Non hai articoli nel carrello.

Subtotale:
Pagina:
  1. 1
  2. 2
  3. 3
  4. 4
  5. 5

Torrione 2018: il vino simbolo di Petrolo compie trent’anni

lunedì 30 novembre 2020 13:21:48 Europe/Rome

Torrione 2018: il vino simbolo di Petrolo compie trent’anni

by Burton Anderson

Alla fine degli ottanta Lucia Bazzocchi Sanjust prese in mano la tenuta di famiglia e decise che era giunto il momento di fare un vino che si distinguesse dalla produzione allora piuttosto ordinaria proveniente dai vigneti di Petrolo, nella Valdarno di Sopra. Nel 1988, assieme al leggendario Giulio Gambelli, ha creato il Torrione, un vino che il figlio Luca Sanjust, festeggiando l’uscita del 2018 che ha segnato il trentesimo anniversario dalla sua nascita, ha definito il “vin de château” di Petrolo perché deriva da uve coltivate in tutti i vigneti dell’azienda.

"Il Torrione ha rappresentato la svolta per Petrolo perché da quel momento in poi abbiamo puntato esclusivamente su vini di altissima qualità", ha ricordato Luca nel ripercorrere la propria carriera di giovane artista che ha gradualmente rilevato l'azienda, trasformandosi in un appassionato viticoltore.

 

La fattoria di Petrolo, acquistata negli anni quaranta dalla famiglia Bazzocchi, faceva parte dell'antico feudo di Galatrona, la cui torre medievale sorge ancora oggi su fondamenta che risalgono all'epoca romana. Dalla fine degli anni ottanta Lucia e Luca si sono concentrati sulla produzione di vini di carattere da Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon e Trebbiano. Se negli anni cinquanta si contavano 1.500 piante per ettaro per una produzione totale di 3.500 ettolitri di vino, oggi sono 5.500 le piante per ettaro che producono circa 700 ettolitri per un totale di circa 70.000 bottiglie da 29 ettari di vigneto.

Petrolo ha puntato sui singoli cru: Merlot dalla Vigna Galatrona per il Galatrona; Sangiovese dalla Vigna Bòggina per due tipi di Bòggina rosso e Trebbiano per il Bòggina Bianco; e Cabernet Sauvignon dalla Vigna Campo Lusso per il Campo Lusso.

Il Torrione, che prende il nome dalla torre di Galatrona, è un blend di Sangiovese con aggiunte di Merlot e Cabernet Sauvignon.

All’inizio Torrione era venduto come vino da tavola, così come molti altri vini illustri che al tempo erano conosciuti come "Super Tuscans". Attualmente riporta la denominazione piuttosto esoterica di DOC Vald'Arno di Sopra Pietraviva Rosso. Qualunque sia il titolo, Luca lo descrive come "un perfetto esempio di rosso equilibrato, pulito e profondo, un vino che racconta, meglio di ogni altro, la vera identità del nostro territorio".

"Le condizioni pedoclimatiche dei nostri vigneti sono eccezionali, diverse sia da Montalcino che dal Chianti Classico, una terra di mezzo, un punto di unione e di fusione tra i due archetipi della Toscana centrale".

"Il Torrione 2018 si presenta con un cuore volante impresso sull’etichetta storica, non solo per celebrare un'occasione unica, ma anche perché l’annata 2018 è una delle versioni più eleganti e accattivanti mai realizzate". La nuova grafica è stata realizzata da Sabina Mirri, artista di fama internazionale che è anche la moglie di Luca.

Torrione 2018 ha già ottenuto il plauso della critica. Antonio Galloni lo ha descritto come "favoloso...con frutta rossa e matura, cioccolato, spezie, cuoio e tabacco, il tutto ampliato con note di testa floreali che aggiungono un tocco dolce e aromatico. In una parola: delizioso".

Come dice Luca: "Il Torrione è nato e rimane il vino simbolo di Petrolo. E' l’emblema di Petrolo"

Il debutto del Torrione 2018 è coinciso con l'uscita del superbo olio extravergine d'oliva 2020, suggerendo un abbinamento ideale. Alla domanda con quali piatti eccelle il Torrione, Luca ha risposto senza esitazione "pane e olio".

A proposito di accostamenti, Petrolo è stata tra le prima aziende rappresentate da Heres nel 2002 quando, come ricorda Luca, "Cesare Turini era solo un ragazzo".

ENGLISH

Torrione 2018: Thirty vintages of the wine that epitomizes Petrolo

by Burton Anderson

Lucia Bazzocchi Sanjust, who took charge of her family’s Petrolo estate in the late 1980s, decided that the time had come to make a wine that stood out from what was then the rather ordinary output of vineyards of Tuscany’s Upper Arno Valley. Working with the legendary Giulio Gambelli, she created Torrione from the 1988 vintage, a wine that her son Luca Sanjust, celebrating the issue of the 2018 vintage that marked the wine’s thirtieth anniversary, described as Petrolo’s “vin de château” because it derives from grapes grown in all the estate’s vineyards.

“Torrione represented the turning point for Petrolo because from then on we aimed exclusively at wine of the highest quality,” Luca recalled in tracing his own career as a young artist who gradually took over the estate and became a passionate winemaker.

Petrolo, which was acquired in the 1940s by the Bazzocchi family, was part of the ancient feud of Galatrona, whose medieval tower still stands on foundations that date to Roman times. Lucia and Luca carried out a selection process through the 1980s aimed exclusively at wines of character from Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon and Trebbiano. If in the fifties there were 1,500 plants per hectare for a total production of 3,500 hectoliters of wine, today there are 5,500 plants per hectare producing about 700 hectoliters for a total of about 70,000 bottles from 29 hectares of vineyards.

Petrolo has focused on individual crus: Merlot of Vigna Galatrona for Galatrona; Sangiovese of Vigna Bòggina for two types of red Bòggina and Trebbiano for Bòggina Bianco; and Cabernet Sauvignon of Vigna Campo Lusso for Campo Lusso.

Torrione, named for the tower of Galatrona, is a blend of Sangiovese with touches of Merlot (from Galatrona) and Cabernet Sauvignon (from Campo Lusso).

From the earlier vintages Torrione was sold as a vino da tavola, as were many of the eminent wines that came to be known as “Super Tuscans.” It now assumes the rather esoteric qualification of DOC Vald’Arno di Sopra Pietraviva Rosso. Whatever the title, Luca describes it as “a perfect example of a balanced, clean and deep red, a wine that tells, better than any other, the true identity of our territory.”

“The pedoclimatic conditions of our vineyards are exceptional, different from both Montalcino and Chianti Classico, a middle ground, a point of union, of fusion between the two archetypes of central Tuscany.”

“Torrione from the 2018 vintage was issued with a special flying heart on the label, not only to celebrate a unique occasion, but also because 2018 is one of the most elegant and captivating versions ever made.” The new graphics were created by Sabina Mirri, an artist of renown who also happens to be Luca’s wife.

Torrione 2018 has already been winning critical acclaim. Antonio Galloni described it as “fabulous…with ripe dark red fruit, chocolate, spices, leather and tobacco all increased a few notches with sweet floral top notes that add an aromatic boost. In a word: delicious.”

As Luca puts it: “Torrione was born and remains the symbolic wine of Petrolo. It epitomizes Petrolo.”

The debut of the Torrione 2018 coincided with the issue of the estate’s superb extra vergine olive oil from 2020, which brings to mind the makings of an ideal match. When asked with which foods Torrione excels, Luca without hesitation replied “pane e olio.”

Speaking of matches, Petrolo was among the first wineries assumed by Heres in 2002, when, as Luca recalled, “Cesare Turini was just a kid” Petrolo and Heres have been together happily ever since.

Claudio Viberti, il viticoltore che si è fatto da solo di Roccheviberti

lunedì 23 novembre 2020 12:21:15 Europe/Rome

Claudio Viberti, il viticoltore che si è fatto da solo di Roccheviberti

by Burton Anderson

Roccheviberti nasce nel 2002 quando Claudio Viberti rileva dal padre l'azienda vinicola situata all'interno del rinomato cru di Barolo di Rocche di Castiglione e sceglie un nome che coniuga bene quello del vigneto con quello della famiglia.

