Simposio da remoto

by Ginevra Leganza

Ho un approccio leggero al vino. Mi piace bere senza discettare, fondermi con il liquido rosso che ho nel bicchiere, abbandonarmi al puro oblio. Bevo e penso al vino scarlatto come fosse l’acqua del fiume Lete: vorrei dimenticare tutto mentre mando giù. Amo bere vino e solo vino perché fra tutti i fluidi che donano ebbrezza è l’unico che mi avvicini al pensiero dell’ambrosia, alla dimenticanza, a un gusto intellettuale di stile dionisiaco. Solo il vino è così schietto da consentire il sogno, così ipnotico da far emergere il vero e allontanare la morte. A patto che sia sano, certo. Questo penso quando so che sta arrivando il vino di Luca Sanjust. Lui mi avvisa e io mi pianto in casa. Non esco, in attesa del corriere. Tutta eccitata pregusto il piacere di aprire una bottiglia. E quando stappo, mi dico: è proprio vero che “in vino sanitas”.

La prima cosa che faccio, ancor prima di stappare, è guardare l’etichetta. Devo cavare il tappo, ma passa un po’ di tempo perché sempre l’etichetta mi cattura. Ormai la conosco bene ma comunque la rileggo: mi consegno al vortice romantico dei numi tutelari aleggianti nei bicchieri. Sulle bottiglie dei Bòggina (che sono tre: A, B e C – un Sangiovese, un Trebbiano, un altro Sangiovese) si staglia un testamento identitario. Sanjust verga una dichiarazione ben precisa: il suo vino è prodotto nel solco del pensiero di Eraclito, Dioniso, Epicuro, Lucrezio, Ficino, Leonardo, Giorgione… Certo, dovrei andare io da Sanjust e non lui da me sub specie alcolica. Dovrei andare in Val d’Arno di Sopra, a Bùcine. Dovrei chiacchierare con lui, farmi illuminare, guardare e sentire l’odore del suolo e delle vigne. Ma con questo diavolo di morbo non si può. Aspetterò, limitandomi alla lettura dell’etichetta e a sparuti simposi domestici.

“Oinos kai aletheia”, mi ripeto, e da buona simposiasta mi concentro sui filosofi. Sono convinta che il loro esser là, sulle bottiglie, riveli tutto. Leonardo, penultimo membro dell’ermetica famiglia di Petrolo, diceva: “Molta felicità sia agli uomini che nascono dove sono i vini buoni”. Se è così, capisco perché son tanto estasiata quando bevo. E mi figuro la beatitudine che trarrò nel recarmi là dove affonda le radici il mio bicchiere… Mi convinco sempre di più che la nomenclatura sull’etichetta possa spiegarmi tutto ciò che ho da sapere. E non mi cruccio della sentenza di Mario Soldati, per cui se le donne non capiscono il vino la colpa è degli uomini che le assecondano in ogni incanto facile, primo fra tutti quello esercitato dalle etichette. Sanjust mi ha stregata con le sue. In fondo lo ha ammesso nel sito di essere l’erede di Nepo di Galatrona, il prodigioso fattucchiere del Quattrocento. Mentre mi convinco di star cadendo vittima di un sortilegio, leggo e rileggo la formula apposta sulla bottiglia. Prima o poi  la nottata passerà davvero, il morbo verrà debellato, a Bùcine ci si potrà andare. Intanto che aspetto, bevo un ultimo bicchiere e scruto le foto sul meraviglioso sito internet di Petrolo, pensando di dormire nella villa a pochi passi dalla Torre di Galatrona, mentre bevo un bicchiere di Merlot.

Il mondo di Petrolo è irresistibile. E comunque ho l’impressione che queste dame dal collo lungo non chiedano di essere capite: vogliono piuttosto essere bevute. Ne ho ricevute tante in questi mesi, e sono state un po’ come le ciliegie: una tirava l’altra. Anche perché, come mi hanno insegnato lo stesso Soldati e più direttamente Camillo Langone (mio maestro di letteratura e vino), ogni bottiglia è unica. Ogni bottiglia è un essere umano, anzi un uomo, anzi una donna. Anzi no, è una diva, come dice Langone citando Rabelais: “Nel vino è celata la verità. La Diva Bottiglia vi ci manda”. Insomma, ognuna di loro racconta una verità individuale, perché nel vino le variabili sono infinite, ogni risultato è incommensurabile: il vino si modifica fino all’ultimo minuto prima dello stappo… Non si arresta mai. Avremmo tutti gli elementi per parlare di teologia enoica, magari di ecceità della bottiglia. Ognuna di loro appartiene a una famiglia di migliaia di gemelle, ma come le gemelle hanno caratteri diversi, così loro sono pezzi unici. Sono opere d’arte a dispetto di contenitori seriali. Talvolta sono capolavori assoluti, come il Bòggina A di Sanjust.

