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I vini di Carlo Hauner: esaltazione di terra e di mare

venerdì 3 luglio 2020 11:30:10 Europe/Rome

I vini di Carlo Hauner: esaltazione di terra e di mare

By Burton Anderson

 Dopo una stimolante videochiamata con Carlo Hauner, non riesco a immaginare un posto migliore di Salina e le isole Eolie dove vorrei essere in questa strana estate. Magari soggiornando in una camera con vista e il tempo per vagare lungo pendii sassosi con viti e cespugli di capperi, fino a calette appartate con in acque cristalline dove tuffarsi, e soffermarmi infine all’ombra di un terrazzo e pasteggiare coccolato dai sapori della terra e del mare locali.

Quella visita dovrà attendere, ahimè, ma nel frattempo cosa mi impedisce di sostituire la realtà con una cena immaginaria in compagnia di Carlo Hauner degustando i suoi vini? Hauner, come sappiamo, si è costruito la reputazione sulle inebrianti dolcezze della Malvasia delle Lipari Naturale e Passito, ma in questo pezzo l'attenzione si concentra su tre vini secchi ideali da sorseggiare d'estate con i sapori luminosi di Salina, o da bere in qualsiasi periodo dell'anno con piatti ispirati alle cucine di altri mondi.

Salina Bianco IGT da uve Insolia e Catarratto. Vinificato in acciaio e imbottigliato giovane, questo bianco dalla limpidezza brillante conserva freschi sentori floreali e fruttati di agrumi con note saline e minerali che riflettono le origini vulcaniche dell'isola. Considerato un aperitivo ideale, è un vino che a detta di Carlo va bevuto giovane, anche se ho il sospetto che dopo qualche anno in bottiglia mostrerebbe una profondità e una complessità inaspettate.

Iancura Terre Siciliane IGT da Malvasia delle Lipari con 10% circa di Insolia. Questa versione secca della Malvasia viene vinificata in acciaio e imbottigliata dopo 6 mesi. Si presenta di colore giallo paglierino chiaro con profumi di fiori e frutti mediterranei, agrumi, pesca, mandorla, e una bocca piena e gustosa con tocchi salini e minerali che contribuiscono ad un finale vibrante. Si tratta chiaramente di un vino bianco da pasto, che si abbina a una gamma completa di antipasti e primi piatti a base di pesce e verdure - e, come ho scoperto, a molto altro ancora.

Hierà Sicilia IGT da uve Calabrese con Alicante e Nocera coltivate sull’isola di Vulcano, dopo una lunga macerazione sulle bucce viene affinato per alcuni mesi in acciaio e poi in bottiglia. Di colore rubino violetto brillante, con profumi e sapori di frutta mediterranea, frutti di bosco e spezie, al palato mostra ampia struttura e profondità con una trama felpata e un finale persistente. Alcuni lo considerano un vino per carni e formaggi, ma io sostengo la versione di Carlo che lo abbina altrettanto bene a piatti di mare dal sapore deciso, come tranci di pesce spada alla griglia o tonno fresco con salsa di capperi.

Ho chiesto a Carlo di parlare dei cibi di Salina, mentre ascoltavo seduto assalito da un desiderio latente di essere-lì-adesso. Per cominciare ci sono i capperi e il frutto del cappero, detto cucuncio, conservati sotto sale, di cui Hauner è uno dei principali produttori.

 

Poi ci sono i pomodorini, piccoli e deliziosi, che crescono su piante che si estendono sui terreni sassosi assumendo una straordinaria concentrazione di sapore. Aggiungete i peperoncini intrisi di sole, aglio e basilico gigante come foglie di lattuga e olio extravergine d'oliva, e otterrete una pasta al pomodoro epica. Qualcuno potrebbe anche completarla con le acciughe locali. Poi ci sono i peperoni dolci e piccanti e le melanzane, la base di specialità siciliane come la peperonata e la caponata e decine di altre versioni, come la ratatouille, che catturano l’essenza del Mediterraneo in un solo piatto.

Il mare delle Eolie è ricco di pesci, molluschi e crostacei. Carlo ha sottolineato le specialità locali di pesce spada e calamaretti cucinati con la Malvasia. Ma le acque siciliane sono rinomate anche per il tonno, cucinato come una bistecca al sangue o servito squisitamente crudo.

Potrei passare alla pasta con le sarde o alla Norma, al cuscusù (cuscus siciliano) e continuare con una stuzzicante varietà di pecorini e caprini, pungenti e saporiti. La Sicilia è fonte di ogni sorta di frutta e noci, molti dei quali finiscono nei famosi dolci dell’isola, ma descrivere queste prelibatezze e la loro affinità con la Malvasia passita delle Lipari richiederebbe un altro capitolo.

 Per riassumere la mia visita immaginaria e le degustazioni che mi hanno accompagnato, sono tornato con la convinzione che tutti e tre i vini hanno il carattere per abbinarsi meravigliosamente a moltissimi piatti della cucina mondiale - e non lasciatevi ingannare dalla favola del bianco con il pesce e del rosso con la carne. Le eccezioni sfidano la regola. Per esempio, mi sto ancora meravigliando di come Iancura 2019 ha tenuto testa a un pasto toscano con tanto di pappardelle ai porcini, tortelli al ragù, arrosto di carne e selvaggina, quando mi sono trovato lo scorso fine settimana in un ristorante dove non c'era neanche un vino rosso in vista. 