Claudio ammette che in gioventù non era molto interessato all'idea di diventare un viticoltore, ma che da quando ha fondato Roccheviberti il suo entusiasmo ha continuato a crescere fino a diventare una passione e un modo di vivere totalizzante.

Uno stimolo importante è stato ritrovarsi con 1,6 ettari di Nebbiolo in uno dei più pregiati cru di Barolo, con vigneti esposti a est-sudest su ripidi pendii che si estendono sotto la strada tra Monforte d'Alba e Castiglione Falletto fino al bordo delle pareti rocciose, dette rocche, a strapiombo sul torrente Perno. I terreni, composti in prevalenza da marne sabbiose, favoriscono la produzione di un Barolo con aromi ben definiti, tannini morbidi, ed eleganza equilibrata, termini che racchiudono il carattere del Rocche di Castiglione di Roccheviberti.

Oltre alla punta di diamante rappresentata da Rocche di Castiglione, Claudio produce anche il Barolo Bricco Boschis dal vigneto omonimo, sempre nel comune di Castiglione Falletto. Il terreno più ricco di argilla e l'esposizione a ovest danno origine a un Barolo di colore più intenso, maggiore struttura e tannini pronunciati, che contribuiscono alla longevità del vino.

Roccheviberti ha più appezzamenti sulla collina di Bricco Boschis: nella parte più alta si trovano i vigneti di Nebbiolo da Barolo e una parcella di Dolcetto d'Alba chiamata Vigna Melera, mentre nella parte bassa c’è un’altra piccola parcella di Dolcetto e un vigneto chiamato Vigna Lunga da dove proviene il Barbera d'Alba.

Complessivamente l’azienda conta 4,5 ettari di vigneto, compreso un piccolo appezzamento a Mariondino (o Moriondino) dall'altra parte del crinale delle Rocche di Castiglione con un'esposizione occidentale più fresca che conferisce colore e struttura al Nebbiolo, senza avere le sfumature del Rocche. La produzione di Mariondino è destinata a un Langhe Nebbiolo di notevole carattere e finezza in cui concorre una parte delle uve degli altri due cru di Barolo.

Nel corso degli anni Claudio ha affinato le sue competenze di viticoltore autodidatta, fondando il proprio lavoro sull’osservazione e lo studio per arrivare a interpretare le grandi tradizioni del Barolo e delle colline delle Langhe. E' d'accordo sul fatto che i miglioramenti complessivi del Barolo degli ultimi decenni sono in parte dovuti al cambiamento climatico, dove il generale riscaldamento ha portato a raccolti di qualità più consistenti. Ma aggiunge che il costante miglioramento della manutenzione dei vigneti e delle tecniche di vinificazione sono i fattori chiave del perché il Barolo non è mai stato migliore di oggi.

Una futura edizione di Heres Wine Stories metterà in evidenza i vini di Roccheviberti e la filosofia e lo stile di Claudio Viberti.

 

ENGLISH

Claudio Viberti, the self-made winemaker of Roccheviberti

by Burton Anderson

Roccheviberti was founded in 2002 when Claudio Viberti took over from his father the winery situated within the renowned Barolo cru of Rocche di Castiglione and chose a name that deftly combined that of the vineyard and the family.

Claudio admits that in his youth he wasn’t all that interested in the idea of becoming a winemaker, but when he founded Roccheviberti his enthusiasm grew until it became a passion and an all-consuming way of life.

A major stimulant was the ownership of 1.6 hectares of Nebbiolo vines in one of the most esteemed crus of Barolo, vineyards facing east-southeast on steep slopes extending below the road between Monforte d’Alba and Castiglione Falletto to the edge of the sheer cliffs (rocche) overlooking the Perno stream. The soils there, prevalently sandy marls, are conducive to Barolo of well-defined aromas, soft tannins, and well-balanced elegance, terms that typify the character of the Rocche di Castiglione of Roccheviberti.

Rocche di Castiglione is the top of the line, but Claudio also produces Barolo Bricco Boschis from the vineyard of that name, also in the commune of Castiglione Falletto. The soil there is richer in clay with a western exposure, resulting in Barolo of more intense color, greater structure and pronounced tannins, which contribute to the wine’s longevity.

Roccheviberti has several parcels in Bricco Boschis. The highest part is planted in Nebbiolo for Barolo and a small plot called Vigna Melera dedicated to Dolcetto d’Alba, while in the lower part there’s another small plot for Dolcetto and a vineyard called Vigna Lunga for Barbera d’Alba.

In all the winery has 4.5 hectares of vines, including a small plot in Mariondino (or Moriondino) on the other side of the ridge of Rocche di Castiglione with a cooler western exposure that lends color and structure to wines from Nebbiolo, if lacking the nuances of the Rocche wines. The grapes from Mariondino are generally dedicated to a Langhe Nebbiolo of notable character and finesse.

Over the years Claudio has honed his skills as what he describes as a self-made winemaker who works in a studied way to interpret the great traditions of Barolo and the Langhe hills. He readily agrees that the overall improvements in Barolo over recent decades are due in part to climate change, the warming that has resulted in more consistent quality harvests. But he adds that steady improvements in vineyard maintenance and vinification techniques are the key to why Barolo has never been better than it is today.

A future edition of Heres Wine Stories will highlight the wines of Roccheviberti and the philosophy and style of Claudio Viberti that lies behind them.

Podere Forte – Quando sono i sogni a fare la realtà

lunedì 16 novembre 2020 13:17:06 Europe/Rome

 

 

Podere Forte – Quando sono i sogni a fare la realtà

by Burton Anderson 

Castiglione d'Orcia ha una reputazione di essere "terra di santi e miracoli" che risale a una serie di eventi sacri evidenziati dalla visita di Santa Caterina da Siena, arrivata analfabeta al castello di Rocca d'Orcia dove ha iniziato a leggere e scrivere. Oggi, dopo mezzo millennio, la gente del luogo sta parlando nuovamente di miracoli e dell'uomo che li fa accadere: Pasquale Forte, che ha fondato Podere Forte nel 1997 con la missione di trasformarlo in un'oasi di viticoltura visionaria.

Forte, il cui amore per la terra risale alla sua infanzia in Calabria, prima di trasferirsi al nord per studiare e diventare un imprenditore di successo, si descrive come un "pragmatico sognatore" consapevole che i miracoli nel vino non si compiono da un giorno all'altro, tantomeno tra un decennio o due. Anche se il suo primo obiettivo è stata la viticultura, Forte è andato ben oltre, trasformando le sue vaste proprietà in Val d'Orcia in un modello di agricoltura scientifica e biodinamica dove uomo, animali e piante contribuiscono alla creazione di un microcosmo autosufficiente, equilibrato e sostenibile.

Forte è considerato il precursore della "rinascita" culturale ed economica di Castiglione d'Orcia, e in particolare della frazione di Rocca d'Orcia, dove è conosciuto anche come il "nuovo signore" - un riferimento alla Charta Libertatis emessa nel 1207 dal conte Guido Medico di Tentennano, una sorta di costituzione ante litteram che sanciva i doveri ma anche i diritti di quel popolo nei confronti del feudatario.

Eppure, dopo averlo incontrato in una recente visita, posso garantire che Pasquale Forte non ha affatto l’aria di un taumaturgo o di un feudatario. Pur esprimendosi con toni pacati è ben consapevole di trasmettere il dinamismo delle sue visioni pragmatiche. Né è uno che si adagia sugli allori, portando avanti la sua missione con la determinazione di un sognatore perennemente giovane. Quello che ha realizzato finora è già diventato leggenda in zona, ma il suo lavoro sembra destinato e guadagnare un'attenzione molto più ampia, alimentata dal crescente successo dei suoi vini.

