Peter Dipoli e il Sauvignon

Peter Dipoli è diventato un produttore simbolo del Sauvignon Blanc italiano, ma in realtà il fascino di questo personaggio risiede nel modo intransigente e preciso con cui sa condurre ogni sua battaglia. Una su tutte quella contro i Brettanomyces, lieviti che danno vita ad etilfenolo (comunemente chiamato “volatile”), causa di note che lui considera “uno scempio”, con buona pace di tutti i “vinnaturistibio”. Lo ricorderanno bene anche coloro che hanno partecipato al “Concorso nazionale del Pinot nero” in qualità di giudici, i cui voti nel panel di degustazione sono stati considerati non attendibili (e quindi esclusi) se hanno dato punteggi discordanti su uno stesso vino, alla degustazione i cui assaggi sono fatti alla cieca. Una sorta di trabocchetto per valutare il valutatore.
Ecco, Peter Dipoli applica lo stesso metro di giudizio al suo modo di lavorare in vigna, pur tenendo fede alla sua poetica, ovvero quella di trovare un metodo di lavoro che rispecchi le sue convinzioni sulla giusta scelta dei vitigni e sulla corretta e rispettosa trasformazione delle uve in vino. Questo significa che per lui non esistono o non dovrebbero esistere mode ma solo la capacità dell’uomo di assecondare quello che la natura esprime attraverso un’uva in un determinato contesto. A sua volta poi Dipoli mette sempre il consumatore al centro della sua opera perché sostiene che sta a lui capire ed eventualmente accettare un vino per come l’ambiente in cui l’uva è cresciuta o l’annata, hanno dato la possibiltà di produrlo. In questo Dipoli è “nemico del mercato”, nel senso che per lui la componente fondamentale di un vino rimane sempre l’unicità del territorio di origine e la mano del produttore, e rifiuta di allinearsi allo stereotipo del sauvignon che a volte il consumatore si aspetta dall’Alto Adige. 

Ogni anno dai suoi vigneti nasce Voglar, un Sauvignon blanc come pochissimi altri che cresce su pendii a terrazza situati tra i 500 e i 600 m a Penon, una frazione di Cortaccia, esposti a Nordest, Est e Sud. Su queste sabbie insiste anche una forte presenza di scheletro calcareo di origine dolomitica che conferisce al vino un’impronta particolare, minerale e rigida che smorza ogni dolcezza eccessiva. Ma è soprattutto la mano di Peter Dipoli a far emergere il lato fruttato pieno e deciso del Sauvignon senza che i suoi eccessi vegetali (le classiche note varietali di bosso) prendano il sopravvento. Quindi se lo bevete ancora giovane aspettatevi agrumi, roccia sapida e mango fresco ad arrotondare senza coprirlo il lato fresco, teso ed erbaceo del vitigno. Con il tempo e qualche anno di bottiglia, il vino è come se si acquietasse nel frutto per farsi però sorprendente nei rimandi speziati ed esotici, affinandosi nel corpo ma distendendo i muscoli in un finale energico ed affascinante.  

Andrea Gori