Non hai articoli nel carrello.

Subtotale:
Pagina:
  1. 2
  2. 3
  3. 4
  4. 5
  5. 6

Domaine Bart e il Rinascimento di Marsannay

giovedì 30 aprile 2020 11:51:10 Europe/Rome

(In foto Pierre Bart, nipote di Martin)

Domaine Bart e il Rinascimento di Marsannay

By Burton Anderson

 

Fino a poco tempo fa, Marsannay, l'avamposto più settentrionale della Côte de Nuits, era considerata la denominazione più sottovalutata e trascurata della Borgogna, con nessuno dei suoi vigneti classificato al di sopra della categoria "Villages". Ma i perseveranti viticoltori sono riusciti a migliorare lo status di Marsannay per esaltare la qualità e l'integrità dei suoi vini con 14 vigneti sul punto di essere ufficialmente riconosciuti come Premier Cru nella denominazione che copre i comuni di Marsannay-la-Côte, Chenôve e Couchey alla periferia di Digione.

Nessuno è stato più perseverante nella corsa per lo status di Premier Cru di Martin Bart, del Domaine Bart, l'azienda vinicola che gestisce con la sorella Odine e suo figlio Pierre.

Domaine Bart dispone di 22 ettari di vigneti, compresi appezzamenti di alcuni dei terroir più apprezzati di Marsannay, sparsi tra sette diversi lieux-dits, tutti coltivati in modo sostenibile.

Marsannay figura in primo piano nelle selezioni Bart con Clos du Roy, Les Longerois, Les Echezots, Au Champ Solomon, Saint-Jacques, Les Grandes Vignes, Les Finottes e Les Favières (che produce anche un vino bianco). Oltre a ciò, Bart ha terreni a Fixin per il Premier Cru Les Harvelets e preziosi appezzamenti nei Grands Crus di Chambertin Clos de Bèze e Bonnes Mares.

Un'attenzione precisa è rivolta all'espressione dei diversi terroir, privilegiando ogni possibile scorciatoia di stile che possa essere più attraente o immediata. Ogni vino esprime chiaramente un tipo di terreno distinto. Come spiega Martin Bart: "Facciamo vini fruttati nello stile classico. Le parole chiave del nostro domaine sono frutta ed equilibrio, equilibrio tra frutta, acidità e tannini. Non produciamo vini di grande estrazione perché il nostro obiettivo principale è il rispetto della frutta."

Durante la vinificazione l'uso di uva a grappolo intero rimane piuttosto marginale (solo tra il 10 e il 20% in media) e non ci sono rimontaggi per i rossi. L'utilizzo di rovere nuovo è modesto, con una percentuale di circa il 25% per i singoli cru di vigneto e di circa il 50% per i Grands Crus di Chambertin Clos de Bèze e Bonnes Mares.

Una delicata tensione interna traspare in tutti i vini di Domaine Bart, che, con l'invecchiamento, offrono 

un'integrità cristallina-classica, vini artigianali che si ergono come esempi del Rinascimento di Marsannay.

 

NOTA: Marsannay è l'unica denominazione della Côte d’Or con disposizioni per la produzione di tre tipi di vino: bianco, rosso e, unicamente, rosato. Anche se raro, Domaine Bart è uno dei principali produttori di Marsannay Rosé con più di 10.000 bottiglie all'anno. [Il vino sarà discusso in dettaglio in una prossima edizione della Newsletter Heres].

 ENGLISH

Domaine Bart and the Renaissance of Marsannay

By Burton Anderson

 Until recently, Marsannay, the northernmost outpost of the Côte de Nuits, figured as the most undervalued and overlooked appellation of Burgundy, with none of its vineyards classified higher than the category of “Villages.” But persevering winemakers have managed to upgrade the status of Marsannay to exalt the quality and integrity of its wines with 14 vineyards on the verge of being officially recognized as Premier Cru in the appellation covering the communes of Marsannay-la-Côte, Chenôve and Couchey on the outskirts of Dijon.

None has been more persevering in the drive for Premier Cru status than Martin Bart, of Domaine Bart, the winery that he runs with his sister Odine and her son Pierre. Domaine Bart has 22 hectares of vineyards, including parcels of some of the most esteemed terroirs of Marsannay scattered between seven different lieux-dits, all of which are farmed sustainably.

Marsannay figures prominently in the Bart selections with Clos du Roy, Les Longerois, Les Echezots, Au Champ Solomon, Saint-Jacques, Les Grandes Vignes, Les Finottes and Les Favières (which also produces a white wine). Beyond that, Bart has holdings in Fixin for the Premier Cru Les Harvelets and precious plots in the Grands Crus of Chambertin Clos de Bèze and Bonnes Mares.

 Precise attention is given to the expression of different terroirs, taking precedence over any possible shortcuts in style that might be more attractive or immediate. Each wine clearly expresses a distinct type of terrain. As Martin Bart explains, “We make fruity wines in the classic style. The key words at our domaine are fruit and balance, balance between fruit, acidity and tannins. We don’t produce big extracted wines because our main aim is to respect the fruit."

During vinification the use of whole-cluster grapes remains rather marginal (only between 10 and 20% on average) and there is no pumping over for the reds. Use of new oak is modest, figuring at about 25% for the single vineyard crus and at about 50% for in the Grands Crus of Chambertin Clos de Bèze and Bonnes Mares. A delicate internal tension shines through in all the wines of Domaine Bart, which, with aging, deliver a crystalline integrity—classic, handcrafted wines that stand as exemplars of the renaissance of Marsannay.

 

NOTE: Marsannay is the only appellation of the Côte d’Or with provisions for the production of three types of wine: white, red and, uniquely, rosé. Although rare, Domaine Bart is a  leading producer of Marsannay Rosé with more than 10,000 bottles a year. [The wine will be discussed in detail in an upcoming edition of the Heres Newsletter]

Sergio Marani: Nascere nei vigneti

lunedì 27 aprile 2020 12:32:52 Europe/Rome

 

Sergio Marani: Nascere nei vigneti

By Burton Anderson

 Sergio Marani ama dire che è nato nei vigneti, seguendo la vocazione del padre e del nonno a coltivare otto ettari di vigneto in un luogo chiamato Vocabolo San Nicola nella zona di Matelica, nelle Marche occidentali. Ma, a differenza dei suoi predecessori, che si sono costruiti una solida reputazione per i vini venduti localmente sfusi, Sergio ha iniziato ad imbottigliarne alcuni negli anni Ottanta: Verdicchio di Matelica DOC, oltre a un Trebbiano dei vitigni più antichi della proprietà.

A Sergio Marani si sono aggiunti i figli Matteo e Luca, laureati in enologia, che hanno costantemente valorizzato il patrimonio di famiglia, apportandovi le dovute attenzioni nei vigneti e nelle cantine, con l'obiettivo di ottenere una qualità ottimale nel massimo rispetto dell'ambiente: un ambiente che si estende su dolci colline dell'Alta Vallesina, con lo sfondo dei 

Sibillini dell'Appennino innevato d'inverno, in una cornice di vigneti da sogno.

L'arrivo sulla scena di Francesco Bordini come consulente, aggiungendo le conoscenze e l'esperienza acquisite nella sua tenuta di Villa Papiano in Romagna, ha consolidato la spinta Marani verso l'eccellenza. Come dice Bordini, Matelica e Verdicchio sono assolutamente unici; i vigneti di Marani si trovano ad un'altitudine ideale di 400 metri e coprono una spazzata di 300 gradi della cresta di una collina, permettendo di sfruttare una grande varietà di microesposizioni che favoriscono il carattere dei vini: la frutta, la salinità, la fragranza piena e le note di anice tipiche del Verdicchio. Oltre a ciò, i terreni sono ricchi di calcare, fattore che favorisce la longevità.

L'azienda produce quattro tipi di vini: Sergio Marani Verdicchio di Matelica DOC, Sannicola e Òppano, entrambi Verdicchio di Matelica DOC, e Il Trebbiano, un Trebbiano in purezza. Non è un caso che i due cru del Verdicchio di Matelica, Sannicola, il cui vigneto è esposto a sud, e Òppano, che è esposto a nord, provengano da vigneti impiantati in terreni fortemente calcarei. Le uve per Il Trebbiano provengono da vigne di Trebbiano di 30-40 anni intervallati da filari di Verdicchio. 