Podere Forte produce una gamma di vini rossi Orcia DOC, tre dei quali 100% Sangiovese-Petruccino, Petrucci Melo e Petrucci Anfiteatro- e il Cabernet Franc Guardiavigna Toscana IGT in purezza.

Petruccino Orcia DOC. Le uve dei vigneti più giovani entrano in questo Sangiovese che unisce freschezza e vivacità a una notevole finezza.

Petrucci Anfiteatro e Petrucci Melo. Con l'annata 2016, la produzione di Petrucci si suddivide in due cru: Vigna Anfiteatro e Vigna del Melo. Petrucci Anfiteatro si distingue per l'eleganza e la bevibilità seducente, ritmata come una danza; Petrucci Melo per una maggiore struttura e un’energia profonda che si sprigiona sorso dopo sorso, implacabile e maestosa. Due espressioni di terroir specifici scelti dopo anni di ricerca, dove oltre alla composizione si studia l’energia del sottosuolo.

Guardiavigna. Con l'annata 2016 Guardiavigna diventa un Cabernet Franc in purezza dopo annni in cui veniva assemblato con Merlot e Petit Verdot. Elegante, armonico e ben strutturato, esprime quello che Pasquale Forte descrive come il sole e i profumi della Toscana più bella.

I vini vengono serviti all'Osteria Perillà, il ristorante stellato di proprietà a Rocca d'Orcia, dove si abbinano perfettamente ai piatti creati quasi interamente con i prodotti di Podere Forte.

Tra i progetti in divenire c’è anche quello di Montalcino dove Forte ha acquistato il Palazzo Vescovile e dove un giorno andrà a vinificare nelle cantine sotterranee le uve di vigneti che, possiamo scommetterci, saranno da sogno.

ENGLISH

Podere Forte: where dreams become realities

by Burton Anderson

Castiglione d’Orcia has a reputation as “a land of saints and miracles” dating back through a series of sacred events highlighted by the visit of Saint Catherine of Siena who arrived illiterate at the castle of Rocca d’Orcia where she began to read and write. After a lapse of half a millennium people hereabouts are talking once again about miracles and the man who is making them happen: Pasquale Forte, who founded Podere Forte in 1997 with the mission of transforming it into an oasis of visionary viticulture.

Forte, whose love of the land dates to his childhood in Calabria before he moved north to study and become a successful entrepeneur, describes himself as a “pragmatic dreamer” aware that miracles in wine aren’t achieved overnight or, for that matter, even in a decade or two. Wine has been his primary focus, but Forte has gone well beyond viticulture, transforming his vast properties in the Val d’Orcia into a model of scientific and biodynamic agriculture where man, animals and plants contribute to the creation of a self-sufficient, balanced and sustainable integrated whole.

Forte is credited as being the major contributor to the cultural and economic “rebirth” of Castiglione d’Orcia, and in particular the hamlet of Rocca d’Orcia, where he is sometimes known as the “new lord”—a reference to the Charta Libertatis issued in 1207 by Count Guido Medico di Tentennano, a sort of ante litteram constitution that sanctioned the duties but also the rights of that population toward the feudal lord.

Yet, after meeting the man on a recent visit, I can vouch that Pasquale Forte has anything but the air of a miracle worker or a feudal lord. He expresses his views in quiet tones though never so humble as to hide the dynamism of his pragmatic dreams. Nor is he one to rest on his laurels, going about his mission with the determination of a dreamer perennially young at heart. His achievements are local legends that seem destined to gain much wider attention buoyed by the growing success of his wines.

Podere Forte produces a range of Orcia DOC red wines, three from 100% Sangiovese—Petruccino, Petrucci Melo and Petrucci Anfiteatro—and the pure Cabernet Franc Guardiavigna Toscana IGT.

Petruccino Orcia DOC. Grapes from the youngest vineyards go into this barrel-aged Sangiovese that combines freshness and vivacity with remarkable finesse.

Petrucci Anfiteatro and Petrucci Melo. With the 2016 vintage, Petrucci was split into two versions as single vineyard wines from Vigna Anfiteatro and Vigna del Melo. Petrucci Anfiteatro stands out for its elegance and drinkability with the rhythm of a dancer; Petrucci Melo for greater structure and profound energy released sip after sip, relentless and majestic. Two special expressions of terroir chosen after years of research, where the energy of the subsoil is analyzed along with the composition.

Guardiavigna. With the 2016 vintage Guardiavigna became a pure Cabernet Franc after previously being blended with Merlot and Petit Verdot.. Elegant, harmonious and well structured, it expresses what Pasquale Forte describes as the sunshine and scents of the most beautiful Tuscany.

The wines are served at Forte’s Osteria Perillà at Rocca d’Orcia where they are matched to perfection with dishes that originate almost entirely from produce of Podere Forte.

Among works in progress is the Montalcino project, where Forte has acquired the Palazzo Vescovile and where one day he will make wine in the underground cellars from vineyards that seem sure to further enhance his pragmatic dreams.

 

Pietro Clementi: La Valpolicella e lo spirito del terroir

lunedì 9 novembre 2020 13:32:36 Europe/Rome

Pietro Clementi: La Valpolicella e lo spirito del terroir

by Burton Anderson

Nella mia lunga esperienza con la Valpolicella ho assistito a profondi cambiamenti nei concetti e nei metodi di produzione e vendita del vino o piuttosto dei vini, poiché il Valpolicella classico si è evoluto in quattro tipologie distinte con variazioni sul tema. All’inizio della mia carriera nei lontani anni '70, il Valpolicella era considerato un vino vigoroso da tutti i giorni che si esprimeva al meglio con la altrettanto robusta cucina veronese. Poi c’era il Recioto della Valpolicella da uve passite e una versione emergente chiamata Amarone, prodotta per errore, così si narra, quando una botte destinata a diventare Recioto ha completato la fermentazione tramutandosi in vino secco. In seguito è arrivato il Ripasso che viene prodotto facendo rifermentare il Valpolicella sulle fecce dell'Amarone per ottenere un vino di maggiore statura che ha eclissato in termini di popolarità la versione classica.

L'Amarone può essere un vino superbo da assaporare da solo o con piatti di carne scelte, tra cui la selvaggina o con formaggi saporiti. Il Ripasso riecheggia il carattere dell'Amarone ma con una maggiore versatilità a tavola. In tutta franchezza, però, con i piatti della tradizione veronese come salumi, bigoli, risotti e polenta o specialità come il lesso con la pearà o la pastisada de caval, non conosco nulla di più soddisfacente che l’abbinamento con un Valpolicella giovane e vitale, tanto meglio se proviene da Clementi, un'azienda vinicola di famiglia nella frazione di Gnirega, nel cuore della Valpolicella Classica.

 

E sono stato lieto di apprendere che Pietro Clementi, che ha fondato la tenuta nel 1969, condivide il mio punto di vista, confidando che "il giovane Valpolicella è al suo meglio con pane e salame".

Clementi, avvocato dei più reputati nel veronese, vede nascere il suo interesse per il vino nei primi anni della guerra, quando viveva nell'azienda dei nonni a Illasi, al confine orientale della Valpolicella. Dopo l'acquisizione della sua tenuta, ha continuato con passione a investire nell’espansione dei vigneti che oggi contano 14,5 ettari e nella costruzione di una moderna cantina dove sono coinvolti i suoi figli: Maria, Aurelio, Maurizio, Giuseppe e Bernardino che assieme alle loro famiglie condividono il lavoro in vigna, in cantina e sul mercato.

Nel corso degli anni la produzione di Clementi si è estesa oltre il Valpolicella Classico fino a comprendere l'Amarone e il Ripasso, ottenuti con gli stessi vitigni autoctoni: Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara. Il Valpolicella è il vino che più rispecchia lo spirito del terroir dei vigneti ubicati sulla collina circostante di Masua a circa 400 metri di altitudine su pendii esposti a sud ovest con terreni prevalentemente calcarei. Ma l'eccellenza traspare in tutti i vini, che comprendono anche Ca' del Giovane, un Rosso Veronese IGT, e il passito Loto.

