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Simposio Da Remoto

lunedì 18 gennaio 2021 15:51:24 Europe/Rome

Simposio da remoto

by Ginevra Leganza

Ho un approccio leggero al vino. Mi piace bere senza discettare, fondermi con il liquido rosso che ho nel bicchiere, abbandonarmi al puro oblio. Bevo e penso al vino scarlatto come fosse l’acqua del fiume Lete: vorrei dimenticare tutto mentre mando giù. Amo bere vino e solo vino perché fra tutti i fluidi che donano ebbrezza è l’unico che mi avvicini al pensiero dell’ambrosia, alla dimenticanza, a un gusto intellettuale di stile dionisiaco. Solo il vino è così schietto da consentire il sogno, così ipnotico da far emergere il vero e allontanare la morte. A patto che sia sano, certo. Questo penso quando so che sta arrivando il vino di Luca Sanjust. Lui mi avvisa e io mi pianto in casa. Non esco, in attesa del corriere. Tutta eccitata pregusto il piacere di aprire una bottiglia. E quando stappo, mi dico: è proprio vero che “in vino sanitas”.

La prima cosa che faccio, ancor prima di stappare, è guardare l’etichetta. Devo cavare il tappo, ma passa un po’ di tempo perché sempre l’etichetta mi cattura. Ormai la conosco bene ma comunque la rileggo: mi consegno al vortice romantico dei numi tutelari aleggianti nei bicchieri. Sulle bottiglie dei Bòggina (che sono tre: A, B e C – un Sangiovese, un Trebbiano, un altro Sangiovese) si staglia un testamento identitario. Sanjust verga una dichiarazione ben precisa: il suo vino è prodotto nel solco del pensiero di Eraclito, Dioniso, Epicuro, Lucrezio, Ficino, Leonardo, Giorgione… Certo, dovrei andare io da Sanjust e non lui da me sub specie alcolica. Dovrei andare in Val d’Arno di Sopra, a Bùcine. Dovrei chiacchierare con lui, farmi illuminare, guardare e sentire l’odore del suolo e delle vigne. Ma con questo diavolo di morbo non si può. Aspetterò, limitandomi alla lettura dell’etichetta e a sparuti simposi domestici.

“Oinos kai aletheia”, mi ripeto, e da buona simposiasta mi concentro sui filosofi. Sono convinta che il loro esser là, sulle bottiglie, riveli tutto. Leonardo, penultimo membro dell’ermetica famiglia di Petrolo, diceva: “Molta felicità sia agli uomini che nascono dove sono i vini buoni”. Se è così, capisco perché son tanto estasiata quando bevo. E mi figuro la beatitudine che trarrò nel recarmi là dove affonda le radici il mio bicchiere… Mi convinco sempre di più che la nomenclatura sull’etichetta possa spiegarmi tutto ciò che ho da sapere. E non mi cruccio della sentenza di Mario Soldati, per cui se le donne non capiscono il vino la colpa è degli uomini che le assecondano in ogni incanto facile, primo fra tutti quello esercitato dalle etichette. Sanjust mi ha stregata con le sue. In fondo lo ha ammesso nel sito di essere l’erede di Nepo di Galatrona, il prodigioso fattucchiere del Quattrocento. Mentre mi convinco di star cadendo vittima di un sortilegio, leggo e rileggo la formula apposta sulla bottiglia. Prima o poi  la nottata passerà davvero, il morbo verrà debellato, a Bùcine ci si potrà andare. Intanto che aspetto, bevo un ultimo bicchiere e scruto le foto sul meraviglioso sito internet di Petrolo, pensando di dormire nella villa a pochi passi dalla Torre di Galatrona, mentre bevo un bicchiere di Merlot.

Il mondo di Petrolo è irresistibile. E comunque ho l’impressione che queste dame dal collo lungo non chiedano di essere capite: vogliono piuttosto essere bevute. Ne ho ricevute tante in questi mesi, e sono state un po’ come le ciliegie: una tirava l’altra. Anche perché, come mi hanno insegnato lo stesso Soldati e più direttamente Camillo Langone (mio maestro di letteratura e vino), ogni bottiglia è unica. Ogni bottiglia è un essere umano, anzi un uomo, anzi una donna. Anzi no, è una diva, come dice Langone citando Rabelais: “Nel vino è celata la verità. La Diva Bottiglia vi ci manda”. Insomma, ognuna di loro racconta una verità individuale, perché nel vino le variabili sono infinite, ogni risultato è incommensurabile: il vino si modifica fino all’ultimo minuto prima dello stappo… Non si arresta mai. Avremmo tutti gli elementi per parlare di teologia enoica, magari di ecceità della bottiglia. Ognuna di loro appartiene a una famiglia di migliaia di gemelle, ma come le gemelle hanno caratteri diversi, così loro sono pezzi unici. Sono opere d’arte a dispetto di contenitori seriali. Talvolta sono capolavori assoluti, come il Bòggina A di Sanjust.

Il vino, mi ha spiegato via mail, vuol fondersi col bevitore, di due fare uno. Allora ho pensato che non può essere un caso che il vertice degli scritti d’amore si dipani sul set di un simposio… E che l’espressione “di due fare uno” sia figlia del sogno etilico di Socrate…  E che la trama del sogno etilico sia affidata a una donna, Diotima di Mantinea… Quest’ipotesi che la bottiglia sia donna è vieppiù suffragata dall’energia che donna e bottiglia condividono. La vitalità delle bottiglie spinge al massimo il processo di trasformazione continua che il vino vuol essere ed è, spinge come fosse lei la madre che in ultima battuta fa nascere e vivere il vino. Questo vino che vuole a sua volta invadere e scorrerci dentro, che cerca in noi il suo ultimo, definitivo custode... È un vino vivo, sano, vero, che non si accontenta di essere compreso: vuole esser preso, versato, bevuto. Questo vino che cerca l’eternità, continuando a esistere nel corpo e nella testa del suo bevitore. Vino che scorre mentre tutto scorre, veloce, forte d’inesausto eraclitismo. Penso questo e tanto altro tutte le volte che leggo le formule magiche sulle etichette dei Bòggina. Ma adesso mettiamo via il contenitore incantato, passiamo al contenuto.

Il vino che preferisco, non ho dubbi, è il Sangiovese in anfora. Sanjust, munifico e sapiente, mi ha appena mandato una dozzina di esemplari di Bòggina A. Lo amo particolarmente perché è un vino che spiega con grazia la differenza tra vecchio e antico. Il vecchio è parente del brutto, difficilmente torna in auge proprio perché – senectus ipsa morbus –  è destinato alla morte. Per contro, l’antico non muore mai. Non muore mai l’anfora che da otto millenni a oggi è forziere dell’estasi, fatta apposta per custodire materia nel suo grembo oscuro. L’anfora dà corpo alla palingenesi dei vini georgiani, greci, etruschi e romani. Palingenesi, appunto, autentica reincarnazione – questo vino profuma di orfismo – che riconsegna ai nostri bicchieri un vino antico, sì, ma non vecchio. Remoto e perfezionato, un gioiello d’Etruria. È la scelta di Sanjust che più di ogni altra mi entusiasma. L’anfora è delle madri la più naturale, la più magnanima, la più arcaica. Non prevarica il figlio che porta dentro con i suoi odori, i suoi sapori, le sue velleità. L’anfora ama il vino d’amore oblativo. È una madre aristocratica – forse per questo piace a Sanjust – perché come ogni superno spirito lascia esser l’altro com’ è. E il vino che sto bevendo sa di vivo, sa di sano, sa di vero. È un vino che sa di sé. Non c’è traccia nel mio bicchiere di avanzi borghesi. Sento piuttosto profumo intenso di terra e nobiltà. Tutti quei numi dell’etichetta, protettori maschi di bottiglie femmine, trovano in questo vino stabile dimora. Bevendo il Sangiovese in anfora, mi convinco una volta per tutte di quanto scrisse Guido Ceronetti: “I vini, come la poesia, non si lasciano democratizzare”. Il Bòggina A rifiuta la tirannia di ogni demos.