Gli otto ettari di vigneto sono gestiti con sovescio, potatura a secco e diradamento meticoloso. Alla vendemmia, effettuata manualmente e nel minor tempo possibile, segue la vinificazione e l'affinamento in vecchi tonneaux, che nel tempo hanno acquisito uno strato di 5 centimetri di tartrati, fattore che favorisce l'insolito potenziale di invecchiamento dei vini.

La mia degustazione di Òppano 2018 (di cui si parlerà in dettaglio in una futura newsletter di Heres) mi ha convinto che si tratta di un vino di insolita profondità con la statura da guadagnare in classe e complessità per almeno un decennio. E, tra l'altro, i tappi a vite utilizzati sulle bottiglie di vini Marani non devono in alcun modo essere presi per indicare che sono di qualità o di potenziale di invecchiamento inferiore rispetto ai vini imbottigliati con tappi convenzionali. Dopo una lunga esperienza con bottiglie sigillate con vari tipi di tappo, mi sono sempre più convinto che i tappi a vite hanno un netto vantaggio nel mantenere la qualità e l'integrità originale dei vini, in particolare dei bianchi.

 

ENGLISH 

Sergio Marani: Born in the Vineyards

By Burton Anderson

Sergio Marani likes to say that he was born in the vineyards, following the calling of his father and grandfather in cultivating eight hectares of vines at a place called Vocabolo San Nicola in the Matelica area of the western Marche. But, unlike his forebears, who built a solid reputation for wines sold locally in bulk, Sergio began to bottle some in the 1980s: Verdicchio di Matelica DOC, as well as a Trebbiano from the oldest vines on the property.

Sergio Marani has since been joined by his sons Matteo and Luca, with a degree in enology, who have steadily enhanced the family heritage while making the studied touches in vineyards and cellars aimed at realizing optimum quality with maximum respect for the environment.That environmment covers an awe-inspiring setting of vineyards, extending over rolling hills of the Alta Vallesina with a backdrop of the Sibillini range of the Apennines with a winter covering of snow.

The arrival on the scene of Francesco Bordini as consultant, adding the knowledge and experience acquired at his Villa Papiano estate in Romagna, consolidated the Marani drive toward excellence. As Bordini puts it, Matelica and Verdicchio are absolutely unique; the Marani vineyards lie at an ideal altitude of 400 meters and cover a 300-degree sweep of the crest of a hill, making it possible to take advantage of a great range of micro-exposures that favor the character of the wines: the fruit, the saltiness, the full fragrance and the aniseed notes that are typical of Verdicchio. Beyond that, the soils are rich in limestone, a factor that favors longevity.

The estate produces four types of wines: Sergio Marani Verdicchio di Matelica DOC, Sannicola and  Òppano, bothVerdicchio di Matelica DOC, and Il Trebbiano, a pure Trebbiano. It is no coincidence that the two crus for Verdicchio di Matelica, Sannicola, whose vineyard faces south, and Òppano, which faces north, come from vines planted in strongly calcareous soils. The grapes for Il Trebbiano come from Trebbiano vines 30 to 40 years old interspersed with rows of Verdicchio.

The eight hectares of vineyards are managed with green manure, dry pruning, and meticulous thinning. The harvest, carried out manually and in the shortest possible time, is followed by vinfication and maturation in old tonneaux, which over time have 

acquired a 5-centimeter layer of tartrates, a factor that favors the unusual aging potential of the wines.

 My tasting of Òppano 2018 (which will be discussed in detail in a future Heres newsletter) convinced me that this is a wine of unusual depth with the stature to gain in class and complexity for at least a decade. And, by the way, the screw caps used on bottles of Marani wines should by no means be taken to indicate that they are of lesser quality or aging potential than wines bottled with conventional corks. After long experience with bottles sealed with various types of tops, I’ve become increasingly convinced that screw caps offer distinct advantages in maintaining the original essence and integrity of wines, whites in particular.

 

Willi Schaefer: Knocking on Heaven’s Door

giovedì 23 aprile 2020 14:38:57 Europe/Rome

Willi Schaefer: Knocking on Heaven’s Door

By Burton Anderson

 

Nella maggior parte del mondo del vino sarebbe inconcepibile cercare di guadagnarsi da vivere, e fortunatamente bene, con soli quattro ettari di vigneto. Ma allora la maggior parte del mondo del vino non si trova lungo le sponde scoscese e pittoresche della Mosella e non cresce il Rheinriesling in vigneti che vantano appellativi sacri come Wehlener Sonnenuhr, Graacher Dompropst e Graacher Himmelreich - sì, Himmelreich, il Regno dei Cieli.

Il custode di questo paradiso terrestre è Weingut Willi Schaefer, un'azienda vinicola a conduzione familiare nel villaggio di Graach an der Mosel che affonda le sue 

radici nel 1121 e che già nel 1590 era attivamente impegnata nella produzione di vino. Lo stesso Willli Schaefer è ancora attivo, anche se nel 2015 ha ceduto la conduzione dell'azienda al figlio Christoph e alla moglie Andrea, che si sono incontrati come studenti all'istituto vinicolo tedesco di Geisenheim e formano un team che continua a rafforzare la reputazione dell'azienda.

 

Come spiega Christoph, "Siamo e vogliamo rimanere una cantina di dimensioni artigianali. Produciamo Riesling esclusivamente perché la varietà è qualitativamente la più adatta ai terreni di ardesia devoniana dei nostri ripidi pendii con vitigni non innestati fino a cento anni. Lavoriamo in armonia con l'ambiente per sfruttare il potenziale di ogni singolo sito.

nella foto Christopher Schaefer 

Prima della vendemmia, attraversiamo i vigneti e campiamo le uve in ogni appezzamento senza affidarci ostinatamente a dati misurabili, come l'Oechsle [una scala idrometrica che misura la densità del mosto d'uva] o l'acidità. Solo quando siamo completamente convinti che sia giunto il momento giusto, iniziamo la nostra vendemmia selettiva. Se si è personalmente soddisfatti del gusto dell'uva, allora anche il vino avrà un buon sapore".

La fermentazione avviene con lieviti naturali provenienti dai vigneti principalmente in vecchie botti di Fuder da 1.000 litri. Come dice Christoph: "Durante la fermentazione, assaggiamo molto spesso per vedere quando l'equilibrio tra dolcezza e acidità e la struttura sono perfetti. Anche qui, inoltre, ci fidiamo delle nostre sensazioni e non dei valori numerici. Diamo ai Riesling il tempo necessario in cantina, un lungo contatto con i lieviti e l'imbottigliamento solo quando i vini sono pronti".

Per un'azienda vinicola minuscola, Willi Schaefer produce un'impressionante gamma di vini, tutti i Riesling che vanno da tipi di Feinherb, Trocken, Kabinett e versioni monovitigno diWehlener Sonnenuhr, Graacher Dompropst e Graacher Himmelreich.

Tutte le etichette raffigurano un chierico medievale in piedi accanto a una botte di legno con uno stemma intagliato in modo elaborato che brandisce un calice con un sorriso soddisfatto. Tradizionale? Kitsch? Beh, qualunque cosa sia, funziona. Come si dice nel mondo del vino, non è tanto la confezione, quanto quello che c'è dentro la bottiglia che conta. E da Willi Schaefer quello che c'è dentro la bottiglia è - non c'è parola migliore per definirlo - semplicemente divino.

Nella foto Christopher Schaefer con il premio “I cento migliori vignaioli e vini d'Italia" assegnato lo scorso anno dal Corriere della Sera da Luciano Ferraro e Luca Gardini, Willi Schaefer è stato premiato come "miglior produttore internazionale di vino".

 

NOTA: Willi Schaefer Graacher Himmelreich Riesling Kabinett 2017 sarà presentato in una prossima edizione della Newsletter Heres.

 

 ENGLISH

 

Willi Schaefer: Knocking on Heaven’s Door

By Burton Anderson

 In most of the world of wine it would be inconceivable to try to make a living, and a blessedly good one at that, from just four hectares of vines. But then most of the world of wine doesn’t lie along the precipitously picturesque banks of the Mosel and grow Rheinriesling in vineyards boasting such hallowed appellatives as Wehlener Sonnenuhr, Graacher Dompropst and Graacher Himmelreich—that’s correct, Himmelreich, the Kingdom of Heaven.

