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Enio Ottaviani Caciara: un rosso “food friendly” per l'estate o per qualsiasi altra stagione

by Burton Anderson

Le dolci colline della Val Conca nell'entroterra riminese ospitano l'azienda Enio Ottaviani, gestita da quattro giovani - Davide Lorenzi, Massimo Lorenzi, Marco Tonelli, Milena Tonelli - con l'intento dichiarato di "fare vino per gli amici".

Difficile immaginare un vino più "food friendly" del Caciara 2018, un Sangiovese Superiore romagnolo che mi ha colpito per la sua verve, il suo vigore e la sua potenziale versatilità, quel tipo di rosso che invita a sorseggiarlo in sintonia con i menù più variegati. Di colore rosso rubino inteso con riflessi violacei, il bouquet suggerisce ciliegia matura e frutti di bosco con note di erbe aromatiche e spezie. Al palato è luminoso e rinfrescante, con un ottimo equilibrio tra frutta e tannini. Il team Ottaviani serve il Caciara fresco, anzi direttamente dal frigo o immerso in un secchiello del ghiaccio in piena estate.

Il Caciara può essere abbinato a una miriade di piatti, ma visto la cucina romagnola abbonda di piatti di terra e di mare, non c'è bisogno di allontanarsi dal territorio riminese e dalle colline dell'Adriatico per comporre un allettante menù da servire su una terrazza all'ombra, accarezzati dalla brezza marina.

Per ampliare il ventaglio, suggerirei di aprire anche una bottiglia di Strati 2019 Romagna Pagadebit, un bianco dall'energia giovanile marcato da profumi di prati in fiore e dalle note erbacee del biancospino che cresce nella macchia lungo la costa adriatica. Di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, dalla beva asciutta ma anche generosa con un finale di scintillante freschezza.

Ecco alcune proposte gastronomiche per l’estate ispirate da Massimo Lorenzi.  (Non fatevi ingannare dall'adagio ormai attempato del vino rosso con la carne e del vino bianco con il pesce - nella maggior parte dei casi Strati o Caciara andrebbero bene con entrambi. Provare per credere).

  • - La mitica piadina romagnola con prosciutto crudo, squacquerone morbido e cremoso e foglie di rucola nel mezzo
  • - Prosciutto e melone con rucola e aceto balsamico
  • - Pesce crudo in generale, dai crostacei, al carpaccio di frutti di mare, tartare di tonno, e perché no, sushi e sashimi
  • - Garganelli allo scoglio (tubetti di pasta corta fatti a mano con salsa di vongole, cozze e gamberi)
  • - Strozzapreti con cannocchie, vongole e gamberi
  • - Fritto misto di pesce (calamari, gamberetti, acciughe, moscardini, polipetti ecc. fritti e deliziosamente scricchiolanti)
  • - Grigliata di pesce (all’aperto) insaporita da erbe aromatiche

 

 Ma l’anima gastronomica di Caciara non si esaurisce a fine estate, è chiaramente un vino per tutte le stagioni, comprese quelle in cui il ghiaccio non è solo dentro il secchiello.

 A TUTTO GASSSS!

ENGLISH

Enio Ottaviani Caciara: a “food friendly” red for summer—or any other season

by Burton Anderson

The gently rolling hills of the Val Conca in the hinterland of Rimini accommodate the Enio Ottaviani winery, founded by four young people—Davide Lorenzi, Massimo Lorenzi, Marco Tonelli, Milena Tonelli—with the avowed purpose of “making wine for friends.”

It’s hard to imagine a wine more “food friendly” than Caciara 2018, a Romagna Sangiovese Superiore that struck me with its verve, vigor and potential versatility, the kind of red that invites you to sip it right through the most variegated of menus. Of intense ruby violet color, the bouquet suggests ripe cherries and wild berries with notes of herbs and spices. On the palate it is bright and refreshing, nicely balanced between fruit and tannins. The Ottaviani team always serves Caciara cool, indeed straight from the fridge or an ice bucket in the height of summer.

Caciara could be matched with most any dish, but since Romagna provides a wealth of foods from land and sea, there’s little need to stray beyond the Rimini area and the hills along the Adriatic to make up a hypothetical menu to be served on a shady terrace wafted by sea breezes.

To broaden the scope, I’d suggest opening a bottle of Strati 2019 Romagna Pagadebit, a white of youthful energy marked by scents of flowering meadows and the herbaceous hints of hawthorn that grows in the scrub along the Adriatic coast. Of straw yellow color with greenish tints, it has dry but mellow flavor of scintillating freshness.

Here are some food suggestions for summer dining inspired by Massimo Lorenzi.  (Don’t be misled by the timeworn adage of red wine with meat, white wine with fish—in most cases either Strati or Caciara would go well, but your best bet is to try each and see).

  • - Piadina (Romagna’s legendary flatbread) with prosciutto crudo, soft and creamy squacquerone cheese and rucola sandwiched in between
  • - Prosciutto and melone with rucola and aceto balsamico
  • - Raw fish in general, taking in various shellfish, seafood carpaccio, tuna tartar, sashimi and sushi
  • - Garganelli allo scoglio (hand made short pasta tubes with a sauce including clams, mussels and shrimp)
  • - Strozzapreti (“priest stranglers,” short pasta strands with mussels, manta shrimp and prawns)
  • - Fritto misto di pesce (scrumptiously crisp deep fried squid, shrimp, anchovies, moscardini baby octopus and more)
  • - Grigliata di pesce (charcoal grilled seafood seasoned with herbs)

Oh, by the way, Caciara’s “food friendliness” doesn’t stop with the end of summer. It’s clearly a wine for all seasons, including those when the ice is not just inside the bucket.

Fabio Tassi e la scintilla Borgogna di Brunò

venerdì 31 luglio 2020 12:50:52 Europe/Rome

Fabio Tassi e la scintilla Borgogna di Brunò

by Burton Anderson

 Il seguente messaggio appare in caratteri piccoli sull'etichetta del Brunò, un vino rosso di Montalcino creato da Fabio Tassi in collaborazione con Heres:

 Uniti da un viaggio in Borgogna, alla via del ritorno scaturisce l'idea di fare un Sangiovese a Montalcino vinificato in anfora. Volevamo un vino che mantenesse la vitalità della sua uva e l'energia della sua terra di origine, senza mai diventare adulto. Fabio Tassi

Con Fabio Tassi in quel viaggio in Borgogna nel luglio 2018 c'erano Cesare Turini di Heres e Armando Castagno, autore di un monumentale libro sui vini e i vigneti della Côte d'Or della Borgogna. Come ricorda Cesare: a cena, davanti a una bottiglia di Chambolle-Musigny Les Amoreuse di Groffier di un’annata recente, Armando ha chiesto a Fabio qualcosa sul perché i produttori di Montalcino non fanno vini di così giovane bontà invece di lasciare che il Brunello rimanga in botte per anni e perda la sua vitalità.

Fabio ha risposto che forse lui poteva, facendo un vino di Sangiovese vinificato e maturato interamente in anfora.  "Eravamo tutti così entusiasti dell'idea che meno di tre mesi dopo il sogno stava per diventare realtà quando ci siamo assicurati un'anfora di terracotta fatta ad Impruneta e abbiamo iniziato la vinificazione".

Nella foto Fabio Tassi con Cesare Turini, Armando Castagno e altri del Team durante la visita a Domaine D'Eugenie nel viaggio in Borgogna, 2018

Le uve Sangiovese sono state selezionate da un vigneto di 2,5 ettari con una densità di 6.000 piante per ettaro esposto a sud-ovest a 270 metri di altitudine sotto il Castello di Velona, a Castelnuovo d'Abate. La vinificazione è avvenuta interamente in quell'anfora utilizzando il 15% di uve a grappolo intero per mosti che hanno fermentato lentamente fino a quando il vino è stato travasato a dicembre per svolgere la fermentazione malolattica, seguita da una maturazione nell'anfora fino a settembre del 2019. A quel punto il vino è stato estratto per riempire esattamente 999 bottiglie e la nuova annata del Brunò ha iniziato il suo processo di vinificazione.

Oltre alla sua produzione di Brunello e Rosso di Montalcino da vigneti di famiglia, Fabio Tassi funge da una sorta di capitano del popolo a Montalcino per le sue numerose attività e iniziative che comprendono tra gli altri l'Enoteca La Fortezza e il ristorante La Sosta. Brunò è stato prodotto nella sua cantina all'avanguardia ai margini della città.

Ho assaggiato il vino con Fabio in un giardino all'ombra dei pini dove La Sosta serve i pasti nelle giornate estive. È arrivato a tavola a circa 15 gradi, il che ci è sembrato giusto per il momento mentre lo sorseggiavamo con la tartare di tonno crudo, ma al secondo bicchiere, quando è arrivato un piatto di pici con una salsa piccante, la bottiglia ha beneficiato di un nuovo tuffo nel secchiello del ghiaccio.

Come ho detto a Fabio Brunò mostra una pimpante armonia che gli permette di brillare a tavola con una grande varietà di cibi, non ultimo il pesce. "Assolutamente", ha detto Fabio, che per l’appunto era al telefono con il suo fornitore di pesce e frutti di mare acquistati direttamente dal peschereccio a Castiglione della Pescaia.

