Corfiero: Con le radici nella terra e lo sguardo al futuro

by Elena Zanasi

Che cos’è l’ambizione? Cosa scatena la scintilla che spinge a mirare più in alto di chiunque altro, inseguendo un obiettivo con tenacia e fiducia, fino al suo compimento?

Quando ho avuto tra le mani Corfiero 2018, ancora prima di stappare la bottiglia era chiaro che avrei assaggiato un vino fuori dal comune. Mi piace soffermarmi sui dettagli, osservare le linee che tratteggiano il vetro, il logo semplice ma ricercato, l’etichetta dai tratti classici: questa bottiglia  è riconoscibile tra mille.

Corfiero: un nome che mi è nuovo e che suggerisce l’impavida e ambiziosa missione di Podere Forte, azienda avanguardistica situata in un angolo di paradiso della Val d’Orcia, la cui fama è ormai ampiamente consolidata tra i cultori più appassionati e i più accorti ricercatori di perle rare in forma liquida.

I loro vini trasmettono il desiderio di elevarsi al di sopra di ogni opera mai realizzata, poiché pensare in grande significa visualizzare il traguardo ancor prima di iniziare la corsa. Un obiettivo perseguito attraverso la collaborazione dei migliori professionisti e la cura del più piccolo dettaglio, che può apparire invisibile a tanti, ma non ad un imprenditore che non dà nulla per scontato e che non lascia niente al caso. Dietro quello che vediamo oggi, infatti, si denota una cura e attenzione straordinarie su ogni aspetto, dallo studio preciso e parcellizzato della terra, alla supervisione  quasi maniacale ogni fase di produzione, senza tralasciare la divulgazione del prodotto, perché si sa, la Toscana è terra di grandissime eccellenze, e per dimostrare il proprio valore è fondamentale saperlo comunicare a gran voce.

L’esperienza che la persona andrà a vivere nella degustazione è frutto di un maestro d’orchestra esperto nel dirigere ogni elemento musicale, affinché lo spettatore ne possa rimanere meravigliato. Tuttavia, così come accade per la musica, ognuno vive il vino in maniera profondamente soggettiva. Così, ansiosa di assistere anche io a questo concerto del gusto, mi appresto curiosa a stappare la bottiglia.

Nel calice un rosso rubino brillante e mediamente intenso, mi avvicino e vengo sopraffatta da un innumerevole mix di spezie, dalla bacca di vaniglia al chiodo di garofano, dalla liquirizia al rosmarino. La frutta è scura, calda, matura. Dalla prugna, alla mora, alla ciliegia sotto spirito, a suggestioni più vibranti di ribes. I fiori infine incrementano la complessità in una dolce suggestione carnosa. Merlot, Cabernet Franc, Petit Verdot, Sangiovese: sono quattro i vitigni che cantano in questo coro di voci polifoniche, che con il passare del tempo si faranno sempre più complesse, distinte e sfaccettate.

Al gusto, uno slancio che riempie la bocca, sostenuto da un tannino fitto ma lieve e soprattutto da un’acidità fenomenale e rinfrescante, forse originata dall’altitudine importante su cui crescono i filari, oppure dall’annata fresca ed equilibrata, eppure io credo che il merito sia principalmente dovuto al  Sangiovese e alla freschezza che solo lui può apportare. Sangiovese che non è protagonista, ma pur sempre personaggio fondamentale, a mio avviso l’elemento imprescindibile per determinare l’ottima qualità di questo vino. Senza neanche rendermene conto sono già al terzo bicchiere e, tra piacere e concentrazione, fantastico su come sarà questo vino tra qualche anno.

Freud diceva che i sogni cedono il posto alle impressioni di un nuovo giorno, come lo splendore delle stelle cede alla luce del sole. Allo stesso modo, l’illuminazione che Pasquale Forte ebbe la prima volta che toccò con mano la sua terra, oggi cede il posto ad una realtà di successo, ma senza distogliere lo sguardo dal suo sogno, tracciando come un pioniere la via verso il futuro del mondo del vino.