Non so quando mai respirerò l’aria delle vigne in Val d’Arno di Sopra. Complici i sensi e la filosofia, mi domando se penserò alle anfore gremite di ninfe quando sarò lì, o alle baccanti nascoste sui monti. Se cederò per un istante alla fattura del panteismo. O penserò all’universo avvolgente. Mi domando se mi attorciglieranno le spire del cosmo. O se, come spera Sanjust, cadrò ai piedi del mondo tutto intero. Chissà. Per ora so che il vino vero è natura che si fa cultura, suolo che si fa stile, bontà che rende beati.

Confinata come sono, ho deciso di eleggere Epicuro fra i maestri mio prediletto, e tenermi stretti i piaceri più naturali. Un giorno, forse, in Val d’Arno di Sopra, canteremo insieme: “Noi d’Epicuro i sacerdoti siamo / … / E i cantici di Bacco al ciel leviamo” (Lorenzo Stecchetti).

Aspettando che l’universo si risani, noi bevitori sereni, a metà fra natura e cultura, col nostro bicchiere fra le dita – gesto di civiltà – ci parliamo sorseggiando, lontani dai drammi del mondo.

 

 

 

Rossignol-Trapet: miraggi dalla sommità della Borgogna biodinamica

lunedì 14 dicembre 2020 12:59:25 Europe/Rome

Rossignol-Trapet: miraggi dalla sommità della Borgogna biodinamica

By Burton Anderson

Qui inizia la Côte d'Or autenticamente epica, la terra promessa degli appassionati di vino, il luogo d'origine di vini tra i più grandi; anche il panorama assume finalmente i connotati con i quali la Borgogna è famosa nel mondo. Terroir di eccezionale valore, conosciuto nelle sue aree migliori da quasi quattordici secoli, quello di Gevrey-Chambertin è in effetti l’areale di produzione dei rossi più ampi, energici e sostanziosi di Borgogna.

Queste le parole di Armando Castagno nella sua monumentale opera Borgogna, Le Vigne della Côte d’Or.

Il Domaine Rossignol-Trapet è stato fondato nel 1990, quando i fratelli Nicolas e David Rossignol hanno diviso i vigneti di famiglia con il cugino da parte di madre, Jean-Louis Trapet. Situata a Gevrey Chambertin, l’azienda possiede 12 ettari di vigneti, tra cui parcelle in alcuni dei climat più prestigiosi: i Grands Crus Chapelle-Chambertin, Latriciers-Chambertin e il leggendario Chambertin, a cui si affiancano i Premiers Crus Clos Prieur, Les Corbeaux, Les Cherbaudes, Aux Combottes e Petite-Chapelle. Ma fratelli Rossignol non sono solo produttori di Gevrey-Chambertin, hanno voluto mantenere un legame anche con la Côte de Beaune, il padre era originario di Volnay, acquistando piccoli appezzamenti a Savigny e Beaune, da dove proviene il loro Premier Cru Les Teurons.

Nicolas e David sono dei fervidi praticanti dell'agricoltura biodinamica, una conversione durata 15 anni che ha portato alla certificazione Demeter nel 2005. Da allora si è notato un'evoluzione da uno stile più tradizionale a vini di maggiore energia, freschezza e profondità al palato.

Nicolas attribuisce il miglioramento principalmente alle pratiche biodinamiche nei vigneti, pur riconoscendo che il cambiamento climatico è stato un fattore che ha marcato nel bene e nel male le produzioni dell’ultimo decennio. La biodinamica abbinata a interventi sempre meno invasivi in cantina, ha permesso di esprimere ora più che mai la natura dei loro terroir.

GEVREY-CHAMBERTIN VIEILLES VIGNES 2016

Le uve provengono da tre diverse parcelle di oltre cinquant’anni, piantate su terreni con diverse esposizione e varia composizione (argille, pietre calcaree e limo). Un Villages profondamente Gevrey, animato da un sottile contrappunto tra rigore e sfaccettature ammalianti. Da bere, meglio se dopo qualche ora dall’apertura, o da dimenticare in cantina.

BEAUNE 1ER CRU LES TEURONS 2016

I Rossignol sono un’antica famiglia di viticoltori, attivi a Volnay dal XVIsecolo, mentre la famiglia Trapet ha alle spalle una altrettanto lunga e celebre tradizione di vignerons, stabiliti a Gevrey-Chambertin già nel Settecento. La vigna di Beaune Les Teurons rappresenta una sorta di anello di congiunzione tra le due stirpi, oltre ad essere uno delle migliori parcelle di questo Premier Cru. Posizionata nella parte alta del climat, ai lati è una protetta da una barriera di alberi e una parete rocciosa, favorendo una maturazione omogenea e regolare. Un rosso di Borgogna a tuttotondo, dove apertura e tannini morbidi sono innervati da tensione e freschezza gustativa. La joie de boire!

CHAMBERTIN GRAND CRU 2014

Rossignol-Trapet ha la fortuna di possedere una porzione di tutto rispetto nel mitico Chambertin: oltre un ettaro e mezzo, disposto dall’estremo est alla sommità ovest, giovandosi così delle diverse tipologie di terreno che compongono questo prodigioso climat. Le vigne più vecchie sono quasi centenarie e la profondità tannica è tutta risolta in leggerezza e agilità. La persistenza è quella di un fuoriclasse. La 2014 è un’autentica “annata da vigneron”, nella quale il talento e l’esperienza dei fratelli Rossignol hanno saputo fare la differenza.

CHAMPAGNE ORPALE 2008 DE SAINT-GALL

venerdì 11 dicembre 2020 10:34:32 Europe/Rome

CHAMPAGNE ORPALE 2008 DE SAINT-GALL

by Burton Anderson

Orpale è l'icona di Champagne De Saint Gall, un Brut Blanc de Blancs Grand Cru realizzato solo in annate eccezionali di cui l'ultima ad essere rilasciata è la 2008 .

Il nome deriva da or pale , il colore oro pallido esaltato da Cédric Jacopin, Chef de cave della Union Champagne di Avize, per un vino prodotto interamente con uve Chardonnay coltivate nei mitici vigneti Grand Cru della Côte des Blancs.

Nato nel 1980, Orpale è stato prodotto successivamente nelle annate 1990, 1996, 1998, 2002, 2004 e 2008, seguendo quella che Cédric ha descritto come la quintessenza dell'arte della lavorazione dello Champagne. Una parte del vino non effettua la fermentazione malolattica per apportare freschezza alla cuvée finale che viene imbottigliata dopo almeno 10 anni sui lieviti.

Cédric Jacopin riassume la sua impressione di Orpale 2008 in tre parole: linearità, freschezza, mineralità.

Tra gli elogi ricevuti citiamo "seducente complessità" e "ricco e cremoso con una tensione minerale che solo il gesso del terroir può fornire" a cui si accompagnano riferimenti alla straordinaria finezza ed eleganza del vino. Comunque lo si descriva, Orpale 2008 è uno splendido esempio della quintessenza dell'arte della lavorazione dello Champagne.

 ENGLISH

Orpale is the icon of Champagne De Saint Gall, the Blanc de Blancs Grand Cru Cuvée Millésime made only from exceptional vintages of which the latest to be released is 2008 .

The name derives from or pale, the pale gold color exalted by Cédric Jacopin, Chef de caves of Union Champagne at Avize, for a wine made entirely from Chardonnay grapes grown in the fabled Grand Cru vineyards of the Côte des Blancs.

First produced in 1980, Orpale has since been made from the 1990, 1996, 1998, 2002, 2004 and 2008 vintages, following what Cédric described as the quintessential art of crafting Champagne. After fermentation a part of the wine is held aside and part undergoes malolactic fermentation before the cuvée and bottling after at least 10 years on the lees.