I vini vengono affinati in botti di rovere di Slavonia in stile tradizionale per ottenere un equilibrio di sapori, preservando gli intensi aromi di frutta, spezie e di erbe officinali del luogo. I vitigni sono coltivati con metodi biologici seguendo il protocollo di produzione sostenibile e integrata del Consorzio Tutela Vini della Valpolicella. L'azienda fa parte anche della FIVI, la Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti.

Una futura edizione della newsletter Heres Wine Stories sarà dedicata all’approfondimento della gamma dei vini Clementi.

PROVA IL BOX DEGUSTAZIONE!

 

 

Pietro Clementi: Valpolicella and the spirit of terroir

By Burton Anderson

In my long experience with Valpolicella I’ve witnessed profound changes in the concepts, techniques and customs of producing and selling the wine—or wines rather, since Valpolicella has evolved into four distinct types with variations. In my early days—yes, back in the 1970s—Valpolicella was regarded as a robust everyday wine, at its best delightful to drink with the hearty cooking of Verona. There was also the sweet Recioto della Valpolicella made from passito grapes and an emerging version called Amarone, first produced by error when a barrel intended as Recioto fermented out dry. Then came Ripasso—made by refermenting Valpolicella with the lees of Amarone resulting in a wine of greater stature that has eclipsed regular Valpolicella as the best selling type.

Amarone can be a superb wine to savor on its own or with select meat or game dishes or cheeses. Ripasso often echoes the character of Amarone with greater versatility at table. But, to tell the truth, when dining on the traditional fare of Verona—hearty dishes like salumi, bigoli, risotto and polenta or such specialties as lesso con la pearà or pastisada de caval—I know of nothing more satisfying than a vibrant young Valpolicella, all the better if it comes from Clementi, a family winery at the hamlet of Gnirega, in the heart of Valpolicella Classico,

I was delighted to learn that Pietro Clementi, who founded the estate in 1969, shared my view, confiding that “young Valpolicella is at its best with pane and salame.”

Clementi, a lawyer of long-standing reputation in the Verona area, traces his interest in wine to his early years during the war when he lived on his grandparents’ farm at Illasi on the eastern edge of Valpolicella. After acquiring his own estate, his passion grew as vineyards expanded to take in 14.5 hectares and a modern winery was established that came to involve his children: Maria, Aurelio, Maurizio, Giuseppe and Bernardino and various mates and offspring who share in the vineyard and cellar work.

Over time production expanded beyond Valpolicella to take in Amarone and Ripasso, all produced from the same indigenous grape varieties: Corvina, Corvinone, Rondinella and Molinara. Valpolicella is the wine that most truly reflects the spirit of the terroir in vineyards surrounding the winery and on the Masua hill at around 400 meters of altitude on slopes facing south to west in prevalently calcareous soils. But excellence shines through in all the wines, which also take in Ca’ del Giovane, a Rosso Veronese IGT, and the sweet passito called Loto.

The wines are aged traditional style in Slavonian oak barrels to achieve a balance of flavors, while preserving and enhancing the intense aromas of fruits, herbs and spices of the area. Vines are maintained following biological methods following the protocol of sustainable and integrated production of the Consorzio Tutela Vini della Valpolicella. The winery is also part of FIVI, the Italian Federation of Independent Winemakers.

A future edition of the Heres Wine Stories newsletter will focus on the range of Clementi wines.

 

 

Ciro Biondi e le virtù vulcaniche di Pianta e Cisterna Fuori

lunedì 2 novembre 2020 12:54:59 Europe/Rome

Ciro Biondi e le virtù vulcaniche di Pianta e Cisterna Fuori

by Burton Anderson

Ciro Biondi, i cui antenati sono da secoli proprietari di vigneti sull'Etna, nel 1999 ha rilevato ciò che restava della sua fiorente cantina di famiglia e ha ricominciato da capo, rinnovando tre vigneti sulle pendici sud-orientali dell'Etna intorno al paese di Trecastagni con l'idea fissa di "resuscitare questi  luoghi meravigliosi". Da allore Ciro (architetto di formazione) e sua moglie Stephanie Pollock hanno ristrutturato un vecchio palmento di famiglia e realizzato una cantina per l'affinamento adiacente ai vigneti.

La rinasctia dell’azienda è avvenuta nella fase iniziale della rivoluzione che ha fatto dell'Etna la zona più dinamica del vino italiano di oggi. Ciro si è concentrato sulle varietà locali e sul recupero di vigneti a 600-700 metri di altitudine diposti su ripidi pendii terrazzati, dove I terreni vulcanici sono sabbiosi e ricchi di minerali. Dei vini rossi dell'Etna si dice che hanno un carattere "borgognone" e quelli di Ciro Biondi sono per me tra i più borgognoni di tutti. Anche I bianchi sono decisamente unici e distintivi con la loro pronunciata salinità, paragonabili secondo alcuni estimatori ai vini di Chablis.

Etna Bianco Pianta 2018. Da uve di Carricante con circa il 10% di Catarratto e Minnella coltivati nella parcellla Chianta della Contrada Ronzini. L'uva, raccolta in ottobre, viene diraspata e dopo una breve macerazione sulle bucce il mosto viene fatto fermentare in piccole botti di rovere francese dove rimane per altri nove mesi ad affinare. Di colore giallo paglierino lucente, al naso si viene rapiti dai sentori minerali e salmastri ammansiti da note più dolci di miele e finocchio selvatico, e un inconfondibile tocco fumè, specchio del terreno lavico da cui proviene.  L’annata 2018 sembra ancora più fresca e definita delle precedenti, con una bocca flessuosa e ritmata da una bellissima acidità che si sprigiona fino alla fine, su una lunga scia salina.

Etna Rosso Cisterna Fuori 2018. Da uve di Nerello Mascalese con circa il 20% di Nerello Cappuccio coltivati nella parcella di Cisterna Fuori della Contrada Ronzini. Dopo una macerazione di 10-12 giorni sulle bucce, il vino viene fatto fermentare e maturare per 18 mesi in barriques e tonneaux usati. Di colore rubino tenue con riflessi granati, gli aromi richiamano terra e flora vulcanica, frutti di bosco, erbe aromatiche e speziature balsamiche. Fresco e sapido al palato, il vino mostra una consistenza vellutata e un ricco carattere varietale con un finale lungo ed elegante.

Ciro e Stef sono anche dei bravi cuochi  e gli abbinamenti che suggeriscono sono ispirati a piatti siciliani con alcune varianti ecclettiche.

Con Pianta consigliano lasagne con zucca, salsiccia e ricotta e la parmigiana di melanzane, ma anche una caponata di cappone, in cui la melanzana è sostituita dal pesce cappone.

 

Altre delizie includono il gravlax (salmone marinato con sale, aneto e fiori di cappero),

 

e gli spaghetti della Valle del Grano conditi con la colatura di alici di cetara (salsa di acciughe fermentata in salamoia).

Cisterna Fuori si sposa bene con l'agnello e l'anatra, così come le cotolette di maiale impanate con semi di sesamo, ma anche con piatti a base di pesce, tra cui quelli sopra citati.

Un abbinamento che potete provare con entrambi i vini è il Roquefort o un buon Gorgonzola.

A proposito di abbinamenti, Ciro e Stef ci hanno raccontato di essersi sposati nel 2004 nel vigneto di Cisterna Fuori.

ENGLISH

Ciro Biondi and the volcanic virtues of Pianta and Cisterna Fuori

By Burton Anderson

Ciro Biondi, whose ancestors have owned vineyards on Mount Etna for centuries, took over what remained of his once thriving family winery in 1999 and started anew, renovating three vineyards on the southeastern slopes of Etna around the village of Trecastagni with a fixed idea of “resurrecting these beautiful places.” Ciro (an architect by training) and his wife Stephanie Pollock reworked an old palmento in one vineyard as a winery with barrel storage in the old cellar of his family home.

