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Corbon Les Bacchantes Rosé: i "baffi rosa" di suo padre

giovedì 28 maggio 2020 13:02:24 Europe/Rome

Corbon Les Bacchantes Rosé: i "baffi rosa" di suo padre

By Burton Anderson

Per la storia di questa incantevole bollicina rosa, ci siamo rivolti alla sua creatrice, Agnès Corbon, che gestisce una piccola azienda vinicola a conduzione familiare nel villaggio di Avize, nella Côte de Blancs in Champagne. Come riportato in un recente numero della Newsletter di Heres, Agnès ha sempre seguito il principio del padre Claude secondo cui il blanc de blancs beneficia di una lunga maturazione sui lieviti per dare allo Chardonnay il massimo della finezza e dell'eleganza.

Poi, in uno slancio di fantasia, Agnès ha deciso di fare qualcosa di diverso e ha creato Les Bacchantes Rosé. Come lei stessa spiega: "Per molto tempo non ho fatto il rosé perché mi sono sempre vista come una ‘Chardonnay girl’. Ma nella primavera del 2015 ho assaggiato il rosé de saignée del mio amico e collega Tomithé Stroebel e mi sono innamorata del suo frutto croccante. Così ho deciso alla prima occasione di provare a fare un piccolo lotto di rosé. La vendemmia del 2015 è stata splendida, le uve di Pinot Meunier erano mature e belle, così ho fatto un tentativo. Ho scelto un appezzamento esposto a sud, a Trélou-sur-Marne, chiamato ‘Les Vignes d'Avize’, perché le rese sono più basse e le uve più mature che in qualsiasi altra mia parcella di questa varietà.”

Il vino proviene da uve Pinot Meunier al 100% vinificate secondo il metodo "saignée" o "salasso" con la spillatura del mosto fiore dopo 18 ore di macerazione sulle bucce, seguita dalla fermentazione in botti di rovere e una maturazione di 10 mesi sempre in legno dove completa la fermentazione malolattica. Nessuna chiarifica, filtrazione o stabilizzazione a freddo prima dell’imbottigliamento avvenuto nel settembre del 2016 per dare l’avvio alla seconda fermentazione.

"Amo questo vino, che è diverso da tutti quelli che ho fatto", dice Agnès. "Cercavo una concentrazione di frutta rossa croccante e con quelle splendide uve per cominciare e con un po' di fortuna ci sono riuscita. Ho prodotto due botti per un totale di 615 bottiglie. Da allora non ho più fatto il rosato. Ci ho provato nel 2018, ma non ero contenta e non l'ho imbottigliato. Non vedo l'ora di farne altri; chissà, magari nel 2020.”

Ma che dire di quel nome Bacchantes, che in francese comune si riferisce ai baffi, o in questo caso a un rosé dal baffo rosa?

Agnès ha spiegato che a un certo punto stava cercando un nome per le sue cuvée d'annata che aveva iniziato a vinificare in botti borgognotte, così suo padre Claude, che da poco si era fatto crescere un paio di baffi che non le piacevano affatto, ha suggerito scherzosamente: Les Bacchantes!

"Beh, mi sono detta, non chiamerò mai i miei vini 'Baffi’, ma in qualche modo l'idea ha preso piede, e dopo un po' di riflessione ho ceduto e ho detto OK, Les Bacchantes sia."

Il nome è stato usato per la prima volta per un blanc de blancs d'annata vinificato in legno e maturato per oltre cinque anni sui lieviti. Evidentemente questo appellativo le è cresciuto addosso, perché quando è arrivato il momento di dare un nome al suo nuovo vino è diventato Les Bacchantes Rosé.Per mantenere la sua freschezza vibrante, Agnès ha limitato il processo di produzione di questo Champagne a tre anni sui lieviti invece dei soliti cinque o più.

Quando le ho chiesto di descrivere la sua creazione, Agnès è ricorsa alla sua classica ironia e modestia: acidulo con note fruttate di fragola e mirtillo rosso, un "rinfrescante per la bocca", suggerendo di servirlo da solo come aperitivo, possibilmente in caraffa. Certo, un rinfrenscante per la bocca! Nella mia opinione i "baffi rosa" di papà esalterebbero anche i sapori di gran parte dell’ampia proposta di stuzzichini che i francesi chiamano amuse-gueules.

ENGLISH

Corbon Les Bacchantes Rosé: Her father’s ‘pink moustache’

By Burton Anderson 

 For the story behind this enchanting pink sparkler, we turned to its creator, Agnès Corbon, who  runs a small family winery in the village of Avize in Champagne’s Côte de Blancs. As reported in a recent issue of the Heres Newsletter, Agnès always followed the principle of her father Claude that blanc de blancs benefits from long maturation on the lees to give Chardonnay the utmost in finesse and elegance.

Then, on a whim, Agnès decided to do something different and created Les Bacchantes Rosé. As she explains: “For a very long time, I didn’t make rosé because I always saw myself as a Chardonnay kind of girl. But in the spring of 2015, I tasted the rosé de saignée of my friend and colleague Tomithé Stroebel and fell in love with the crispy fuitiness. So I decided at the first opportunity I would try to make a small batch of rosé. The 2015 harvest was gorgeous, the Meunier grapes were ripe and beautiful, so I gave it a try. I chose a south-facing plot of Meunier in Trélou-sur-Marne called “Les Vignes d’Avize” because yields are lower and grapes more mature than in any other of my Pinot or Meunier plots.

The wine came from 100% Meunier grapes vinified following the saignée or “bleeding” method of drawing off the musts after 18 hours of maceration with the skins, followed by fermentation in oak barrels and élevage of 10 months in oak and complete malolactic fermentation. No fining, filtering or cold stabilization before the wine was put in bottles in September 2016 to undergo the second fermentation of three years.

“I do love this wine, which is different from any I’ve ever made,” says Agnès. “I was looking for crisp red fruit concentration and with those gorgeous grapes to start with and a bit of luck I achieved just that. I made two barrels for a total of 615 bottles. I haven’t made rosé since. I tried in 2018, but I wasn’t happy and didn’t bottle it. I certainly look forward to making some more; who knows, maybe in 2020!”

But what about that name Bacchantes, which refers to moustache, or as a rosé to a pink moustache?

Agnès explained that at one point she was looking for a name for her vintage cuvées that she had begun vinifying in Burgundy barrels, so her father Claude, who had recently grown a moustache that she thoroughly disliked, jokingly suggested: Les Bacchantes! “Well, I said, no way I’m going to call my wines ‘Moustache,’ but  somehow the idea caught on, and after some contemplation I gave in and said OK, Les Bacchantes it is.”The name was first applied to a vintage blanc de blancs vinified for a minimum of five years on the lees. It obviously grew on her, because when it came time to name her new wine it became Les Bacchantes Rosé.To maintain its bouyant freshness, Agnès limited the Champagne process to three years instead of the usual five or more.

When asked to describe her creation Agnès resorted to customary ironic understatement: acidulous with fruity notes of strawberry and cranberry,  a “mouth freshener,” suggesting that it be served on its own as an aperitif, possibly in caraffe.Mouth freshener indeed. My take is that father’s “pink moustache” would glorify the flavors of almost any item in that grand array of tidbits that the French call amuse-gueules.

 

Ciro Biondi: un insider con la missione di far resuscitare la bellezza dell'Etna

By Burton Anderson 

L'ondata di produzione dei vini dell'Etna può essere definita come una delle storie più dinamiche dell’enologia italiana recente, una crescita esponenziale dovuta soprattutto a investimenti esterni per l’acquisto e il rifacimento di vigneti e cantine. Nella frenesia del momento può capitare di dimenticare i vignaioli che da lungo tempo producono vino su queste straordinarie pendici vulcaniche.

Un esempio calzante di insider è quello di Ciro Biondi, i cui antenati possedevano vigneti sull'Etna già nel 1600, mentre la cantina di famiglia fu fondata alla fine dell'Ottocento dal nonno Cirino, suo fratello Salvatore e da un socio, dando nome alla premiate ditta Biondi & Lanzafame. I loro vini furono esportati nei paesi europei e in America e furono riconosciuti con una serie di premi e medaglie tra gli anni 1913-1914. La cantina rimase attiva anche durante le due guerre mondiali, ma successivamente subì un periodo di declino a causa del mancato adeguamento alle moderne tecnologie e al mutamento del mercato nel dopoguerra.

