allo status di Premier Cru. Sembra improbabile che l’esito arrivi prima del 2023, ma nel frattempo suspense e speculazioni si diffondono intorno a Marsannay, alias "il pianeta solitario della Borgogna".

 

I 14 candidati includono vigneti di Domaine Bart, la stimata azienda vinicola di famiglia di Martin Bart, sua sorella Odine e suo figlio Pierre, con 21 ettari vitati nella Côte de Nuits, comprese le preziose parcelle Grands Crus di Chambertin Clos de Bèze e Bonnes Mares. Ma, come dice Pierre Bart, " Il nostro cuore è a Marsannay dove abbiamo la maggior parte dei nostri vigneti".

I sentimenti non contano per i funzionari dell'INAO, che agisce non solo come corte suprema del vino francese, ma anche come organo esecutivo a tolleranza zero. Per farla breve, Domaine Bart possiede parcelle in 3 dei 14 vigneti candidati, tra cui osservatori esperti (come il guru Armando Castagno) sembrano convinti che non più di 10 otterranno lo status superiore.

La famiglia Bart spera per il meglio, ma nel frattempo continua a eccellere con vini che si collocano tra i migliori di Marsannay- o, se vogliamo, tra i “Premier Villages” della Cote d’Or.

Nel box degustazione troverete 6 diverse etichette per esplorare le sfaccettature dei rispettivi lieux-dits vinificati singolarmente da Domaine Bart.

Marsannay Ouzeloy : L’esposizione e il terreno prevalentemente sabbioso con presenza di ciottoli portano a un’ottima maturità zuccherina che si traduce in vini con una notevole ricchezza di frutto e profondità.

Marsannay Longerois : Esposto a sud-est, il terreno è contraddistinto dalla presenza di ghiaie fini di origine calcarea. La parcella di Bart si trova nella sezione più alta del climat, vicino al bosco. I vini sono eleganti e slanciati, caratterizzati dalla dolcezza del frutto e tannini morbidi.

Marsannay Les Echézots : Solitamente è l’ultima vigna ad essere vendemmiata, caratterizzata da un terreno brullo con presenza di ciottoli misti a pietre e limi grigi. Vini classicamente austeri e minerali, la versione di Bart è sorprendentemente seducente e aperta.

Marsannay La Montagne : Lieu-dit tra i più amati da Pierre Bart, la parcella beneficia di un’esposizione a sud per via della curvatura della collina e da una ventilazione costante proveniente dalla piccola combe sovrastante. Alla vena tipicamente minerale di questi vini, Bart aggiunge un tocco leggermente speziato e avvolgente.

Marsannay Au Champ Salomon : Il suolo è di base argilloso con una presenza di ossidi di ferro che gli conferiscono il caratteristico colore rossiccio. Un vino spesso austero in gioventù, con la mano di Bart trova il suo equilibrio anche nei primi anni di bottiglia grazie agli aromi suadenti di frutta matura e spezie.                                                         

ENGLISH

Domaine Bart: Life on Marsannay

by Burton Anderson

Recently INAO, the French national institute of appellations of origin, agreed to consider the candidacy of 14 vineyards of Marsannay for promotion to Premiers Crus. What was striking about the decision was that until now the most northerly AOC zone of Burgundy’s Côte d’Or has had no vineyards classified higher than the category of “Villages”—a historic snub shared only by two other AOCs, Chorey-Les-Beaune and Saint-Romain, both of lesser magnitude.

The INAO decision was prompted by a dossier presented by the local syndicate of vignerons containing a well-defined request for promotion of 14 historical lieux-dits of Marsannay deemed worthy of being upgraded from “Villages” to Premier Cru status. Final rulings seem unlikely before 2023, but in the meantime suspense and speculation run rife around Marsannay, a.k.a. “Burgundy’s lonely planet.”

The 14 candidates include vineyards of Domaine Bart, the esteemed family winery of Martin Bart, his sister Odine and her son Pierre, based in Marsannay with 21 hectares of vines in the Côte de Nuits, including precious plots in the Grands Crus of Chambertin Clos de Bèze and Bonnes Mares. But, as Pierre Bart puts it, “Most of our vineyards are in Marsannay, and they’re closest to our hearts.”