Nella foto Burton Anderson e Fabio Tassi

E mentre i bicchieri si susseguivano, Fabio ha continuato a parlare di Brunò. L'idea era quella di creare un rosso da uve Brunello che non avesse nulla a che fare con il tradizionale Brunello di Montalcino o con il Rosso di Montalcino. Ormai tutti conoscono il Brunello come un rosso di statura e longevità, forse l'esempio più venerato delle potenzialità del Sangiovese. Ma gli addetti ai lavori sono anche consapevoli che il Sangiovese di Montalcino, se vinificato e maturato in un certo modo, può dare origine a vini di giovanile vitalità e di morbida finezza. Il Brunò sembra preannunciare una nuova razza di rossi della più famosa città del vino della Toscana.

Quando ho chiesto a Fabio se aveva in mente un modello particolare. Ha sorriso e ha detto: "Beh, l'idea è nata in Borgogna".

Fabio Tassi e Cesare Turini da Rossignol-Trapet (2018)

 

ENGLISH

Fabio Tassi and the Burgundian conception of Brunò

 

by Burton Anderson 

The following message appears in small print on the label of Brunò, a red wine from Montalcino created by Fabio Tassi in collaboration with Heres:

Uniti da un viaggio in Borgogna, alla via del ritorno scaturisce l’idea di fare un Sangiovese a Montalcino vinificato in anfora. Volevamo un vino che mantenesse la vitalità della sua uva e l’energia della sua terra di origine, senza mai diventare adulto. Fabio Tassi

Translation: Together on a trip to Burgundy, on the way back the idea arose of making a Sangiovese in Montalcino vinified in amphora. We wanted a wine that would maintain the vitality of its grapes and the energy of its land of origin, without ever becoming an adult. Fabio Tassi

With Fabio Tassi on that trip to Burgundy in July 2018 were Cesare Turini of Heres and Armando Castagno, the author of a monumental book on the wines and vineyards of Burgundy’s Côte d’Or. As Cesare recalls: at dinner over a bottle of a recent vintage Chambolle-Musigny Les Amoreuse of Groffier, Armando asked Fabio something to the effect of why producers at Montalcino didn’t makes wines of such youthful goodness instead of letting Brunello sit in casks for years and lose its vitality.

Fabio said that he probably could, making a wine from Sangiovese vinified and matured entirely in amphora.  “We were all so enthusiastic about the idea that less than three months later the dream was on its way to becoming a reality when we secured an amphora of terracotta made in Impruneta and began the vinification.”

Sangiovese grapes were selected from a 2.5 hectare vineyard with a plant density of 6,000 per hectare exposed to the southwest at 270 meters of altitude beneath Castello di Velona at Castelnuovo d’Abate. Vinification took place entirely in that amphora using 15% of whole cluster grapes for musts that fermented slowly until the wine was racked in December to undergo malolactic fermentation followed by maturation in the amphora until September of 2019. At that point the wine was extracted to fill exactly 999 bottles and the new vintage of Brunò began its vinification process.

Beyond his production of Brunello and Rosso di Montalcino from family vineyards, Fabio Tassi serves as a sort of capitano del popolo at Montalcino for his many activities and initiatives that include ownership of the Enoteca La Fortezza, as well as a family boutique and the restaurant La Sosta. Brunò was produced in his state-of-the-art winery on the edge of town.

I tasted the wine with Fabio in the pine shaded garden where La Sosta serves meals on summer days. It arrived at the table at about 15 degrees, which seemed right for the moment as we sipped it with raw tuna tartar, but by the second pour when a plate of pici with a tangy sauce arrived it benefited from a dip in an ice bucket.

As I said to Fabio the wine shows a smooth exuberance that would permit it to shine with a great range of foods, not least of all fish. “Absolutely,” said Fabio, who had been on the phone with his supplier of seafood straight from the boat at Castiglione della Pescaia.

As we tasted, Fabio talked about Brunò. The idea was to create a red from Brunello grapes that had nothing to do with traditional Brunello di Montalcino or Rosso di Montalcino, for that matter. By now everybody knows Brunello as a barrel-aged red of stature and longevity, perhaps the most venerated example of Sangiovese’s potential. But insiders are also aware that Sangiovese from Montalcino if vinified and matured in a certain way can result in wines of youthful vitality and mellow finesse. Brunò seems to herald a new breed of red from Tuscany’s most famous wine town.

When I asked Fabio if he had any particular model in mind. He grinned and said: “Well the idea was conceived in Burgundy.”

 

 

De Stefani: Quintessenza del Prosecco

lunedì 27 luglio 2020 16:23:53 Europe/Rome

 

De Stefani: Quintessenza del Prosecco

By Burton Anderson

In una precedente newsletter abbiamo parlato della famiglia De Stefani e della sua straordinaria gamma di vini, guidata dal Prosecco della tenuta Colvendrame, sulle colline tra Conegliano e Valdobbiadene a nord di Treviso e Venezia. Alessandro De Stefani e la moglie Chiara producono vini secondo una filosofia naturale da vitigni antichi impiantati ad altissima densità, prevalentemente di varietà autoctone guidate dalla Glera, la fonte del Prosecco. I vigneti sono mantenuti senza l'uso di pesticidi, diserbanti o insetticidi e i processi di vinificazione sono effettuati con lieviti indigeni senza l'aggiunta di solfiti o conservanti.

Dei cinque tipi di Prosecco prodotti da De Stefani, questi ne sono la quintessenza:

Prosecco 0,15 Millesimato da uve Glera 100% coltivate nella tenuta Colvendrame e vinificate con un metodo innovativo in cui il mosto viene raffreddato a 0°C seguito da una singola fermentazione a 15°C, mantenendo i tipici aromi fruttati con note di mela golden. Il vino presenta un perlage fine e persistente e un colore giallo paglierino chiaro con riflessi verdognoli. Gli aromi

Suggeriscono frutti come la mela e la banana corredati da note floreali per un vino di medio corpo con un flusso rinfrescante di bollicine e un finale persistente.

I produttori consigliano di servirlo ancora giovane a 5-6°C in ampi flute o in bicchieri a stelo sottile. Ideale come aperitivo, si sposa bene con una serie di cibi, a partire dagli antipasti, passando per la pasta e altri piatti a base di pesce, come le cozze alla marinara. Come aperitivo è da provare con ravanelli freschi da intingere in olio d'oliva e sale marino per esaltare i sapori decisi del vino.

Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut da uve Glera 100% coltivate nella tenuta di Colvendrame e vinificate con il metodo tradizionale della pressatura dei grappoli interi, il mosto viene spumantizzato secondo il "metodo Italiano" in autoclave. Il vino presenta un flusso costante di bollicine fini e un colore giallo paglierino chiaro. Gli aromi sono freschi ed eleganti, suggeriscono la mela golden e i fiori d'acacia in un vino di consistenza morbida, di medio corpo e ricca personalità. I produttori consigliano di servirlo ancora giovane a 5-6°C in ampi flute o in bicchieri a stelo sottile. Al di là dei soliti antipasti, Chiara consiglia di servirlo con carpaccio di frutti di mare crudi o orata cotta sotto sale. Consiglia anche gnocchi al burro e salvia o risotto con zucca e radicchio rosso. Gli avventurosi potrebbero anche provare ad abbinarlo al fegato alla veneziana.

Vale la pena ricordare che il Prosecco ha da tempo prevalso a Venezia come la classica "ombra" o bicchiere di vino servito come aperitivo - o a qualsiasi ora del giorno, se è per questo – e che il nome si riferisce al fatto che ha avuto origine in locali all'ombra del campanile di San Marco. Con l'ombra i veneziani spesso sgranocchiano cichéti, stuzzichini serviti al banco, un po' come le tapas spagnole.

 

 

ENGLISH

De Stefani: Quintessential Prosecco

By Burton Anderson

 

An earlier newsletter featured a profile of the De Stefani family and its extraordinary range of wines, led by Prosecco from the Colvendrame estate in the hills between Conegliano and Valdobbiadene north of Treviso and Venice. Alessandro De Stefani and his wife Chiara produce wines following a natural philosophy from old and very high density vines, predominantly of native varieties led by Glera, the source of Prosecco. Vineyards are maintained without the use of pesticides, herbicides or insecticides and winemaking processes are carried out using indigenous yeasts without the addition of sulfites or preservatives.

Among the five types of Prosecco produced by DeStefani, these two are quintessential:

Prosecco 0.15 Millesimato comes from 100% Glera grapes grown on the Colvendrame estate and vinified by an innovative method in which the must is chilled to 0°C followed by a single fermentation at 15°C, maintaining typical fruity aromas with notes of golden apple. The wine shows fine and persistent perlage and a light straw yellow color with greenish tints. The aromas suggest apple and banana with a flowery flourish in a wine of medium body with a refreshingly smooth flow of bubbles and a resilient finish.

The producers suggest serving it when still quite young at 5-6°C in ample flutes or slender stem glasses. Ideal as an aperitif, it goes well with an array of foods, starting with antipasti and ranging through pasta and other dishes based on seafood. A prime example is cozze alla marinara based on Mediterranean mussels. As an aperitif, try it with radishes dipped in olive oil and sea salt to exalt the wine’s bracing flavors.

Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut comes from 100% Glera grapes grown on the Colvendrame estate and vinified by the traditional method of pressing the whole grapes into must for the primary fermentation followed by a secondary fermentation in sealed autoclave tanks. The wine shows a steady stream of fine bubbles and light straw yellow color. Aromas are fresh and elegant, suggesting golden apples and acacia blossoms in a wine of smooth texture, medium body and rich personality.

The producers suggest serving it when still quite young at 5-6°C in ample flutes or slender stem glasses. Beyond the usual antipasti, Chiara suggests serving it with carpaccio of raw seafood or sea bream cooked in salt. She also recommends gnocchi with butter and sage or risotto with pumpkin and red radicchio. The adventurous might even want to try matching it with fegato alla veneziana, calves liver braised with onions.

It should be remembered that Prosecco has prevailed in Venice as the classic “ombra” or glass of wine served as aperitivo—or at any time of day, for that matter—the name referring to the fact that it originated in places within the shadow of the San Marco bell tower. With the ombra, Venetians often munch on cichéti, tidbits and snacks arrayed on the bar, something like the tapas of Spain.

Champagne Benoit Munier: "Un atto d'amore"

venerdì 24 luglio 2020 12:11:49 Europe/Rome

Champagne Benoit Munier: "Un atto d'amore"

By Burton Anderson

 

Benoit Munier è nato per essere un vigneron, come lui stesso dice, coniugando una rigorosa etica del lavoro con la ricerca dell'eccellenza in una vocazione che sua moglie Séverine descrive come "un atto d'amore". L'azienda vinicola Munier sita a Cuis attinge da 4 appezzamenti Grand Cru  per complessivi 1,6 ettari nella Côte des Blancs da cui si producono circa 7.000 bottiglie all'anno, quasi esclusivamente da uve Chardonnay.

 Benoit Munier ricorda le radici della sua famiglia nella Champagne, a partire dal bisnonno Constant Gendron, che negli anni '30 acquistò un appezzamento e piantò un vigneto a Bouzy. Nonostante Bouzy sia nota per il Pinot Nero, Constant sclse di impiantare lo Chardonnay, creando un precedente che sembra essere diventato un tratto familiare: un naso per lo Chardonnay e il gusto per il Blanc des Blancs. Negli anni Settanta, la madre di Benoit, Marie-Claude, nipote di Constant Gendron, sposò Patrice Munier e si stabilirono nel villaggio di Cramant dove lavoravano per le maison di Champagne, investendo nel contempo i loro risparmi in piccoli appezzamenti nella Côte des Blancs.

 

 "Sono cresciuto in questa atmosfera vinicola, seguendo il ritmo delle stagioni. Ho osservato, ho ascoltato, ho aiutato nei vigneti e nelle cantine lavorando con la gente del villaggio, assimilando gradualmente lo spirito e le competenze che si tramandano di generazione in generazione. Se per la maggior parte dei bambini settembre significa tornare a scuola, per me è associato a una parola magica: vendange!

Benoit ricorda con affetto "... la raccolta in famiglia, le merende nei vigneti, il trasporto delle uve ai torchi e il bicchierino di succo d’uva appena spremuto sono momenti di vita ancorati in me. Così, a 13 anni, quando è arrivato il momento di scegliere una scuola, era ovvio che mi sarei iscritto al CCPPA di Avize, ora meglio conosciuto come Avize Viti Campus".

 

 Dopo un apprendistato presso un viticoltore, Benoit ha creato una società di servizi per la manutenzione dei vigneti dei produttori locali. "Ma il mio sogno era un altro: lavorare i miei vigneti a modo mio e coltivare l'uva per creare uno Champagne che mi assomigliasse". Così, poco prima del suo ventesimo compleanno, si è imbarcato in un'avventura che alcuni potrebbero definire un po' folle, rilevando la tenuta di famiglia che forniva uva alle grandi case con lo scopo di guadagnarsi da vivere producendo e commercializzando il proprio Champagne. “È stata una sfida”, ricorda, “perché non avevamo né torchio, né cantine, né clienti. Ho convinto i miei genitori a rivolgersi a una cooperativa di Avize per vinificare le nostre uve in lotti separati e far maturare i vini in cantine moderne”.

Nella foto Benoit con la moglie Séverine

 

Nel 2011 si è unito a lui la moglie Séverine, che ha assunto le funzioni amministrative, lasciando Benoit libero di concentrarsi sui suoi vini e sulle sue vigne. Ha iniziato ad abbandonare la viticoltura convenzionale per concentrarsi su metodi rispettosi dell'ambiente, privilegiando il lavoro manuale e le misure preventive attraverso l'osservazione costante delle sue viti. Ha eliminato erbicidi, insetticidi, fungicidi e fertilizzanti, lavorando la terra a mano e lasciando crescere l'erba tra i filari per la gioia dei conigli selvatici che vi hanno stabilito la loro casa.

"Ciò che conta è avere un terreno vivo e sano che permetta alla vite di attingere l'energia e i minerali di cui ha bisogno", dice Benoit, che si rifiuta di rivendicare qualsiasi certificazione biologica. "Ogni nuova stagione mi permette di mettermi in discussione, di aggiustare il tiro e di imparare sempre qualcosa di nuovo, lavorando le mie viti come ritengo opportuno, senza limitarmi a una dottrina, ma con discernimento, passione e responsabilità".

 Come dice Séverine: "Cerca sempre di fare del suo meglio, sia in vigna che in cantina, è sempre alla ricerca dell'eccellenza ed è molto esigente, pensando costantemente a come migliorare questo o quell'aspetto del suo lavoro". E aggiunge: "La parola che emerge più spesso quando parla della vite e del vino è: amore".

Benoit Munier produce quattro tipi di Champagne: Brut Blanc de Blancs Grand Cru, Brut Blanc de Blancs Millésime Grand Cru, Brut Nature Blanc de Blancs Grand Cru e Brut Rosé Grand Cru. Tutti Chardonnay al 100%, tranne il Rosé, che comprende il 10% di Pinot Nero. E tutti sono pura espressione del lavoro, della dedizione e dell'amore che Benoit Munier ci mette, giorno dopo giorno.

 

 

ENGLISH

Champagne Benoit Munier: “A labor of love”

By Burton Anderson

 

Benoit Munier declares that he was born to be a vigneron, combining a rigorous work ethic with a quest for excellence in a calling that his wife Séverine describes as “a labor of love.” The Munier winery at Cuis draws from 4 Grand Cru plots of 1.6 hectares total in the Côte des Blancs to produce about 7,000 bottles a year of Champagne made almost exclusively from Chardonnay.

Benoit Munier recalls his family’s roots in Champagne, beginning with his great-grandfather  Constant Gendron, who in the 1930s acquired a plot and planted a vineyard at Bouzy. Although Bouzy is noted for Pinot Noir, Constant planted Chardonnay, setting a precedent that seems to have become a family trait: a nose for Chardonnay and taste for Blanc des Blancs. In the 1970s, Benoit’s mother, Marie-Claude, granddaughter of Constant Gendron, married Patrice Munier and they settled in the village of Cramant where they worked for Champagne houses, investing their savings in small plots of vines in the Côte des Blancs. 

“I grew up in this wine atmosphere, following the rhythm of the seasons. I observed, I listened, I helped in the vineyards and wineries with the people of the village, gradually assimilating the spirit and the skills that are passed on from generation to generation. If for most children September signifies back to school, for me it’s associated with a magic word: vendange!”

Benoit recalls fondly  “... the family picking, the snacks in the vineyards, the hauling of the grapes to the presses and the small glass of freshly squeezed grape juice are moments of life anchored in me. So, at 13, when the time came for choosing a school, it was obvious that I’d enroll at the CCPPA of Avize, now better known as the Avize Viti Campus.”

After an apprenticeship with a winemaker, Benoit created a service company to maintain vineyardss of local producers. “But, my dream was another: to work my own vines in my own way and grow grapes to create Champagne that resembles me.” So, just before his 20th birthday, he embarked on an adventure that “some might describe as a little bit crazy” to take over the family estate supplying grapes to large houses and to try to make a living producing and marketing his own Champagne. It was a bit of a challenge, he recalls, because we had no press, no cellars, no customers. He convinced his parents to turn to a cooperative at Avize to vinify their own grapes in separate batches and mature the wines in modern cellars.

In 2011, he was joined by his wife Séverine, who took over administrative duties, leaving Benoit free to concentrate on his wines and vines. He began moving away from conventional viticulture to concentrate on methods that respect the environment, favoring manual work and preventive measures by constant observation of his vines. He has eliminated herbicides, insecticides, fungicides and fertilizers, working the land by hand and allowing grass to grow amid the rows to the delight of rabbits who established their homes there. 

“What matters is having a living, healthy soil that allows the vine to draw the energy and minerals it needs,” says Benoit, who refuses to claim any biological certification. “Each new season allows me to question myself, to adjust my experiences and learn a little more, working my vines as I see fit, without confining myself to a doctrine , but with discernment, passion and responsibility.”

As Séverine puts it, “He always tries to do his best, whether in the vineyard or cellar, he is always looking for excellence and is very demanding, always thinking about how to improve this or that aspect of his work.” She adds: “One word often comes up when he talks about the vines and wines: love.”