Cédric Jacopin sums his impression of Orpale 2008 in three words: linearity, freshness, minerality. Others have elaborated with such praise as “seductive complexity” and “rich and creamy with a mineral tension that only the chalk of the terroir can provide” and still more references to the wine’s outstanding finesse and elegance. However you describe it, Orpale 2008 is a splendid example of the quintessential art of crafting Champagne.

Domaine Bart: Life on Marsannay

lunedì 7 dicembre 2020 15:36:51 Europe/Rome

Domaine Bart: Life on Marsannay

by Burton Anderson

Alcuni anni fa l'INAO (Institut national de l’origine et de la qualité), ha accettato di considerare la candidatura di 14 parcelle storiche di Marsannay per la promozione da “Villages” a Premiers Cru. Ciò che colpisce di questa decisione è il fatto che fino ad oggi l’AOC (appelation d'origine contrôlée) più settentrionale della Cote d’Or in Borgogna non ha vigneti classificati al di sopra della categoria "Villages", uno ’sfottò’ storico condiviso solo da altre due AOC, Chorey-Les-Beaune e Saint-Romain, entrambe di minore importanza.

La decisione dell'INAO è stata motivata da un dossier presentato dal sindacato locale dei vignerons, contenente una richiesta ben definita di promozione di 14 lieux-dits di Marsannay ritenuti degni di passare da "Villages" allo status di Premier Cru. Sembra improbabile che l’esito arrivi prima del 2023, ma nel frattempo suspense e speculazioni si diffondono intorno a Marsannay, alias "il pianeta solitario della Borgogna".

 

I 14 candidati includono vigneti di Domaine Bart, la stimata azienda vinicola di famiglia di Martin Bart, sua sorella Odine e suo figlio Pierre, con 21 ettari vitati nella Côte de Nuits, comprese le preziose parcelle Grands Crus di Chambertin Clos de Bèze e Bonnes Mares. Ma, come dice Pierre Bart, " Il nostro cuore è a Marsannay dove abbiamo la maggior parte dei nostri vigneti".

I sentimenti non contano per i funzionari dell'INAO, che agisce non solo come corte suprema del vino francese, ma anche come organo esecutivo a tolleranza zero. Per farla breve, Domaine Bart possiede parcelle in 3 dei 14 vigneti candidati, tra cui osservatori esperti (come il guru Armando Castagno) sembrano convinti che non più di 10 otterranno lo status superiore.

La famiglia Bart spera per il meglio, ma nel frattempo continua a eccellere con vini che si collocano tra i migliori di Marsannay- o, se vogliamo, tra i “Premier Villages” della Cote d’Or.

Nel box degustazione troverete 6 diverse etichette per esplorare le sfaccettature dei rispettivi lieux-dits vinificati singolarmente da Domaine Bart.

Marsannay Ouzeloy : L’esposizione e il terreno prevalentemente sabbioso con presenza di ciottoli portano a un’ottima maturità zuccherina che si traduce in vini con una notevole ricchezza di frutto e profondità.

Marsannay Longerois : Esposto a sud-est, il terreno è contraddistinto dalla presenza di ghiaie fini di origine calcarea. La parcella di Bart si trova nella sezione più alta del climat, vicino al bosco. I vini sono eleganti e slanciati, caratterizzati dalla dolcezza del frutto e tannini morbidi.

Marsannay Les Echézots : Solitamente è l’ultima vigna ad essere vendemmiata, caratterizzata da un terreno brullo con presenza di ciottoli misti a pietre e limi grigi. Vini classicamente austeri e minerali, la versione di Bart è sorprendentemente seducente e aperta.

Marsannay La Montagne : Lieu-dit tra i più amati da Pierre Bart, la parcella beneficia di un’esposizione a sud per via della curvatura della collina e da una ventilazione costante proveniente dalla piccola combe sovrastante. Alla vena tipicamente minerale di questi vini, Bart aggiunge un tocco leggermente speziato e avvolgente.

Marsannay Au Champ Salomon : Il suolo è di base argilloso con una presenza di ossidi di ferro che gli conferiscono il caratteristico colore rossiccio. Un vino spesso austero in gioventù, con la mano di Bart trova il suo equilibrio anche nei primi anni di bottiglia grazie agli aromi suadenti di frutta matura e spezie.                                                         

ENGLISH

Domaine Bart: Life on Marsannay

by Burton Anderson

Recently INAO, the French national institute of appellations of origin, agreed to consider the candidacy of 14 vineyards of Marsannay for promotion to Premiers Crus. What was striking about the decision was that until now the most northerly AOC zone of Burgundy’s Côte d’Or has had no vineyards classified higher than the category of “Villages”—a historic snub shared only by two other AOCs, Chorey-Les-Beaune and Saint-Romain, both of lesser magnitude.

The INAO decision was prompted by a dossier presented by the local syndicate of vignerons containing a well-defined request for promotion of 14 historical lieux-dits of Marsannay deemed worthy of being upgraded from “Villages” to Premier Cru status. Final rulings seem unlikely before 2023, but in the meantime suspense and speculation run rife around Marsannay, a.k.a. “Burgundy’s lonely planet.”

The 14 candidates include vineyards of Domaine Bart, the esteemed family winery of Martin Bart, his sister Odine and her son Pierre, based in Marsannay with 21 hectares of vines in the Côte de Nuits, including precious plots in the Grands Crus of Chambertin Clos de Bèze and Bonnes Mares. But, as Pierre Bart puts it, “Most of our vineyards are in Marsannay, and they’re closest to our hearts.”

Sentiments don’t count to the functionaries of INAO, which acts not only as France’s supreme court of wine but also as a zero-tolerance enforcement body. To make things short, Domaine Bart owns parcels in 3 of the 14 candidate vineyards, among which expert observers (such as the Italian guru Armando Castagno) seem convinced that no more than 10 will gain the higher status.

The Bart family is hoping for the best, but in the meantime they continue to excel with wines that rate among the finest of Marsannay—or, for that matter, among the premier “Villages” wines of the entire Côte d’Or.                            

 

Torrione 2018: il vino simbolo di Petrolo compie trent’anni

lunedì 30 novembre 2020 13:21:48 Europe/Rome

Torrione 2018: il vino simbolo di Petrolo compie trent’anni

by Burton Anderson

Alla fine degli ottanta Lucia Bazzocchi Sanjust prese in mano la tenuta di famiglia e decise che era giunto il momento di fare un vino che si distinguesse dalla produzione allora piuttosto ordinaria proveniente dai vigneti di Petrolo, nella Valdarno di Sopra. Nel 1988, assieme al leggendario Giulio Gambelli, ha creato il Torrione, un vino che il figlio Luca Sanjust, festeggiando l’uscita del 2018 che ha segnato il trentesimo anniversario dalla sua nascita, ha definito il “vin de château” di Petrolo perché deriva da uve coltivate in tutti i vigneti dell’azienda.

"Il Torrione ha rappresentato la svolta per Petrolo perché da quel momento in poi abbiamo puntato esclusivamente su vini di altissima qualità", ha ricordato Luca nel ripercorrere la propria carriera di giovane artista che ha gradualmente rilevato l'azienda, trasformandosi in un appassionato viticoltore.

 

La fattoria di Petrolo, acquistata negli anni quaranta dalla famiglia Bazzocchi, faceva parte dell'antico feudo di Galatrona, la cui torre medievale sorge ancora oggi su fondamenta che risalgono all'epoca romana. Dalla fine degli anni ottanta Lucia e Luca si sono concentrati sulla produzione di vini di carattere da Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon e Trebbiano. Se negli anni cinquanta si contavano 1.500 piante per ettaro per una produzione totale di 3.500 ettolitri di vino, oggi sono 5.500 le piante per ettaro che producono circa 700 ettolitri per un totale di circa 70.000 bottiglie da 29 ettari di vigneto.