Questo fino al 1999, quando Ciro Biondi e la moglie Stef decidono di ripristinare alcuni vigneti sulle pendici sud-orientali dell'Etna con l'idea fissa di "resuscitare la bellezza di questi luoghi". Ciro, architetto di formazione, da allora ha ristrutturato un vecchio palmento di famiglia e realizzato una cantina per l'affinamento nella Contrada Ronzini, alle porte di Trecastagni.

Ciro e Stef si sono presto resi conto che l'unico modo per raggiungere i loro obiettivi era quello di produrre vini di alto livello, concentrandosi sui vigneti che si trovano a un’altitudine di 600-700 metri su ripidi pendii terrazzati e suoli vulcanici-sabbiosi ricchi di minerali. Da questo lavoro sono nate tre etichette cru e due cuvée che esprimono territori diversi e che Ciro descrive come "molto vicini nello spazio ma lontani nel carattere, negli aromi e nei sapori".

L'Etna Bianco "Outis" proviene da Carricante, Catarratto e Minnella, un vino da sempre caratterizzato da una forte componente minerale (sassosa).

L'Etna Rosso "Outis" proviene da Nerello Mascalese con circa 20% di Nerello Cappuccio, maturato per circa dieci mesi in barriques e tonneaux al fine di ottenere un mix di eleganza e sostanza che potrebbero rievocare un Borgogna Village.

L'Etna Bianco "Pianta" proviene da Carricante con circa il 10% di Catarratto e Minnella coltivati nella parcella di Chianta in Contrada Ronzini, viene vinificato in rovere per dare profondità e complessità ai suoi aspetti salini e minerali.

L'Etna Rosso "Cisterna Fuori" nasce da Nerello Mascalese con circa 20% di Nerello Cappuccio coltivati nella particella di Cisterna Fuori in Contrada Ronzini e maturato per 18 mesi in barriques e tonneaux. Un vino di carattere, ricco ed elegante.

L'Etna Rosso "San Nicolò" proviene da Nerello Mascalese con una piccola percentuale di Nerello Cappuccio coltivati nel vigneto di San Nicolò dove le viti crescono ancora su piede franco. Affinato per 18 mesi in barriques e tonneaux, il vino mostra grande finezza e un carattere marcatamente borgognone.

 Questo carattere borgognone è diventato il biglietto da visita dei rossi dell'Etna, tanto che la zona è diventata nota come "la Borgogna del Mediterraneo".

Nella mia esperienza, i rossi di Ciro Biondi sono forse i più borgognoni di tutti. I bianchi sono un'altra cosa, con una pronunciata salinità e mineralità che li rende distintivi e decisamente unici, anche se alcuni estimatori trovano punti in comune con alcuni vini di Chablis.

 I Cru di Ciro Biondi saranno illustrati in una prossima edizione della Newsletter Heres.

ENGLISH

Ciro Biondi: An “insider” resurrecting the beauty of Etna

By Burton Anderson

 The surging production of the wines of Mount Etna may be the most dynamic story of Italian wine today, heightened by the investments of “outsiders” in vineyards and cellars at exponential rates. Sometimes overlooked in this frenzy are the “insiders” who have been producing wines on the volcanic slopes for ages.

A persuasive example of an insider is Ciro Biondi, whose ancestors owned vineyards on Etna as early as 1600 and whose family winery was founded at the end of the nineteenth century by his grandfather Cirino and his brother Salvatore with a partner under the name Biondi & Lanzafame. Their wines were exported to European countries and America and recognized with a series of awards and medals in 1913 and 1914. The winery remained active through the wars, but then underwent a period of decline due to the failure to adapt to modern technology and the new post-war market.

Then, in 1999, Ciro Biondi and his wife Stef began rennovating three vineyards on the southeastern slopes of Etna around the village of Trecastagni with a fixed idea of “resurrecting these beautiful places.” Ciro, an architect by training, restructured an old palmento, or millstone, in one of the winery’s vineyards and established a cellar for aging in barrels in the family country house in Contrada Ronzini, on the outskirts of Trecastagni.

Realizing that the only way to achieve their goals was to produce high level wines, they focused on the vineyards, which lie at 600 to 700 meters of altitude on steep terraced slopes in sandy mineral-rich volcanic soils. They established three cru wines and two cuvées that express three terroirs, which they describe as being “very close in space but distant in character, aromas and flavors.”

Etna Bianco “Outis” comes from Carricante, Catarratto and Minnella, a wine note for its distinctive stony minerality.

 

Etna Rosso “Outis” comes from Nerello Mascalese with about 20% Nerello Cappuccio matured for about ten months in barriques and tonneaux to show a Burgundy-like mix of elegance and substance.

 

 Etna Bianco “Pianta” comes from Carricante with about 10% of Catarratto and Minnella grown in the Chianta parcel of Contrada Ronzini, a wine vinified in oak to lend depth and complexity to its bright saline and mineral aspects.

Etna Rosso “Cisterna Fuori” comes from Nerello Mascalese with a small percentage of Nerello Cappuccio grown in the Cisterna Fuori parcel of Contrada Ronzini and matured for 18 months in barriques and tonneaux - a wine of rich and elegant character.

Etna Rosso “San Nicolò” comes from Nerello Mascalese with a small percentage of Nerello Cappuccio grown in the San Nicolò vineyard where vines still grow on their original (pre-phylloxera) roots. Matured for 18 months in barriques and tonneaux the wine shows great finesse and strikingly Burgundy-like character.

 That Burgundy-like character has become a calling card of  the red wines of Etna, to the extent that the area has become known as “the Burgundy of the Mediterranean.”

In my experience, the reds of Ciro Biondi are the most Burgundian of all. The whites are something else, with their pronounced salinity and minerality, equally distinctive but decidedly unique, though some admirers find points in common with certain wines of Chablis.

 The cru wines of Ciro Biondi will be reviewed in detail in a coming edition of the Heres Newsletter.

 

I vini "I Ciavolich": giovani, freschi e profondi di anima

giovedì 21 maggio 2020 13:24:19 Europe/Rome

 

I vini di "I Ciavolich": giovani, freschi e profondi di anima

By Burton Anderson

 Chiara Ciavolich ha rilanciato l'azienda di famiglia di Loreto Aprutino trasformandola in una delle più dinamiche e ammirate realtà dell’Abruzzo, dove si producono vini da 22 ettari di proprietà interamente dedicati alle varietà autoctone. Tra queste, i tradizionali Trebbiano d'Abruzzo e Montepulciano d'Abruzzo (usato anche per il più roseo Cerasuolo d'Abruzzo), e le varietà "riscoperte" come Passerina, Pecorino e Cococciola, tutti vinificati in purezza.

 

Una nota a parte meritano i vini della linea Fosso Cancelli, nata nel 2007 con il Montepulciano d'Abruzzo e che oggi comprende Pecorino, Trebbiano e Cerasuolo, vinificati e affinati come vini di rango superiore.

Ma l'attenzione di Chiara rimane concentrata su una gamma di sette vini chiamati semplicemente "I Ciavolich" che esprimono i profumi e i sapori dell'Abruzzo, giovani, freschi e profondi di anima.

Cococciola Colline Pescaresi IGP. Dalla Cococciola coltivata a Loreto Aprutino, un bianco fresco e fragrante con sentori di mela e pesca e un finale morbido ed equilibrato.

Passerina Colline Pescaresi IGP. Dalla Passerina coltivata a Loreto Aprutino, un bianco noto per i suoi profumi erbacei (camomilla), pulito, secco e sapido al palato.

Aries Pecorino Colline Pescaresi IGP. Dal Pecorino coltivato a Loreto AprutinoPianella, un bianco ampiamente profumato con sentori di erbe fresche, pesca e agrumi, ben strutturato ed equilibrato al palato con un finale lungo e sapido.