Benoit Munier produces four types of Champagne: Brut Blanc de Blancs Grand Cru, Brut Blanc de Blancs Millésime Grand Cru, Brut Nature Blanc de Blancs Grand Cru, and Brut Rosé Grand Cru. All are made from 100% Chardonnay except the Rosé, which includes 10% of Pinot Noir. And all are pure expressions of the work, dedication and love that Benoit Munier puts into them.

 

 

 

Petrolo: Bòggina B, un Trebbiano Visionario

lunedì 20 luglio 2020 11:21:31 Europe/Rome

 Petrolo: Bòggina B, un Trebbiano Visionario

By Burton Anderson

In una precedente edizione della newsletter, abbiamo parlato di Petrolo e della vinificazione visionaria di Luca Sanjust, incentrata su una serie di cru dove i vigneti danno il nome ai vini: un Merlot dalla vigna Galatrona;  due Sangiovese e un Trebbiano dalla vigna Bòggina; e un Cabernet Sauvignon dalla vigna Campo Lusso. Anche se il vino che raccoglie le varie anime dell’azienda è il Torrione, un blend di Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon.

Oggi parleremo di Bòggina, dove si producono due vini rossi da Sangiovese: Bòggina A (per Anfora) vinificato in anfore di terracotta da 300 litri, e Bòggina C (per Classico) vinificato con metodi tradizionali in vasche di cemento e affinato in botti di rovere francese da 40 hl e tonneaux. Poi c'è il Bòggina B, B per Bianco, che ha una storia piuttosto intrigante.

Cominciamo citando la dicitura in etichetta per trasmettere lo spirito di questo Trebbiano visionario.

Noi di Petrolo, viticoltori in Vald'Arno di Sopra, discepoli di Nepo da Galatrona, di tradizione, cultura ed educazione eraclitea, dionisiaco-epicurea-lucreziana, ermetico-ficiana, leonardesca neo-platonica e giorgionesca neo-aristotelica, romantici e rivoluzionari, crediamo che Dio è in tutte le cose e che la terra stessa è Dio e che tutto è fertile, vitale, umido, crepitante, lussureggiante. E che l'uomo è congiunto al cielo per tramite del suo elemento di-vino ed è in tutte le cose ed in tutti i luoghi, occupa il centro della ramificata e complicatissima costruzione degli esseri animali e vegetali: è il cuore di quell'infinito rapporto tra tutte le cose che è l'Universo-Mondo. E noi uomini e donne viticoltori correndo verso il futuro e balzando in avanti, andiamo all'indietro, verso le cose originali ed antiche e crediamo che la rivelazione del respiro del mondo è silenzio e che solo stando in silenzio ed ascoltando la natura, essa a tratti ci appare, occulta ed enigmatica, come baluginando a macchie nella memoria, tracciando per noi il futuro in vie di vino vigoroso dal dentro al fuori, dal sotto al sopra, dal futuro al passato. E crediamo che il vino : un grande vino, sia la poetica trasformazione alchemica della natura in cultura. E che solo avendo lievi mani e cuore gentile noi riusciamo a volte a piegare la natura al nostro sentimento umanizzandola e rendendola più bella, come la realtà immaginata in un sogno. Il vino è la natura sognata dall'uomo, quindi migliorata dal sentimento, un grande vino, un vino grande è natura trasfigurata, che solo nel momento in cui è bevuto migliora se stesso e la natura stessa perché crea immediatamente desiderio e nostalgia. Tutta la natura è nel vino ma il vino non è solo natura.

Come spiega Luca Sanjust: Bòggina B è prodotto da viti di Trebbiano del Valdarno piantate a Petrolo negli anni Settanta nella parcella nominata Poggio. È stato concepito nella convinzione che l'ambiente di Petrolo e del Valdarno in generale offra condizioni eccezionali per aspirare a produrre un vino bianco di grande qualità a partire dal Trebbiano in purezza. A tal fine, documenti risalenti all'inizio del XIV secolo attestano la qualità del Trebbiano proveniente da una parcella ancora esistente a Petrolo chiamata "Spedale". Quel lotto era allora di proprietà del papato e il vino prodotto veniva spedito a Roma perché considerato sopraffino.

Bòggina B è stato anche il risultato del mio incontro con Mounir Saouma di Lucien Le Moine, un importante négociant della Borgogna, che ci ha ispirato e guidato dandoci preziosi suggerimenti durante le varie fasi della produzione, sia in vigna che in cantina, dove ci avvaliamo della consulenza di Carlo Ferrini, coadiuvato dall'enologo aziendale Simone Cuccoli.

Il Bòggina B viene fermentato in barriques e tonneaux di rovere francese, selezionati e lavorati per noi da Lucien Le Moine, e rimane "sur lie" per tutto il periodo di vinificazione di circa due anni.

Siamo convinti che lavorando in un modo che è nostra consuetudine a Petrolo, con mano leggera e amorevoli cure, sia possibile fare un vino di Trebbiano in purezza che possa rivaleggiare con i grandi vini bianchi d'Italia, e non solo. Almeno questa è la nostra speranza e il nostro desiderio.

Nella foto Luca Sanjust con la moglie Sabina Mirri

Il primo anno di produzione è stato il 2014. Da questa vendemmia sono state prodotte poco più di 500 borgognotte e 50 magnum. Venti di queste magnum sono state decorate con etichette dipinte a mano da Sabina Mirri [la moglie di Luca], ognuna originale e diversa dall'altra.

Attualmente di Bòggina B è in commercio l'annata 2017, che il critico James Suckling ha descritto come "...uno dei bianchi più ‘cool’ della Toscana, con un profilo aromatico e gustativo dai toni minerali, di mela e un leggero tocco di pietra focaia. Corposo e nel contempo tonico e teso, con un bel finale dato da un’acidità brillante e una consistenza cremosa e minerale".

 

ENGLISH

Petrolo: Bòggina B, a Visionary Trebbiano

By Burton Anderson

In an earlier edition of the newsletter, we talked about Petrolo and the artistic winemaking of Luca Sanjust, focused on individual crus: Merlot of Vigna Galatrona for Galatrona; Sangiovese of Vigna Bòggina for two types of red and Trebbiano for a bianco; and Cabernet Sauvignon of Vigna Campo Lusso for Campo Lusso. Then there is Torrione, a red wine that captures the soul of the vineyards in a blend of Sangiovese, Merlot and Cabernet Sauvignon.

This time the focus is on Bòggina, source of two red wines from Sangiovese: Bòggina A (for Anfora) vinifed in 300-liter terracotta amphorae, and Bòggina C (for Classico) vinified by traditional methods in cement tanks and matured in French oak 40 Hl barrels and tonneaux. Then there is Bòggina B, the B for Bianco, which has a rather intriguing story behind it. 

Let’s begin by quoting the wording on the label to convey the spirit behind a visionary Trebbiano.

We of Petrolo, winegrowers in the Val d’Arno di Sopra, disciples of Nepo da Galatrona, by tradition, culture and education Heraclitian, Dionysian-Epicurean-Lucretian, Hermetic-Ficinian, Leonardesque neo-Platonic and Giorgionesque neo-Aristotelian, romantics and revolutionaries, we believe that God is in all things, and that the earth itself is God and that everything is fertile, vital, wet, crackling, lush. And that man is joined to heaven by means of his divine element and is in all things and in all places, occupying the core of the ramified and highly complex configuration of animal and vegetal beings: the heart of that infinite affinity of all things which is the Universe-World. And we winemakers, men and women rushing to the future in leaps and bounds, turn back toward the original and the ancient, believing that the revelation of the world breathing was silent and by just being silent and listening to nature, as it appears at intervals, occult and enigmatic, glittering like flashes of memory, guiding us to dynamic future ways of wine from the inside out, from top to bottom, from the future to the past. And we believe that wine, a great wine, is the poetic alchemical metamorphosis of nature into culture. And that only by having a light hand and loving heart are we able at times to bend nature to our sentiments, to humanize it and make it more beautiful, like a reality imagined in a dream. Wine is nature as dreamed by man, thus enhanced by sentiment; a wine that is great, a great wine, is nature transformed, which only at the moment of drinking elevates itself and its natural essence because it immediately inspires desire and memories. All of nature is in wine, but wine is not only nature.

As Luca Sanjust explains: Bòggina B is produced from Trebbiano del Valdarno vines planted at Petrolo in the seventies in the Poggio vineyard. It was conceived following our conviction that the environment of Petrolo and the Valdarno in general offer exceptional conditions for aspiring to produce a white wine of great quality from pure Trebbiano. To that end, documents dating back to the early fourteenth century attest to the quality of Trebbiano from a parcel that still exists at Petrolo called “Spedale.” That plot was then owned by the papacy, for which a wine regarded as exquisite and very precious was shipped to Rome.

Bòggina B was also a result of my meeting with Mounir Saouma of Lucien Le Moine, a great Burgundy house, who inspired and guided us and gave valuable suggestions during the various stages of production, both in the vineyard and the cellar, under the careful control of our consulting enologist Carlo Ferrini, assisted by our company enologist Simone Cuccoli.

Bòggina B is fermented in barriques and tonneaux of French oak, selected and crafted for us by Lucien Le Moine, and remains “sur lie” for the entire period of vinification of about two years.

We are convinced that by working in a way that is our custom at Petrolo, with a light hand and loving heart, that it is possible to make a wine of pure Trebbiano to rival the great white wines of Italy—and not only Italy. At least that is our hope and desire.