Petrolo ha puntato sui singoli cru: Merlot dalla Vigna Galatrona per il Galatrona; Sangiovese dalla Vigna Bòggina per due tipi di Bòggina rosso e Trebbiano per il Bòggina Bianco; e Cabernet Sauvignon dalla Vigna Campo Lusso per il Campo Lusso.

Il Torrione, che prende il nome dalla torre di Galatrona, è un blend di Sangiovese con aggiunte di Merlot e Cabernet Sauvignon.

All’inizio Torrione era venduto come vino da tavola, così come molti altri vini illustri che al tempo erano conosciuti come "Super Tuscans". Attualmente riporta la denominazione piuttosto esoterica di DOC Vald'Arno di Sopra Pietraviva Rosso. Qualunque sia il titolo, Luca lo descrive come "un perfetto esempio di rosso equilibrato, pulito e profondo, un vino che racconta, meglio di ogni altro, la vera identità del nostro territorio".

"Le condizioni pedoclimatiche dei nostri vigneti sono eccezionali, diverse sia da Montalcino che dal Chianti Classico, una terra di mezzo, un punto di unione e di fusione tra i due archetipi della Toscana centrale".

"Il Torrione 2018 si presenta con un cuore volante impresso sull’etichetta storica, non solo per celebrare un'occasione unica, ma anche perché l’annata 2018 è una delle versioni più eleganti e accattivanti mai realizzate". La nuova grafica è stata realizzata da Sabina Mirri, artista di fama internazionale che è anche la moglie di Luca.

Torrione 2018 ha già ottenuto il plauso della critica. Antonio Galloni lo ha descritto come "favoloso...con frutta rossa e matura, cioccolato, spezie, cuoio e tabacco, il tutto ampliato con note di testa floreali che aggiungono un tocco dolce e aromatico. In una parola: delizioso".

Come dice Luca: "Il Torrione è nato e rimane il vino simbolo di Petrolo. E' l’emblema di Petrolo"

Il debutto del Torrione 2018 è coinciso con l'uscita del superbo olio extravergine d'oliva 2020, suggerendo un abbinamento ideale. Alla domanda con quali piatti eccelle il Torrione, Luca ha risposto senza esitazione "pane e olio".

A proposito di accostamenti, Petrolo è stata tra le prima aziende rappresentate da Heres nel 2002 quando, come ricorda Luca, "Cesare Turini era solo un ragazzo".

ENGLISH

Torrione 2018: Thirty vintages of the wine that epitomizes Petrolo

by Burton Anderson

Lucia Bazzocchi Sanjust, who took charge of her family’s Petrolo estate in the late 1980s, decided that the time had come to make a wine that stood out from what was then the rather ordinary output of vineyards of Tuscany’s Upper Arno Valley. Working with the legendary Giulio Gambelli, she created Torrione from the 1988 vintage, a wine that her son Luca Sanjust, celebrating the issue of the 2018 vintage that marked the wine’s thirtieth anniversary, described as Petrolo’s “vin de château” because it derives from grapes grown in all the estate’s vineyards.

“Torrione represented the turning point for Petrolo because from then on we aimed exclusively at wine of the highest quality,” Luca recalled in tracing his own career as a young artist who gradually took over the estate and became a passionate winemaker.

Petrolo, which was acquired in the 1940s by the Bazzocchi family, was part of the ancient feud of Galatrona, whose medieval tower still stands on foundations that date to Roman times. Lucia and Luca carried out a selection process through the 1980s aimed exclusively at wines of character from Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon and Trebbiano. If in the fifties there were 1,500 plants per hectare for a total production of 3,500 hectoliters of wine, today there are 5,500 plants per hectare producing about 700 hectoliters for a total of about 70,000 bottles from 29 hectares of vineyards.

Petrolo has focused on individual crus: Merlot of Vigna Galatrona for Galatrona; Sangiovese of Vigna Bòggina for two types of red Bòggina and Trebbiano for Bòggina Bianco; and Cabernet Sauvignon of Vigna Campo Lusso for Campo Lusso.

Torrione, named for the tower of Galatrona, is a blend of Sangiovese with touches of Merlot (from Galatrona) and Cabernet Sauvignon (from Campo Lusso).

From the earlier vintages Torrione was sold as a vino da tavola, as were many of the eminent wines that came to be known as “Super Tuscans.” It now assumes the rather esoteric qualification of DOC Vald’Arno di Sopra Pietraviva Rosso. Whatever the title, Luca describes it as “a perfect example of a balanced, clean and deep red, a wine that tells, better than any other, the true identity of our territory.”

“The pedoclimatic conditions of our vineyards are exceptional, different from both Montalcino and Chianti Classico, a middle ground, a point of union, of fusion between the two archetypes of central Tuscany.”

“Torrione from the 2018 vintage was issued with a special flying heart on the label, not only to celebrate a unique occasion, but also because 2018 is one of the most elegant and captivating versions ever made.” The new graphics were created by Sabina Mirri, an artist of renown who also happens to be Luca’s wife.

Torrione 2018 has already been winning critical acclaim. Antonio Galloni described it as “fabulous…with ripe dark red fruit, chocolate, spices, leather and tobacco all increased a few notches with sweet floral top notes that add an aromatic boost. In a word: delicious.”

As Luca puts it: “Torrione was born and remains the symbolic wine of Petrolo. It epitomizes Petrolo.”

The debut of the Torrione 2018 coincided with the issue of the estate’s superb extra vergine olive oil from 2020, which brings to mind the makings of an ideal match. When asked with which foods Torrione excels, Luca without hesitation replied “pane e olio.”

Speaking of matches, Petrolo was among the first wineries assumed by Heres in 2002, when, as Luca recalled, “Cesare Turini was just a kid” Petrolo and Heres have been together happily ever since.

Claudio Viberti, il viticoltore che si è fatto da solo di Roccheviberti

lunedì 23 novembre 2020 12:21:15 Europe/Rome

Claudio Viberti, il viticoltore che si è fatto da solo di Roccheviberti

by Burton Anderson

Roccheviberti nasce nel 2002 quando Claudio Viberti rileva dal padre l'azienda vinicola situata all'interno del rinomato cru di Barolo di Rocche di Castiglione e sceglie un nome che coniuga bene quello del vigneto con quello della famiglia.

Claudio ammette che in gioventù non era molto interessato all'idea di diventare un viticoltore, ma che da quando ha fondato Roccheviberti il suo entusiasmo ha continuato a crescere fino a diventare una passione e un modo di vivere totalizzante.

Uno stimolo importante è stato ritrovarsi con 1,6 ettari di Nebbiolo in uno dei più pregiati cru di Barolo, con vigneti esposti a est-sudest su ripidi pendii che si estendono sotto la strada tra Monforte d'Alba e Castiglione Falletto fino al bordo delle pareti rocciose, dette rocche, a strapiombo sul torrente Perno. I terreni, composti in prevalenza da marne sabbiose, favoriscono la produzione di un Barolo con aromi ben definiti, tannini morbidi, ed eleganza equilibrata, termini che racchiudono il carattere del Rocche di Castiglione di Roccheviberti.

Oltre alla punta di diamante rappresentata da Rocche di Castiglione, Claudio produce anche il Barolo Bricco Boschis dal vigneto omonimo, sempre nel comune di Castiglione Falletto. Il terreno più ricco di argilla e l'esposizione a ovest danno origine a un Barolo di colore più intenso, maggiore struttura e tannini pronunciati, che contribuiscono alla longevità del vino.

Roccheviberti ha più appezzamenti sulla collina di Bricco Boschis: nella parte più alta si trovano i vigneti di Nebbiolo da Barolo e una parcella di Dolcetto d'Alba chiamata Vigna Melera, mentre nella parte bassa c’è un’altra piccola parcella di Dolcetto e un vigneto chiamato Vigna Lunga da dove proviene il Barbera d'Alba.