Sentiments don’t count to the functionaries of INAO, which acts not only as France’s supreme court of wine but also as a zero-tolerance enforcement body. To make things short, Domaine Bart owns parcels in 3 of the 14 candidate vineyards, among which expert observers (such as the Italian guru Armando Castagno) seem convinced that no more than 10 will gain the higher status.

The Bart family is hoping for the best, but in the meantime they continue to excel with wines that rate among the finest of Marsannay—or, for that matter, among the premier “Villages” wines of the entire Côte d’Or.                            

 

Torrione 2018: il vino simbolo di Petrolo compie trent’anni

lunedì 30 novembre 2020 13:21:48 Europe/Rome

Torrione 2018: il vino simbolo di Petrolo compie trent’anni

by Burton Anderson

Alla fine degli ottanta Lucia Bazzocchi Sanjust prese in mano la tenuta di famiglia e decise che era giunto il momento di fare un vino che si distinguesse dalla produzione allora piuttosto ordinaria proveniente dai vigneti di Petrolo, nella Valdarno di Sopra. Nel 1988, assieme al leggendario Giulio Gambelli, ha creato il Torrione, un vino che il figlio Luca Sanjust, festeggiando l’uscita del 2018 che ha segnato il trentesimo anniversario dalla sua nascita, ha definito il “vin de château” di Petrolo perché deriva da uve coltivate in tutti i vigneti dell’azienda.

"Il Torrione ha rappresentato la svolta per Petrolo perché da quel momento in poi abbiamo puntato esclusivamente su vini di altissima qualità", ha ricordato Luca nel ripercorrere la propria carriera di giovane artista che ha gradualmente rilevato l'azienda, trasformandosi in un appassionato viticoltore.

 

La fattoria di Petrolo, acquistata negli anni quaranta dalla famiglia Bazzocchi, faceva parte dell'antico feudo di Galatrona, la cui torre medievale sorge ancora oggi su fondamenta che risalgono all'epoca romana. Dalla fine degli anni ottanta Lucia e Luca si sono concentrati sulla produzione di vini di carattere da Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon e Trebbiano. Se negli anni cinquanta si contavano 1.500 piante per ettaro per una produzione totale di 3.500 ettolitri di vino, oggi sono 5.500 le piante per ettaro che producono circa 700 ettolitri per un totale di circa 70.000 bottiglie da 29 ettari di vigneto.

Petrolo ha puntato sui singoli cru: Merlot dalla Vigna Galatrona per il Galatrona; Sangiovese dalla Vigna Bòggina per due tipi di Bòggina rosso e Trebbiano per il Bòggina Bianco; e Cabernet Sauvignon dalla Vigna Campo Lusso per il Campo Lusso.

Il Torrione, che prende il nome dalla torre di Galatrona, è un blend di Sangiovese con aggiunte di Merlot e Cabernet Sauvignon.

All’inizio Torrione era venduto come vino da tavola, così come molti altri vini illustri che al tempo erano conosciuti come "Super Tuscans". Attualmente riporta la denominazione piuttosto esoterica di DOC Vald'Arno di Sopra Pietraviva Rosso. Qualunque sia il titolo, Luca lo descrive come "un perfetto esempio di rosso equilibrato, pulito e profondo, un vino che racconta, meglio di ogni altro, la vera identità del nostro territorio".

"Le condizioni pedoclimatiche dei nostri vigneti sono eccezionali, diverse sia da Montalcino che dal Chianti Classico, una terra di mezzo, un punto di unione e di fusione tra i due archetipi della Toscana centrale".

"Il Torrione 2018 si presenta con un cuore volante impresso sull’etichetta storica, non solo per celebrare un'occasione unica, ma anche perché l’annata 2018 è una delle versioni più eleganti e accattivanti mai realizzate". La nuova grafica è stata realizzata da Sabina Mirri, artista di fama internazionale che è anche la moglie di Luca.

Torrione 2018 ha già ottenuto il plauso della critica. Antonio Galloni lo ha descritto come "favoloso...con frutta rossa e matura, cioccolato, spezie, cuoio e tabacco, il tutto ampliato con note di testa floreali che aggiungono un tocco dolce e aromatico. In una parola: delizioso".