The first year of production was 2014. From this vintage we produced just over 500 Burgundy-style bottles and 50 magnums. Twenty of these magnums were decorated with exclusive labeling painted by Sabina Mirri [Luca’s wife], each original and different.

Currently on the market is the 2017 vintage, which the critic James Suckling described as “…one of the coolest whites of Tuscany with a mineral, apple, and light flint aroma and flavor profile. Full-bodied, tight and focused with a beautiful finish of bright acidity and a stone, creamy texture.”

Alexander Gottardi e il celestiale Blauburgunder di Mazzon

lunedì 13 luglio 2020 11:07:50 Europe/Rome

Alexander Gottardi e il celestiale Blauburgunder di Mazzon

By Burton Anderson

Mazzon, una frazione collinare nella valle dell'Adige a sud di Bolzano, si è guadagnata una tale reputazione per i vini di Pinot Nero da essere definita "la piccola Borgogna d'Italia", anche se localmente viene anche chiamata "Blauburgunder Himmel" (il paradiso del Pinot Nero). In effetti, l'ambiente ha qualcosa di celestiale, con vigneti ben terrazzati incastonati tra antiche case coloniche e manieri su una pittoresca altura con prati alpini e boschi che svettano sullo sfondo.

I vigneti, piantati a 300-425 metri di altitudine su terreni sabbiosi e calcarei, godono di un microclima benefico con lunghe ore di sole temperato nel pomeriggio dall'Ora, la brezza mite che sale dal lago di Garda fino al tramonto quando le temperature scendono bruscamente, creando condizioni che esaltano le componenti aromatiche delle uve.

Possedere i vigneti a Mazzon è un privilegio, conferma Alexander Gottardi, il cui padre Bruno, commerciante di Innsbruck, ha acquistato la proprietà nel 1986 che è stata ampliata a 9 ettari vitati nel 1995, quando è stata costruita una moderna cantina. Per un certo periodo Gottardi ha prodotto anche Chardonnay e Gewürztraminer, ma dal 2010 la produzione è stata dedicata esclusivamente al Pinot Nero.

Alexander spiega che le condizioni di Mazzon favoriscono chiaramente il Pinot Nero, presente in zona almeno dal 1869, come conferma un certo Gustav von Gasteiger, che all’epoca riportò nel suo diario la degustazione di un buon vino di questa varietà presso la stazione ferroviaria locale. L'anno successivo Ludwig Barth von Barthenau, professore all'Università di Vienna, piantò il Pinot Nero nella sua nuova proprietà di Mazzon. Da allora la produzione è aumentata gradualmente, anche se lo spazio dei vigneti sui terreni terrazzati è limitato, contando oggi circa 65 ettari totali coltivati da 13 produttori.

I fattori ambientali a Mazzon mostrano analogie con quelli di alcune zone della Côte d'Or della Borgogna. Ma Alexander sottolinea che il Pinot Nero è una varietà notoriamente difficile da lavorare, che richiede una grande attenzione ai dettagli, non solo nei vigneti ma anche nelle cantine, e che ogni luogo presenta condizioni diverse. Gottardi segue principi di intervento minimi nei vigneti che in alcuni anni prevedono la potatura verde per scartare più della metà dei grappoli.

Una vendemmia molto selettiva è seguita dalla pigiatura dei grappoli diraspati e dal trasferimento della massa per gravità in tini di acciaio inox per la fermentazione. La maturazione avviene per 12 mesi in barriques e piéces, seguiti da 8 mesi in botti e fusti più grandi. Gottardi produce circa 45.000 bottiglie all'anno di Südtiroler Blauburgunder Mazzon. Da annate eccezionali l'azienda produce anche una versione limitata di "Riserva", per la quale Alexander ha sperimentato la fermentazione a grappolo intero per lotti limitati con risultati che descrive come promettenti.commerciante e importatore di vino, ha infatti acquisito una profonda conoscenza dei cru della Côte d'Or. E questo non ha fatto altro che accrescere la sua convinzione che il Blauburgunder di Mazzon mostri una classe e un carattere che lo distinguono dagli altri, rivelando un'identità orgogliosamente propria.

Alexander Gottardi sa bene che il Pinot Nero coltivato in Italia e in altri paesi al di fuori della Francia sarà inevitabilmente paragonato alla Borgogna. Come commerciante e importatore di vino, ha infatti acquisito una profonda conoscenza dei cru della Côte d'Or. E questo non ha fatto altro che accrescere la sua convinzione che il Blauburgunder di Mazzon mostri una classe e un carattere che lo distinguono dagli altri, rivelando un'identità orgogliosamente propria.

 

ENGLISH

Alexander Gottardi and the Celestial Blauburgunder of Mazzon

By Burton Anderson

Mazzon, a hillside hamlet in the Adige valley south of Bolzano, has gained such a reputation for wines from Pinot Noir that it has been called “Italy’s Little Burgundy” though it is also referred to around the Südtirol as “Blauburgunder Himmel”. Indeed, the setting has something celestial about it with neatly terraced vineyards set amidst ancient farmhouses and manors on a picturesque rise with a soaring backdrop of Alpine meadows and forests.

The vineyards, planted at 300 to 425 meters of altitude on sandy calcareous soils, enjoy a beneficial microclimate with long hours of sunshine tempered in the afternoon by the Ora, the mild breeze that wafts up from Lake Garda until dusk when temperatures drop sharply, creating conditions that enhance the aromatic components of the grapes.

Owning vineyards at Mazzon is a privilege, confirms Alexander Gottardi, whose father Bruno, a merchant from Innsbruck, bought the property in 1986 that was extended to 9 hectares of vineyards by 1995, when a modern winery was built. For a while Gottardi also produced Chardonnay and Gewürztraminer, but from 2010 on production has been devoted exclusively to Pinot Noir.

Alexander explains that the conditions at Mazzon clearly favor Pinot Noir, which has been planted there since at least 1869, as confirmed by a certain Gustav von Gasteiger, who recorded in his diary tasting a good wine from the variety at the local train station. The following year, Ludwig Barth von Barthenau, a professor at the University of Vienna, planted Pinot Noir at his newly purchased property at Mazzon. Production has increased gradually since, though vineyard space on the terraced terrains is limited, so that today only about 65 hectares are cultivated by 13 growers.

Environmental factors at Mazzon show similarities to those of certain areas of Burgundy’s Côte d’Or. But Alexander points out that Pinot Noir is a notoriously difficult variety to work with, requiring great attention to detail, not only in the vineyards but in the cellars, and that every location presents different conditions. He follows minimal intervention principles in the vineyards that in some years involve green pruning to discard more than half of the clusters.

A very selective harvest is followed by crushing destemmed clusters and transferring the mass by gravitational flow into stainless steel vats for fermentation. Maturation takes place for 12 months in barriques and piéces followed by 8 months in larger barrels and casks. Gottardi produces about 45,000 bottles a year of Südtiroler Blauburgunder Mazzon. From outstanding vintages the winery also produces a limited “Riserva” version—for which  Alexander has experimented with whole cluster fermentation for limited batches with results that he describes as promising.

Alexander Gottardi is well aware that Pinot Noir grown in Italy and other countries outside France will inevitably be compared with Burgundy. In fact, as a wine merchant and importer, he has gained a profound knowledge of the crus of the Côte d’Or. And that has only heightened his conviction that the Blauburgunder of Mazzon shows the class and character to stand out from the rest with an identity proudly its own.

Roberto Voerzio: Barolo del Comune di La Morra 2016

lunedì 6 luglio 2020 15:52:21 Europe/Rome

Roberto Voerzio: Barolo del Comune di La Morra 2016

By Burton Anderson

Con il suo nuovo sito web BAROLOMGA360°, Alessandro Masnaghetti ha svelato la zona del Barolo DOCG e i suoi vigneti con vedute aeree a 360° sul paesaggio, corredate da foto, immagini illustrative e mappe in rilievo che sembrano destinate a rivoluzionare la cartografia delle zone vinicole del mondo.

Nei testi, Masnaghetti descrive la MGA (per Menzione Geografica Aggiuntiva) come un’area vitata più specifica delimitata ufficialmente all’interno della zona di produzione del Barolo DOCG. In parole povere, una MGA potrebbe essere vista come l'equivalente dei termini francesi cru o climat. Il sistema, in vigore dal 2010, si applica ora a 170 MGA ufficialmente riconosciute. A queste si aggiungono le 11 "menzioni comunali" che si applicano al Barolo prodotto da più di un vigneto MGA all'interno di un comune.

Il che ci porta a Roberto Voerzio e al suo Barolo del Comune di La Morra 2016. L'idea di dedicare un Barolo al Comune di La Morra gli era rimasta in testa per anni, dice Roberto, che nel corso dei decenni ha progressivamente acquisito appezzamenti sui pendii delle colline delle Langhe e li ha coltivati nel rigoroso rispetto della natura che definisce il suo concetto di vinificazione.

I suoi 25 ettari di vigneto, principalmente nel comune di La Morra, comprendono siti da tempo noti per l'eccellenza del Barolo, come Brunate, Cerequio, Rocche dell'Annunziata e Sarmassa di Barolo, più alcuni appezzamenti meno noti, come La Serra, Fossati e Case Nere, che Roberto ha personalmente elevato a livelli che dall'altra parte delle Alpi sarebbero riconosciuti nelle migliori categorie di cru.