The keeper of this earthly paradise is Weingut Willi Schaefer, a family winery at the village of Graach an der Mosel that traces its roots back to 1121 and was actively engaged in the production of wine as early as 1590. Willli Schaefer himself is still active, though in 2015 he handed over conduction of the winery to his son Christoph and wife Andrea, who met as students at Germany’s wine institute of Geisenheim and form a team that continues to enhance the winery’s reputation. 

As Christoph explains, “We are and want to remain a winery of artisan dimensions. We produce Riesling exclusively because the variety is qualitatively the best suited to the Devonian slate soils of our steep slopes with ungrafted vines up to a hundred years old. We work in harmony with the environment to tap the potential of each individual site. Before the harvest, we go through the vineyards and sample the grapes in every plot without stubbornly relying on measurable data, such as the Oechsle [a hydrometer scale measuring the density of grape must] or acidity. Only when we’re completely convinced that it’s time do we begin our selective harvest. If you’re personally satisfied with the taste of the grapes, then the wine will taste good, too.”

Fermentation takes place with natural yeasts from the vineyards mainly in old 1,000-liter Fuder casks. As Christoph says, “During fermentation, we sample very often to see when the balance between sweetness and acidity and the structure are perfect. Here, also, we trust our feelings and not numerical values. We give the Rieslings the time in the cellar they need, long contact with the lees and bottling only when the wines are ready.” 

For a minuscule winery, Willi Schaefer produces a striking array of wines, all Rieslings ranging through types of Feinherb, Trocken, Kabinett and single vineyard versions ofWehlener Sonnenuhr, Graacher Dompropst and Graacher Himmelreich.

All labels depict a medieval cleric standing beside a wooden barrel with an elaborately carved coat of arms wielding a chalice with a satisfied smile. Traditional? Kitsch? Well, whatever, it works. As they say in the world of wine, it’s not so much the package as what’s inside the bottle that counts. And from Willi Schaefer what’s inside the bottle is—there’s no better word for it—simply divine.

In last year’s awards for “The hundred best winemakers and wines of Italy” selected for Corriere della Sera by Luciano Ferraro and Luca Gardini, Willi Schaefer was honored as “the best international producer of wine.”

 

NOTE: Willi Schaefer Graacher Himmelreich Riesling Kabinett 2017 will be presented in a coming edition of the Heres Newsletter.

 

Ciavolich: Vini che raccontano le origini di una famiglia in un luogo magico

By Burton Anderson

La famiglia Ciavolich, di origine bulgara, arrivò in Abruzzo nel XVI secolo come mercanti di lana, stabilendosi nel borgo di Miglianico, dove, nel 1835, impiantarono vigneti e fondarono una cantina che rimane una delle più antiche della regione. Giuseppe Ciavolich rilevò la tenuta nel dopoguerra e negli anni '60 piantò altri vigneti su terreni ereditati dalla nonna Ernestina a Loreto Aprutino.
Quando, nel 2004, la salute di Giuseppe gli ha impedito di proseguire, l'onere della gestione dell'azienda è ricaduto sulla figlia Chiara, che, a 26 anni, ha dovuto affrontare una decisione improvvisa. "Avrei potuto scegliere di vendere tutto e fare un altro lavoro, o vivere come un parassita in eredità", ricorda, "ma invece, per rispetto a mio padre, ho deciso di portare avanti l'azienda sotto il nome della nostra famiglia, che è fonte di orgoglio e responsabilità". 
Chiara si è applicata con tanta responsabilità che oggi "Ciavolich" è uno dei nomi più ammirati dell'Abruzzo, producendo vini esclusivamente da vigneti di proprietà.

Si tratta di 22 ettari nella tenuta di Contrada Salmacina Cancelli a Loreto Aprutino e di 7 ettari nella tenuta di Contrada Vicenne Sud a Pianella. La produzione dei vini comprende vitigni autoctoni come Pecorino, Cococciola, Trebbiano D’Abruzzo, Cerasuolo’Abruzzo, Montepulciano D’Abruzzo vinificati in purezza, ma una particolare nota distintiva va alle fermentazioni spontanee della Linea Fosso Cancelli che nasce nel 2007 con il  Montepulciano d'Abruzzo con l’idea di creare un grande vino che potesse invecchiare in bottiglia 50 anni. Al Montepulciano d'Abruzzo Fosso cancelli si sono aggiunti recentemente ,con stessa filosofia di vinificazione, il Trebbiano d’Abruzzo, Il Pecorino e il Cerasuolo d’Abruzzo. La differenza tra il Fosso Cancelli e gli altri  vini sta, oltre che nei materiali usati ( cemento, terracotta e legno), nella maggiore artigianalità del processo di trasformazione: dal  metodo più antico di vinificazione scelto alla voglia di mettersi alla prova lavorando con lieviti indigeni e  rinunciando all’uso di determinati aiuti enologici.

Chiara Ciavolich è innamorata del suo angolo d'Abruzzo, "la terra dolce e calda di Loreto Aprutino temperata dalle cime calcaree innevate del Gran Sasso. È selvaggia per natura e non ancora completamente domata sotto un cielo luminoso, pulito e limpido come pochi altri in tutta Europa. È così sconosciuta eppure così unica, un'antica regione isolata con una voce mistica e magica espressa attraverso i miei vini".Tra le sue fonti di ispirazione locali, il Santuario romano italico della Dea Feronia, la Chiesa di Santa Maria in Piano con i suoi affreschi quattrocenteschi e il museo dell'olio d'oliva e della ceramica. Ricorda che la storia epica e romantica della sua famiglia e l'arte locale entrano nei suoi vini attraverso etichette che presentano antenati, rosoni di chiese e stampe di artisti del Novecento donati alla sua famiglia all'inizio del secolo.

 

NOTA: Il Ciavolich Trebbiano d'Abruzzo Fosso Cancelli sarà presentato in una prossima edizione della Newsletter Heres.

 Chiara con la figlia Beatrice.

 

ENGLISH

 

Ciavolich: Wines that speak of a family’s roots in a magical place

 

 The Ciavolich family, of Bulgarian origin, arrived in Abruzzo in the sixteenth century as wool merchants, settling at the village of Miglianico, where, in 1835, they planted vineyards and established a wine cellar that remains one of the region’s oldest. Giuseppe Ciavolich took over the estate after the war and in the 1960s planted more vineyards on land inherited from his grandmother Ernestina at Loreto Aprutino.

 

When, in 2004, Giuseppe’s health  prevented him from continuing, the burden of running the estate fell on his daughter Chiara, who, at 26, was faced with a sudden decision. “I could have chosen to sell everything and do another job, or to live like a parasite on an inheritance,” she recalls, “but instead, out of respect for my father, I decided to carry on the winery under our family name, which is a source of pride and responsibility.” 

Chiara, has applied herself so responsibly that today Ciavolich is one of the most admired names of Abruzzo, producing 

wines exclusively from estate vineyards. These include 22 hectares on the Contrada Salmacina Cancelli estate at Loreto Aprutino and 7 hectares at the Contrada Vicenne Sud estate at Pianella.

 

Production includes wines from native grapes, such as Pecorino, Cococciola, Trebbiano d’Abruzzo and Montepulciano d’Abruzzo (also for the pink Cerasuolo d’Abruzzo) all vinified as pure varietals. Rating a special note is the spontaneous fermentation of the Fosso Cancelli line, created in 2007 with Montepulciano d’Abruzzo with the idea of making a wine of great stature that could age in bottle for half a century.

 

Beyond Montepulciano d’Abruzzo, the Fosso Cancelli line has recently taken in Trebbiano d’Abruzzo, Pecorino and Cerasuolo d’Abruzzo, all following the same production philosophy. The line is distinguished by the use of select cement, terracotta and wood in vats and barrels and greater craftsmanship in vinification and aging, following ancient winemaking techniques that include the use of indigenous yeasts and renouncing the use of certain modern enological conveniences.