 

ABBINAMENTI A TAVOLA:

Tutti e tre i bianchi, a 8-10°, sono ideali per l'aperitivo o per accompagnare antipasti di pesce, formaggi a pasta molle e di verdure, primi piatti con molluschi e crostacei, pesce al vapore o alla griglia. Il Pecorino Aries sembra adattarsi magnificamente anche alla zuppa di pesce chiamata brodetto.

Rosato Colline Pescaresi IGP. Da Montepulciano coltivato a Loreto Aprutino, questo rosato è seducentemente fresco e piacevole con un frutto rotondo e succoso, deliziosamente suadente al palato.

 ABBINAMENTI A TAVOLA:

 Il Rosato, servito a 8-10°, si abbina a una vasta gamma di piatti: antipasti e primi a base di pesce e verdure, formaggi giovani, pizza, carne di vitello e pollame. Da provare anche con il piccante, come il tradizionale polpo in purgatorio. Il Montepulciano più giovane, vinificato ed elevato in acciaio, è altrettanto versatile a tavola e può essere servito leggermente più fresco. Oltre che con i formaggi alla piastra e ai primi di verdure, o con sughi leggeri di carne, ce lo immaginiamo anche con alcuni piatti di pesce, come una grigliata di pesce con contorno di verdure.

 

 

Montepulciano d'Abruzzo DOP. Dal Montepulciano di Pianella, un rosso leggiadro, ben calibrato, profondo e nel contempo traboccante di vigore giovanile.

Nella gamma, ma in veste di fratelli maggiori e con uno spessore da riserva, si trovano i due Montepulciano d’Abruzzo Divus e Antrum che provengono dalle selezioni dei vigneti più vecchi e che maturano in legni piccoli e grandi per periodi che variano a seconda dell’annata.

 ABBINAMENTI A TAVOLA:

Le due versioni superiori di Montepulciano Divus e Antrum, serviti a 15-16°, eccellono con i primi a base di sughi di carne, in particolare i maccheroni alla chitarra con un ragù di agnello, gli arrosti e le grigliate di carne e pollame e i formaggi stagionati, in particolare il pecorino. È una scommessa su quale dei due accompagnerebbe meglio la 'ndocca 'ndocca, un pungente stufato di maiale abruzzese.

 

ENGLISH

The wines of ‘I Ciavolich’: young and fresh and full of spirit

By Burton Anderson

Chiara Ciavolich has uplifted the family estate at Loreto Aprutino into one of the most dynamic and admired of Abruzzo, producing wines exclusively from 22 hectares of vines devoted entirely to native varieties. These include the traditional Trebbiano d’Abruzzo and Montepulciano d’Abruzzo (also for the pink Cerasuolo d’Abruzzo) as well as wines from the “rediscovered” varieties of Passerina, Pecorino and Cococciola, all vinified as pure varietals.

Rating a special note are the wines of the Fosso Cancelli line, created in 2007 with Montepulciano d’Abruzzo and now including Pecorino, Trebbiano and Cerasuolo vinified and aged as wines of superior stature.

But Chiara’s main focus remains on a range of seven wines called simply ‘I Ciavolich’ that expressthe scents and flavors of Abruzzo as young and fresh and full of spirit. 

Cococciola Colline Pescaresi IGP. From Cococciola grown at Loreto Aprutino, a fresh and fragrant white with hints of apple and peach and a smooth, balanced finish.

Passerina Colline Pescaresi IGP. From Passerina grown at Loreto Aprutino, a white noted for  herbaceous scents (chamomile) that is clean, dry and zesty on the palate

Aries Pecorino Colline Pescaresi IGP. From Pecorino grown at Pianella, an amply scented white with hints of fresh herbs, peach and citrus, well structured and balanced on the palate with a long and savory finish.

FOOD PAIRING:

All three whites, at 8-10°, make ideal aperitifs or served with antipasti of seafood, vegetable and soft cheeses, pasta with mollusks and crustaceans, or poached or grilled fish. The Aries Pecorino seems suited to the fish soup called brodetto.

Rosato Colline Pescaresi IGP. From Montepulciano grown at Loreto Aprutino, this rosé is seductively fresh and pleasant with round and juicy fruit flavors, delightfuly mellow on the palate.

Montepulciano d'Abruzzo DOP. From Montepulciano grown at Pianella, a graceful and well balanced red, with a lot of depth and at the same time brimming with youthful vigour.

In this same range, acting more like older brothers with a reserve wine structure, are the two Montepulciano d'Abruzzo Divus and Antrum that come from the selections of the older vineyards and mature in small to medium sized casks for periods that vary according to the vintage.

 FOOD PAIRINGS:

Rosato, served at 8-10°, goes well with a wide range of dishes: starters and first courses based on fish and vegetables, young cheeses, pizza, veal and poultry meat. Try it with the spicy dish of octopus called polpi in purgatorio. The younger Montepulciano, which is vinified and matured in stainless steel vats, is equally versatile and can be served slightly cooler. In addition to grilled cheeses and pasta with vegetable or light meat sauces, pasta dishes, we suggest trying with grilled fish and lot’s of vegetables.

The two superior versions of Montepulciano, Divus and Antrum, served at 15-16°, excel with pasta and meat-based sauces, notably maccheroni alla chitarra with an elaborate lamb-based ragout, roast and grilled meats and poultry and mature cheeses, such as pecorino. It’s a toss-up of which of the three would go best with ’ndocca ’ndocca, a pungent Abruzzese pork stew.

Podere Forte: guardando indietro verso un futuro più luminoso

lunedì 18 maggio 2020 11:04:33 Europe/Rome

 

Podere Forte: guardando indietro verso un futuro più luminoso

By Burton Anderson

Quando nel 1997 Pasquale Forte decise di diventare produttore di vino, entrò in campo con un impegno assoluto verso l'eccellenza e un progetto senza limiti per il raggiungimento dei suoi obiettivi. Ma Forte, il cui amore per la terra risale alla sua infanzia in Calabria, prima di trasferirsi al nord per studiare e diventare un imprenditore di successo, si descrive come un "pragmatico sognatore" consapevole che i miracoli nel vino non si compiono da un giorno all'altro o, del resto, nemmeno in un decennio o due.
Dopo una meticolosa pianificazione, fonda il Podere Forte, che si estende su un tratto di 168 ettari nella Val d'Orcia, nella Toscana meridionale, dove, seguendo i principi del biologico e della biodinamica, impianta 19 ettari di vigneti e 23 di oliveti, dedicando il resto a campi coltivati e boschi.

Il motivo del progetto è stato quello di recuperare le tradizioni agricole e vitivinicole della Val d'Orcia, "coltivando come 2.000 anni fa per essere 200 anni avanti con i tempi". Sapeva che questo avrebbe richiesto non solo uno scrigno di investimenti, ma anche un tesoro di competenze. Come consulenti ha assunto l’esperto di viticoltura Attilio Scienza, l'enologo piemontese Donato Lanati e i microbiologi del suolo Lydia e Claude Bourguignon, esperti mondiali di terroir e di preparazione del terreno per i vigneti.
La filosofia Forte si può riassumere nella visione di raggiungere la qualità assoluta a tutti i costi ma nel pieno rispetto della natura in un ambiente dove uomo, animali e piante contribuiscono a creare un macrocosmo autosufficiente, equilibrato e sostenibile.
I vigneti sono stati piantati principalmente con Sangiovese, ma si trovano anche Cabernet Franc e altri vitigni ancora in fase di sperimentazioni, Il risultato è una gamma di vini Orcia DOC di cui tre da uve Sangiovese: “Petruccino”, “Petrucci Melo” e “Petrucci Anfiteatro”, e il Cabernet Franc in purezza “Guardiavigna”. L'enologo Cristian Cattaneo ha anche perfezionato uno spumante metodo classico da uve Sangiovese in purezza, chiamato "Ada".