Oltre al Barolo, l’azienda produce Barbera d'Alba, Dolcetto d'Alba e Langhe Nebbiolo, tutti da singolo vigneto. Attingendo alla sua vasta conoscenza della natura e delle sfumature dei vari terroir, Roberto ha deciso di riunire il tutto in un Barolo che trasmetta lo spirito e l'anima di La Morra. E così, con il sostegno entusiasta di Cesare Turini di Heres, è stato concepito il Barolo del Comune di La Morra 2016.

Il vino deriva da uve Nebbiolo per circa due terzi da La Serra, Fossati e Case Nere, e per l'altro terzo da Boiolo, una MGA a lungo trascurata, i cui vini mostrano qualità simili alle adiacenti Brunate e Rocche dell'Annunziata. Roberto insiste, tuttavia, sul fatto che il suo obiettivo non è stato quello di replicare i suoi celebrati cru -monumenti di statura e di potenziale di invecchiamento con prezzi correlati- ma di creare un vino di maggiore accessibilità e più immediato appeal che si presenta tuttavia come un Barolo a pieno titolo.

Quando ho accennato che questa scelta sembrava suggerire un cambio di metodo nello stile di vinificazione, Roberto mi ha subito fermato con un secco “i miei vini sono fatti in vigna", ma ha precisato che, mentre i suoi migliori cru di Barolo provengono da viti che producono 500 grammi di uva per pianta, per il Comune di La Morra ha aumentato la resa a un chilogrammo di uva per vite. L'altra differenza principale è che il Barolo Comune passa meno tempo a maturare in legno.

Il risultato è un vino con essenzialmente le stesse caratteristiche aromatiche e gustative dei suoi cru di Barolo, ma con un colore più brillante, tannini più morbidi e un corpo e una struttura più agili e aggraziati . Nel mio entusiasmo, mi sono spinto a dire che mostrava una voluttà che richiama la Borgogna.

Beh, ha detto Roberto, è un Barolo fino in fondo, ma capisco dove vuoi arrivare. Ha sottolineato la maggiore versatilità con i cibi rispetto a un Barolo classico, nominando alcuni piatti piemontesi normalmente abbinati a rossi più leggeri. Tra questi la carne cruda, i tajarin con tartufi, il fritto misto piemontese e il vitello tonnato. Ha aggiunto che si sposa sorprendentemente bene con molti piatti provenienti da tutta Italia e non solo con i soliti secondi piatti e carrello dei formaggi. 

Per esempio?

"Ebbene", ha detto Roberto, "a Viareggio l'abbiamo bevuto di recente con un pranzo che era interamente a base di pesce. E sai cosa? Ci ha lasciati sbalorditi".

 

Roberto Voerzio: Barolo del Comune di La Morra 2016

By Burton Anderson

With his new website BAROLOMGA360°, Alessandro Masnaghetti has illuminated the Barolo DOCG zone and its vineyards with aerial views sweeping over the landscape at 360° complemented by photos, illustrative images and relief maps that seem certain to revolutionize the charting of the world’s wine zones.

In the texts, Masnaghetti describes MGA (for Menzione Geografica Aggiuntiva) as referring to an officially defined vineyard area within the production zone of Barolo DOCG. Simply put, an MGA might be seen as the equivalent of the French terms cru or climat. The system, in effect since 2010, now applies to 170 officially recognized MGAs. To these must be added the 11 “communal mentions” applying to Barolo made from more than one MGA vineyard within a commune.

Which brings us to Roberto Voerzio and his Barolo del Comune di La Morra 2016. The idea of dedicating a Barolo to the commune of La Morra had been floating in his mind for years, says Roberto, who, over the decades, has gradually acquired plots on slopes of the Langhe hills and cultivated them with the rigorous respect for nature that defines his concept of winemaking.

His 25 hectares of vineyards, primarily in the commune of La Morra, include sites long noted for outstanding Barolo, such as Brunate, Cerequio, Rocche dell’Annunziata and Sarmassa di Barolo, plus a number of lesser known plots, such as La Serra, Fossati and Case Nere, that he’s personally elevated to levels that on the other side of the Alps would be recognized in the top categories of crus.

Beyond Barolo, Roberto produces Barbera d’Alba, Dolcetto d’Alba, and Langhe Nebbiolo—all carrying the names of single vineyards. Drawing on his vast knowledge of the nature and nuances of the various terroirs, he made up his mind to bring it all together in a Barolo that conveys La Morra spirit and soul. With the enthusiastic support of Cesare Turini of Heres, Barolo del Comune di La Morra 2016 was conceived.

The wine derives from Nebbiolo grapes, about two-thirds coming from La Serra, Fossati and Case Nere, and the other third from Boiolo, a long neglected MGA whose wines show quality similar to the adjacent Brunate and Rocche dell’Annunziata. Roberto insists, however, that his aim was not to replicate his vaunted crus—monuments of stature and aging potential with prices to match—but to create a wine of greater accessibility and more immediate appeal that still stands as a full-fledged Barolo.

When I suggested that this might involve a change in winemaking style, Roberto stopped me short. “My wines are made in the vineyards,” he said. But he did concede that, whereas his top cru Barolos come from vines that yield 500 grams of grapes per plant, for the Comune di La Morra he upped the yield to a kilogram of grapes per vine. The main other difference is that the Comune Barolo spends less time maturing in barrels.

The result is a wine with the same essential aroma and flavor characteristics of his cru Barolos, but with brighter color, softer tannins and more supple and graceful body and texture. In my enthusiasm, I went so far as to say that it showed a voluptuousness that had something “Burgundian” about it. 

Well, said Roberto, it’s a Barolo through and through, but I understand what you’re getting at. He noted that it shows much greater versatility with foods than a classic Barolo, naming some Piedmontese dishes normally matched with lighter reds. Among them carne cruda, tajarin con tartufi, fritto misto piemontese and vitello tonnato. He added that it goes surprising well with many dishes from all over Italy and not just the usual meats and cheeses. 

For instance?

“Well,” said Roberto, “in Viareggio recently we drank it through a meal that was entirely seafood. And you know what? It just blew us away.”

 

 

I vini di Carlo Hauner: esaltazione di terra e di mare

venerdì 3 luglio 2020 11:30:10 Europe/Rome

I vini di Carlo Hauner: esaltazione di terra e di mare

By Burton Anderson

 Dopo una stimolante videochiamata con Carlo Hauner, non riesco a immaginare un posto migliore di Salina e le isole Eolie dove vorrei essere in questa strana estate. Magari soggiornando in una camera con vista e il tempo per vagare lungo pendii sassosi con viti e cespugli di capperi, fino a calette appartate con in acque cristalline dove tuffarsi, e soffermarmi infine all’ombra di un terrazzo e pasteggiare coccolato dai sapori della terra e del mare locali.

Quella visita dovrà attendere, ahimè, ma nel frattempo cosa mi impedisce di sostituire la realtà con una cena immaginaria in compagnia di Carlo Hauner degustando i suoi vini? Hauner, come sappiamo, si è costruito la reputazione sulle inebrianti dolcezze della Malvasia delle Lipari Naturale e Passito, ma in questo pezzo l'attenzione si concentra su tre vini secchi ideali da sorseggiare d'estate con i sapori luminosi di Salina, o da bere in qualsiasi periodo dell'anno con piatti ispirati alle cucine di altri mondi.

Salina Bianco IGT da uve Insolia e Catarratto. Vinificato in acciaio e imbottigliato giovane, questo bianco dalla limpidezza brillante conserva freschi sentori floreali e fruttati di agrumi con note saline e minerali che riflettono le origini vulcaniche dell'isola. Considerato un aperitivo ideale, è un vino che a detta di Carlo va bevuto giovane, anche se ho il sospetto che dopo qualche anno in bottiglia mostrerebbe una profondità e una complessità inaspettate.

Iancura Terre Siciliane IGT da Malvasia delle Lipari con 10% circa di Insolia. Questa versione secca della Malvasia viene vinificata in acciaio e imbottigliata dopo 6 mesi. Si presenta di colore giallo paglierino chiaro con profumi di fiori e frutti mediterranei, agrumi, pesca, mandorla, e una bocca piena e gustosa con tocchi salini e minerali che contribuiscono ad un finale vibrante. Si tratta chiaramente di un vino bianco da pasto, che si abbina a una gamma completa di antipasti e primi piatti a base di pesce e verdure - e, come ho scoperto, a molto altro ancora.

Hierà Sicilia IGT da uve Calabrese con Alicante e Nocera coltivate sull’isola di Vulcano, dopo una lunga macerazione sulle bucce viene affinato per alcuni mesi in acciaio e poi in bottiglia. Di colore rubino violetto brillante, con profumi e sapori di frutta mediterranea, frutti di bosco e spezie, al palato mostra ampia struttura e profondità con una trama felpata e un finale persistente. Alcuni lo considerano un vino per carni e formaggi, ma io sostengo la versione di Carlo che lo abbina altrettanto bene a piatti di mare dal sapore deciso, come tranci di pesce spada alla griglia o tonno fresco con salsa di capperi.