Complessivamente l’azienda conta 4,5 ettari di vigneto, compreso un piccolo appezzamento a Mariondino (o Moriondino) dall'altra parte del crinale delle Rocche di Castiglione con un'esposizione occidentale più fresca che conferisce colore e struttura al Nebbiolo, senza avere le sfumature del Rocche. La produzione di Mariondino è destinata a un Langhe Nebbiolo di notevole carattere e finezza in cui concorre una parte delle uve degli altri due cru di Barolo.

Nel corso degli anni Claudio ha affinato le sue competenze di viticoltore autodidatta, fondando il proprio lavoro sull’osservazione e lo studio per arrivare a interpretare le grandi tradizioni del Barolo e delle colline delle Langhe. E' d'accordo sul fatto che i miglioramenti complessivi del Barolo degli ultimi decenni sono in parte dovuti al cambiamento climatico, dove il generale riscaldamento ha portato a raccolti di qualità più consistenti. Ma aggiunge che il costante miglioramento della manutenzione dei vigneti e delle tecniche di vinificazione sono i fattori chiave del perché il Barolo non è mai stato migliore di oggi.

Una futura edizione di Heres Wine Stories metterà in evidenza i vini di Roccheviberti e la filosofia e lo stile di Claudio Viberti.

 

ENGLISH

Claudio Viberti, the self-made winemaker of Roccheviberti

by Burton Anderson

Roccheviberti was founded in 2002 when Claudio Viberti took over from his father the winery situated within the renowned Barolo cru of Rocche di Castiglione and chose a name that deftly combined that of the vineyard and the family.

Claudio admits that in his youth he wasn’t all that interested in the idea of becoming a winemaker, but when he founded Roccheviberti his enthusiasm grew until it became a passion and an all-consuming way of life.

A major stimulant was the ownership of 1.6 hectares of Nebbiolo vines in one of the most esteemed crus of Barolo, vineyards facing east-southeast on steep slopes extending below the road between Monforte d’Alba and Castiglione Falletto to the edge of the sheer cliffs (rocche) overlooking the Perno stream. The soils there, prevalently sandy marls, are conducive to Barolo of well-defined aromas, soft tannins, and well-balanced elegance, terms that typify the character of the Rocche di Castiglione of Roccheviberti.

Rocche di Castiglione is the top of the line, but Claudio also produces Barolo Bricco Boschis from the vineyard of that name, also in the commune of Castiglione Falletto. The soil there is richer in clay with a western exposure, resulting in Barolo of more intense color, greater structure and pronounced tannins, which contribute to the wine’s longevity.

Roccheviberti has several parcels in Bricco Boschis. The highest part is planted in Nebbiolo for Barolo and a small plot called Vigna Melera dedicated to Dolcetto d’Alba, while in the lower part there’s another small plot for Dolcetto and a vineyard called Vigna Lunga for Barbera d’Alba.

In all the winery has 4.5 hectares of vines, including a small plot in Mariondino (or Moriondino) on the other side of the ridge of Rocche di Castiglione with a cooler western exposure that lends color and structure to wines from Nebbiolo, if lacking the nuances of the Rocche wines. The grapes from Mariondino are generally dedicated to a Langhe Nebbiolo of notable character and finesse.

Over the years Claudio has honed his skills as what he describes as a self-made winemaker who works in a studied way to interpret the great traditions of Barolo and the Langhe hills. He readily agrees that the overall improvements in Barolo over recent decades are due in part to climate change, the warming that has resulted in more consistent quality harvests. But he adds that steady improvements in vineyard maintenance and vinification techniques are the key to why Barolo has never been better than it is today.

A future edition of Heres Wine Stories will highlight the wines of Roccheviberti and the philosophy and style of Claudio Viberti that lies behind them.

Podere Forte – Quando sono i sogni a fare la realtà

lunedì 16 novembre 2020 13:17:06 Europe/Rome

 

 

Podere Forte – Quando sono i sogni a fare la realtà

by Burton Anderson 

Castiglione d'Orcia ha una reputazione di essere "terra di santi e miracoli" che risale a una serie di eventi sacri evidenziati dalla visita di Santa Caterina da Siena, arrivata analfabeta al castello di Rocca d'Orcia dove ha iniziato a leggere e scrivere. Oggi, dopo mezzo millennio, la gente del luogo sta parlando nuovamente di miracoli e dell'uomo che li fa accadere: Pasquale Forte, che ha fondato Podere Forte nel 1997 con la missione di trasformarlo in un'oasi di viticoltura visionaria.

Forte, il cui amore per la terra risale alla sua infanzia in Calabria, prima di trasferirsi al nord per studiare e diventare un imprenditore di successo, si descrive come un "pragmatico sognatore" consapevole che i miracoli nel vino non si compiono da un giorno all'altro, tantomeno tra un decennio o due. Anche se il suo primo obiettivo è stata la viticultura, Forte è andato ben oltre, trasformando le sue vaste proprietà in Val d'Orcia in un modello di agricoltura scientifica e biodinamica dove uomo, animali e piante contribuiscono alla creazione di un microcosmo autosufficiente, equilibrato e sostenibile.

Forte è considerato il precursore della "rinascita" culturale ed economica di Castiglione d'Orcia, e in particolare della frazione di Rocca d'Orcia, dove è conosciuto anche come il "nuovo signore" - un riferimento alla Charta Libertatis emessa nel 1207 dal conte Guido Medico di Tentennano, una sorta di costituzione ante litteram che sanciva i doveri ma anche i diritti di quel popolo nei confronti del feudatario.

Eppure, dopo averlo incontrato in una recente visita, posso garantire che Pasquale Forte non ha affatto l’aria di un taumaturgo o di un feudatario. Pur esprimendosi con toni pacati è ben consapevole di trasmettere il dinamismo delle sue visioni pragmatiche. Né è uno che si adagia sugli allori, portando avanti la sua missione con la determinazione di un sognatore perennemente giovane. Quello che ha realizzato finora è già diventato leggenda in zona, ma il suo lavoro sembra destinato e guadagnare un'attenzione molto più ampia, alimentata dal crescente successo dei suoi vini.

Podere Forte produce una gamma di vini rossi Orcia DOC, tre dei quali 100% Sangiovese-Petruccino, Petrucci Melo e Petrucci Anfiteatro- e il Cabernet Franc Guardiavigna Toscana IGT in purezza.

Petruccino Orcia DOC. Le uve dei vigneti più giovani entrano in questo Sangiovese che unisce freschezza e vivacità a una notevole finezza.

Petrucci Anfiteatro e Petrucci Melo. Con l'annata 2016, la produzione di Petrucci si suddivide in due cru: Vigna Anfiteatro e Vigna del Melo. Petrucci Anfiteatro si distingue per l'eleganza e la bevibilità seducente, ritmata come una danza; Petrucci Melo per una maggiore struttura e un’energia profonda che si sprigiona sorso dopo sorso, implacabile e maestosa. Due espressioni di terroir specifici scelti dopo anni di ricerca, dove oltre alla composizione si studia l’energia del sottosuolo.

Guardiavigna. Con l'annata 2016 Guardiavigna diventa un Cabernet Franc in purezza dopo annni in cui veniva assemblato con Merlot e Petit Verdot. Elegante, armonico e ben strutturato, esprime quello che Pasquale Forte descrive come il sole e i profumi della Toscana più bella.

I vini vengono serviti all'Osteria Perillà, il ristorante stellato di proprietà a Rocca d'Orcia, dove si abbinano perfettamente ai piatti creati quasi interamente con i prodotti di Podere Forte.