 

L'edificio della cantina si sviluppa su cinque livelli, di cui tre interamente sotternei. Le uve che arrivano ai livelli superiori vengono selezionate e pigiate e i mosti, o i chicchi interi, scorrono per gravità fino ai livelli più bassi dove avviene la vinificazione e la maturazione. Il piano inferiore è dedicato all'affinamento dei vini in barriques, tonneaux e successivamente in bottiglia.
Nel 2011 la proprietà è stata estesa ad un'area tra Pienza e San Quirico d'Orcia con 110 ettari di campi coltivati e pascoli per i pregiati suini di cinta senese e bovini di razza chianina, che forniscono carne e salumi serviti presso l'Osteria Perillà ( 1 stella Michelin) a Rocca d'Orcia. La Chianina contribuisce anche a una parte importante del ciclo produttivo biodinamico, un trattamento detto "cornoletame", che prevede l'utilizzo di letame macerato per lunghi periodi prima di essere vaporizzato sul terreno e utilizzato come compost per vigneti, oliveti e seminativi.

Pasquale Forte continua a perseguire i suoi sogni pragmatici in un podere che è diventato un modello di agricoltura scientifica-biodinamica e un'azienda vinicola che sta portando nuova statura e fama ai vini della valle dell'Orcia, da tempo trascurata. Ma il sognatore non si riposa certo sugli allori, mentre lui e il suo team continuano ad applicare le lezioni del passato a un futuro sempre più luminoso, seguendo il motto Ad Maiora, "verso cose più grandi".
 
NOTA: I vini del Podere Forte saranno illustrati in dettaglio in un prossimo numero della Newsletter Heres.

ENGLISH

Podere Forte: Looking backward toward a future of “greater things”

By Burton Anderson

 When Pasquale Forte decided to become a wine producer in 1997, he entered the field with an absolute commitment to excellence and a no limits project for achieving his goals. But Forte, whose love of the land dates to his childhood in Calabria before he moved north to study and become a successful entrepeneur, describes himself as a “pragmatic dreamer” aware that miracles in wine aren’t achieved overnight or, for that matter, even in a decade or two.

After meticulous planning, he founded Podere Forte, covering a tract of 168 hectares in the Val d’Orcia in southern Tuscany, where following organic and biodynamic principles he planted 19 hectares of vineyards and 23 of olive groves, dedicating the rest to arable fields and woodland. The motif of the project was to recover the agricultural and winemaking traditions of the Val d’Orcia, “cultivating as they did 2,000 years ago to be 200 years ahead of the times.” He knew that this would require not just a treasure chest of investment but a treasure trove of expertise. As consultants he hired the eminent viticulturist Attilio Scienza, the Piedmontese enologist Donato Lanati, and the soil microbiologists Lydia and Claude Bourguignon, world experts on terroirs and the preparation of land for vineyards.

The Forte philosophy can be summed up in the vision of achieving absolute quality at all costs but with full respect for nature in an environment where man, animals and plants contribute to create a self-sufficient, balanced and sustainable integrated macrocosm. Vineyards were planted mainly with traditional Sangiovese, as well as Cabernet Franc and othe experimental varieties. The result is a range of barrel-aged Orcia DOC wines, three from 100% Sangiovese—Petruccino, Petrucci Melo and Petrucci Anfiteatro—and the pure Cabernet Franc Guardiavigna. Resident enologist Cristian Cattaneo has also perfected a novel classic method sparkling wine named Ada from pure Sangiovese.

The winery building covers five levels, only two of which are above ground. Grapes arriving at the top levels are selected and crushed and musts flow by gravity to lower levels where vinification and maturation take place. The base level is devoted to aging wines in barriques and tonneaux.

In 2011, the property was extended to an area between Pienza and San Quirico d’Orcia with 110 hectares of cultivated fields and grazing land for the prized Cinta Senese pigs and Chianina cattle, which provide meat and cold cuts served at the Osteria Perillà at Rocca d’Orcia. The Chianina also contribute to an important part of the biodynamic production cycle, a treatment known as “cornoletame” using manure macerated for long periods before being vaporized on the soil and used as compost for vineyards, olive groves and arable land.

Pasquale Forte continues to pursue his pragmatic dreams at a farm that has become a model of scientific and biodynamic agriculture and a wine estate that is bringing new stature and renown to the wines of the long neglected Orcia valley. But the dreamer is by no means resting on his laurels, as he and his team continue to apply the lessons of the past to an ever brighter future, following the motto of Ad Maiora, “toward greater things.”

 NOTE: The wines of Podere Forte will be reviewed in detail in a coming issue of the Heres Newsletter.

Tornatore: Bianchi dell'Etna, rosato e spumante Valdemone

giovedì 14 maggio 2020 14:40:21 Europe/Rome

 

Tornatore: Bianchi dell'Etna, rosato e spumante Valdemone

I vigneti Tornatore comprendono alcuni dei terroir più rispettati dell'Etna con nomi come "Pietrarizzo" e "Trimarchisia" sulle etichette dei vini rigorosamente Etna DOC delle varietà Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio per i rossi e il rosato, Carricante per i bianchi.
Anche se conosciuti soprattutto per i rossi, negli ultimi tempi i bianchi Tornatore hanno fatto sempre più impressione sui bevitori di vino per la loro vibrante freschezza e mineralità che parla dei terreni vulcanici dell'Etna. Interessanti anche l'Etna Rosato e il singolare spumante Valdemone Brut.

Note sui vini con abbinamenti gastronomici e consigli per il servizio:

Etna Bianco nasce da uve Carricante 100% pigiate soffici e chiarificate a freddo prima della fermentazione a 15-16°C, seguite da tre mesi sui lieviti e da un affinamento di 4-6 mesi in vasche di cementoIl vino si presenta di colore giallo paglierino brillante con note di frutta fresca e agrumate sottolineate da una spiccata mineralità e da sapori vibranti che si soffermano in maniera seducente al palato.

Servire a 8-10°C con antipasti a base di verdure, formaggi freschi e pesce fresco, in particolare frutti di mare.

Etna Bianco Pietrarizzo proviene da uve Carricante 100% pigiate soffici e chiarificate a freddo prima di fermentare a 15-16°C in botti di rovere da 50 ettolitri, rimanendo sui lieviti per circa 5 mesi, prima dell'imbottigliamento.
Il vino si presenta di colore giallo paglierino carico con aromi complessi e maturi da fermentazione in botte e sapori pieni che ricordano gli agrumi e la frutta tropicale, le spezie e le erbe aromatiche esaltati da un lungo e morbido finale.

Servire a 8-10°C con antipasti come carpaccio di tonno o pasta a base di verdure e pesce, come gli spaghetti alle vongole con zucchine. Eccelle con i crostacei alla griglia, in particolare i gamberoni.

 

Etna Rosato nasce da uve 100% Nerello Mascalese pigiate e chiarificate a freddo prima di fermentare a 15-16°C, seguite da tre mesi sui lieviti e da una maturazione di 4-6 mesi in vasche di cemento. 
Il vino si presenta di un colore rosa ciliegia brillante con raffinati profumi di frutta e frutti di bosco, in particolare lampone, ed erbe aromatiche delle pendici selvagge dell'Etna. Vibrante e morbido al palato con ripetuti sentori di frutti di bosco ed erbe aromatiche.

Servito a 10-12°C, questo rosato mostra una versatilità invidiabile con una gamma di piatti a base di verdure, pesce, uova, formaggi freschi, carne di vitello o pollame. Mi vengono in mente i classici piatti siciliani: caponata, cous-cous e pasta con le sarde.

 

Valdemone Spumante Brut nasce dal Nerello Mascalese vinificato in bianco, seguito da una seconda fermentazione di 4 mesi sui lieviti in autoclave con il metodo charmat.

Servire a 6-8°C in profondi bicchieri a tulipano per assaporarne la scintillante freschezza e la fragranza esaltata da una seducente vena di mineralità etnea in una vivace bollicina da aprire ogni volta che c'è un'occasione di festeggiare.

 

 

 

ENGLISH

Tornatore: Etna whites, rosé and Valdemone spumante

By Burton Anderson

The vineyards of Tornatore include some of the most respected terroirs of Etna, with names such as Pietrarizzo and Trimarchisia on labels of wines that are strictly Etna DOC from the varieties of Nerello Mascalese and Nerello Cappuccio for reds and rosé and Carricante for whites.