Ho chiesto a Carlo di parlare dei cibi di Salina, mentre ascoltavo seduto assalito da un desiderio latente di essere-lì-adesso. Per cominciare ci sono i capperi e il frutto del cappero, detto cucuncio, conservati sotto sale, di cui Hauner è uno dei principali produttori.

 

Poi ci sono i pomodorini, piccoli e deliziosi, che crescono su piante che si estendono sui terreni sassosi assumendo una straordinaria concentrazione di sapore. Aggiungete i peperoncini intrisi di sole, aglio e basilico gigante come foglie di lattuga e olio extravergine d'oliva, e otterrete una pasta al pomodoro epica. Qualcuno potrebbe anche completarla con le acciughe locali. Poi ci sono i peperoni dolci e piccanti e le melanzane, la base di specialità siciliane come la peperonata e la caponata e decine di altre versioni, come la ratatouille, che catturano l’essenza del Mediterraneo in un solo piatto.

Il mare delle Eolie è ricco di pesci, molluschi e crostacei. Carlo ha sottolineato le specialità locali di pesce spada e calamaretti cucinati con la Malvasia. Ma le acque siciliane sono rinomate anche per il tonno, cucinato come una bistecca al sangue o servito squisitamente crudo.

Potrei passare alla pasta con le sarde o alla Norma, al cuscusù (cuscus siciliano) e continuare con una stuzzicante varietà di pecorini e caprini, pungenti e saporiti. La Sicilia è fonte di ogni sorta di frutta e noci, molti dei quali finiscono nei famosi dolci dell’isola, ma descrivere queste prelibatezze e la loro affinità con la Malvasia passita delle Lipari richiederebbe un altro capitolo.

 Per riassumere la mia visita immaginaria e le degustazioni che mi hanno accompagnato, sono tornato con la convinzione che tutti e tre i vini hanno il carattere per abbinarsi meravigliosamente a moltissimi piatti della cucina mondiale - e non lasciatevi ingannare dalla favola del bianco con il pesce e del rosso con la carne. Le eccezioni sfidano la regola. Per esempio, mi sto ancora meravigliando di come Iancura 2019 ha tenuto testa a un pasto toscano con tanto di pappardelle ai porcini, tortelli al ragù, arrosto di carne e selvaggina, quando mi sono trovato lo scorso fine settimana in un ristorante dove non c'era neanche un vino rosso in vista. 

Eppure ho il sospetto, e non vedo l'ora di provarlo, che questi vini danno il loro meglio assaporati a Salina sotto la pergola di una terrazza sul mare, durante un pranzo esaltato dai sapori dell’isole.

ENGLISH

The wines of Carlo Hauner: Uplifting flavors of land and sea

By Burton Anderson

After a stimulating video call with Carlo Hauner, I can’t imagine a place I’d rather be in this strangest of summers than Salina in the Aeolian Isles. Maybe staying in a place with a view and the time to wander along stony slopes with vines and caper bushes to a secluded spot to swim in crystalline waters and then linger on shady terraces over meals uplifted by flavors of local land and sea.

That visit will have to wait, alas, but in the meantime what’s to stop me from a vicarious version of spending some time tasting wines and dining with Carlo Hauner? Hauner, as we know, built an early reputation on the exquisitely sweet Malvasia delle Lipari Passito, but the focus this time is on three dry wines that strike me as ideally suited to summer sipping with the brilliant foods of Salina—or for that matter for drinking at any time of year with dishes from far-flung places.

Salina Bianco IGT comes from Insolia with Catarratto. Vinified in stainless steel and bottled young, this white of bright limpidity retains fresh floral and fruity scents of citrus with saline and mineral notes that reflect the volcanic origins of the island. Considered an ideal aperitif, it’s a wine that Carlo insists is best young, though I suspect it would show unexpected depth and complexity after a few years in bottle.

Iancura Terre Siciliane IGT comes fromMalvasia delle Lipari Secca with 10% Insolia. This dry version of Malvasia is a white vinified in stainless steel and bottled after 6 months. It shows pale straw yellow color with scents of Mediterranean flowers and fruits, suggesting citrus, peach, almonds and flavors that are round and full on the palate with saline and mineral touches that contribute to a vibrant finish. This is clearly a white wine for food, a match for a full range of antipasti and pasta dishes based on fish and vegetables—and, as I found, much more.

Hierà Sicilia IGT comes from Calabrese with Alicante and Nocera vinified with long maceration on the skins and matured for a few months in stainless steel and bottle. Bright ruby-violet with the fragrance and flavors of Mediterranean fruits, berries and spices, on the palate it shows ample structure and depth with plush texture and an elegant lingering finish. Some consider this a wine for meats and cheeses, but I back Carlo’s view that it’s equally well suited to seafood dishes of prounounced flavor, such as grilled swordfish steaks or fresh tuna with caper sauce.

I asked Carlo to talk about the foods of Salina, while I sat back and listened with wish-I-were-there envy. For a start there are capers and cucunci, the berries, preserved in sea salt, of which Hauner is a leading producer. Then there are pomodorini, the tiny tomatoes that grow on vines sprawling over the stony soils to assume extraordinary concentration of flavor. Add sun-soaked peperoncini, garlic and basil of lettuce-size leaves and extra virgin oil and you have the makings of an epic pasta al pomodoro. Some might even top it off with anchovies from Aeolian waters. Then there are sweet and piquant peppers and melanzane (eggplant), sources of Sicilian specialties of peperonata and caponata and dozens of others, like ratatouille, that capture the Mediterranean in a melting pot.

The sea provides a bounty of finny fish, mollusks and crustaceans. Carlo emphasized the local specialties of swordfish and calamaretti (tender young squid) cooked in Malvasia. Sicilian waters are renowned for tuna, cooked as rare steaks or served exquisitely raw.

I could go on to the likes of pasta con le sarde and pasta alla Norma, cuscusù  (Sicilian couscous) and on through a tantalizing array of sharp and salty sheep and goat cheeses. Sicily is the source of all manner of fruits and nuts, many of which end up in the desserts for which Sicily is famous, but describing them and their affinity with Malvasia Passito delle Lipari would require another chapter.

To sum up my vicarious visit and the tastings that followed, I came away convinced that all three wines have the character to make marvelous matches with a great many dishes of the world’s cuisines—and don’t be finagled by the fable of white with fish, red with meat. The exceptions defy the rule. For example, I’m still marveling over the way Iancura stood tall through a Tuscan meal of pappardelle with porcini, tortelli with ragout, and platters of roast meats and game when I found myself last weekend in a place with nary a red wine in sight.

And yet I suspect, and I can’t wait to prove it, that the wines could never be better than when savored at Salina under a pergola on a seaside terrace over lunches uplifted by flavors of land and sea.

Silvia Zucchi: il Lambrusco dal volto fresco e dalle idee brillanti

lunedì 29 giugno 2020 15:20:19 Europe/Rome

 

Silvia Zucchi: il Lambrusco dal volto fresco e dalle idee brillanti

By Burton Anderson

 Il Lambrusco, nella sua lunga storia - non preoccupatevi, non vi riporterò alle sue antiche origini ma solo ai miei primi incontri avvenuti negli anni Settanta - è stato uno dei vini italiani più vivaci e conviviali, ma anche uno dei più incompresi e maltrattati e, in definitiva, uno dei più amati. Amato soprattutto dalla gente della sua terra d'origine, l’Emilia, ma anche da un numero crescente di forestieri, tra cui un nugolo di scrittori, che non si sono dovuti impegnare troppo ad apprezzarlo, perché è un vino che sin dal primo sprizzo di bolle ti ammalia e ti lascia - almeno nel mio caso – sedotto senza speranza.

 Devo ammettere che non è stato amore a prima vista. I miei primi assaggi di Lambrusco sono state le versioni piuttosto grezze servite nelle osterie emiliane e degli intrugli commerciali (troppo spesso amabili) che si trovano sugli scaffali dei supermercati. Poi c'è stata quella roba dolce che ha conquistato l'America negli anni Settanta, commercializzata in massa come "nice on ice" col nomignolo di "Coca-Cola italiana".

 Saltate avanti di una decina d'anni, ai giorni della mia diligente ricerca sulle complessità dell'Aceto Balsamico Tradizionale, accompagnata da giri di bevute e pasti locali e dalla scoperta della versione rubino rosato - e rigorosamente secca – del Lambrusco di Sorbara. Faccio una confessione: per quanto mi piaccia la spuma violacea scura di Castelvetro e delle province di Parma e Reggio, per il mio gusto il paradigma del Lambrusco è il Sorbara.

 Un salto in avanti di un altro paio di decenni, durante i quali una sorta di rinascita ha portato il Lambrusco di Sorbara a nuovi livelli di qualità, integrità e ... stavo per dire prestigio, ma solo tra quei conoscitori che avevano seguito da vicino con crescente ammirazione i progressi di un nutrito gruppo di produttori che, mi fa piacere osservare, hanno influenzato una nuova generazione di viticoltori dai volti freschi e dalle idee brillanti.

 Il che ci porta a Silvia Zucchi. Nata nel 1990, ma con già dieci vendemmie alle spalle con l'azienda di famiglia Cantina Zucchi (una delle mie fonti preferite di Sorbara), Silvia è sbocciata con una gamma personalizzata di vini ispirati al padre Davide e con etichette dedicate ai nonni Maria Alma e Bruno Zucchi.