Tra i progetti in divenire c’è anche quello di Montalcino dove Forte ha acquistato il Palazzo Vescovile e dove un giorno andrà a vinificare nelle cantine sotterranee le uve di vigneti che, possiamo scommetterci, saranno da sogno.

ENGLISH

Podere Forte: where dreams become realities

by Burton Anderson

Castiglione d’Orcia has a reputation as “a land of saints and miracles” dating back through a series of sacred events highlighted by the visit of Saint Catherine of Siena who arrived illiterate at the castle of Rocca d’Orcia where she began to read and write. After a lapse of half a millennium people hereabouts are talking once again about miracles and the man who is making them happen: Pasquale Forte, who founded Podere Forte in 1997 with the mission of transforming it into an oasis of visionary viticulture.

Forte, whose love of the land dates to his childhood in Calabria before he moved north to study and become a successful entrepeneur, describes himself as a “pragmatic dreamer” aware that miracles in wine aren’t achieved overnight or, for that matter, even in a decade or two. Wine has been his primary focus, but Forte has gone well beyond viticulture, transforming his vast properties in the Val d’Orcia into a model of scientific and biodynamic agriculture where man, animals and plants contribute to the creation of a self-sufficient, balanced and sustainable integrated whole.

Forte is credited as being the major contributor to the cultural and economic “rebirth” of Castiglione d’Orcia, and in particular the hamlet of Rocca d’Orcia, where he is sometimes known as the “new lord”—a reference to the Charta Libertatis issued in 1207 by Count Guido Medico di Tentennano, a sort of ante litteram constitution that sanctioned the duties but also the rights of that population toward the feudal lord.

Yet, after meeting the man on a recent visit, I can vouch that Pasquale Forte has anything but the air of a miracle worker or a feudal lord. He expresses his views in quiet tones though never so humble as to hide the dynamism of his pragmatic dreams. Nor is he one to rest on his laurels, going about his mission with the determination of a dreamer perennially young at heart. His achievements are local legends that seem destined to gain much wider attention buoyed by the growing success of his wines.

Podere Forte produces a range of Orcia DOC red wines, three from 100% Sangiovese—Petruccino, Petrucci Melo and Petrucci Anfiteatro—and the pure Cabernet Franc Guardiavigna Toscana IGT.

Petruccino Orcia DOC. Grapes from the youngest vineyards go into this barrel-aged Sangiovese that combines freshness and vivacity with remarkable finesse.

Petrucci Anfiteatro and Petrucci Melo. With the 2016 vintage, Petrucci was split into two versions as single vineyard wines from Vigna Anfiteatro and Vigna del Melo. Petrucci Anfiteatro stands out for its elegance and drinkability with the rhythm of a dancer; Petrucci Melo for greater structure and profound energy released sip after sip, relentless and majestic. Two special expressions of terroir chosen after years of research, where the energy of the subsoil is analyzed along with the composition.

Guardiavigna. With the 2016 vintage Guardiavigna became a pure Cabernet Franc after previously being blended with Merlot and Petit Verdot.. Elegant, harmonious and well structured, it expresses what Pasquale Forte describes as the sunshine and scents of the most beautiful Tuscany.

The wines are served at Forte’s Osteria Perillà at Rocca d’Orcia where they are matched to perfection with dishes that originate almost entirely from produce of Podere Forte.

Among works in progress is the Montalcino project, where Forte has acquired the Palazzo Vescovile and where one day he will make wine in the underground cellars from vineyards that seem sure to further enhance his pragmatic dreams.

 

Pietro Clementi: La Valpolicella e lo spirito del terroir

lunedì 9 novembre 2020 13:32:36 Europe/Rome

Pietro Clementi: La Valpolicella e lo spirito del terroir

by Burton Anderson

Nella mia lunga esperienza con la Valpolicella ho assistito a profondi cambiamenti nei concetti e nei metodi di produzione e vendita del vino o piuttosto dei vini, poiché il Valpolicella classico si è evoluto in quattro tipologie distinte con variazioni sul tema. All’inizio della mia carriera nei lontani anni '70, il Valpolicella era considerato un vino vigoroso da tutti i giorni che si esprimeva al meglio con la altrettanto robusta cucina veronese. Poi c’era il Recioto della Valpolicella da uve passite e una versione emergente chiamata Amarone, prodotta per errore, così si narra, quando una botte destinata a diventare Recioto ha completato la fermentazione tramutandosi in vino secco. In seguito è arrivato il Ripasso che viene prodotto facendo rifermentare il Valpolicella sulle fecce dell'Amarone per ottenere un vino di maggiore statura che ha eclissato in termini di popolarità la versione classica.

L'Amarone può essere un vino superbo da assaporare da solo o con piatti di carne scelte, tra cui la selvaggina o con formaggi saporiti. Il Ripasso riecheggia il carattere dell'Amarone ma con una maggiore versatilità a tavola. In tutta franchezza, però, con i piatti della tradizione veronese come salumi, bigoli, risotti e polenta o specialità come il lesso con la pearà o la pastisada de caval, non conosco nulla di più soddisfacente che l’abbinamento con un Valpolicella giovane e vitale, tanto meglio se proviene da Clementi, un'azienda vinicola di famiglia nella frazione di Gnirega, nel cuore della Valpolicella Classica.

 

E sono stato lieto di apprendere che Pietro Clementi, che ha fondato la tenuta nel 1969, condivide il mio punto di vista, confidando che "il giovane Valpolicella è al suo meglio con pane e salame".

Clementi, avvocato dei più reputati nel veronese, vede nascere il suo interesse per il vino nei primi anni della guerra, quando viveva nell'azienda dei nonni a Illasi, al confine orientale della Valpolicella. Dopo l'acquisizione della sua tenuta, ha continuato con passione a investire nell’espansione dei vigneti che oggi contano 14,5 ettari e nella costruzione di una moderna cantina dove sono coinvolti i suoi figli: Maria, Aurelio, Maurizio, Giuseppe e Bernardino che assieme alle loro famiglie condividono il lavoro in vigna, in cantina e sul mercato.

Nel corso degli anni la produzione di Clementi si è estesa oltre il Valpolicella Classico fino a comprendere l'Amarone e il Ripasso, ottenuti con gli stessi vitigni autoctoni: Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara. Il Valpolicella è il vino che più rispecchia lo spirito del terroir dei vigneti ubicati sulla collina circostante di Masua a circa 400 metri di altitudine su pendii esposti a sud ovest con terreni prevalentemente calcarei. Ma l'eccellenza traspare in tutti i vini, che comprendono anche Ca' del Giovane, un Rosso Veronese IGT, e il passito Loto.

I vini vengono affinati in botti di rovere di Slavonia in stile tradizionale per ottenere un equilibrio di sapori, preservando gli intensi aromi di frutta, spezie e di erbe officinali del luogo. I vitigni sono coltivati con metodi biologici seguendo il protocollo di produzione sostenibile e integrata del Consorzio Tutela Vini della Valpolicella. L'azienda fa parte anche della FIVI, la Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti.

Una futura edizione della newsletter Heres Wine Stories sarà dedicata all’approfondimento della gamma dei vini Clementi.

PROVA IL BOX DEGUSTAZIONE!

 

 

Pietro Clementi: Valpolicella and the spirit of terroir

By Burton Anderson

In my long experience with Valpolicella I’ve witnessed profound changes in the concepts, techniques and customs of producing and selling the wine—or wines rather, since Valpolicella has evolved into four distinct types with variations. In my early days—yes, back in the 1970s—Valpolicella was regarded as a robust everyday wine, at its best delightful to drink with the hearty cooking of Verona. There was also the sweet Recioto della Valpolicella made from passito grapes and an emerging version called Amarone, first produced by error when a barrel intended as Recioto fermented out dry. Then came Ripasso—made by refermenting Valpolicella with the lees of Amarone resulting in a wine of greater stature that has eclipsed regular Valpolicella as the best selling type.

