Il più grande vitigno del mondo?

Le nobili tendenze del Sangiovese sono state riconosciute ben prima delle conferme del Barone Ricasoli a Brolio nella metà dell’ottocento o dei Biondi Santi con il Brunello di Montalcino nel 1888. In tempi più recenti ci sono numerosi esempi del Sangiovese purosangue di alta qualità, dal Brunello, al Vino Nobile, al Chianti di particolari zone e produttori, per non parlare dei Super Tuscans, a cominciare con Le Pergole Torte, nato nel 1977.

Tuttavia, certi esperti sottolineano che la selezione sistematica di cloni del Sangiovese è così recente, che i vini hanno raggiunto solo il 70-80% del potenziale qualitativo contro il 90% e più ottenuto dalle venerate varietà francesi: Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Pinot Noir, Syrah. Se davvero c’è tutto questo spazio per migliorare, credo che il Sangiovese (o Sangioveto, Brunello, Prugnolo Gentile, Morellino, etc) abbia la potenzialità di diventare il più grande vitigno del mondo.

Ma non esageriamo. Tutti coloro che conoscono bene questo vitigno sanno che è una “bestia” difficile da domare: irascibile, incostante, un po’ contadino testardo, un po’ snob, talvolta generoso, talvolta tirchio, e sempre sensibile all’ambiente. Eppure, chi riesce a fare esprimere le sue vere doti, sa di avere un vino unico.

Oggi i critici lodano spesso i vini carichi di colore, profumi, corpo e alcol, rossi moderni super-strutturati, ottenuti da Sangiovese e altri vitigni, ai quali vengono attribuiti alti punteggi. Assaggiare un Brunello o un Super Tuscan di una grande annata è un piacere quando il vino è abbinato a un piatto di simile importanza. Di solito, quando mangio, preferisco vini con una certa prontezza ed una sapidità che stimola l’appetito. Essendo un toscanaccio di adozione, nessun vino mi stimola più di un buon Chianti.

Il Chianti più vero che io sia in grado di ricordare si trovava in un fiasco, con la sua freschezza protetta da uno strato di olio d’oliva. Che piacere assaporare un vino dal colore, profumo e sapore brillanti, ravvivato da quel accenno di pétillance dovuto al “governo” e dotato di quella meravigliosa proprietà dei vini genuini: quella di lasciarsi bere a volontà senza timore di conseguenze.

Non intendo sostenere che il vino del contadino era sempre il migliore. Anzi, ci voleva pazienza a trovare quel fiasco giusto in un’epoca quando “genuino” era la parola chiave durante i miei pellegrinaggi di azienda in azienda. Ma la fatica prima o poi era ricompensata da un vino che, per caso o per arte, era espressione della pura bontà e qualcosa in più che io ho definito come eleganza rustica.

Oggi non suggerirei a nessuno di provare ad elaborare il Chianti nella vecchia maniera contadina, o nemmeno di riesumare il fiasco, anche se quella boccia da due litri, di vetro verde scuro soffiato da un artigiano, impagliata dalle donne di campagna, riempita di liquido color rubino, era il più caratteristico contenitore di vino che sia mai stato fatto, l’epitome stessa dell’eleganza rustica.

Dopo decenni in cui i produttori toscani hanno puntato in alto con i vini di Sangiovese “super”, sia di misura che di prezzo, credo che sarebbe il caso di tornare un po’ al passato. E non solo perché la crisi ha causato un calo di mercato per alcuni giganti.

Sento in giro tra gli appassionati la voglia di bere vini più freschi, più sapidi, più stimolanti, e, ebbene sì, più genuini. Ammiro i produttori che stanno puntando le loro energie sul Chianti che esprime le origini ancestrali con l’anima del Sangiovese.

Burton Anderson