Il vino, mi ha spiegato via mail, vuol fondersi col bevitore, di due fare uno. Allora ho pensato che non può essere un caso che il vertice degli scritti d’amore si dipani sul set di un simposio… E che l’espressione “di due fare uno” sia figlia del sogno etilico di Socrate…  E che la trama del sogno etilico sia affidata a una donna, Diotima di Mantinea… Quest’ipotesi che la bottiglia sia donna è vieppiù suffragata dall’energia che donna e bottiglia condividono. La vitalità delle bottiglie spinge al massimo il processo di trasformazione continua che il vino vuol essere ed è, spinge come fosse lei la madre che in ultima battuta fa nascere e vivere il vino. Questo vino che vuole a sua volta invadere e scorrerci dentro, che cerca in noi il suo ultimo, definitivo custode... È un vino vivo, sano, vero, che non si accontenta di essere compreso: vuole esser preso, versato, bevuto. Questo vino che cerca l’eternità, continuando a esistere nel corpo e nella testa del suo bevitore. Vino che scorre mentre tutto scorre, veloce, forte d’inesausto eraclitismo. Penso questo e tanto altro tutte le volte che leggo le formule magiche sulle etichette dei Bòggina. Ma adesso mettiamo via il contenitore incantato, passiamo al contenuto.

Il vino che preferisco, non ho dubbi, è il Sangiovese in anfora. Sanjust, munifico e sapiente, mi ha appena mandato una dozzina di esemplari di Bòggina A. Lo amo particolarmente perché è un vino che spiega con grazia la differenza tra vecchio e antico. Il vecchio è parente del brutto, difficilmente torna in auge proprio perché – senectus ipsa morbus –  è destinato alla morte. Per contro, l’antico non muore mai. Non muore mai l’anfora che da otto millenni a oggi è forziere dell’estasi, fatta apposta per custodire materia nel suo grembo oscuro. L’anfora dà corpo alla palingenesi dei vini georgiani, greci, etruschi e romani. Palingenesi, appunto, autentica reincarnazione – questo vino profuma di orfismo – che riconsegna ai nostri bicchieri un vino antico, sì, ma non vecchio. Remoto e perfezionato, un gioiello d’Etruria. È la scelta di Sanjust che più di ogni altra mi entusiasma. L’anfora è delle madri la più naturale, la più magnanima, la più arcaica. Non prevarica il figlio che porta dentro con i suoi odori, i suoi sapori, le sue velleità. L’anfora ama il vino d’amore oblativo. È una madre aristocratica – forse per questo piace a Sanjust – perché come ogni superno spirito lascia esser l’altro com’ è. E il vino che sto bevendo sa di vivo, sa di sano, sa di vero. È un vino che sa di sé. Non c’è traccia nel mio bicchiere di avanzi borghesi. Sento piuttosto profumo intenso di terra e nobiltà. Tutti quei numi dell’etichetta, protettori maschi di bottiglie femmine, trovano in questo vino stabile dimora. Bevendo il Sangiovese in anfora, mi convinco una volta per tutte di quanto scrisse Guido Ceronetti: “I vini, come la poesia, non si lasciano democratizzare”. Il Bòggina A rifiuta la tirannia di ogni demos.

Non so quando mai respirerò l’aria delle vigne in Val d’Arno di Sopra. Complici i sensi e la filosofia, mi domando se penserò alle anfore gremite di ninfe quando sarò lì, o alle baccanti nascoste sui monti. Se cederò per un istante alla fattura del panteismo. O penserò all’universo avvolgente. Mi domando se mi attorciglieranno le spire del cosmo. O se, come spera Sanjust, cadrò ai piedi del mondo tutto intero. Chissà. Per ora so che il vino vero è natura che si fa cultura, suolo che si fa stile, bontà che rende beati.

Confinata come sono, ho deciso di eleggere Epicuro fra i maestri mio prediletto, e tenermi stretti i piaceri più naturali. Un giorno, forse, in Val d’Arno di Sopra, canteremo insieme: “Noi d’Epicuro i sacerdoti siamo / … / E i cantici di Bacco al ciel leviamo” (Lorenzo Stecchetti).

Aspettando che l’universo si risani, noi bevitori sereni, a metà fra natura e cultura, col nostro bicchiere fra le dita – gesto di civiltà – ci parliamo sorseggiando, lontani dai drammi del mondo.