Amarone can be a superb wine to savor on its own or with select meat or game dishes or cheeses. Ripasso often echoes the character of Amarone with greater versatility at table. But, to tell the truth, when dining on the traditional fare of Verona—hearty dishes like salumi, bigoli, risotto and polenta or such specialties as lesso con la pearà or pastisada de caval—I know of nothing more satisfying than a vibrant young Valpolicella, all the better if it comes from Clementi, a family winery at the hamlet of Gnirega, in the heart of Valpolicella Classico,

I was delighted to learn that Pietro Clementi, who founded the estate in 1969, shared my view, confiding that “young Valpolicella is at its best with pane and salame.”

Clementi, a lawyer of long-standing reputation in the Verona area, traces his interest in wine to his early years during the war when he lived on his grandparents’ farm at Illasi on the eastern edge of Valpolicella. After acquiring his own estate, his passion grew as vineyards expanded to take in 14.5 hectares and a modern winery was established that came to involve his children: Maria, Aurelio, Maurizio, Giuseppe and Bernardino and various mates and offspring who share in the vineyard and cellar work.

Over time production expanded beyond Valpolicella to take in Amarone and Ripasso, all produced from the same indigenous grape varieties: Corvina, Corvinone, Rondinella and Molinara. Valpolicella is the wine that most truly reflects the spirit of the terroir in vineyards surrounding the winery and on the Masua hill at around 400 meters of altitude on slopes facing south to west in prevalently calcareous soils. But excellence shines through in all the wines, which also take in Ca’ del Giovane, a Rosso Veronese IGT, and the sweet passito called Loto.

The wines are aged traditional style in Slavonian oak barrels to achieve a balance of flavors, while preserving and enhancing the intense aromas of fruits, herbs and spices of the area. Vines are maintained following biological methods following the protocol of sustainable and integrated production of the Consorzio Tutela Vini della Valpolicella. The winery is also part of FIVI, the Italian Federation of Independent Winemakers.

A future edition of the Heres Wine Stories newsletter will focus on the range of Clementi wines.

 

 

Ciro Biondi e le virtù vulcaniche di Pianta e Cisterna Fuori

lunedì 2 novembre 2020 12:54:59 Europe/Rome

Ciro Biondi e le virtù vulcaniche di Pianta e Cisterna Fuori

by Burton Anderson

Ciro Biondi, i cui antenati sono da secoli proprietari di vigneti sull'Etna, nel 1999 ha rilevato ciò che restava della sua fiorente cantina di famiglia e ha ricominciato da capo, rinnovando tre vigneti sulle pendici sud-orientali dell'Etna intorno al paese di Trecastagni con l'idea fissa di "resuscitare questi  luoghi meravigliosi". Da allore Ciro (architetto di formazione) e sua moglie Stephanie Pollock hanno ristrutturato un vecchio palmento di famiglia e realizzato una cantina per l'affinamento adiacente ai vigneti.

La rinasctia dell’azienda è avvenuta nella fase iniziale della rivoluzione che ha fatto dell'Etna la zona più dinamica del vino italiano di oggi. Ciro si è concentrato sulle varietà locali e sul recupero di vigneti a 600-700 metri di altitudine diposti su ripidi pendii terrazzati, dove I terreni vulcanici sono sabbiosi e ricchi di minerali. Dei vini rossi dell'Etna si dice che hanno un carattere "borgognone" e quelli di Ciro Biondi sono per me tra i più borgognoni di tutti. Anche I bianchi sono decisamente unici e distintivi con la loro pronunciata salinità, paragonabili secondo alcuni estimatori ai vini di Chablis.

Etna Bianco Pianta 2018. Da uve di Carricante con circa il 10% di Catarratto e Minnella coltivati nella parcellla Chianta della Contrada Ronzini. L'uva, raccolta in ottobre, viene diraspata e dopo una breve macerazione sulle bucce il mosto viene fatto fermentare in piccole botti di rovere francese dove rimane per altri nove mesi ad affinare. Di colore giallo paglierino lucente, al naso si viene rapiti dai sentori minerali e salmastri ammansiti da note più dolci di miele e finocchio selvatico, e un inconfondibile tocco fumè, specchio del terreno lavico da cui proviene.  L’annata 2018 sembra ancora più fresca e definita delle precedenti, con una bocca flessuosa e ritmata da una bellissima acidità che si sprigiona fino alla fine, su una lunga scia salina.

Etna Rosso Cisterna Fuori 2018. Da uve di Nerello Mascalese con circa il 20% di Nerello Cappuccio coltivati nella parcella di Cisterna Fuori della Contrada Ronzini. Dopo una macerazione di 10-12 giorni sulle bucce, il vino viene fatto fermentare e maturare per 18 mesi in barriques e tonneaux usati. Di colore rubino tenue con riflessi granati, gli aromi richiamano terra e flora vulcanica, frutti di bosco, erbe aromatiche e speziature balsamiche. Fresco e sapido al palato, il vino mostra una consistenza vellutata e un ricco carattere varietale con un finale lungo ed elegante.

Ciro e Stef sono anche dei bravi cuochi  e gli abbinamenti che suggeriscono sono ispirati a piatti siciliani con alcune varianti ecclettiche.

Con Pianta consigliano lasagne con zucca, salsiccia e ricotta e la parmigiana di melanzane, ma anche una caponata di cappone, in cui la melanzana è sostituita dal pesce cappone.

 

Altre delizie includono il gravlax (salmone marinato con sale, aneto e fiori di cappero),

 

e gli spaghetti della Valle del Grano conditi con la colatura di alici di cetara (salsa di acciughe fermentata in salamoia).

Cisterna Fuori si sposa bene con l'agnello e l'anatra, così come le cotolette di maiale impanate con semi di sesamo, ma anche con piatti a base di pesce, tra cui quelli sopra citati.

Un abbinamento che potete provare con entrambi i vini è il Roquefort o un buon Gorgonzola.

A proposito di abbinamenti, Ciro e Stef ci hanno raccontato di essersi sposati nel 2004 nel vigneto di Cisterna Fuori.

ENGLISH

Ciro Biondi and the volcanic virtues of Pianta and Cisterna Fuori

By Burton Anderson

Ciro Biondi, whose ancestors have owned vineyards on Mount Etna for centuries, took over what remained of his once thriving family winery in 1999 and started anew, renovating three vineyards on the southeastern slopes of Etna around the village of Trecastagni with a fixed idea of “resurrecting these beautiful places.” Ciro (an architect by training) and his wife Stephanie Pollock reworked an old palmento in one vineyard as a winery with barrel storage in the old cellar of his family home.

That was in the early stages of the revolution that has made Etna the most dynamic area of Italian wine today. Ciro focused on wines from local varieties in vineyards at 600 to 700 meters of altitude on steep terraced slopes in sandy mineral-rich volcanic soils. The red wines of Etna are noted for a “Burgundy-like” character and, in my experience, those of Ciro Biondi are among the most Burgundian of all. The whites with their pronounced salinity and minerality are equally distinctive but decidedly unique, though admirers find points in common with wines of Chablis.

Etna Bianco Pianta 2018. Comes from Carricante with about 10% of Catarratto and Minnella  grown in the Chianta parcel of Contrada Ronzini. Grapes, harvested in October, are destemmed and after a brief maceration on the skins the must is fermented in small French oak barrels where it remains for another nine months to refine. Of bright straw yellow color, the nose is enraptured by the mineral and brackish hints of honey and wild fennel, and an unmistakable touch of smoke, mirroring the volcanic soil from which it comes. The 2018 seemed even fresher and more defined than previous vintages, with a supple and rhythmic palate and acidity that lingers until the end on a long saline trail.