Although noted above all for reds, in recent times the whites of Tornatore have made an increasing impression on wine drinkers for their vibrant freshness and minerality that speaks of Etna’s volcanic terrains. Also intriguing are the Etna Rosato and the singular sparkling wine of Valdemone Spumante Brut.

Notes on the wines with food matches and serving tips:

Etna Bianco comes from 100% Carricante grapes soft pressed and clarified cold before fermenting at 15-16°C, followed by three months on the lees and maturing for 4 to 6 months in cement tanks 

The wine shows bright straw yellow color with notes of fresh fruit and citrus underlined by bracing minerality and vibrant flavors that linger enticingly on the palate.

 Serve at 8-10°C with antipasti based on vegetables, fresh cheeses and seafood, notably frutti di mare.

 Etna Bianco Pietrarizzo comes from 100% Carricante grapes soft pressed and clarified cold before fermenting at 15-16°C in oak barrels of 50 hectoliters, remaining on the lees for about 5 months, before bottling.

 The wine shows deep straw yellow color with complex and mature aromas from barrel aging and full flavors hinting at citrus and tropical fruits, spices and herbs mellowed by a long, smooth finish.

 Serve at 8-10°C with antipasti such as tuna carpaccio or pasta based on vegetables and fish, such as spaghetti alle vongole with zucchini. It excels with grilled shellfish, notably the giant prawns known as gamberoni

 Etna Rosato comes from 100% Nerello Mascalese grapes soft pressed and clarified cold before fermenting at 15-16°C, followed by three months on the lees and maturing for 4 to 6 months in cement tanks.  

The wine shows a bright rose-cherry color with refined scents of fruits and berries, notably raspberry, and herbs of Etnas’s wild slopes. Vibrant and smooth on the palate with repeated hints of berries and herbs.

 Served at 10-12°C, this rosé shows enviable versatility with a range of dishes based on vegetables, fish, eggs, fresh cheeses, veal or poultry. Classic Sicilian dishes come to mind: caponata, couscous and pasta con le sarde.

 Valdemone Spumante Brut comes from Nerello Mascalese vinified “in bianco” followed by a second fermentaion of 4 months on the lees in autoclave under the charmat method. 

Serve at 6-8°C in deep tulip shaped glasses to savor its scintillating freshness and fragrance enhanced by an enticing vein of Etna minerality in a vivacious bubbly to pop open any time there’s a festive occasion.

Villa Papiano: Terra, cielo e poesia

lunedì 11 maggio 2020 11:17:42 Europe/Rome

Villa Papiano: Terra, cielo e poesia

By Burton Anderson

 La storia sembra essere aperta a interpretazioni a Villa Papiano. Da una prospettiva remota, la tenuta può far risalire le sue origini al XV secolo, quando un certo Papiano, luogotenente dei Medici fiorentini, vi si stabilì e iniziò a coltivare. Da un punto di vista contemporaneo, tutto è iniziato nel 2001, quando quattro fratelli, figli del noto agronomo Remigio Bordini, hanno avviato quello che chiamano il vero progetto di fare di Villa Papiano una tenuta moderna, rinnovando vigneti e cantine per produrre vino come specchio del territorio.

La proprietà si estende tra i 450 e i 530 metri di altitudine lungo le pendici meridionali del Monte Chioda, parte della catena appenninica tosco-romagnola, che si affaccia sul torrente Ibola nella stretta valle di Modigliana, in provincia di Forli-Cesena.

I quattro fratelli lavorano in quello che descrivono come un rapporto simbiotico che cambia colori e disegni come un caleidoscopio rotante. Francesco si occupa della vinificazione e dell'impostazione degli stili di produzione, Maria Rosa dirige i rapporti commerciali, Giampaolo si occupa della gestione ed Enrica dell'amministrazione. Come dicono loro: "Insieme scuotiamo i dadi e fantastichiamo sul futuro".

Una frequentatrice abituale di Villa Papiano, mia figlia Gaia, la descrive come "un luogo dove terra e cielo si mescolano a fattoria e vigneti in una valle di boschi e prati: un'immagine fiabesca, intimamente appenninica, con i vini che ne sono la quintessenza".

L'azienda coltiva prevalentemente uve Sangiovese, Albana e Trebbiano, insieme ad antiche varietà autoctone come Centesimino, Negretto e Balsamina. I vigneti sono allevati vicini al terreno per massimizzare i riflessi di luce e calore nell'ambiente montano, su suoli marnoso-arenacei qui particolarmente ricchi di sabbia.  La viticoltura biologica è praticata seguendo i ritmi della natura, nutrendo le piante con concime verde e compost leggero e con una sana dose di affetto.

La famiglia Bordini si descrive come viticoltori artigianali che seguono un approccio di incessante osservazione di ogni dettaglio, imparando dall'esperienza, vivendo in simbiosi con l'ambiente, assorbendo le lezioni tramandate da chi li ha preceduti, consapevoli che ogni annata è diversa, e lavorando con una fede costante nella natura.

"Nel corso degli anni abbiamo conosciuto profondamente la nostra terra, le sue sfumature e le sue idiosincrasie. I nostri vini parlano di luce, risuonando in una matrice aromatica in cui la salinità diventa la spina dorsale e la sostanza dell'uva, più che il legno, dalla delicata struttura che rievoca fiori e sottobosco, magri, verticali, salati e longevi".

I vini riflettono la poetica del loro creatore, anche nelle etichette artistiche. La gamma comprende i rossi a base di Sangiovese, Probi, Vigna Beccacia e Le Papesse e i bianchi Strada Corniolo da Trebbiano, Terra! da Albana e Tregenda R! da Albana tardiva, che si fonde anche nell'intrigante ricetta del Vermouth Tregenda.  Le Papesse di Papiano sarà recensito in un prossimo numero della Newsletter di Heres

 

ENGLISH

Villa Papiano: Earth, Sky and Poetry

By Burton Anderson

 History seems to be what you make of it at Villa Papiano. From a remote perspective, the estate can trace its origins to the fifteenth century, when a certain Papiano, a lieutenant of the Florentine Medici family, settled there and started farming. From a contemporary point of view, it all began in 2001, when four siblings, children of the noted agronomist Remigio Bordini, launched what they call the real project of making Villa Papiano a modern estate, renovating vineyards and cellars to produce wine as a mirror of the territory.

The territory extends between 450 and 530 meters of altitude along the southern slopes of Monte Chioda in the Tosco-Romagnolo range of the Apennines overlooking the Ibola stream in the narrow valley of Modigliana in the province of Forli-Cesena.

The four siblings work in what they describe as a symbiotic relationship that changes colors and designs like a rotating kaleidoscope. Francesco is in charge of winemaking and setting the styles of production, Maria Rosa directs commercial relations, Giampaolo handles management and Enrica administration. As they put it: “Together we shake the dice and fantasize about the future.”

A frequent visitor to Villa Papiano, my daughter Gaia, describes it as “a place where earth and sky commingle, farm and vineyards in a valley of woods and meadows: a fairytale image, intimately Apennine, with wines that are the quintessence of a place.”

The estate grows mainly Sangiovese and Albana grapes together with ancient autochthonous varieties such as Centesimino, Negretto and Balsamina on vines trained low to maximize the reflections of light and heat in the mountain environment with its marl and sandstone soils. Sustainable organic viticulture is practiced, following the rhythms of nature, nurturing the plants with light compost and green manure—and a healthy dose of affection.

The Bordini family describe themselves as artisan winegrowers following an approach of ceaselessly observing every detail, learning from experience, living in symbiosis with the environment, absorbing the lessons handed down by those who preceded us, being aware that each vintage is different, and working with an abiding faith in nature.

“Over the years we have come to know our land profoundly, its nuances and idiosyncrasies. Our wines speak of light, resonating in an aromatic array in which salinity becomes the backbone, and the substance of the grape, rather than wood, lending the delicate structure to wines that  speak of flowers and undergrowth, lean, vertical, salty and long-lived.”