That was in the early stages of the revolution that has made Etna the most dynamic area of Italian wine today. Ciro focused on wines from local varieties in vineyards at 600 to 700 meters of altitude on steep terraced slopes in sandy mineral-rich volcanic soils. The red wines of Etna are noted for a “Burgundy-like” character and, in my experience, those of Ciro Biondi are among the most Burgundian of all. The whites with their pronounced salinity and minerality are equally distinctive but decidedly unique, though admirers find points in common with wines of Chablis.

Etna Bianco Pianta 2018. Comes from Carricante with about 10% of Catarratto and Minnella  grown in the Chianta parcel of Contrada Ronzini. Grapes, harvested in October, are destemmed and after a brief maceration on the skins the must is fermented in small French oak barrels where it remains for another nine months to refine. Of bright straw yellow color, the nose is enraptured by the mineral and brackish hints of honey and wild fennel, and an unmistakable touch of smoke, mirroring the volcanic soil from which it comes. The 2018 seemed even fresher and more defined than previous vintages, with a supple and rhythmic palate and acidity that lingers until the end on a long saline trail.

Etna Rosso “Cisterna Fuori” 2018. Comes from Nerello Mascalese with about 20% Nerello Cappuccio grown in the Cisterna Fuori parcel of Contrada Ronzini. After maceration of 10-12 days on the skins, the wine is fermented and matured for 18 months in used barriques and tonneaux. Of medium ruby color with garnet highlights, aromas evince volcanic soils and flora, wild berries, herbs and spices with balsamic notes. Fresh and savory on the palate, the wine shows velvety texture and rich varietal character in a long and elegant finish.

Ciro and Stef, who are known as good cooks, suggest matches for the wines that take in Sicilian dishes as well as eclectic variations.

With Pianta they recommend lasagna with squash, sausage and ricotta, eggplant parmigiana, as well as caponata di cappone, in which the usual eggplant is replaced by the fish known as cappone. Other treats would be gravlax (salmon marinated with salt, dill and caper flowers), and colatura di alici di cetara (a sauce of anchovies fermented in brine) with spaghetti Valle del Grano.  

Cisterna Fuori goes well with lamb and duck, as well as breaded pork cutlets with sesame seeds. This red also goes nicely with many seafood dishes, including those named above. An ideal match with both wines would be Roquefort—or a fine Gorgonzola.

Speaking of matches, it’s worth noting that Ciro and Stef were married in the Cisterna Fuori vineyard in 2004. 

Alessandro Mori e il Brunello: la saggezza di "Let it Be"

lunedì 26 ottobre 2020 14:28:33 Europe/Rome

Alessandro Mori e il Brunello: la saggezza di "Let it Be"

By Burton Anderson

“Nato sotto il segno di un Maestro pacato e silenzioso come Mario Cortevesio e ispirato – come tanti a Montalcino – dal talento rabdomantico del taciturno Giulio Gambelli, il vulcanico Alessandro Mori è invece uomo di personalità dirompente, che sente l’urgenza di urlare i punti cardine della sua storia, delle sue idee, dei suoi metodi.”

Le parole scritte da Carlo Macchi su Winesurf si sono rivelate più che azzeccate quando ho incontrato Alessandro Mori per la prima volta in una mattina di ottobre nella cantina de Il Marroneto, sul versante nord della collina di Montalcino con i vigneti adiacenti alla chiesetta della Madonna delle Grazie. Dopo pochi minuti già scherzavamo come vecchi amici e nel mentre Alessandro dava voce alle sue vedute.

Alessandro Mori è stato descritto come l'ultimo dei tradizionalisti di Montalcino, definizione che accetta con una certa soddisfazione, ma sottolinea che in realtà si affida meno alle pratiche consolidate che alla sua intuizione di viticoltore autonomo con 40 anni di esperienza alle spalle.

"Nei primi anni, mentre mi impegnavo gradualmente a fare del vino il lavoro della mia vita, ho seguito i consigli di Mario Cortevesio e la sua enfasi sulle tre P: pulizia, passione e pazienza". Giulio Gambelli mi ha guidato all’inizio di questo cammino, ma non passò molto tempo prima che mi mettessi in proprio. E da allora è sempre stato così".

La sua prima annata di Brunello è stata il 1980, prodotta nelle cantine di un edificio un tempo utilizzato dai frati della Madonna delle Grazie per l'essiccazione delle castagne e dei marroni. Continua a seguire la tradizione della vinificazione e dell'invecchiamento di Montalcino in botti di rovere ben stagionate e sporadiche barrique in cantine annerite da secoli di utilizzo, aderendo alla logica della semplicità e della funzionalità con interventi minimi.

E' raro al giorno d'oggi incontrare un viticoltore così ferocemente indipendente e intransigente nel rifuggire dalle moderne comodità o dalle tecniche dell'enologia d'avanguardia. Eppure, apparentemente controcorrente, Alessandro Mori raggiunge puntualmente l'eccellenza, vendemmia dopo vendemmia, con i suoi Brunello; vini noti per la loro eleganza, con profumi e sapori ricchi e complessi nel classico stampo di Montalcino.

Quando Robert Parker è giunto finalmente ad assegnare i suoi altrimenti generosamente distribuiti fatidici 100 punti ad un Brunello di Montalcino, la selezione Madonna delle Grazie 2010 è stata la prima in ordine di tempo. Alessandro ne va ovviamente orgoglioso, ma sospetto che sia un vignaiolo troppo saggio per credere, allora come oggi, di aver raggiunto la perfezione.

Abbiamo assaggiato in anteprima l’annata 2016 dei suoi Brunello annata e selezione Madonna delle Grazie, poi Alessandro ha aperto una delle poche bottiglie rimaste di Brunello Riserva 1985. Quel vino, di 35 anni, era vitale e maturo, con gli stessi complessi profumi e sapori dei Brunello più giovani, con il vantaggio di essersi magnificamente posato. Raramente ho provato vini di Sangiovese che esprimono in modo così autentico i loro terroir o, meglio ancora, lo spirito del cru nel senso della composizione del suolo e degli elementi ambientali di un vigneto e dei suoi frutti lavorati e resi dall'uomo. Il Brunello de Il Marroneto dimostra la saggezza di Alessandro Mori e della sua fede che quando un vino per natura ha tutto, è meglio lasciarlo essere.

ENGLISH

Alessandro Mori and Brunello: The Wisdom to “Let it Be”

by Burton Anderson

Though nurtured under the auspices of a calm and silent maestro like Mario Cortevesio and inspired—like many in Montalcino—by the prophetic acumen of the taciturn Giulio Gambelli, the volcanic Alessandro Mori is instead a man of explosive personality, who feels the urgency to vociferate the cardinal points of his history, his ideas, his methods.

Those words written by Carlo Macchi of Winesurf proved to be right on the mark when I first met Alessandro Mori on an October morning at the cellars of Il Marroneto on the northern slope of the Montalcino hill with vineyards adjacent to the little church of Madonna delle Grazie. Within minutes of meeting we were bantering like old friends as he espoused his views.

Alessandro Mori has been described as the last of Montalcino’s traditionalists, a definition he accepts with a measure of satisfaction while pointing out that in truth he relies less on established practices as his own intuition as a self-made winemaker with 40 years of experience behind him.

“In the early years, as I gradually committed to making wine my life’s work, I followed the advice of Mario Cortevesio and his emphasis on the three P’s: puliziapassione e pazienza [cleanliness, passion and patience]. Giulio Gambelli gave me early guidance, but it wasn’t long before I struck out on my own. And it’s been that way ever since.”

His first vintage of Brunello was 1980, made in in the cellars of a building once used by friars of Madonna delle Grazie for drying chestnuts (marroni). He continues to follow Montalcino’s traditions of vinification and aging in well-seasoned oak barrels and casks in cellars blackened by centuries of use, adhering to the logic of simplicity and functionality with minimal intervention.

It’s rare these days to encounter a winemaker so fiercely independent and uncompromising in shunning modern conveniences or techniques of avant-garde enology. And yet, seemingly against the odds, Alessandro Mori achieves consistent excellence with Brunello vintage after vintage in wines noted for elegance with rich and complex scents and flavors in the classic mold of Montalcino.

