Silvia Zucchi: il Lambrusco dal volto fresco e dalle idee brillanti

By Burton Anderson

 Il Lambrusco, nella sua lunga storia - non preoccupatevi, non vi riporterò alle sue antiche origini ma solo ai miei primi incontri avvenuti negli anni Settanta - è stato uno dei vini italiani più vivaci e conviviali, ma anche uno dei più incompresi e maltrattati e, in definitiva, uno dei più amati. Amato soprattutto dalla gente della sua terra d'origine, l’Emilia, ma anche da un numero crescente di forestieri, tra cui un nugolo di scrittori, che non si sono dovuti impegnare troppo ad apprezzarlo, perché è un vino che sin dal primo sprizzo di bolle ti ammalia e ti lascia - almeno nel mio caso – sedotto senza speranza.

 Devo ammettere che non è stato amore a prima vista. I miei primi assaggi di Lambrusco sono state le versioni piuttosto grezze servite nelle osterie emiliane e degli intrugli commerciali (troppo spesso amabili) che si trovano sugli scaffali dei supermercati. Poi c'è stata quella roba dolce che ha conquistato l'America negli anni Settanta, commercializzata in massa come "nice on ice" col nomignolo di "Coca-Cola italiana".

 Saltate avanti di una decina d'anni, ai giorni della mia diligente ricerca sulle complessità dell'Aceto Balsamico Tradizionale, accompagnata da giri di bevute e pasti locali e dalla scoperta della versione rubino rosato - e rigorosamente secca – del Lambrusco di Sorbara. Faccio una confessione: per quanto mi piaccia la spuma violacea scura di Castelvetro e delle province di Parma e Reggio, per il mio gusto il paradigma del Lambrusco è il Sorbara.

 Un salto in avanti di un altro paio di decenni, durante i quali una sorta di rinascita ha portato il Lambrusco di Sorbara a nuovi livelli di qualità, integrità e ... stavo per dire prestigio, ma solo tra quei conoscitori che avevano seguito da vicino con crescente ammirazione i progressi di un nutrito gruppo di produttori che, mi fa piacere osservare, hanno influenzato una nuova generazione di viticoltori dai volti freschi e dalle idee brillanti.

 Il che ci porta a Silvia Zucchi. Nata nel 1990, ma con già dieci vendemmie alle spalle con l'azienda di famiglia Cantina Zucchi (una delle mie fonti preferite di Sorbara), Silvia è sbocciata con una gamma personalizzata di vini ispirati al padre Davide e con etichette dedicate ai nonni Maria Alma e Bruno Zucchi.

 I quattro vini si qualificano come Lambrusco di Sorbara DOP derivanti da vigneti trentennali piantati in pianura lungo la riva destra del fiume Secchia, in località San Lorenzo sott’argine. Tutti Lambrusco di Sorbara, ma che differenza di tipologie e stili.

Purezza e Rosato sono vinificati con il metodo Charmat, mentre Infondo viene rifermentato in bottiglia secondo la tradizione locale. Infine il Metodo Classico millesimato che prevede un minimo di 26 mesi sui lieviti.

 I vini saranno recensiti in una prossima edizione della Newsletter Heres, ma nel frattempo non abbiamo potuto resistere a un'anteprima di Purezza basata sulle note di degustazione e sui commenti del Team Heres e di Antonio, oste e custode della cucina modenese che conosce e ama il Lambrusco da insider per eccellenza: “Un Sorbara fermentato in autoclave dai profumi di frutti di bosco e dalla tonalità rosa rubino brillante. Al sorso è vibrante e scattante, con cremose bollicine che avvolgono il palato. La freschezza appagante e il garbato finale sapido donano a questo vino infinita bevibilità!"

ENGLISH

Silvia Zucchi: the Lambrusco of fresh faces and bright ideas

By Burton Anderson

Lambrusco over its long history—not to worry, I won’t take you back to its antique origins but only to my early encounters with it in the 1970s—has endured as one of the most vivacious and convivial of Italian wines, but also one of the most misunderstood and mistreated, and, ultimately, one of its most beloved. Beloved above all by the people of its Emilian homeland but also by a growing number of outsiders, including a bevy of writers, who didn’t really need to learn to love it because it’s a wine that has a way of beckoning you with a burst of bubbles one day and leaving you—or at least me—hopelessly seduced.

But, in my case, it wasn’t love at first sight. My early tastes of Lambrusco were mainly of the rustic renditions served in osterie around Emilia and the commercial concoctions (too often amabile) found on supermarket shelves. Then there was that sweet stuff that conquered America in the 1970s, mass marketed as “nice on ice” and alluded to as “Italian Coca-Cola.”

Jump ahead a decade or so to my days of diligent research into the intricacies of Aceto Balsamico Tradizionale complemented by rounds of local dining and drinking and my discovery of the roseate ruby—and strictly dry—Lambrusco di Sorbara. Here a confession. Much as I revel in the deep purple froths of Castelvetro and the province of Reggio, to my taste the paradigm of Lambrusco is Sorbara.

Leap ahead another couple of decades during which time a renaissance of sorts carried Lambrusco di Sorbara to new levels of quality, integrity and … I was about to say prestige, but only among those cognoscenti who had kept close tabs on the progress with mounting admiration for the work of a couple of dozen producers, who, I’m delighted to observe, have influenced a new generation of winemakers with fresh faces and bright ideas.

Which brings us to Silvia Zucchi. Born in 1990, but with a good ten vintages behind her with the family firm of Zucchi (one of my favorite sources of Sorbara), Silvia has blossomed forth with a personalized range of wines inspired by her father Davide with labels dedicated to her grandparents Maria Alma and Bruno Zucchi. 

The four wines all qualify as Lambrusco di Sorbara DOP deriving from 30-year-old vineyards planted in the flatlands along the right bank of the Secchia river at a place called San Lorenzo sott’argine. Lambrusco di Sorbara all, but what a difference in types and styles.

Purezza and Rosé are vinified by the Charmat method. Infondo is refermented in bottle following a local tradition. Metodo Classico is made by the classic method of fermentation in bottle with 26 months on the lees.

All will be reviewed in a coming edition of the Heres Newsletter, but in the meantime we could hardly resist a sneak