The wines reflect their makers’ poetic nature, also in the artistic labels. The array includes the Sangiovese based reds of Probi, Vigna Beccacia and Le Papesse di Papiano and the whites Strada Corniolo from Trebbiano, Terra! From Albana and Tregenda R!, from late-harvested Albana, which is also blended into the intriguing Tregenda Vermouth. Le Papesse di Papiano will be reviewed in a coming issue of the Heres Newsletter

Il Marroneto: Alessandro Mori e Brunello, una filosofia di vita

giovedì 7 maggio 2020 09:47:35 Europe/Rome

Il Marroneto: Alessandro Mori e Brunello, una filosofia di vita

 Nel 1974 l'avvocato Giuseppe Mori acquistò una proprietà a Madonna delle Grazie, ai confini settentrionali di Montalcino, e impiantò un piccolo vigneto che spinse i figli Andrea e Alessandro, entrambi laureati in giurisprudenza, a cimentarsi nella produzione di vino. I due hanno ricavato una cantina in due stanze dell'antico edificio in pietra detto Il Marroneto perché utilizzato per l'essiccazione dei marroni. L'interesse di Alessandro crebbe fino a diventare una passione e decise di stabilirsi a Il Marroneto e fare del vino una carriera, mentre Andrea si unì al padre come avvocato.

Alessandro amplia gradualmente i vigneti e ingrandisce la cantina, producendo il suo primo Brunello di Montalcino nel 1980. Da sempre si è concentrato solo sul Sangiovese per produrre due tipi di Brunello - Il Marroneto e Madonna delle Grazie - e il Rosso di Montalcino Ignaccio.

I vigneti si estendono sul versante nord della collina di Montalcino a 350-400 metri sul livello del mare, in prossimità delle antiche mura cittadine. La Madonna delle Grazie proviene da una speciale selezione di uve coltivate nei pressi della chiesetta omonima.

Le viti sono trattate nel massimo rispetto dell'ambiente, dell'ecosistema e della biodiversità con interventi minimi, evitando diserbanti e pesticidi e seguendo i ritmi naturali delle stagioni nella ricerca di un equilibrio per ogni singola pianta. Alessandro, che si definisce un vignaiolo, segue personalmente ogni fase del processo, dalla potatura alla vendemmia, alla vinificazione e all'invecchiamento, con quello che descrive come "grande amore, attenzione e passione che hanno catturato tutto il mio essere come filosofia di vita".

Il Brunello viene vinificato secondo i metodi tradizionali di Montalcino e affinato per i necessari quattro anni in grandi botti di rovere di Allier e Slovenia in cantine che seguono la logica della semplicità e della funzionalità. L'imbottigliamento del Brunello dell'azienda si distingue per l'eleganza, i profumi e i sapori ricchi e complessi nel classico stampo di Montalcino. Alessandro descrive il suo Brunello come adatto alla meditazione, "un vino che suscita emozioni grandi come l'amore e la cura con cui è stato creato".

Quando Il Marroneto ha festeggiato l'uscita dell'annata 2010 con la campagna "1980-2010: da 30 anni solo Brunello", ha dichiarato Alessandro Mori:

"La mia prima etichetta risale al 1980 e oggi, dopo 30 anni, Il Marroneto è cresciuto senza abbandonare lo spirito iniziale destinato a produrre un Brunello che parla la lingua di Montalcino e del suo territorio. Sono cresciuto con i miei vini e per me questo è un traguardo importante".

Oggi, dopo 40 anni di produzione, Il Marroneto è considerato una delle tenute storiche di Montalcino, da tempo leader nella categoria elitaria delle cantine a conduzione familiare che da sempre privilegiano la qualità superlativa rispetto alla quantità.

La selezione di Brunello della Madonna delle Grazie è regolarmente classificata tra i vini top di Montalcino e, come sempre più spesso concorda la critica, uno dei grandi rossi d'Italia. Ne parleremo in dettaglio in un prossimo numero della newsletter di Heres.

 

ENGLISH

Il Marroneto: Alessandro Mori and Brunello, a philosophy of life

By Burton Anderson

 In 1974, Giuseppe Mori, a lawyer, acquired a property at Madonna delle Grazie on the northern edge of Montalcino and planted a small vineyard that tempted his sons, Andrea and Alessandro, both with degrees in jurisprudence, to try their hand at making wine. They carved out a cellar in two rooms of the old stone building known as Il Marroneto because it had been used  for drying marroni (chestnuts). Alessandro’s interest grew until it became a passion and he decided to settle at Il Marroneto and make wine a career, while Andrea joined his father as a lawyer.

Alessandro gradually expanded vineyards and enlarged the cellar, producing his first Brunello di Montalcino in 1980. He has always concentrated on Sangiovese alone to produce two types of Brunello—Il Marroneto and Madonna delle Grazie—and Rosso di Montalcino Ignaccio.

The vineyards extend across the northern slope of the Montalcino hill at 350 to 400 meters above sea level in the vicinity of the ancient town walls. Madonna delle Grazie comes from a special selection of grapes grown near the small church of that name.

The vines are treated with maximum respect for the environment, the ecosystem and biodiversity with minimal interventions, avoiding herbicides and pesticides and following the natural rhythms of the seasons in seeking a balance for each individual plant. Alessandro, who describes himself as a vignaiolo, personally follows every step of the process from pruning to harvesting to vinification and aging with what he describes as “great love, attention and passion that have captured my whole being as a philosophy of life.”

The Brunello is vinified following the traditional methods of Montalcino and aged for the requisite four years in large barrels of Allier and Slovenian oak in cellars that follow the logic of simplicity and functionality. The estate’s Brunello bottlings are noted for elegance, rich and complex scents and flavors in the classic mold of Montalcino. Alessandro describes his Brunello as suitable for meditation, “a wine that arouses emotions as great as the love and care with which it was created.”

When Il Marroneto celebrated the release of the 2010 vintage with a campaign entitled “1980-2010: Only Brunello for 30 years,” Alessandro Mori stated:

“My first label was in 1980 and today, after 30 years, Il Marroneto has grown without abandoning the initial spirit intended to produce a Brunello that speaks the language of Montalcino and its territory. I grew up with my wines and for me this is an important milestone.”

Today, after 40 years of production, Il Marroneto is considered one of the historical estates of Montalcino, long a leader in the elite category of family wineries that have always emphasized superlative quality over quantity.

The Brunello selection of Madonna delle Grazie is regularly ranked among the top wines of Montalcino and, as critics increasingly agree, one of the great red wines of Italy. It will be dealt with in detail in a coming issue of the Heres newletter.

Tornatore: Conquistando l'Etna, una contrada dopo l'altra

lunedì 4 maggio 2020 11:54:14 Europe/Rome

Tornatore: Conquistando l'Etna, una contrada dopo l'altra

La recente impennata della produzione e del prestigio dell'Etna DOC è stata paragonata a un'eruzione vulcanica e acclamata come un fenomeno puramente moderno. Il fatto è, però, che il boom è solo l'ultimo episodio della storia vitivinicola dell'Etna, che risale al Neolitico, ha raggiunto vette eminenti ai tempi della Magna Grecia, e ha continuato a proliferare nel corso dei secoli al punto che a metà dell'Ottocento i vigneti della provincia di Catania coprivano più di 90.000 ettari, circa 45 volte la superficie vitata dell'Etna DOC di oggi.

Eppure, non si può negare che l'ultimo capitolo dell'Etna si collochi tra le storie più drammatiche del vino italiano di oggi, con l'espansione esponenziale dei vigneti e con l'aumento delle aziende locali, sempre più incrementate da interessi esterni, tra cui i grandi nomi, tutti convinti che l'Etna si collocherà presto tra le glorie del vino italiano.

Per alcuni produttori non c'è niente di nuovo. Un esempio lampante è quello di Francesco Tornatore, il cui bisnonno vinificava sull'Etna nel 1865, e il cui nonno fondò una cantina in un vecchio mulino nel 1910 con 2 ettari di vigneto a Piano Fiera e altri 2 ettari a Piano Felci a mille metri sul livello del mare.

