Wine Into Words Pt.2

La maggioranza di noi scrittori veterani ha sufficiente esperienza di degustazioni tecniche da sapere che la valutazione del vino richiede concentrazione, conoscenza di vitigni e luoghi di origine, nonché la consapevolezza che l’oggetto del nostro esame è in una fase di evoluzione. Io ho sempre tenuto conto delle costanti che determinano la qualità di un vino nel tempo, degli elementi naturali e umani che governano lo sviluppo del suo carattere individuale.

Ovviamente, mi riferisco a quei vini che rivelano le proprie origini. Devo ammetterlo: sono un difensore della causa del terroir e dei cru, così come sono stati concepiti dai francesi e sostenuti ovunque dai produttori che lavorano con uve di vigneti vocati. Per noi terroiristes, è essenziale che le procedure in vigna e in cantina rispettino la natura dei suoli, l’ecosistema, le variabili di ogni annata, le modalità autentiche di produrre e invecchiare i vini. Vini che porteranno perciò con sé un indelebile pedigree, tanto che provengano da un blasonato chateau, quanto dal mezzo ettaro di uno scrupoloso vignaiolo.

Così intesa, la classe dei vini col pedigree esclude a mio giudizio la maggioranza dei vini mondiali, per come questi vengono elaborati e prezzati per i mercati popolari. Intendiamoci: la qualità media dei vini quotidiani non è mai stata migliore; ma credo che vadano deliberatamente scartati dalla categoria col pedigree quei vini di moda e di marca, che si risolvono in assemblaggi di origine incerta, sfacciatamente confezionati per i gusti dei critici influenti e delle sette che li seguono. Strettamente imparentati a questi sono anche i vini velleitari, che ostentano aspirazioni artistiche, ideati da aziende che investono più risorse nel packaging – bottiglie esclusive, etichette ricercate, etc. – che non nell’integrità del prodotto.

Oltre le cricche e le mode, chi beve vini commerciali spesso basa i suoi acquisti sui punteggi piuttosto che sui propri gusti. A molti mancano l’esperienza, la sicurezza o i mezzi per comprare e confrontare. Quelli che possono permetterselo, tendono a smaniare per vini da 90 punti e passa, guardando qualsiasi cosa sotto gli 89/100 come merce di seconda classe. I venditori coscienziosi consigliano ai consumatori alternative valide, ignorando i punteggi, ma molti commercianti sembrano per contro ben contenti di lasciare che i critici lavorino al posto loro.

In Italia, i produttori tengono d’occhio le principali guide nazionali, ma ormai la convenzione mondiale dei punteggi ha fissato standard così stereotipati che difficilmente devono preoccuparsi. La tendenza generale è stata a favore di quei vini più ricchi in colore, profumi, corpo e alcol, creature di sofisticate tecniche di cantina, compreso tutto l’armamentario utilizzato per migliorare le annate mediocri.

I punteggi di Parker e di pochi altri non solo determinano il successo commerciale di alcuni vini, ma finiscono per imporre modelli stilistici che i produttori si sforzano di imitare. Questo fenomeno è di così vaste proporzioni che i critici condizionano le tendenze della produzione globale – in modo più vistoso per i vini di alta qualità, dove il punteggio può costruire o distruggere la fortuna di un vino. Nel fare ciò, quelli amplificano l’ego e i guadagni dei produttori le cui bottiglie al top delle classifiche sono spesso vendute a prezzi esageratamente gonfiati.

A sentire chi assegna punteggi, le valutazioni offrono un servizio chiave ai consumatori, inteso come guida a cosa comprare e cosa evitare, attraverso critiche spietate dei vini che non soddisfano i requisiti e lusinghieri elogi di quelli che li soddisfano. Cosa potrebbe esserci di più lusinghiero di un punteggio di 100/100 da Parker? E cosa di più modesto di un punteggio di 80/100 per un vino dalla consolidata reputazione? Ma va forse biasimato Parker se i suoi giudizi sono presi come il vangelo dai consumatori e come la manna dagli interessi commerciali che fanno profitti propagandando i suoi punteggi? Non sta forse lui dopo tutto soltanto facendo il suo lavoro?

Certo che sì, essendo diventato ricco e famoso nel processo di sostegno a quello che un suo biografo ha definito “il nuovo ordine mondiale” del vino. Buon per Bob. Meno buono per quanti di noi si dedicano al mestiere un tempo rispettabile di raccontare il vino con le parole.

Burton Anderson