 I quattro vini si qualificano come Lambrusco di Sorbara DOP derivanti da vigneti trentennali piantati in pianura lungo la riva destra del fiume Secchia, in località San Lorenzo sott’argine. Tutti Lambrusco di Sorbara, ma che differenza di tipologie e stili.

Purezza e Rosato sono vinificati con il metodo Charmat, mentre Infondo viene rifermentato in bottiglia secondo la tradizione locale. Infine il Metodo Classico millesimato che prevede un minimo di 26 mesi sui lieviti.

 I vini saranno recensiti in una prossima edizione della Newsletter Heres, ma nel frattempo non abbiamo potuto resistere a un'anteprima di Purezza basata sulle note di degustazione e sui commenti del Team Heres e di Antonio, oste e custode della cucina modenese che conosce e ama il Lambrusco da insider per eccellenza: “Un Sorbara fermentato in autoclave dai profumi di frutti di bosco e dalla tonalità rosa rubino brillante. Al sorso è vibrante e scattante, con cremose bollicine che avvolgono il palato. La freschezza appagante e il garbato finale sapido donano a questo vino infinita bevibilità!"

ENGLISH

Silvia Zucchi: the Lambrusco of fresh faces and bright ideas

By Burton Anderson

Lambrusco over its long history—not to worry, I won’t take you back to its antique origins but only to my early encounters with it in the 1970s—has endured as one of the most vivacious and convivial of Italian wines, but also one of the most misunderstood and mistreated, and, ultimately, one of its most beloved. Beloved above all by the people of its Emilian homeland but also by a growing number of outsiders, including a bevy of writers, who didn’t really need to learn to love it because it’s a wine that has a way of beckoning you with a burst of bubbles one day and leaving you—or at least me—hopelessly seduced.

But, in my case, it wasn’t love at first sight. My early tastes of Lambrusco were mainly of the rustic renditions served in osterie around Emilia and the commercial concoctions (too often amabile) found on supermarket shelves. Then there was that sweet stuff that conquered America in the 1970s, mass marketed as “nice on ice” and alluded to as “Italian Coca-Cola.”

Jump ahead a decade or so to my days of diligent research into the intricacies of Aceto Balsamico Tradizionale complemented by rounds of local dining and drinking and my discovery of the roseate ruby—and strictly dry—Lambrusco di Sorbara. Here a confession. Much as I revel in the deep purple froths of Castelvetro and the province of Reggio, to my taste the paradigm of Lambrusco is Sorbara.

Leap ahead another couple of decades during which time a renaissance of sorts carried Lambrusco di Sorbara to new levels of quality, integrity and … I was about to say prestige, but only among those cognoscenti who had kept close tabs on the progress with mounting admiration for the work of a couple of dozen producers, who, I’m delighted to observe, have influenced a new generation of winemakers with fresh faces and bright ideas.

Which brings us to Silvia Zucchi. Born in 1990, but with a good ten vintages behind her with the family firm of Zucchi (one of my favorite sources of Sorbara), Silvia has blossomed forth with a personalized range of wines inspired by her father Davide with labels dedicated to her grandparents Maria Alma and Bruno Zucchi. 

The four wines all qualify as Lambrusco di Sorbara DOP deriving from 30-year-old vineyards planted in the flatlands along the right bank of the Secchia river at a place called San Lorenzo sott’argine. Lambrusco di Sorbara all, but what a difference in types and styles.

Purezza and Rosé are vinified by the Charmat method. Infondo is refermented in bottle following a local tradition. Metodo Classico is made by the classic method of fermentation in bottle with 26 months on the lees.

All will be reviewed in a coming edition of the Heres Newsletter, but in the meantime we could hardly resist a sneak 

 

Christian Clerget: Il mio tipo di Borgogna

giovedì 25 giugno 2020 16:04:11 Europe/Rome

Christian Clerget: Il mio tipo di Borgogna

 By Burton Anderson 

Nel libro “Vini e terre di Borgogna”, Camillo Favaro e Giampaolo Gravina forniscono questa descrizione di Christian Clerget:

“L'apparente semplicità nasconde un uomo autentico e senza fronzoli, in cui la vena riflessiva convive con un atteggiamento concreto e positivo, sempre disponibile e sorridente. La sua passione per il rugby e ancor più per la montagna (specie l'Himalaya e le Ande, dove è già stato e dove sogna di tornare ancora) sono indizi di un gusto spartano, ispirato a un profondo rispetto per la natura. Tesi ed essenziali anche i suoi vini, che ne esprimono fedelmente il carattere.”

Christian Clerget, che lavora con la moglie Isabelle e la figlia Justine, coltiva sei ettari di vigneto in appezzamenti scelti della Cote de Nuits: a Chambolle-Musigny, Morey-Saint-Denis, Vosne-Romanée, Vougeot, oltre a una parcella del Grand Cru Echézeaux.

Il loro obiettivo è quello di produrre un vino più puro e naturale possibile, con sincero rispetto per ogni singolo climat nei vigneti che hanno un'età compresa tra i 30 e i 50 anni. Le vigne sono coltivate seguendo principi organici ispirati alla semplicità e al buon senso: potatura corta, vendemmia verde, diradamento a mano, aratura del terreno e raccolta a mano. Le uve vengono raccolte al culmine della maturazione e mai oltre. Ogni grappolo viene selezionato in vigna e di nuovo su un tavolo di cernita in cantina.

Le uve vengono diraspate totalmente o in parte e fermentate per 2-3 settimane in tini di acciaio, con follature e rimontaggi giornalieri e interventi minimi. Il vino viene successivamnete affinato in botti di rovere per 18 mesi durante i quali si svolge la fermentazione malolattica. L’imbottigliamento avviene senza effettuare chiarifiche e senza filtrare i vini.

Clerget produce un bianco di pregio, il Morey-Saint-Denis Les Crais, anche se il domaine pone l'accento sui rossi che sono schietti, puri ed equilibrati, con tessiture fini al palato e un eccellente potenziale di invecchiamento.

Ora, non sono il tipo che naviga con nonchalance tra i grands crus (se lo fossi, un primo porto di approdo sarebbe il Clerget Echézeaux). Del resto, neanche i premier crus sono proprio la mia partita  (se lo fossero, punterei certamente verso Clerget Vougeot “Les Petits Vougeots” o Chambolle-Musigny “Les Charmes”). No, ma dopo una lunga esperienza con la Borgogna che comprende almeno occasionalmente assaggi del più grande dei grand e i primi della classe tra i premier, mi sono concentrato sul meglio della categoria che porta semplicemente il nome del village.

Un bell'esempio è il Clerget Chambolle-Musigny 2017 che deriva da sette diversi appezzamenti all'interno della denominazione. Mentre lo annusavo e lo sorseggiavo a cena ieri sera, continuavo a pensare tra me e me: questo è il mio tipo di Borgogna, puro piacere senza fronzoli.

ENGLISH 

Christian Clerget: My Kind of Burgundy

By Burton Anderson

In their book Wines and Vineyards of Burgundy, Camillo Favaro and Giampaolo Gravina provide this description of Christian Clerget: “His apparent simplicity hides an authentic no-frills man whose reflective nature coincides with a concrete and positive attitude, always open and smiling. His passion for rugby and even more for the mountains (especially the Himalayas and the Andes, where he dreams of returning some day) hint at his Spartan tastes, inspired by a deep respect for nature. His wines are also tense and essential, faithful expressions of character.”

Christian Clerget, working with his wife Isabelle and daughter Justine, cultivates six hectares of vineyards in choice plots of the Cote de Nuits: at Chambolle-Musigny, Morey-Saint-Denis, Vosne-Romanée, Vougeot, as well as a parcel in the Grand Cru Echézeaux. Their aim is to produce the purest and most natural wine possible with a sincere respect for each individual climat in vineyards that range in age from 30 to 50 years. Those vineyards are maintained following organic principles inspired by simplicity and common sense: short pruning, green harvesting, thinning by hand, ploughing the soil and harvesting by hand. Grapes are picked at peak maturity and never beyond. Each bunch is selected in the vineyards and again on a sorting table at the winery.

Grapes are de-stemmed and fermented for 2-3 weeks in stainless steel vats, with daily cap punching and pumping-over operations and minimal intervention. The wine is matured in oak barrels for 18 months during which time malolactic fermentation takes place. Wines are bottled without fining or filtration.

Clerget produces a fine white Morey-Saint-Denis Les Crais, though the Domaine puts the emphasis on reds that are honest, pure and well-balanced, with long-lasting textures on the palate and excellent aging potential.

Now, I’m not the kind of guy who is able to cruise through grands crus (if I were, an early port of call would be the Clerget Echézeaux). Nor, for that matter, are premiers crus often in my range (if they were, I’d certainly point toward the Clerget Vougeot 1er Cru Les Petits Vougeots or Chambolle-Musigny 1er Cru Les Charmes).

No, but after long experience with Burgundy that includes at least occasional tastes of the grandest of the grand and the prime among premiers, I’ve come to focus on the best of the breed that simply carries the name of the village.

A fine example is the Clerget Chambolle-Musigny 2017 that derives from seven different parcels within the appellation. As I sniffed and sipped it over dinner last night, I kept thinking to myself: now that’s my kind of Burgundy, pure pleasure without the frills.

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