 Francesco Tornatore era nato in una famiglia di agricoltori, ma una crisi dell'agricoltura degli anni Settanta lo convinse a cercare fortuna altrove, portando alla fondazione "NTET," un gruppo internazionale di telefonia elettronica. Ma la passione per l'agricoltura non l'aveva mai persa e, nel 1992, è tornato in Sicilia e ha iniziato ad acquistare vigneti, "un piccolo appezzamento alla volta", fino ad accumulare 65 ettari, la più grande estensione di ogni produttore di Etna DOC.

 I vigneti di Tornatore, tutti nel comune di Castiglione di Sicilia, comprendono alcuni dei più rispettati terroir dell'Etna, con nomi come Pietrarizzo, Trimarchisia e altri che compaiono sulle etichette dei vini rigorosamente Etna DOC delle varietà Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio per i rossi e i rosati e Carricante per i bianchi. Le altitudini variano dai 550 ai 700 metri in vigneti che sono stati riorganizzati per favorire standard qualitativi superiori con densità elevate ad una media di 6.000 piante per ettaro.

La vendemmia viene effettuata interamente a mano, le uve vengono selezionate e vinificate immediatamente in una moderna cantina dove il capo enologo Vincenzo Bambina mantiene gli standard qualitativi nel massimo rispetto della tradizione. I vini vengono lavorati e maturati in cantine sotterranee costruite con blocchi di basalto dell'Etna per un perfetto isolamento."Diamo libero sfogo all'espressione dell'annata e della singola parcella", dice Bambina, "in vini che testimoniano il patrimonio del nostro terroir".

 I vini, che coprono una gamma impressionante di colori e tipologie, tutti Etna DOC, saranno valutati in una futura edizione della Newsletter Heres.

ENGLISH

Tornatore: Conquering Etna one small plot at a time

By Burton Anderson

 The recent upsurge in production and prestige of Etna DOC has been likened to a volcanic eruption and hailed as a purely modern phenomenon. The fact is, though, that the boom is just the latest episode in Etna’s winemaking history, which dates to Neolithic times, reached eminent heights at the time of Magna Grecia, and continued to proliferate over the ages to the point that by the mid-nineteenth century vineyards of Catania province covered more than 90,000 hectares, roughly 45 times the vineyard area of Etna DOC today.

Still, there is no denying that Etna’s latest chapter ranks among the most dramatic stories of Italian wine today, as vineyards expand exponentially and local wineries are increasingly augmented by  outside interests, including major names, all convinced that Etna will soon rank among the glories of Italian wine.

For certain producers, there’s nothing all that new about it. A leading example is Francesco Tornatore, whose great-grandfather was making wine on Etna in 1865, and whose grandfather established a winery in an old mill in 1910 with 2 hectares of vines at Piano Fiera and another 2 hectares at Piano Felci at a thousand meters above sea level.

Francesco Tornatore was born into a farm family, but a crisis in agriculture in the 1970s persuaded him to seek his fortune elsewhere, eventually leading to the founding of NTET, an international telephonic-electronics group. But he’d never lost his passion for agriculture and, in 1992, he returned to Sicily and began acquiring vineyards, “one small plot at a time,” until he’d accumulated 65 hectares, the largest holding of any producer of Etna DOC.

Tornatore’s vineyards, all in the commune of Castiglione di Sicilia, include some of the most respected terroirs of Etna, with names such as Pietrarizzo, Trimarchisia and others appearing on labels of wines that are strictly Etna DOC from the varieties of Nerello Mascalese and Nerello Cappuccio for reds and rosés and Carricante for whites. Altitudes range from 550 to 700 meters in vineyards that have been reorganized to favor superior quality standards with high densities at an average of 6,000 plants per hectare.

Harvesting is done entirely by hand, the grapes selected and vinified immediately in a modern winery where chief winemaker Vincenzo Bambina maintains quality standards with  maximum respect for tradition. Wines are processed and matured in underground cellars built of blocks of Etna basalt for perfect insulation.We give free rein to the expression of the vintage and the single parcel,” says Bambina, “in wines that testify to the assets of our terroir.”

The wines, which cover an impressive range of colors and types, all Etna DOC, will be appraised in a future edition of the Heres Newsletter.

Domaine Bart e il Rinascimento di Marsannay

giovedì 30 aprile 2020 11:51:10 Europe/Rome

(In foto Pierre Bart, nipote di Martin)

Domaine Bart e il Rinascimento di Marsannay

By Burton Anderson

 

Fino a poco tempo fa, Marsannay, l'avamposto più settentrionale della Côte de Nuits, era considerata la denominazione più sottovalutata e trascurata della Borgogna, con nessuno dei suoi vigneti classificato al di sopra della categoria "Villages". Ma i perseveranti viticoltori sono riusciti a migliorare lo status di Marsannay per esaltare la qualità e l'integrità dei suoi vini con 14 vigneti sul punto di essere ufficialmente riconosciuti come Premier Cru nella denominazione che copre i comuni di Marsannay-la-Côte, Chenôve e Couchey alla periferia di Digione.

Nessuno è stato più perseverante nella corsa per lo status di Premier Cru di Martin Bart, del Domaine Bart, l'azienda vinicola che gestisce con la sorella Odine e suo figlio Pierre.

Domaine Bart dispone di 22 ettari di vigneti, compresi appezzamenti di alcuni dei terroir più apprezzati di Marsannay, sparsi tra sette diversi lieux-dits, tutti coltivati in modo sostenibile.

Marsannay figura in primo piano nelle selezioni Bart con Clos du Roy, Les Longerois, Les Echezots, Au Champ Solomon, Saint-Jacques, Les Grandes Vignes, Les Finottes e Les Favières (che produce anche un vino bianco). Oltre a ciò, Bart ha terreni a Fixin per il Premier Cru Les Harvelets e preziosi appezzamenti nei Grands Crus di Chambertin Clos de Bèze e Bonnes Mares.

Un'attenzione precisa è rivolta all'espressione dei diversi terroir, privilegiando ogni possibile scorciatoia di stile che possa essere più attraente o immediata. Ogni vino esprime chiaramente un tipo di terreno distinto. Come spiega Martin Bart: "Facciamo vini fruttati nello stile classico. Le parole chiave del nostro domaine sono frutta ed equilibrio, equilibrio tra frutta, acidità e tannini. Non produciamo vini di grande estrazione perché il nostro obiettivo principale è il rispetto della frutta."

Durante la vinificazione l'uso di uva a grappolo intero rimane piuttosto marginale (solo tra il 10 e il 20% in media) e non ci sono rimontaggi per i rossi. L'utilizzo di rovere nuovo è modesto, con una percentuale di circa il 25% per i singoli cru di vigneto e di circa il 50% per i Grands Crus di Chambertin Clos de Bèze e Bonnes Mares.

Una delicata tensione interna traspare in tutti i vini di Domaine Bart, che, con l'invecchiamento, offrono 

un'integrità cristallina-classica, vini artigianali che si ergono come esempi del Rinascimento di Marsannay.

 

NOTA: Marsannay è l'unica denominazione della Côte d’Or con disposizioni per la produzione di tre tipi di vino: bianco, rosso e, unicamente, rosato. Anche se raro, Domaine Bart è uno dei principali produttori di Marsannay Rosé con più di 10.000 bottiglie all'anno. [Il vino sarà discusso in dettaglio in una prossima edizione della Newsletter Heres].

 ENGLISH

Domaine Bart and the Renaissance of Marsannay

By Burton Anderson

 Until recently, Marsannay, the northernmost outpost of the Côte de Nuits, figured as the most undervalued and overlooked appellation of Burgundy, with none of its vineyards classified higher than the category of “Villages.” But persevering winemakers have managed to upgrade the status of Marsannay to exalt the quality and integrity of its wines with 14 vineyards on the verge of being officially recognized as Premier Cru in the appellation covering the communes of Marsannay-la-Côte, Chenôve and Couchey on the outskirts of Dijon.

None has been more persevering in the drive for Premier Cru status than Martin Bart, of Domaine Bart, the winery that he runs with his sister Odine and her son Pierre. Domaine Bart has 22 hectares of vineyards, including parcels of some of the most esteemed terroirs of Marsannay scattered between seven different lieux-dits, all of which are farmed sustainably.