Chiara Ciavolich is enamored with her corner of Abruzzo, “the gentle and warm land of Loreto Aprutino tempered by the snowy limestone peaks of Gran Sasso. It is wild by nature and not yet completely tamed under a bright sky, clean and clear like few others in the whole of Europe. It is so unknown and yet so unique, an ancient region isolated with a mystical and magical voice expressed through my wines.”

 

Her local sources of inspiration include the Roman Italic Sanctuary of the Goddess Feronia, the Church of Santa Maria in Piano with its fifteenth-century frescoes, and the the museum of olive oil and ceramics. She points out that her family’s epic and romantic history and local art enter into her wines through labels that feature ancestors, church rosettes and prints by artists of the twentieth century donated to her family at the beginning of the century.

 

 

 

NOTE: The Ciavolich Trebbiano d’Abruzzo Fosso Cancelli will be presented in a coming edition of the Heres Newsletter.

 

 

Champagne Corbon: il tempo è la chiave

giovedì 16 aprile 2020 12:03:54 Europe/Rome

 

Champagne Corbon: il Tempo è la chiave

By Burton Anderson

 Il villaggio di Avize, nella Côte de Blancs dello Champagne, è il centro dei vigneti Grand Cru descritti da Agnès Corbon come "il terroir ideale per lo Chardonnay: centinaia di metri di gesso, un serbatoio di acqua e calore, che porta ai vini finezza e mineralità incomparabili".

Agnès fa risalire la storia dello Champagne Corbon al suo bisnonno Charles, che si stabilì ad Avize dopo la prima guerra mondiale. Acquistò i suoi primi vigneti negli anni Venti, ma vendette l'uva a una maison dove lavorava. Suo nipote Charles divenne un récoltant-manipolante nel 1972, ma fu solo nel 1981 che introdusse uno Champagne con un'etichetta propria.

Oggi Agnès Corbon gestisce questo gioiello di cantina quasi da sola, seguendo il principio del padre secondo cui il Blanc de Blancs beneficia di una lunga 

maturazione sui lieviti per dare allo Chardonnay il massimo della finezza e dell'eleganza.

"Il tempo è la chiave per il modo in cui faccio il vino", -dice- nessun filtraggio o affinamento, imbottigliamento tardivo e lunghissimo invecchiamento sui lieviti. Sono orgogliosa della mia cantina dove invecchiano 84.000 bottiglie - da una produzione di base di 12.000 bottiglie all'anno. Ci vuole tempo perché il vino raggiunga il suo pieno potenziale e l'affinamento sui lieviti in bottiglia è uno strumento incredibile per raggiungere il mio obiettivo”.

L'attenzione si concentra sullo Chardonnay di Avize e Verneuil, anche se ha anche appezzamenti per il Pinot Noir a Vandières e per il Pinot Meunier a Vincelles e Verneuil.

 

Nella Foto: la cantina dell'azienda Corbon, Madame Agnes Con Cesare Turini, AD di Heres Spa (durante l'ultimo viaggio in Champagne a Dicembre 2019) e i suoi vigneti che cura come giardini adottando un approccio biologico ed evitando erbicidi o pesticidi.

 

Lo Champagne Corbon produce sei tipi di vino, tutti maturati per anni sui lieviti.

Les Bacchantes è uno Chardonnay puro maturato cinque anni sui lieviti.

Chardonnay Brut Millésime Grand Cru è uno Chardonnay puro maturato almeno sei anni sui lieviti.

Brut D'Autrefois è uno Chardonnay al 90% con Pinot Noir maturato cinque anni sui lieviti

Absolument Brut Zero Dosage è 60% Chardonnay con 25% Pinot Noir e 15% Meunier maturato cinque anni sui lieviti.

Brut Anthracite è 50% Chardonnay con il 25% di Pinot Noir e Meunier maturato cinque anni sui lieviti.

Cuvée Perdue N°2 è del 33% ciascuno di Chadonnay, Pinot Noir e Meunier maturato per 92 mesi sui lieviti.

Come l'elogio e il plauso della critica per quelli che sono considerati alcuni dei vini più distintivi e affascinanti della Côte de Blancs e non solo, Agnès Corbon ha mantenuto il suo modesto stile di ragazza di campagna di Avize. "Questo è il mio posto", dice, "per me è dove tutto comincia e dove tutto accade".

Modestia con una scintillante dose di umorismo. "Fare vino non è un'attività molto seria", scherza. "Tutto questo stress, questo lavoro, questa energia, questa passione,questo continuo interrogarsi... solo per dare qualche sorso di piacere".

 

NOTA: Dall'annata 2015, Agnès Corbon ha creato Les Bacchantes Rosé, un vino in edizione limitata che sarà presentato in una prossima edizione della Newsletter Heres.

 

 

ENGLISH

 

Champagne Corbon: Time is the key

By Burton Anderson

 

The village of Avize in Champagne’s Côte de Blancs is the center of Grand Cru vineyards described by Agnès Corbon as “the ideal terroir for Chardonnay: hundreds of meters of chalk, a reservoir of water and warmth, bringing incomparable finesse and minerality to the wines.”

Agnès traces the history of Champagne Corbon to her great-grandfather Charles, who settled in Avize after the First World War. He acquired his first vines in the 1920s, but sold the grapes to a maison where he worked. His grandson Charles became a récoltant-manipulant in 1972, but it was only in 1981 that he introduced a Champagne with a label of his own.

Today Agnès Corbon runs this jewel of a winery almost single-handedly, following her father's principle that Blanc de Blancs benefits from long maturation on the lees to give Chardonnay the utmost in finesse and elegance.

“Time is the key to the way I make wine,” she says. “No filtering or fining, late bottling and very long aging on the lees. I take pride in my cellar where 

84,000 bottles are aging—from a base production of 12,000 bottles a year. It takes time for the wine to reach its full potential and aging on the lees in bottles is an incredible tool in attaining my goal.”

Agnes maintains her vineyards as gardens, taking an organic approach and avoiding herbicides or pesticides. The focus is on Chardonnay from Avize and Verneuil, though she also has plots for Pinot Noir in Vandières and for Pinot Meunier in Vincelles and Verneuil.

Champagne Corbon produces six types of wine, all of them matured for years on the lees.

Les Bacchantes is a pure Chardonnay matured five years on the lees.

Chardonnay Brut Millésime Grand Cru is a pure Chardonnay matured at least six years on the lees.

Brut D’Autrefois is 90% Chardonnay with Pinot Noir matured five years on the lees.

Absolument Brut Zero Dosage is 60% Chardonnay with 25% Pinot Noir and 15% Meunier matured five years on the lees.

Brut Anthracite is 50% Chardonnay with 25% each of Pinot Noir and Meunier matured five years on the lees.

Cuvée Perdue N°2 is one third  each of Chadonnay, Pinot Noir and Meunier matured for 92 months on the lees.

As praise and critical acclaim mount for what are considered some of the most distinctive and fascinating wines of the Côte de Blancs and beyond, Agnès Corbon has maintained her modest manner as a country girl from Avize. “This is my place,” she says, “for me it’s where everything begins and where everything happens.”

Modesty with a scintillating dose of humor. “Making wine is not a very serious business,” she quips. “All this stress, all this work, all this energy, all this passion, all this permanent questioning ... just to provide a few sips of pleasure.”

 

NOTE: From the 2015 vintage, Agnès Corbon created Les Bacchantes Rosé, a limited edition wine that will be presented in a coming edition of the Heres Newsletter.

 

Nella Foto Cédric Jacopin, enologo dell'azienda De Saint-Gall

 

De Saint-Gall: La quintessenza dell'arte nella produzione dello Champagne 

By Burton Anderson

Una delle chiavi della crescita della qualità e del prestigio della Champagne è stata l'ascesa alla ribalta dei coltivatori indipendenti, noti come vignerons o viticulteurs récoltants, che producono e commercializzano il vino dei loro vigneti.

Poi c'è De Saint-Gall. Fondata nel 1972, in seguito alla creazione della Union Champagne ad Avize, De Saint-Gall raggruppa più di 2.000 vignerons con circa 1.260 ettari di vigneti che sono al 90% Grand Cru o Premier Cru in terroirs principalmente nella Côte des Blancs, nota per lo Chardonnay, e la Montagne de Reims, nota per il Pinot Nero.