When Robert Parker finally came around to awarding his otherwise generously distributed ratings of 100 points to a Brunello di Montalcino, Madonna delle Grazie 2010 was first in line. Alessandro takes obvious pride in that, but I suspect he’s too wise a winemaker to believe he’s achieved perfection.

We tasted the 2016 vintages of Brunello Il Marroneto and the single vineyard Madonna delle Grazie and then Alessandro opened one of his few remaining bottles of Brunello Riserva 1985. That wine, 35 years old, was vital and ripe with the same complex scents and flavors of the younger wines and the bonus of being exquisitely sedate. Rarely have I experienced wines from Sangiovese that so authentically express their terroirs or, better yet, the spirit of cru in the sense of a composite of the soil and environmental elements of a vineyard and its fruits as rendered by man. The Brunello of Il Marroneto demonstrates the wisdom of Alessandro Mori in his faith that when a wine by nature has it all, it’s best to let it be.

Enio Ottaviani Rebola: un vino bianco intrigante che dà il suo meglio con il pesce

 By Burton Anderson

Come ha scritto Ian d'Agata in Native Wine Grapes of Italy: "Molti vitigni italiani sono afflitti da una miriade di nomi e sinonimi errati, e il Pignoletto non è certo da meno in questo caso. Si chiama Grechetto di Todi in Umbria, dove è una parte importante dell'uvaggio orvietano, mentre in Emilia-Romagna si chiama Rèbola, ma i due sono identici".

L'azienda Enio Ottaviani chiama il loro vino Rebola, ma per confondere le cose elencano il vitigno come Grechetto Gentile. Comunque sia, Rebola è un vino bianco degno di nota e ottimo compagno dei vini Ottaviani precedentemente recensiti: Caciara, un Sangiovese Superiore di Romagna che mi ha colpito per la sua verve, la sua vigoria e la sua versatilità, e Strati 2019 Romagna Pagadebit, un bianco dall'energia giovanile caratterizzato da profumi di prati in fiore e da sentori erbacei di biancospino che cresce nella macchia lungo la costa adriatica.

Rebola 2019, fermentato e maturato in vasche di cemento, si presenta con un bel colore giallo paglierino intenso e profumi floreali marcati oltre a sentori di agrumi e ananas. In bocca è fresco, definito e avvolgente, con note balsamiche ad esaltare un seducente finale salino. 

Il vino ha la profondità e il carattere per abbinarsi a molti piatti, a partire dalle specialità romagnole come la piadina con salumi e formaggi, passando per le paste e i secondi piatti a base di verdure, formaggi, carne di vitello e pollame. Ma forse dà il meglio di sé con i frutti di mare, come gli stufati di pesce dell'Adriatico conosciuti come brodetto o lo sgombro del mediterraneo alla griglia. Gli Ottaviani, il cui motto è fare vini per gli amici, suggeriscono per Rebola un abbinamento che ne esalta le qualità gastronomiche: quadretti in brodo con le poveracce, ovvero quadretti di pasta fresca serviti con le vongole dette poveracce in Romagna in un gustoso brodo arricchito con erbe aromatiche e verdure.

 

 

 

ENGLISH

Enio Ottaviani Rebola: an intriguing white wine at its best with fish

by Burton Anderson

As Ian d’Agata wrote in Native Wine Grapes of Italy: “Many Italian grape varieties are plagued by myriad erroneous names and synonyms, and Pignoletto is no slouch in this department. It is called Grechetto di Todi in Umbria, where it is an important part of the Orvieto wine blend. In Emilia-Romagna it is called Rèbola, but the two are identical.”

The Enio Ottaviani winery calls the wine Rebola, but to confuse things they list the vine variety as Grechetto Gentile. Whatever the case, Rebola is a white wine to reckon with, a worthy sequel to the Ottaviani wines discussed earlier: Caciara, a Romagna Sangiovese Superiore that struck me with its verve, vigor and potential versatility, and Strati 2019 Romagna Pagadebit, a white of youthful energy marked by scents of flowering meadows and the herbaceous hints of hawthorn that grows in the scrub along the Adriatic coast.

Rebola 2019, fermented and aged in cement tanks, shows deep straw yellow color and intense floral scents with hints of citrus and pineapple. Flavors are fresh, crisp and well-rounded with balsamic notes and an enticing saline finish.

The wine has the depth and character to make a match for many dishes, starting with such Romagnan specialties as piadina with salumi and cheeses and moving on through pastas and main courses based on vegetables, cheeses, veal and poultry. But perhaps it shows its best with seafood, such as the Adriatic fish stews known as brodetto or grilled sgombro, Mediterranean mackerel. The Ottaviani team, whose motto is making their wines for friends, suggest a match for Rebola that brings out its food friendly qualities: quadretti in brodo con le poveracce, pasta squares served with the vongole known as poveracce in Romagna in a tasty broth of the clam juice blended with herbs and vegetables

 

 

Lorenzo Magnelli di Le Chiuse illustra il Brunello di Montalcino Riserva Diecianni

by Burton Anderson

Nel corso dei recenti incontri e degustazioni dei vini de Le Chiuse, Lorenzo Magnelli ha illustrato la storia del Brunello di Montalcino Riserva Diecianni:

"Brunello di Montalcino Riserva: cos'è e cosa lo differenzia dal Brunello di Montalcino?

Per anni ho cercato di capire che cosa giustifica la fama e il prezzo del Brunello Riserva.

A Le Chiuse, la Riserva è stata fatta fin dai tempi del mio bisnonno materno, Tancredi Biondi Santi, il frutto della sua ricerca di un vino che durasse nel tempo, quasi eternamente.

Mia madre Simonetta, dopo aver ereditato Le Chiuse, ha lavorato con mio padre Nicolò per unire la produzione del Rosso e del Brunello di Montalcino a quella del Brunello Riserva, a partire dal 1995. Per la Riserva sono stati utilizzati i grappoli più piccoli del vigneto più antico per ottenere un vino di carattere che durasse nel tempo.

Sono cresciuto in questo ambiente. Quando ho iniziato a presentare i vini de Le Chiuse in giro per il mondo, un commento frequente sulla Riserva era che veniva assaggiata troppo presto, prima che potesse esprimere il suo meglio. Ho notato che la gente cercava di dare un'identità specifica al Brunello Riserva per distinguerlo dal Brunello "annata" al di là del semplice prezzo.

Questo mi ha ispirato a cercare un modo per trasmettere l'autentica identità del Brunello Riserva, anche se quelle che possono sembrare soluzioni ovvie - utilizzando uve provenienti da un vigneto selezionato o adattando un particolare stile di vinificazione - non avrebbero senso a Le Chiuse. Questo perché i nostri vigneti registrati per il Brunello si trovano tutti nella stessa microarea, costituendo una sorta di vigneto unico, mentre la nostra filosofia di vinificazione è visceralmente legata alla tradizione, escludendo le innovazioni o un approccio più moderno.

La risposta si è rivelata la più semplice e naturale: dare tempo a un vino che chiede tempo. Per questo, dopo l'esperienza, abbiamo deciso di posticipare l'uscita della nostra Riserva dal sesto al decimo anno dalla vendemmia, prolungando l'affinamento in bottiglia da uno a quasi cinque anni. Per fare questo, abbiamo ampliato la cantina fino a sette metri sotto il livello del suolo per creare un ambiente naturale perfetto per l'invecchiamento.

Questo ci permette di presentare una Riserva di maggiore equilibrio e complessità senza però alterare la nostra filosofia del vino o l'espressione del nostro terreno. L'intervallo di tempo tra l'uscita del Rosso e del Brunello di Montalcino si ripete ora tra il Brunello "annata" e il Brunello Riserva, dando vita a tre voci distinte parte dello stesso coro.

Il Brunello Riserva Le Chiuse del 2010 è la prima annata designata come Riserva DIECIANNI".