Marsannay figures prominently in the Bart selections with Clos du Roy, Les Longerois, Les Echezots, Au Champ Solomon, Saint-Jacques, Les Grandes Vignes, Les Finottes and Les Favières (which also produces a white wine). Beyond that, Bart has holdings in Fixin for the Premier Cru Les Harvelets and precious plots in the Grands Crus of Chambertin Clos de Bèze and Bonnes Mares.

 Precise attention is given to the expression of different terroirs, taking precedence over any possible shortcuts in style that might be more attractive or immediate. Each wine clearly expresses a distinct type of terrain. As Martin Bart explains, “We make fruity wines in the classic style. The key words at our domaine are fruit and balance, balance between fruit, acidity and tannins. We don’t produce big extracted wines because our main aim is to respect the fruit."

During vinification the use of whole-cluster grapes remains rather marginal (only between 10 and 20% on average) and there is no pumping over for the reds. Use of new oak is modest, figuring at about 25% for the single vineyard crus and at about 50% for in the Grands Crus of Chambertin Clos de Bèze and Bonnes Mares. A delicate internal tension shines through in all the wines of Domaine Bart, which, with aging, deliver a crystalline integrity—classic, handcrafted wines that stand as exemplars of the renaissance of Marsannay.

 

NOTE: Marsannay is the only appellation of the Côte d’Or with provisions for the production of three types of wine: white, red and, uniquely, rosé. Although rare, Domaine Bart is a  leading producer of Marsannay Rosé with more than 10,000 bottles a year. [The wine will be discussed in detail in an upcoming edition of the Heres Newsletter]

Sergio Marani: Nascere nei vigneti

lunedì 27 aprile 2020 12:32:52 Europe/Rome

 

Sergio Marani: Nascere nei vigneti

By Burton Anderson

 Sergio Marani ama dire che è nato nei vigneti, seguendo la vocazione del padre e del nonno a coltivare otto ettari di vigneto in un luogo chiamato Vocabolo San Nicola nella zona di Matelica, nelle Marche occidentali. Ma, a differenza dei suoi predecessori, che si sono costruiti una solida reputazione per i vini venduti localmente sfusi, Sergio ha iniziato ad imbottigliarne alcuni negli anni Ottanta: Verdicchio di Matelica DOC, oltre a un Trebbiano dei vitigni più antichi della proprietà.

A Sergio Marani si sono aggiunti i figli Matteo e Luca, laureati in enologia, che hanno costantemente valorizzato il patrimonio di famiglia, apportandovi le dovute attenzioni nei vigneti e nelle cantine, con l'obiettivo di ottenere una qualità ottimale nel massimo rispetto dell'ambiente: un ambiente che si estende su dolci colline dell'Alta Vallesina, con lo sfondo dei 

Sibillini dell'Appennino innevato d'inverno, in una cornice di vigneti da sogno.

L'arrivo sulla scena di Francesco Bordini come consulente, aggiungendo le conoscenze e l'esperienza acquisite nella sua tenuta di Villa Papiano in Romagna, ha consolidato la spinta Marani verso l'eccellenza. Come dice Bordini, Matelica e Verdicchio sono assolutamente unici; i vigneti di Marani si trovano ad un'altitudine ideale di 400 metri e coprono una spazzata di 300 gradi della cresta di una collina, permettendo di sfruttare una grande varietà di microesposizioni che favoriscono il carattere dei vini: la frutta, la salinità, la fragranza piena e le note di anice tipiche del Verdicchio. Oltre a ciò, i terreni sono ricchi di calcare, fattore che favorisce la longevità.

L'azienda produce quattro tipi di vini: Sergio Marani Verdicchio di Matelica DOC, Sannicola e Òppano, entrambi Verdicchio di Matelica DOC, e Il Trebbiano, un Trebbiano in purezza. Non è un caso che i due cru del Verdicchio di Matelica, Sannicola, il cui vigneto è esposto a sud, e Òppano, che è esposto a nord, provengano da vigneti impiantati in terreni fortemente calcarei. Le uve per Il Trebbiano provengono da vigne di Trebbiano di 30-40 anni intervallati da filari di Verdicchio. 

Gli otto ettari di vigneto sono gestiti con sovescio, potatura a secco e diradamento meticoloso. Alla vendemmia, effettuata manualmente e nel minor tempo possibile, segue la vinificazione e l'affinamento in vecchi tonneaux, che nel tempo hanno acquisito uno strato di 5 centimetri di tartrati, fattore che favorisce l'insolito potenziale di invecchiamento dei vini.

La mia degustazione di Òppano 2018 (di cui si parlerà in dettaglio in una futura newsletter di Heres) mi ha convinto che si tratta di un vino di insolita profondità con la statura da guadagnare in classe e complessità per almeno un decennio. E, tra l'altro, i tappi a vite utilizzati sulle bottiglie di vini Marani non devono in alcun modo essere presi per indicare che sono di qualità o di potenziale di invecchiamento inferiore rispetto ai vini imbottigliati con tappi convenzionali. Dopo una lunga esperienza con bottiglie sigillate con vari tipi di tappo, mi sono sempre più convinto che i tappi a vite hanno un netto vantaggio nel mantenere la qualità e l'integrità originale dei vini, in particolare dei bianchi.

 

ENGLISH 

Sergio Marani: Born in the Vineyards

By Burton Anderson

Sergio Marani likes to say that he was born in the vineyards, following the calling of his father and grandfather in cultivating eight hectares of vines at a place called Vocabolo San Nicola in the Matelica area of the western Marche. But, unlike his forebears, who built a solid reputation for wines sold locally in bulk, Sergio began to bottle some in the 1980s: Verdicchio di Matelica DOC, as well as a Trebbiano from the oldest vines on the property.

Sergio Marani has since been joined by his sons Matteo and Luca, with a degree in enology, who have steadily enhanced the family heritage while making the studied touches in vineyards and cellars aimed at realizing optimum quality with maximum respect for the environment.That environmment covers an awe-inspiring setting of vineyards, extending over rolling hills of the Alta Vallesina with a backdrop of the Sibillini range of the Apennines with a winter covering of snow.

The arrival on the scene of Francesco Bordini as consultant, adding the knowledge and experience acquired at his Villa Papiano estate in Romagna, consolidated the Marani drive toward excellence. As Bordini puts it, Matelica and Verdicchio are absolutely unique; the Marani vineyards lie at an ideal altitude of 400 meters and cover a 300-degree sweep of the crest of a hill, making it possible to take advantage of a great range of micro-exposures that favor the character of the wines: the fruit, the saltiness, the full fragrance and the aniseed notes that are typical of Verdicchio. Beyond that, the soils are rich in limestone, a factor that favors longevity.

The estate produces four types of wines: Sergio Marani Verdicchio di Matelica DOC, Sannicola and  Òppano, bothVerdicchio di Matelica DOC, and Il Trebbiano, a pure Trebbiano. It is no coincidence that the two crus for Verdicchio di Matelica, Sannicola, whose vineyard faces south, and Òppano, which faces north, come from vines planted in strongly calcareous soils. The grapes for Il Trebbiano come from Trebbiano vines 30 to 40 years old interspersed with rows of Verdicchio.

The eight hectares of vineyards are managed with green manure, dry pruning, and meticulous thinning. The harvest, carried out manually and in the shortest possible time, is followed by vinfication and maturation in old tonneaux, which over time have 

acquired a 5-centimeter layer of tartrates, a factor that favors the unusual aging potential of the wines.

 My tasting of Òppano 2018 (which will be discussed in detail in a future Heres newsletter) convinced me that this is a wine of unusual depth with the stature to gain in class and complexity for at least a decade. And, by the way, the screw caps used on bottles of Marani wines should by no means be taken to indicate that they are of lesser quality or aging potential than wines bottled with conventional corks. After long experience with bottles sealed with various types of tops, I’ve become increasingly convinced that screw caps offer distinct advantages in maintaining the original essence and integrity of wines, whites in particular.

 

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