Oggi De Saint-Gall vanta 14 centri di produzione che rappresentano il più grande agglomerato di vigneti Grand Cru dello Champagne, e più di un quarto del totale disponibile nei villaggi di Avize, Cramant, Oger, Le Mesnil-sur-Oger, Ambonnay, Bouzy e Ay. Il Premier cru proviene principalmente da Vertus, Bergères-les-Vertus e Cumières.

I vini di ogni vigneto di ogni villaggio vengono vinificati e lavorati singolarmente in cantine moderne sotto la direzione di Cédric Jacopin, lo chef de cave dell'Union Champagne. Ciò che rende unico questo patrimonio è l'impegno ad esprimere il carattere distintivo e le "influenze" dei terroir di ogni villaggio.

De Saint-Gall produce un'impressionante gamma di Grand Cru Champagne, attingendo da un archivio di circa un migliaio di ettolitri di vino di varie annate. Grandi botti di rovere ospitano il Grand Cru Chardonnay di oltre 20 annate utilizzate per creare speciali cuvée che esprimono quella che Jacopin descrive come "la quintessenza dell'arte della lavorazione dello Champagne".

Un esempio eccellente tra i vini d'annata è Le Blanc de Blancs Millésimé, noto per un elegante e fresco stile floreale e minerale. Dalle annate eccezionali, le migliori uve vanno in Orpale, un Brut Blanc de Blancs affinato nell'arco di 12 anni ad una seducente complessità, ricco e cremoso con intense note di frutta secca e una tensione minerale che solo il gesso dei terroirs può fornire. Il noto autore Richard Juhlin considera Orpale "uno dei segreti meglio custoditi della Champagne".

De Saint-Gall ha recentemente introdotto una speciale collezione di vini conosciuti come Influences per esprimere le influenze dei suoi terroir e il carattere distintivo che essi conferiscono ai loro vini. La gamma di quattro vini è stata progettata per rappresentare i migliori terroir Grand Cru e Premier Cru della Champagne: Ambonnay, Cramant, Oger e Vertus.

Le Généreux è uno Chardonnay in purezza proveniente dai terroir di Vertus e Bergères-les-Vertus.

Le Mineral è uno Chardonnay puro che rappresenta i terroir di Cramant e Oger.

L'Expressif è uno Chardonnay puro che rappresenta i terroir di Oger e Le Mesnil-sur-Oger.

Le Charpenté mescola il Pinot Nero all'81% e lo Chardonnay dei terroir di Ambonnay e Bouzy.

 

NOTA: Una valutazione di De Saint-Gall Champagne Orpale 2008 sarà presentata in un prossimo numero della Newsletter Heres.

 

 

 

ENGLISH

 

De Saint-Gall: The quintessential art of crafting Champagne

By Burton Anderson

 A key to the upsurge in quality and prestige of Champagne has been the rise to prominence of independent growers, known as vignerons or viticulteurs récoltants, who produce and market wine from their own vineyards.

Then there is De Saint-Gall. Founded in 1972, following the creation of the Union Champagne at Avize, De Saint-Gall groups more than 2,000 vignerons with about 1,260 hectares of vineyards that are 90% Grand Cru or Premier Cru in terroirs mainly in the Côte des Blancs, noted for Chardonnay, and the Montagne de Reims, noted for Pinot Noir.

 Today De Saint-Gall boasts 14 production centers representing Champagne’s largest agglomeration of Grand Cru vineyards, accounting for more than a quarter of the total available from the villages of Avize, Cramant, Oger, Le Mesnil-sur-Oger, Ambonnay, Bouzy and Ay. The Premier cru comes mainly from Vertus, Bergères-les-Vertus and Cumières.

Wines from each vineyard of each village are vinified and processed individually in modern cellars under the direction of Cédric Jacopin, the chef de cave of the Union Champagne. What makes this patrimony unique is the commitment to expressing the distinctive character and “influences” of the terroirs of each village.

De Saint-Gall produces an impressive array of Grand Cru Champagnes, drawing from an archive of about a thousand hectoliters of wine from various vintages. Large oak casks hold the Chardonnay Grand Cru of more than 20 vintages used to create special cuvées that express what Jacopin describes as “the quintessential art of crafting Champagne.”

A sterling example among the vintage wines is Le Blanc de Blancs Millésimé, noted for an elegant fresh floral and mineral style. From exceptional vintages, the best grapes go into Orpale, a Brut Blanc de Blancs refined over 12 years to a seductive complexity, rich and creamy with intense notes of dried fruit and a mineral tension that only the chalk of the terroirs can provide. The noted author Richard Juhlin considers Orpale “one of the best kept secrets of Champagne.”

De Saint-Gall has recently introduced a special collection of wines known as Influences to express the influences of its terroirs and the distinctive character they impart to their wines. The range of four wines is designed to represent the finest Grand Cru and Premier Cru terroirs of Champagne: Ambonnay, Cramant, Oger and Vertus.

Le Généreux is a pure Chardonnay from terroirs of Vertus and Bergères-les-Vertus.

Le Mineral is a pure Chardonnay representing terroirs of Cramant and Oger.

L’Expressif is a pure Chardonnay representing terroirs of Oger and Le Mesnil-sur-Oger.

Le Charpenté blends Pinot Noir at 81% and Chardonnay from the terroirs of Ambonnay and Bouzy.

 

NOTE: An appraisal of the De Saint-Gall Champagne Orpale 2008 will be presented in a coming issue of the Heres Newsletter.

 

 

 

Fuligni: La devozione di una donna per la vite e il vino

lunedì 6 aprile 2020 10:48:20 Europe/Rome

 

Fuligni: La devozione di una donna per la vite e il vino

 La storia relativamente breve ma dinamica del Brunello di Montalcino trae lustro da un nucleo di aziende vinicole di famiglia che puntano alla produzione d'elite ai massimi livelli. Un esempio lampante è la tenuta Fuligni di Maria Flora Fuligni, che nel 1971 è stata una delle prime donne a ricoprire un ruolo fondamentale nel perenne patriarcato del vino toscano.

È stata una pioniera – riferisce Roberto Guerrini, suo nipote e proprietario dell'azienda-  una donna di grande forza che  ha deciso nella sua vita di sposare soltanto le sue vigne e i suoi vini. Ha dimostrato non solo coraggio, ma anche acume e grinta, poiché Fuligni è stata una delle prime aziende ad imbottigliare il Brunello negli anni Settanta, valorizzando al tempo stesso le nobili tradizioni di una famiglia che ha acquisito la proprietà nel 1923.

I visconti Fuligni di Venezia si trasferirono in Inghilterra nel XIV secolo con una truppa di condottieri al servizio di Edoardo III. Quando gli Asburgo-Lorena succedettero al Granducato, Luigi Fuligni fu inviato in Toscana come generale incaricato della bonifica dei terreni e gli fu concessa una proprietà in Maremma dall'illuminato Granduca Leopoldo. I Fuligni impiantarono vigneti intorno a Scansano in Maremma e vi fecero vino fino all'inizio del XX secolo, quando Giovanni Maria Fuligni si stabilì nella vicina Montalcino.

L'azienda da lui fondata si estende oggi su circa 100 ettari di terreno completamente coltivati in una fascia quasi continua sul versante orientale di Montalcino, dove, storicamente, si produce il Brunello più autentico. Le cantine si trovano a Cottimelli (a circa tre chilometri da Montalcino verso Siena) in una residenza settecentesca un tempo di proprietà dei granduchi Medici.

Nella Foto Maria Flora Fuligni con suo nipote Roberto Guerini

I vigneti si estendono per circa 12 ettari, situati principalmente a Cottimelli, orientati verso est ad altitudini variabili da 380 a450 metri sul livello del mare su terreni sassosi costituiti dalla formazione geologica di Santa Fiora (marna) di origine eocenica. Sono stati piantati nuovi vigneti esposti a sud-est su terreni con un mix di tufo e argille. L'età media delle viti è di circa 12 anni, anche se alcune risalgono a oltre 30 anni fa, conservando i vecchi cloni di Sangiovese della tenuta con una densità minore, che nel complesso varia da 3.333 a 5.000 piante per ettaro. Potature e diradamenti meticolosi garantiscono basse rese di uve selezionate e raccolte interamente a mano.