Come dice Luca: "Il Torrione è nato e rimane il vino simbolo di Petrolo. E' l’emblema di Petrolo"

Il debutto del Torrione 2018 è coinciso con l'uscita del superbo olio extravergine d'oliva 2020, suggerendo un abbinamento ideale. Alla domanda con quali piatti eccelle il Torrione, Luca ha risposto senza esitazione "pane e olio".

A proposito di accostamenti, Petrolo è stata tra le prima aziende rappresentate da Heres nel 2002 quando, come ricorda Luca, "Cesare Turini era solo un ragazzo".

ENGLISH

Torrione 2018: Thirty vintages of the wine that epitomizes Petrolo

by Burton Anderson

Lucia Bazzocchi Sanjust, who took charge of her family’s Petrolo estate in the late 1980s, decided that the time had come to make a wine that stood out from what was then the rather ordinary output of vineyards of Tuscany’s Upper Arno Valley. Working with the legendary Giulio Gambelli, she created Torrione from the 1988 vintage, a wine that her son Luca Sanjust, celebrating the issue of the 2018 vintage that marked the wine’s thirtieth anniversary, described as Petrolo’s “vin de château” because it derives from grapes grown in all the estate’s vineyards.

“Torrione represented the turning point for Petrolo because from then on we aimed exclusively at wine of the highest quality,” Luca recalled in tracing his own career as a young artist who gradually took over the estate and became a passionate winemaker.

Petrolo, which was acquired in the 1940s by the Bazzocchi family, was part of the ancient feud of Galatrona, whose medieval tower still stands on foundations that date to Roman times. Lucia and Luca carried out a selection process through the 1980s aimed exclusively at wines of character from Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon and Trebbiano. If in the fifties there were 1,500 plants per hectare for a total production of 3,500 hectoliters of wine, today there are 5,500 plants per hectare producing about 700 hectoliters for a total of about 70,000 bottles from 29 hectares of vineyards.

Petrolo has focused on individual crus: Merlot of Vigna Galatrona for Galatrona; Sangiovese of Vigna Bòggina for two types of red Bòggina and Trebbiano for Bòggina Bianco; and Cabernet Sauvignon of Vigna Campo Lusso for Campo Lusso.

Torrione, named for the tower of Galatrona, is a blend of Sangiovese with touches of Merlot (from Galatrona) and Cabernet Sauvignon (from Campo Lusso).

From the earlier vintages Torrione was sold as a vino da tavola, as were many of the eminent wines that came to be known as “Super Tuscans.” It now assumes the rather esoteric qualification of DOC Vald’Arno di Sopra Pietraviva Rosso. Whatever the title, Luca describes it as “a perfect example of a balanced, clean and deep red, a wine that tells, better than any other, the true identity of our territory.”

“The pedoclimatic conditions of our vineyards are exceptional, different from both Montalcino and Chianti Classico, a middle ground, a point of union, of fusion between the two archetypes of central Tuscany.”

“Torrione from the 2018 vintage was issued with a special flying heart on the label, not only to celebrate a unique occasion, but also because 2018 is one of the most elegant and captivating versions ever made.” The new graphics were created by Sabina Mirri, an artist of renown who also happens to be Luca’s wife.

Torrione 2018 has already been winning critical acclaim. Antonio Galloni described it as “fabulous…with ripe dark red fruit, chocolate, spices, leather and tobacco all increased a few notches with sweet floral top notes that add an aromatic boost. In a word: delicious.”

As Luca puts it: “Torrione was born and remains the symbolic wine of Petrolo. It epitomizes Petrolo.”

The debut of the Torrione 2018 coincided with the issue of the estate’s superb extra vergine olive oil from 2020, which brings to mind the makings of an ideal match. When asked with which foods Torrione excels, Luca without hesitation replied “pane e olio.”

Speaking of matches, Petrolo was among the first wineries assumed by Heres in 2002, when, as Luca recalled, “Cesare Turini was just a kid” Petrolo and Heres have been together happily ever since.

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