Wine Into Words Pt.1

Sto cominciando a sospettare di essere uno che impara lentamente, e quando hai superato i settant’anni non è poi una constatazione così confortante. Una cosa che ho imparato, comunque, è che i tempi sono cambiati. E parecchio.

Quando ho iniziato nel mondo del vino, produttori, operatori e giornalisti si riunivano per assaggiare, divertirsi e scambiarsi opinioni. Nelle degustazioni io raramente prendevo appunti, preferendo ricordare a memoria i dettagli dei vini e dei produttori, dei vigneti e delle cantine grazie all’acume che ricompensa il fervore di un appassionato.

All’inizio ho seguito una semplice regola: se i vini, le persone, l’ambiente mi piacevano, ne scrivevo. Altrimenti no. Abbastanza corretto per uno sconosciuto. Ma dopo le pubblicazioni, col mio nome che circolava, la musica cambiò. Diventai l’obiettivo di una nuova razza di predatori: produttori che avevano scoperto il potere della persuasione tramite pubbliche relazioni.

Mi tempestavano di pubblicità, inviti, offerte, campioni, regali. Non fu impresa da poco rendere noto che non ero in vendita. Questo atteggiamento fece di me un uccello raro nello stormo di falchi dell’Italia del vino, come mi è stato fatto notare spesso: magra consolazione.

Avevo sempre creduto che descrivere i vini con le parole fosse più significativo per i lettori che non classificarli in scala, sia usando numeri che stelle o altri simboli. Che illuso! Solo uno duro di comprendonio come me poteva mancare di cogliere l’impatto del web sulla letteratura del vino.

Negli anni ’90 il gioco delle classifiche ha finito per dominare i media del vino, cominciando in America con Robert Parker, il cui sistema di punteggi in centesimi è stato copiato da The Wine Spectator e da altri. La loro sfera d’influenza si è allargata in Europa e oltre, modificando i modelli di acquisto, di vendita e perfino di produzione, che rimbalzavano dalla California fino ai vigneti storici di Francia, Italia, Spagna e Germania.

Newsletters, blogs e siti internet fornivano accesso immediato a tutte le informazioni richieste per individuare una bottiglia premiata e andarla a comprare nel negozio più vicino (dove potevi star certo di trovare i punteggi degli esperti già in bella mostra sullo scaffale).

Così, il mercato dei libri sul vino scritti da autori con preoccupazioni di ordine letterario è colato a picco. Ma non intendo condannare in blocco il sistema delle classifiche solo perché le pubblicazioni cartacee sono entrate in crisi un po’ ovunque. Perfino letterati di cattivo umore come me ammetteranno che i migliori tra quanti assegnano punteggi ai vini sono degustatori di talento e conoscitori di un certo livello, sebbene tra di loro vadano anche annoverati un sacco di emulatori, di leccapiedi e di mediocri.

Quello che mi irrita è il modo spesso arrogante in cui molti degustatori di professione fanno uso (e abuso) del proprio palato. Il rituale classificatorio nella sua versione standard implica che la degustazione di una serie di vini avvenga in un momento definito: annusare, sorseggiare, analizzare il vino in bocca senza deglutire e poi sputarlo fuori.

Punteggi, o altri criteri, vengono assegnati a ciascun campione insieme a note descrittive, e questo genere di spunti suggerisce considerazioni sulla qualità di un vino in un determinato momento della sua vita. Ma sempre più spesso i critici hanno l’impudenza – e quel che è peggio i lettori la credulità – di considerare simili giudizi come definitivi.

I critici virtuosi spesso degustano in spazi isolati, lontani dall’atmosfera in cui il vino è normalmente consumato: vale a dire con il cibo, in compagnia, in ambienti conviviali; trattato come una bevanda da assaporare e apprezzare, non come un esemplare sottoposto a un test. Mi deprime osservare che i vini vengano giudicati clinicamente, scrutinati e analizzati in un modo analogo a quello in cui i bookmakers quotano i cavalli da corsa o i gioiellieri stimano le perle.

Ossessionate dai numeri onniscienti, le persone talvolta sembrano dimenticare che la principale funzione del vino è quella di procurare godimento, laddove in passato si trattava di un alimento fondamentale, usato diffusamente anche per scopi medicinali e religiosi. Eppure, anche ai vecchi tempi, il vino era esaltato da chi lo conosceva come il modello dei piaceri della tavola e come la più nobile espressione della padronanza dell’uomo sulla natura.

Burton Anderson