I vigneti - San Giovanni, Il Piano, Ginestreto e La Bandita - sono raccolti separatamente e assemblati secondo le tipologie di vino: Brunello di Montalcino, Brunello Riserva o Rosso di Montalcino.

Il Brunello di Montalcino viene vinificato in una cantina adiacente ai vigneti in tini di acciaio inox, rimanendo a contatto con le bucce per un periodo variabile prima della fermentazione malolattica. L'affinamento inizia in tonneaux di capacità 500 e 750 litri per alcuni mesi prima che il vino venga trasferito nelle tradizionali botti di rovere di Slavonia da 3.000 litri in una cantina sotto il palazzo mediceo del XVI secolo, oggi residenza dei Fuligni. Il Brunello per legge deve essere invecchiato per 4 anni; la Riserva, che proviene da uve raccolte nei vigneti più vecchi da annate superiori, deve essere invecchiata per 5 anni. Dopo l'affinamento in legno il vino viene trasferito in contenitori di acciaio inox prima di essere imbottigliato e conservato per circa 8 mesi prima della commercializzazione.

Il Rosso di Montalcino Ginestreto viene affinato per circa 6 mesi in tonneaux di rovere francese.

 NOTA: Una valutazione dell'eccezionale Brunello di Monalcino Fuligni del 2015 sarà presentata in un prossimo numero della Newsletter Heres.

 

ENGLISH

Fuligni: A woman’s devotion to vines and wines

 The relatively brief but dynamic history of Brunello di Montalcino gleans luster from a nucleus of family wineries that aim their elite production at the highest levels. A prime example is the Fuligni estate of Maria Flora Fuligni, who took charge in 1971 as one of the first women to play a vital role in the perennial patriarchy of Tuscan wine.

She was a pioneer, says Roberto Guerrini, her nephew who manages the estate, recalling that she decided not to marry so that she could devote herself to her vines and wines. She showed not only courage but acumen and drive as Fuligni became one of the first estates to bottle Brunello in the 1970s, while enhancing the noble traditions of a family that acquired the property in 1923.

The Fuligni viscounts of Venice transferred to England in the 14th century with a troop of condottieri at the service of Edward III. When the Habsburg-Lorraine succeeded to the Grand Duchy, Luigi Fuligni was sent to Tuscany as a general charged with reclamation of land and was granted a property in the Maremma by the enlightened Grand Duke Leopold. The Fuligni family established vineyards around Scansano in the Maremma and made wine there until the early 20th century when Giovanni Maria Fuligni settled at nearby Montalcino

The estate he founded now extends over approximately 100 fully-cultivated hectares of land in an almost continual strip on the eastern side of Montalcino, where, historically, the most authentic Brunello is produced. The cellars are located at Cottimelli (about three kilometers from Montalcino toward Siena) in an 18th-century residence once owned by Medici grand dukes.

Vineyards cover about 12 hectares, located  primarily at Cottimelli, oriented toward the east at altitudes varying from 380 to 450 meters above sea level on stony terrain consisting of the Santa Fiora (marl) geological formation of the Eocene origin. New vineyards have been planted facing southeast on soils with a mix of tufo and clays. The average age of the vines is about 12 years, though some date back over 30 years, preserving the old Sangiovese clones of the estate with a lesser density, which over all varies from 3,333 to 5,000 plants per hectare. Meticulous pruning and thinning ensure low yields of grapes selected and harvested entirely by hand.

The vineyards—San Giovanni, Il Piano, Ginestreto and La Bandita—are harvested separately and assembled according to types of wine: Brunello di Montalcino, Brunello Riserva or Rosso di Montalcino.

Brunello di Montalcino is vinified in a cellar adjacent to the vineyards in stainless steel vats, remaining in contact with the skins for a variable period before malolactic fermentation. The aging process begins in tonneaux of 500 and 750 liter capacity for a few months before the wine is transferred to the traditional 3,000-liter casks of Slavonian oak in a cellar under the 16th-century Medici palace, now the Fuligni residence. Brunello by law must be aged for 4 years; the Riserva, which comes from grapes harvested in the older vineyards from superior vintages, must be aged for 5 years. After wood aging the wine is transferred to stainless steel containers before being bottled and stored for about 8 months before release.

Rosso di Montalcino Ginestreto is aged for about 6 months in French oak tonneaux.

 NOTE: An appraisal of the outstanding Brunello di Monalcino Fuligni of 2015 will be presented in a coming issue of the Heres Newsletter.

Petrolo: “Come la realtà immaginata in un sogno”

giovedì 2 aprile 2020 09:58:18 Europe/Rome

 

 

Petrolo: “Come la realtà immaginata in un sogno”

by Burton Anderson

 Petrolo si estende su un'idilliaca distesa di vigneti a cavallo del margine sud-orientale dei monti del Chianti, nell'alta valle dell'Arno, dove Luca Sanjust produce vini che trasmettono la sua ossessione per l'equilibrio, l'eleganza, la precisione, la profondità e l'identità territoriale.

Per quanto riguarda l'identità territoriale, spiega Luca: "Le condizioni pedoclimatiche dei nostri vigneti, dei nostri cru, sono eccezionali, diverse sia da Montalcino che dal Chianti Classico, una terra di mezzo, un punto di unione, di fusione tra i due archetipi della Toscana centrale".

Petrolo faceva parte dell'antico feudo di Galatrona, la cui torre medievale sorge ancora oggi su fondamenta che risalgono all'epoca romana. L’azienda fu acquistato negli anni '40 dalla famiglia Bazzocchi. Sotto la guida di Lucia Bazzocchi e del figlio Luca i vitigni sono stati sottoposti, per tutto il corso degli anni Ottanta, ad una selezione mirata esclusivamente ai vini di carattere di Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon e Trebbiano. Se negli anni Cinquanta erano 1.500 piante per ettaro per una produzione totale di 3.500 ettolitri di vino, oggi sono 5.500 le piante per ettaro che producono circa 700 ettolitri per un totale di circa 70.000 bottiglie da 29 ettari di vigneto.

Petrolo si è concentrata fin dall'inizio sui singoli cru: Merlot di Vigna Galatrona per il Galatrona; Sangiovese di Vigna Bòggina per due tipi di Bòggina rosso e Trebbiano per il Bòggina Bianco; e Cabernet Sauvignon di Vigna Campo Lusso per il Campo Lusso. Poi c'è il Torrione, che è un blend di Sangiovese (Bòggina), Merlot (Galatrona) e Cabernet Sauvignon (Campo Lusso). Queste etichette garantiscono l'eccellenza nel rispetto dell'identità dell'azienda. Petrolo è una delle pochissime aziende toscane che non produce un vino base da vendere a basso costo.

I vigneti sono mantenuti secondo procedure organico-naturali. In cantina le tecniche tradizionali si basano sulla fermentazione con soli lieviti autoctoni e sull'utilizzo di vasche di cemento o anfore. La maturazione viene effettuata in botti e fusti adatti ad ogni tipo di vino.

Come spiega Luca: "Fare un grande vino è un'impresa complessa che comporta una coincidenza di circostanze: condizioni particolari di clima e di terreno, un lavoro preciso e minuzioso nei vigneti e nelle cantine, e infine una sana dose di fortuna". Significa prendersi cura personalmente di ogni singolo vitigno, di ogni singola pianta, più volte durante l'anno. E questa è la missione che perseguiamo ogni giorno alla Petrolo.”

Luca Sanjust, che è un artista affermato, mostra una vena poetica, come riassunto in un estratto dell'etichetta Bòggina:

 "E crediamo che il vino,  un grande vino, sia la poetica trasformazione alchemica della natura in cultura. E che solo avendo lievi mani e cuore gentile noi riusciamo a volte a piegare la natura al nostro sentimento umanizzandola e rendendola più bella, come la realtà immaginata in un sogno."

NOTA: I successi di Galatrona e dei tre vini Bòggina saranno discussi in dettaglio in un prossimo numero della Newsletter Heres.

 

 

ENGLISH

 

Petrolo: “Like a reality imagined in a dream”

by Burton Anderson

Petrolo extends over an idyllic spread of vineyards straddling the southeastern edge of the Chianti mountains in the upper Arno valley where Luca Sanjust makes wines that convey his obsession with balance, elegance, precision, depth and territorial identity.