--Lorenzo Magnelli

Il Brunello Riserva Diecianni proviene da uve di Sangiovese Grosso raccolte a mano all'inizio di ottobre, pigiate e trasferite per gravità in serbatoi per fermentare per 18-20 giorni con rimontaggi e follature giornaliere del mosto a temperature controllate da un sistema di raffreddamento esterno. Il vino viene affinato in botti di rovere per quattro anni e in bottiglia per circa cinque anni prima della commercializzazione.

Il frutto è evoluto, deciso e concentrato con aromi di bacche rosse, spezie ed erbe aromatiche e sapori sontuosamente succosi sostenuti da note minerali su un lungo finale. Tannini tesi e raffinati e fresca acidità lo mantengono in un equilibrio impeccabile.

Il Brunello Diecianni si abbina bene con arrosti e grigliate, pollame e selvaggina, tra cui naturalmente la classica Bistecca alla Fiorentina. Lorenzo ha una particolare predilezione per due piatti della tradizione toscana. Il Peposo che è composto da pezzi di manzo cotti per ore con vino rosso, pepe in grani, aglio e condimenti in forno (originariamente i forni di terracotta dell'Impruneta) fino a quando non diventano teneri. La Groppa invece è un taglio magro di manzo cotto per ore a bassa temperatura per assumere la consistenza del roast beef con sapori che ricordano la bistecca.

Questi piatti, come il Brunello Riserva Diecianni, sono pensati per essere gustati da conoscitori pazienti.

 

ENGLISH

Lorenzo Magnelli of Le Chiuse elucidates Brunello di Montalcino Riserva Diecianni

By Burton Anderson

In the course of recent meetings and tastings of the wines of Le Chiuse, Lorenzo Magnelli elucidated the story behind Brunello di Montalcino Riserva Diecianni:

“Brunello di Montalcino Riserva: what is it and what differentiates it from Brunello di Montalcino?

For years I’d been trying to understand what it is about Riserva that justifies its fame and price.

At Le Chiuse, Riserva has been made since the time of my maternal great-grandfather Tancredi Biondi Santi and his quest for a wine that would last over time, almost eternally.

My mother Simonetta, after she inherited Le Chiuse, worked with my father Nicolò to combine production of Rosso and Brunello di Montalcino with that of Riserva, starting in 1995. For the Riserva they used the smallest grape bunches from the oldest vineyard to obtain a wine of character that would endure over time.

I grew up in that environment. When I began presenting the wines of Le Chiuse around the world, a frequent comment about the Riserva was that it was being tasted too early, before it could express its best. I noticed people striving to give a specific identity to Brunello Riserva to distinguish it from Brunello “annata” beyond just price.

That inspired me to seek a way to convey the authentic identity of Brunello Riserva, though what may seem to be obvious solutions—using grapes from a select vineyard or adapting a special winemaking style—would make no sense at Le Chiuse. That’s because our vines registered for Brunello are all in the same micro-area, constituting a sort of unique vineyard, while our philosophy of winemaking is viscerally linked to tradition, excluding innovations or a more modern approach.

The answer turned out to be the simplest and most natural: to give time to a wine that asks for time. That’s why, following experience, we decided to postpone the release of our Riserva from the sixth to the tenth year after the harvest, extending aging in bottle from one to almost five years. To do this, we enlarged the cellar to a depth of seven meters below ground level to create a perfect natural environment for aging.

This allows us to present a Riserva of greater balance and complexity without, however, altering our philosophy of wine or the expression of our terrain. The time lapse between the release of Rosso and Brunello di Montalcino is now repeated between Brunello “annata” and Brunello Riserva, giving rise to three distinct voices all in the same chorus.

Brunello Riserva Le Chiuse from 2010 is the first vintage designated as Riserva DIECIANNI.”

--Lorenzo Magnelli

Brunello Riserva Diecianni comes from 100% Sangiovese Grosso grapes hand harvested in early October, crushed and transferred by gravity to tanks to ferment for 18 to 20 days with daily pumping over and punching down of the must and temperatures controlled by an external cooling system. The wine is refined in oak barrels for four years and in bottles for five years before release.

The fruit is evolved, decisive and concentrated with aromas of red berries, spices and herbs and sumptuously juicy flavors braced by mineral notes on a long finish. Taut, refined tannins and fresh acidity keep it impeccably balanced

Brunello Diecianni matches nicely with roast and grilled meats, poultry and game, including of course the classic Bistecca alla Fiorentina. Lorenzo has a special liking for two dishes of Tuscan tradition. Peposo consists of chunks of beef cooked for hours with red wine, pepper grains, garlic and seasonings in forno (originally the terracotta ovens of Impruneta) until piquantly tender. Groppa is a lean cut of beef cooked for hours at low temperature to take on the texture of roast beef with flavors reminiscent of bistecca.

Those dishes, like Brunello Riserva Diecianni, are designed to be savored by patient connoisseurs.

Juillet-Lallement: L'eccellenza tradizionale nel cuore della Champagne

by Burton Anderson

La piccola maison di Chamapagne Juillet-Lallement è stata fondata all'inizio del XX secolo da tre soci - René Juillet e Paul e Arthur Lallement - nel villaggio di Verzy, nel cuore della Montagne de Reims. Nel 1963, la proprietà passò al figlio di Arthur Lallement, Pierre, che a sua volta la passò a suo figlio Jean, che dal 2003 gestisce con pacata dedizione questo gioiello di domaine.

Jean Lallement con la moglie Virginie coltivano poco più di 4 ettari di vigneti sul versante nord della Montagne de Reims, che si estendono su due terroir, Verzy e Sillery, entrambi classificati 100% Grand Cru. Le viti con un'età media di 40 anni - la più vecchia parcella piantata nel 1949 - sono costituite per il 50% da Pinot Nero, per il 45% da Chardonnay e per il 5% da Pinot Meunier. Questi coprono nove diverse parcelle sparse tra le colline boscose di Verzy e Sillery.

Jean ha un approccio fresco e diretto alla vinificazione: "La nostra filosofia è quella di rispettare i cicli della natura e gli elementi che la circondano attraverso un’agricoltura rispettosa dell'ambiente e dell'uomo". Lavorando interamente con le uve dei vigneti del domaine da alcuni dei più celebrati terroir Grand Cru della Champagne, Jean raggiunge l'eccellenza seguendo un approccio minimalista in cantina.

Juillet-Lallement produce circa 25.000 bottiglie all'anno, suddivise in cinque tipologie che esemplificano la grande tradizione dello Champagne:

Brut Sélection Grand Cru - 60% Pinot Nero, 40% Chardonnay

Brut Blanc de Blancs Grand Cru - 100% Chardonnay

Grand Cru Brut Rosé - 80% Pinot Nero, 20% Chardonnay

Brut Blanc de Noirs Grand Cru - 100% Pinot Nero

Brut Grande Tradition Grand Cru Millesimato - 50% Pinot Nero, 50% Chardonnay

In anteprima ho assaggiato un Grand Cru Brut Sélection, prodotto da Pinot Noir di Sillery e Chardonnay di Verzy : una cuvée di annate sapientemente miscelate per esaltare l'essenza delle due varietà. Fresco ed equilibrato, con aromi che accennano a fiori primaverili, agrumi e pesca e un fine equilibrio tra frutta e acidità con una spinta salina che conferisce finezza al perlage. Ideale come aperitivo, il Brut Sélection Grand Cru primeggia con una serie di piatti, tra cui il salmone affumicato su un letto di burrata con cui l’ho abbianato di recente.

Una selezione degli Champagne Juillet-Lallement sarà discussa in dettaglio in una prossima edizione della newsletter Heres Wine Stories.

ENGLISH

Juillet-Lallement: Traditional excellence in the heart of Champagne

by Burton Anderson

The Champagne house of Juillet-Lallement was founded in the early twentieth century by three partners—René Juillet and Paul and Arthur Lallement—in the village of Verzy at the heart of the Montagne de Reims. In 1963, the property passed to Arthur Lallement’s son Pierre, who in turn passed it on to his son Jean, who has run this jewel of a domaine with quiet dedication since 2003.