Etna Rosso “Cisterna Fuori” 2018. Comes from Nerello Mascalese with about 20% Nerello Cappuccio grown in the Cisterna Fuori parcel of Contrada Ronzini. After maceration of 10-12 days on the skins, the wine is fermented and matured for 18 months in used barriques and tonneaux. Of medium ruby color with garnet highlights, aromas evince volcanic soils and flora, wild berries, herbs and spices with balsamic notes. Fresh and savory on the palate, the wine shows velvety texture and rich varietal character in a long and elegant finish.

Ciro and Stef, who are known as good cooks, suggest matches for the wines that take in Sicilian dishes as well as eclectic variations.

With Pianta they recommend lasagna with squash, sausage and ricotta, eggplant parmigiana, as well as caponata di cappone, in which the usual eggplant is replaced by the fish known as cappone. Other treats would be gravlax (salmon marinated with salt, dill and caper flowers), and colatura di alici di cetara (a sauce of anchovies fermented in brine) with spaghetti Valle del Grano.  

Cisterna Fuori goes well with lamb and duck, as well as breaded pork cutlets with sesame seeds. This red also goes nicely with many seafood dishes, including those named above. An ideal match with both wines would be Roquefort—or a fine Gorgonzola.

Speaking of matches, it’s worth noting that Ciro and Stef were married in the Cisterna Fuori vineyard in 2004. 

Alessandro Mori e il Brunello: la saggezza di "Let it Be"

lunedì 26 ottobre 2020 14:28:33 Europe/Rome

Alessandro Mori e il Brunello: la saggezza di "Let it Be"

By Burton Anderson

“Nato sotto il segno di un Maestro pacato e silenzioso come Mario Cortevesio e ispirato – come tanti a Montalcino – dal talento rabdomantico del taciturno Giulio Gambelli, il vulcanico Alessandro Mori è invece uomo di personalità dirompente, che sente l’urgenza di urlare i punti cardine della sua storia, delle sue idee, dei suoi metodi.”

Le parole scritte da Carlo Macchi su Winesurf si sono rivelate più che azzeccate quando ho incontrato Alessandro Mori per la prima volta in una mattina di ottobre nella cantina de Il Marroneto, sul versante nord della collina di Montalcino con i vigneti adiacenti alla chiesetta della Madonna delle Grazie. Dopo pochi minuti già scherzavamo come vecchi amici e nel mentre Alessandro dava voce alle sue vedute.

Alessandro Mori è stato descritto come l'ultimo dei tradizionalisti di Montalcino, definizione che accetta con una certa soddisfazione, ma sottolinea che in realtà si affida meno alle pratiche consolidate che alla sua intuizione di viticoltore autonomo con 40 anni di esperienza alle spalle.

"Nei primi anni, mentre mi impegnavo gradualmente a fare del vino il lavoro della mia vita, ho seguito i consigli di Mario Cortevesio e la sua enfasi sulle tre P: pulizia, passione e pazienza". Giulio Gambelli mi ha guidato all’inizio di questo cammino, ma non passò molto tempo prima che mi mettessi in proprio. E da allora è sempre stato così".

La sua prima annata di Brunello è stata il 1980, prodotta nelle cantine di un edificio un tempo utilizzato dai frati della Madonna delle Grazie per l'essiccazione delle castagne e dei marroni. Continua a seguire la tradizione della vinificazione e dell'invecchiamento di Montalcino in botti di rovere ben stagionate e sporadiche barrique in cantine annerite da secoli di utilizzo, aderendo alla logica della semplicità e della funzionalità con interventi minimi.

E' raro al giorno d'oggi incontrare un viticoltore così ferocemente indipendente e intransigente nel rifuggire dalle moderne comodità o dalle tecniche dell'enologia d'avanguardia. Eppure, apparentemente controcorrente, Alessandro Mori raggiunge puntualmente l'eccellenza, vendemmia dopo vendemmia, con i suoi Brunello; vini noti per la loro eleganza, con profumi e sapori ricchi e complessi nel classico stampo di Montalcino.

Quando Robert Parker è giunto finalmente ad assegnare i suoi altrimenti generosamente distribuiti fatidici 100 punti ad un Brunello di Montalcino, la selezione Madonna delle Grazie 2010 è stata la prima in ordine di tempo. Alessandro ne va ovviamente orgoglioso, ma sospetto che sia un vignaiolo troppo saggio per credere, allora come oggi, di aver raggiunto la perfezione.

Abbiamo assaggiato in anteprima l’annata 2016 dei suoi Brunello annata e selezione Madonna delle Grazie, poi Alessandro ha aperto una delle poche bottiglie rimaste di Brunello Riserva 1985. Quel vino, di 35 anni, era vitale e maturo, con gli stessi complessi profumi e sapori dei Brunello più giovani, con il vantaggio di essersi magnificamente posato. Raramente ho provato vini di Sangiovese che esprimono in modo così autentico i loro terroir o, meglio ancora, lo spirito del cru nel senso della composizione del suolo e degli elementi ambientali di un vigneto e dei suoi frutti lavorati e resi dall'uomo. Il Brunello de Il Marroneto dimostra la saggezza di Alessandro Mori e della sua fede che quando un vino per natura ha tutto, è meglio lasciarlo essere.

ENGLISH

Alessandro Mori and Brunello: The Wisdom to “Let it Be”

by Burton Anderson

Though nurtured under the auspices of a calm and silent maestro like Mario Cortevesio and inspired—like many in Montalcino—by the prophetic acumen of the taciturn Giulio Gambelli, the volcanic Alessandro Mori is instead a man of explosive personality, who feels the urgency to vociferate the cardinal points of his history, his ideas, his methods.

Those words written by Carlo Macchi of Winesurf proved to be right on the mark when I first met Alessandro Mori on an October morning at the cellars of Il Marroneto on the northern slope of the Montalcino hill with vineyards adjacent to the little church of Madonna delle Grazie. Within minutes of meeting we were bantering like old friends as he espoused his views.

Alessandro Mori has been described as the last of Montalcino’s traditionalists, a definition he accepts with a measure of satisfaction while pointing out that in truth he relies less on established practices as his own intuition as a self-made winemaker with 40 years of experience behind him.

“In the early years, as I gradually committed to making wine my life’s work, I followed the advice of Mario Cortevesio and his emphasis on the three P’s: puliziapassione e pazienza [cleanliness, passion and patience]. Giulio Gambelli gave me early guidance, but it wasn’t long before I struck out on my own. And it’s been that way ever since.”

His first vintage of Brunello was 1980, made in in the cellars of a building once used by friars of Madonna delle Grazie for drying chestnuts (marroni). He continues to follow Montalcino’s traditions of vinification and aging in well-seasoned oak barrels and casks in cellars blackened by centuries of use, adhering to the logic of simplicity and functionality with minimal intervention.

It’s rare these days to encounter a winemaker so fiercely independent and uncompromising in shunning modern conveniences or techniques of avant-garde enology. And yet, seemingly against the odds, Alessandro Mori achieves consistent excellence with Brunello vintage after vintage in wines noted for elegance with rich and complex scents and flavors in the classic mold of Montalcino.

When Robert Parker finally came around to awarding his otherwise generously distributed ratings of 100 points to a Brunello di Montalcino, Madonna delle Grazie 2010 was first in line. Alessandro takes obvious pride in that, but I suspect he’s too wise a winemaker to believe he’s achieved perfection.

We tasted the 2016 vintages of Brunello Il Marroneto and the single vineyard Madonna delle Grazie and then Alessandro opened one of his few remaining bottles of Brunello Riserva 1985. That wine, 35 years old, was vital and ripe with the same complex scents and flavors of the younger wines and the bonus of being exquisitely sedate. Rarely have I experienced wines from Sangiovese that so authentically express their terroirs or, better yet, the spirit of cru in the sense of a composite of the soil and environmental elements of a vineyard and its fruits as rendered by man. The Brunello of Il Marroneto demonstrates the wisdom of Alessandro Mori in his faith that when a wine by nature has it all, it’s best to let it be.

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