As for territorial identity, Luca explains: “The pedoclimatic conditions of our vineyards, our crus, are exceptional, different from both Montalcino and Chianti Classico, a middle ground, a point of union, of fusion between the two archetypes of central Tuscany.” 

Petrolo was part of the ancient feud of Galatrona, whose medieval tower still stands on foundations that date to Roman times. The estate was bought in the 1940s by the Bazzocchi family. Under Lucia Bazzocchi and son Luca vines were subject to a selection process through the 1980s aimed exclusively at wines of character from Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon and Trebbiano. If in the fifties there were 1,500 plants per hectare for a total production of 3,500 hectoliters of wine, today there are 5,500 plants per hectare producing about 700 hectoliters for a total of about 70,000 bottles from 29 hectares of vineyards.

Petrolo has focused from the beginning on individual crus: Merlot of Vigna Galatrona for Galatrona; Sangiovese of Vigna Bòggina for two types of red Bòggina and Trebbiano for Bòggina Bianco; and Cabernet Sauvignon of Vigna Campo Lusso for Campo Lusso. Then there is Torrione, which is a blend of Sangiovese (Bòggina), Merlot (Galatrona) and Cabernet Sauvignon (Campo Lusso). These labels guarantee excellence in keeping with the identity of the estate. Petrolo is one of very few Tuscan wineries that does not produce a base wine to be sold at low cost.

Vineyards are maintained following organic-natural procedures. In the cellar traditional techniques are based on fermentation using only native yeasts and the use of cement tanks or amphorae. Maturation is carried out in barrels and casks suited to each type of wine.

As Luca explains: “Making a great wine is a complex undertaking involving a coincidence of circumstances: special conditions of climate and soil, precise and painstaking work in the vineyards and cellars, and finally a healthy dose of luck. It means taking personal care of every vine, each single plant, several times through the year. And this is the mission that we pursue at Petrolo every day.”

Luca Sanjust, who is an accomplished artist, also shows a poetic streak, as summed up in an excerpt from the Bòggina label:

“And we believe that wine, a great wine, is the poetic alchemical metamorphosis of nature into culture. And that only by having a light hand and loving heart are we able at times to bend nature to our sentiments, to humanize it and make it more beautiful, like a reality imagined in a dream.”

 

NOTE: The successes of Galatrona and the three Bòggina wines will be discussed in detail in a coming issue of the Heres Newsletter.

Hauner: Lo spirito delle origini

lunedì 30 marzo 2020 08:47:21 Europe/Rome

 

Hauner: Lo spirito delle origini

By Burton Anderson

Gli appassionati di vino possono essere scusati per essersi chiesti chi è arrivato prima: Malvasia delle Lipari o Carlo Hauner. La vite cresceva senza dubbio sulle isole Eolie o Lipari prima ancora che i coloni greci vi creassero uno dei loro numerosi nettari degli dei (in questo caso dedicato ad Aeolus, semidio dei venti). Ma solo sporadiche citazioni di vini delle isole sono state registrate dal tempo della Magna Grecia fino agli anni Settanta, dopo che Carlo Hauner, artista e designer bresciano di origine boema, si stabilì a Salina e coltivò la Malvasia su una scala che gli valse il suo squisitamente dolce Passito delle Lipari ben oltre la Sicilia.

"La passione di Carlo Hauner per la viticoltura è stata la sfida finale di una vita intensa e piena di interessi", osserva il figlio, anche lui Carlo, che ha rilevato l'azienda nel 1996 dopo la morte del padre.

Per come la racconta, il padre è arrivato come turista per la prima volta nel 1963 e dopo una serie di vacanze ha deciso di stabilirsi a Salina negli anni Settanta. Sempre un po' curioso, era attratto dal modo in cui i contadini coltivavano la malvasia, raccogliendo a fine settembre e facendo essiccare i grappoli su stuoie al sole per circa due settimane per fare il dolce passito.

Ispirato, ha acquistato appezzamenti abbandonati dagli isolani emigrati in Australia e in America, mettendo insieme 20 ettari su antichi terrazzamenti e facendoli rivivere come vigneti. Creò una cantina moderna e introdusse innovazioni, facendo appassire le uve direttamente sulla vite e raffreddando i mosti durante la fermentazione.

La cantina è stata costruita negli anni '80 a Lingua, vicino al paese di Santa Marina Salina, nel tradizionale stile eoliano, dotata di moderne celle frigorifere e di botti in acciaio inox affiancate da barriques di rovere utilizzate per l'invecchiamento, per una capacità totale di 1.200 ettolitri. In quegli anni l'azienda ha introdotto nuovi vini a complemento della Malvasia Passito, impiantando altre varietà siciliane. Il Salina Bianco è composto da Insolia e Catarratto, il Salina Rosso di Nero d'Avola e Nerello Mascalese e il bianco invecchiato in botte Carlo Hauner di Insolia, Catarratto e Grillo.

Oggi l'azienda è gestita con passione ed energia da Carlo Junior in collaborazione con la moglie Cristina e i figli Andrea e Michele, che producono quasi 50.000 bottiglie di Malvasia in due versioni: naturale e passito. Hauner produce anche capperi, boccioli saporiti che sono stati i primi ad essere etichettati come "Capperi di Salina".

Le etichette riflettono le forme e i colori amati dal loro creatore: l'architettura eoliana, i verdi di Salina (detta Isola Verde), i rossi e gli aranci della luna e dell'alba, il nero del vulcano, il blu del mare, spesso come riproduzioni dell'arte di Hauner.

La genialità di Carlo Hauner nell'integrare gli antichi standard con le tecniche moderne ha portato a vini che hanno suscitato un nuovo interesse per tutti i vini di Lipari.

Come dice Carlo Junior: "La nostra cantina è profondamente legata allo spirito delle sue origini, quando mio padre, innamorato delle Isole Eolie, si trasferì a Salina e cominciò a fare vino con passione artistica al di fuori degli schemi tradizionali e recuperando un vitigno allora trascurato: la Malvasia delle Lipari. Oggi, nonostante siano passati 50 anni e il mondo del vino sia profondamente cambiato, continuiamo a fare vini con lo stesso spirito indipendente, seguendo le nostre convinzioni sul senso della vita e sulla produzione di vino in queste fantastiche isole". 

 

 

Hauner: The spirit of origins

by Burton Anderson

 Wine enthusiasts may be excused for wondering which came first: Malvasia delle Lipari or Carlo Hauner. Vines no doubt grew on the Aeolian or Lipari islands even before Greek settlers created one of their many nectars of the gods there (in this case dedicated to Aeolus, demigod of the winds). But only sporadic mentions of wines from the islands were recorded from the time of Magna Grecia until the 1970s, after Carlo Hauner, an artist and designer of Bohemian origin from Brescia, settled on Salina and cultivated Malvasia on a scale that gained his exquisitely sweet Passito delle Lipari notice well beyond Sicily.

“Carlo Hauner’s passion for winemaking was the ultimate challenge of an intense life filled with interests,” notes his son, also Carlo, who took over the winery in 1996 after his father’s death.

As he relates it, his father first arrived as a tourist in 1963 and after a series of vacations decided to settle on Salina in the 1970s. Always a bit curious, he was attracted to the way farmers cultivated Malvasia, harvesting in late September and drying bunches on mats in the sun for two weeks or so to make the sweet passito.

Inspired, he bought up plots abandoned by islanders who had emigrated to Australia and America, putting together 20 hectares on ancient terraces and reviving them as vineyards. He created a modern cellar and introduced innovations, withering the grapes directly on the vine and cooling the musts during fermentation.

The winery was built in the 1980s at Lingua, near the town of Santa Marina Salina, in the traditional Aeolian style, equipped with modern refrigeration and stainless steel vats standing side by side with oak barrels used for aging, for a total capacity of 1,200 hectoliters. During those years the estate introduced new wines to complement Malvasia Passito, planting other Sicilian varieties. Salina Bianco consists of Insolia and Catarratto, Salina Rosso of Nero d’Avola and Nerello Mascalese and the barrel-aged white Carlo Hauner of Insolia, Catarratto and Grillo.

Today the winery is run with passion and energy by Carlo Junior in collaboration with his wife Cristina and sons Andrea and Michele, who produce nearly 50,000 bottles of Malvasia in two versions: naturale and passito. Hauner also produces capers, flavorful buds that were the first to be labeled as “Capers from Salina.” 