Jean Lallement works with his wife Virginie in cultivating just over 4 hectares of vineyards on the northern slopes of the Montagne de Reims, extending over two terroirs, Verzy and Sillery, both classified 100% Grand Cru. The vines with an average age of 40 years—the oldest parcel planted in 1949—consist of Pinot Noir at 50%, Chardonnay 45% and Pinot Meunier 5%. These cover nine different plots scattered amid the wooded hillsides of Verzy and Sillery.

Jean takes a refreshingly straightforward approach to winemaking: “Our philosophy is to respect the cycles of nature and the elements that surround it through a reasoned culture, respectful of the environment and of mankind.” Working entirely with grapes from the domaine’s vineyards in some of the most vaunted Grand Cru terroirs of Champagne, Jean achieves excellence following a minimalist approach in the cellars.

Juillet-Lallement produces about 25,000 bottles a year divided between five types that exemplify Champagne’s grand tradition:

 Brut Sélection Grand Cru from 60% Pinot Noir, 40% Chardonnay

Brut Blanc de Blancs Grand Cru from 100% Chardonnay

Brut Rosé Grand Cru from 80% Pinot Noir, 20% Chardonnay

Brut Blanc de Noirs Grand Cru from 100% Pinot Noir

Vintage Brut Grande Tradition Grand Cru from 50% Pinot Noir, 50% Chardonnay

As a preview, I tasted a Brut Sélection Grand Cru, which comes from Pinot Noir from Sillery and Chardonnay from Verzy in a cuvée of vintages deftly blended to exalt the essence of the two varieties. Fresh and balanced with aromas hinting at spring flowers, citrus and peach and fine fruit-acid balance with a zesty salinity that lends finesse to the effervescent puissance. Ideal as an aperitif, the Brut Sélection Grand Cru would excel with a range of dishes, including the smoked sockeye salmon on a bed of burrata that I had it with recently.

A selection of Juillet-Lallement Champagnes will be discussed in detail in a coming edition of the Heres Wine Stories newsletter.

Denis Race: Quintessenza Chablis

lunedì 28 settembre 2020 12:16:50 Europe/Rome

Denis Race: Quintessenza Chablis

By Burton Anderson

Neal Martin di Vinous ha recentemente scritto: “Chablis è la Borgogna dei bianchi senza fronzoli, un'oasi di vitigni su suolo di calcare Kimmeridigano circondata da chilometri di landa incontaminato. La regione si è sempre auto-isolata dal vasto entroterra della Borgogna nonostante la comunanza di vitigni. Chablis si sente a suo agio e, oserei dire, persino grato di esistere come entità separata; ergo tende a marciare al suono di un tamburo diverso.”

Questa descrizione sembra catturare l'essenza della famiglia Race, la cui cantina nel cuore di Chablis è alla quarta generazione di produzione di Borgogna bianchi senza fronzoli. Di recente ho assaggiato un esempio del frutto delle loro fatiche, un'annata 2018 che ho descritto come la quintessenza dello Chablis: colore superbo, squisiti aromi di Chardonnay e un equilibrio acido di frutta con un'allettante mineralità. Il clima più fresco e le condizioni del suolo calcareo Kimmeridgiano distinguono i vini di Chablis dalla Cȏte d'Or: una tonalità più leggera e slanciata, ma non per questo meno elegante.

 

Denis Race, sua moglie Laurence e le figlie Claire e Marine formano una robusta famiglia di vignerons che marciano al suono del proprio tamburo, producendo vini con un grintoso senso di autonomia che li distingue dalle avanguardie di Chablis e dall'élite che detta il ritmo in termini di prezzo e prestigio.

Il domaine possiede 18 ettari di vigneto fino a 65 anni di età suddivisi in quattro denominazioni: Petit Chablis, Chablis, Chablis Premier Cru e Chablis Grand Cru.

 

Due delle loro tre figlie lavorano con Denis e Laurence nella tenuta: Claire, responsabile della vinificazione, e Marine, che lavora nei vigneti e si occupa dell'amministrazione. Denis è il maestro delle vigne con l'esperienza necessaria per affrontare le condizioni climatiche estreme dei vigneti più settentrionali della Borgogna. In primavera si confrontano con gli effetti potenzialmente disastrosi del gelo stendendo uno speciale telo ecologico sui filari per circa un mese per proteggere le nuove foglie dal gelo notturno.

 

L'uva, raccolta con macchine gestite da Denis e Marine, viene trasferita in presse pneumatiche, dove Claire prende il sopravvento. I mosti vengono fatti fermentare con lieviti selezionati, a cui seguono la fermentazione malolattica e nove-dieci mesi di maturazione, il tutto in tini di acciaio inox, prima di essere sottoposti a trattamento a freddo, filtrazione e imbottigliamento. Niente botti, niente anfore, niente formule segrete o espedienti. Concetti elementari, si potrebbe dire, ma il risultato è proprio per questo la quintessenza dello Chablis.

 

Domaine Denis Race produce circa 90.000 bottiglie all'anno di Chablis con un packaging luminoso, chiaro e semplice come la famiglia che le ha messe al mondo. La gamma include le denominazioni a origine controllata:

Petit Chablis

Chablis

Chablis Premier Cru Montmains, Montmains Vielle Vignes, Vaillons, Mont de Milieu

Chablis Grand Cru Blanchot

Una selezione degli Chablis of Denis Race sarà discussa in un prossimo numero della Newsletter di Heres.

ENGLISH

Domaine Denis Race: Quintessential Chablis

by Burton Anderson

Neal Martin of Vinous recently wrote the following: Chablis is white Burgundy without the frills, an oasis of vines inhabiting Kimmeridgian limestone surrounded by miles of unspoiled nothingness. The region has always self-isolated from the vast Burgundy hinterland despite commonality in terms of grape variety. Chablis feels comfortable and, dare I say, even grateful for existing as a separate entity; ergo it tends to march to its own tune.

That description seems to capture the essence of Denis Race and family, whose winery at the heart Chablis is in its fourth generation of crafting white Burgundy without the frills. I recently tasted an example of the fruit of their labors, a vintage 2018 that I described as quintessential Chablis: superb color, exquisite Chardonnay aromas and a luscious fruit acid balance with an enticing minerality. The cooler climate and soil conditions of the Kimmeridgian limestone of Chablis set wines apart from the Cȏte d’Or: a shade more lithe and slender but no less elegant.

Denis Race, his wife Laurence and daughters Claire and Marine make up a sturdy family of vignerons who march to their own tune, making wine with a gritty sense of autonomy that sets them apart from the avant-garde of Chablis and the elite who set the pace in terms of price and prestige.

The domaine possesses 18 hectares of vines up to 65 years old divided into four appellations: Petit Chablis, Chablis, Chablis Premier Cru and Chablis Grand Cru.

Two of their three daughters work with Denis and Laurence on the estate: Claire, in charge of winemaking, and Marine, who works in the vineyards and handles administration. Denis is the master of the vines with the experience to deal with the extremes of weather in Burgundy’s northernmost vineyards. In spring they confront the potentially disastrous effects of freezing, so they stretch a special ecological cloth over the vine rows for about a month to protect the new leaves from overnight frost.

Grapes, harvested by machines operated by Denis and Marine, are transferred to pneumatic presses, where Laurence and Claire take over. The musts are fermented with select yeasts, followed by malolactic fermentation and nine to ten months of maturation all in stainless steel vats before undergoing cold treatment, filtering and bottling. No barrels, no amphorae, no secret formulas or gimmicks, elemental, one might say, but the result is quintessential Chablis.

Domaine Denis Race produces about 90,000 bottles a year of Chablis with packaging as bright, clear and straightforward as the family behind them. These take in:

Petit Chablis AOC

Chablis AOC

Chablis Premier Cru Montmains, Montmains Vielle Vignes, Vaillons, Mont de Milieu

Chablis Grand Cru Blanchot

A selection of the Chablis of Denis Race will be discussed in an upcoming issue of the Heres Newsletter.

Pagina:
  1. 1
  2. 2
  3. 3
  4. 4
  5. 5