The labels reflect the forms and the colors beloved by their creator: the Aeolian architecture, the greens of Salina (known as Isola Verde), the reds and oranges of the moon and dawn, the black of the volcano, the blue of the sea—often as reproductions of Hauner’s art. 

Carlo Hauner’s brilliance in integrating ancient standards with modern techniques resulted in wines that attracted new interest to all the wines of Lipari.

As Carlo Junior puts it: “Our winery is deeply linked to the spirit of its origins, when my father, in love with the Aeolian Islands, moved to Salina and began to make wine with artistic passion outside the traditional schemes and recovering a then neglected vine: Malvasia delle Lipari. Today, although 50 years have passed and the world of wine has profoundly changed, we continue to make wines with the same independent spirit, following our convictions about the meaning of life and the making of wine in these fantastic islands.” 

 

Le Chiuse: Una sfida privilegiata

giovedì 26 marzo 2020 10:45:59 Europe/Rome

 

Le Chiuse: Una sfida privilegiata

 Le Chiuse erano di proprietà della famiglia Biondi Santi da un secolo quando Ferruccio Biondi Santi selezionò un clone di Sangiovese Grosso che divenne la fonte del Brunello di Montalcino originale nel 1888. Il figlio di Ferruccio, Tancredi, lasciò in eredità la tenuta alla figlia Fiorella, esortandola a non vendere mai, perché è lì che sono nate le uve per il famoso Brunello Riserva. La figlia Simonetta Valiani, che ha ereditato l'amore per la terra e la passione per il vino del nonno, ha iniziato a produrre Brunello da Le Chiuse nel 1986. Lavorando con il marito Nicolò Magnelli e il figlio Lorenzo, ha restaurato la tenuta, impiantando nuovi vigneti e costruendo una cantina sotterranea.

Oggi Lorenzo Magnelli gestisce Le Chiuse come quella che descrive come una sfida privilegiata: cercare di eguagliare le conquiste dei suoi illustri antenati. Come ci spiega: "Tancredi Biondi Santi ha stabilito gli standard di quello che è diventato il moderno Brunello di Montalcino. A Le Chiuse, la sua ricerca era quella di una Riserva che durasse nel tempo, quasi eternamente".

L'azienda si estende per 18 ettari tra vigneti, oliveti e boschi situati in parte sul versante nord-orientale della collina di Montalcino a 300 metri sul livello del mare e in parte sul versante sud-orientale a 500 metri sul livello del mare. Cinque vigneti di Sangiovese Grosso coprono circa 8 ettari con una densità media di 4.000 viti per ettaro allevate a cordone speronato. La maggior parte dei vitigni deriva da una selezione massale di Sangiovese Grosso molto antico della Tenuta Biondi Santi Il Greppo. Il terreno, di origine marina, è ricco di materiale fossile combinato in striature argillose con una notevole presenza di galestro scistoso e tufo. Questa composizione predilige vini ricchi di aromi, di corpo pieno e con una gradazione alcolica equilibrata.

Le Chiuse produce circa 30.000 bottiglie all'anno suddivise tra Rosso di Montalcino, Brunello di Montalcino e Brunello di Montalcino Riserva. Come spiega Lorenzo, "Il Brunello è il nostro archetipo di vino, perché esprime il vero spirito de Le Chiuse". Date le origini di Le Chiuse e l'importanza del terreno, il nostro approccio è per definizione tradizionale nello stile, volto a preservare la nostra storia e la natura del terroir nel DNA del vino".

La vendemmia avviene generalmente in anticipo rispetto alla media della zona per raggiungere l'ampia acidità che esalta l'eleganza e la verticalità del vino e ne beneficia la longevità. Per ottenere una struttura e un volume ideali, si utilizzano solo grappoli di piccole e medie dimensioni. Selezionati a mano, in meno di mezz'ora vengono diraspati e, per scorrimento gravitazionale, depositati in fermentini di acciaio inox e cemento. La fermentazione avviene utilizzando solo lieviti indigeni, in modo che il vino mantenga le sue caratteristiche originali di aroma e sapore. La maturazione viene effettuata esclusivamente in grandi botti di rovere di Slavonia da 30 ettolitri per un periodo di circa 3 anni, con l'obiettivo di permettere al vino di respirare senza essere eccessivamente influenzato dal legno, rispettando la sua naturale evoluzione.

Egli osserva che il Rosso di Montalcino è solitamente considerato il fratello minore del Brunello di Montalcino, "ma per noi è un vino di spiccata personalità". Uscirà nel secondo anno dopo la vendemmia, è il più giovane dei nostri vini, il che significa che è anche il vino che meglio esprime il carattere varietale del Sangiovese nella sua succosità e freschezza".

 Le Chiuse ha introdotto una nuova politica di rilascio del Brunello Riserva solo nel decimo anno successivo alla vendemmia. Il Brunello di Montalcino Riserva DIECIANNI sarà presentato in dettaglio in un prossimo numero della Newsletter Heres.

 

Le Chiuse: A Privileged Challenge

 

Le Chiuse had been a possession of the Biondi Santi family for a century when Ferruccio Biondi Santi selected a clone of Sangiovese Grosso that became the source of the original Brunello di Montalcino in 1888. Ferruccio’s son Tancredi bequeathed the estate to his daughter Fiorella, urging her never to sell because it was there that the grapes for the famous Brunello Riserva originated. Her daughter Simonetta Valiani, who inherited her grandfather’s love for the land and passion for wine, began to produce Brunello from Le Chiuse in 1986. Working with her husband Nicolò Magnelli and son Lorenzo, she restored the estate, planting new vineyards and building an underground cellar.

Today Lorenzo Magnelli manages Le Chiuse as what he describes as a privileged challenge: striving to match the achievements of his illustrious ancestors. As he explains: “Tancredi Biondi Santi set the standards for what became modern Brunello di Montalcino. At Le Chiuse, his quest was for a Riserva that would last over time, almost eternally.”

The estate covers 18 hectares comprising vineyards, olive groves and woods situated in part on the northeastern side of the Montalcino hill at 300 meters above sea level and in part on the southeastern slope at 500 meters above sea level. Five vineyards of Sangiovese Grosso vines cover about 8 hectares with an average density of 4,000 vines per hectare trained in spurred cordon. Most vines derived from a massal selection of very old Sangiovese Grosso from the Biondi Santi Il Greppo estate.The terrain, of marine origin, is rich in fossil matter combined in clay striations with a notable presence of schistous galestro and tufa. This composition favors wines of rich aromas, full body and well-balanced alcohol levels.

 Le Chiuse produces about 30,000 bottles of annually divided between Rosso di Montalcino, Brunello di Montalcino and Brunello di Montalcino Riserva. As Lorenzo explains, “Brunello is our archetype wine, because it expresses the true spirit of Le Chiuse. Given the origins of Le Chiuse and the importance of the terrain, our approach is by definition traditional in style, aimed at preserving our history and the nature of the terroir in the wine’s DNA.

 Harvesting generally takes place earlier than the average for the area to attain the ample acidity that enhances the elegance and verticality of the wine and benefits longevity. To attain ideal structure and volume, only small to medium sized grape bunches are used. Selected by hand, in less than a half hour they are destemmed and, by gravitational flow, deposited in stainless steel and cement fermenters. Fermentation takes place using only indigenous yeasts so that the wine retains its original characteristics of aroma and flavor. Maturation is carried out exclusively in large 30-hectoliter Slavonian oak barrels for a period of about 3 years, the aim being to allow the wine to breathe without being excessively influenced by the wood, respecting its natural evolution.

He notes that Rosso di Montalcino is usually considered the little brother of Brunello di Montalcino, “but for us it’s a wine of distinct personality. Coming out in the second year after the harvest, it’s the youngest of our wines, meaning that it is also the wine that best expresses the varietal character of Sangiovese in its juiciness and freshness.”

Le Chiuse has introduced a new policy of releasing Brunello Riserva only in the tenth year after the harvest. Brunello di Montalcino Riserva DIECIANNI will be presented in detail in a coming issue of the Heres Newsletter.

Pagina:
  1. 2
  2. 3
  3. 4
  4. 5
  5. 6