Eppure ho il sospetto, e non vedo l'ora di provarlo, che questi vini danno il loro meglio assaporati a Salina sotto la pergola di una terrazza sul mare, durante un pranzo esaltato dai sapori dell’isole.

ENGLISH

The wines of Carlo Hauner: Uplifting flavors of land and sea

By Burton Anderson

After a stimulating video call with Carlo Hauner, I can’t imagine a place I’d rather be in this strangest of summers than Salina in the Aeolian Isles. Maybe staying in a place with a view and the time to wander along stony slopes with vines and caper bushes to a secluded spot to swim in crystalline waters and then linger on shady terraces over meals uplifted by flavors of local land and sea.

That visit will have to wait, alas, but in the meantime what’s to stop me from a vicarious version of spending some time tasting wines and dining with Carlo Hauner? Hauner, as we know, built an early reputation on the exquisitely sweet Malvasia delle Lipari Passito, but the focus this time is on three dry wines that strike me as ideally suited to summer sipping with the brilliant foods of Salina—or for that matter for drinking at any time of year with dishes from far-flung places.

Salina Bianco IGT comes from Insolia with Catarratto. Vinified in stainless steel and bottled young, this white of bright limpidity retains fresh floral and fruity scents of citrus with saline and mineral notes that reflect the volcanic origins of the island. Considered an ideal aperitif, it’s a wine that Carlo insists is best young, though I suspect it would show unexpected depth and complexity after a few years in bottle.

Iancura Terre Siciliane IGT comes fromMalvasia delle Lipari Secca with 10% Insolia. This dry version of Malvasia is a white vinified in stainless steel and bottled after 6 months. It shows pale straw yellow color with scents of Mediterranean flowers and fruits, suggesting citrus, peach, almonds and flavors that are round and full on the palate with saline and mineral touches that contribute to a vibrant finish. This is clearly a white wine for food, a match for a full range of antipasti and pasta dishes based on fish and vegetables—and, as I found, much more.

Hierà Sicilia IGT comes from Calabrese with Alicante and Nocera vinified with long maceration on the skins and matured for a few months in stainless steel and bottle. Bright ruby-violet with the fragrance and flavors of Mediterranean fruits, berries and spices, on the palate it shows ample structure and depth with plush texture and an elegant lingering finish. Some consider this a wine for meats and cheeses, but I back Carlo’s view that it’s equally well suited to seafood dishes of prounounced flavor, such as grilled swordfish steaks or fresh tuna with caper sauce.

I asked Carlo to talk about the foods of Salina, while I sat back and listened with wish-I-were-there envy. For a start there are capers and cucunci, the berries, preserved in sea salt, of which Hauner is a leading producer. Then there are pomodorini, the tiny tomatoes that grow on vines sprawling over the stony soils to assume extraordinary concentration of flavor. Add sun-soaked peperoncini, garlic and basil of lettuce-size leaves and extra virgin oil and you have the makings of an epic pasta al pomodoro. Some might even top it off with anchovies from Aeolian waters. Then there are sweet and piquant peppers and melanzane (eggplant), sources of Sicilian specialties of peperonata and caponata and dozens of others, like ratatouille, that capture the Mediterranean in a melting pot.

The sea provides a bounty of finny fish, mollusks and crustaceans. Carlo emphasized the local specialties of swordfish and calamaretti (tender young squid) cooked in Malvasia. Sicilian waters are renowned for tuna, cooked as rare steaks or served exquisitely raw.

I could go on to the likes of pasta con le sarde and pasta alla Norma, cuscusù  (Sicilian couscous) and on through a tantalizing array of sharp and salty sheep and goat cheeses. Sicily is the source of all manner of fruits and nuts, many of which end up in the desserts for which Sicily is famous, but describing them and their affinity with Malvasia Passito delle Lipari would require another chapter.

To sum up my vicarious visit and the tastings that followed, I came away convinced that all three wines have the character to make marvelous matches with a great many dishes of the world’s cuisines—and don’t be finagled by the fable of white with fish, red with meat. The exceptions defy the rule. For example, I’m still marveling over the way Iancura stood tall through a Tuscan meal of pappardelle with porcini, tortelli with ragout, and platters of roast meats and game when I found myself last weekend in a place with nary a red wine in sight.

And yet I suspect, and I can’t wait to prove it, that the wines could never be better than when savored at Salina under a pergola on a seaside terrace over lunches uplifted by flavors of land and sea.

Silvia Zucchi: il Lambrusco dal volto fresco e dalle idee brillanti

lunedì 29 giugno 2020 15:20:19 Europe/Rome

 

Silvia Zucchi: il Lambrusco dal volto fresco e dalle idee brillanti

By Burton Anderson

 Il Lambrusco, nella sua lunga storia - non preoccupatevi, non vi riporterò alle sue antiche origini ma solo ai miei primi incontri avvenuti negli anni Settanta - è stato uno dei vini italiani più vivaci e conviviali, ma anche uno dei più incompresi e maltrattati e, in definitiva, uno dei più amati. Amato soprattutto dalla gente della sua terra d'origine, l’Emilia, ma anche da un numero crescente di forestieri, tra cui un nugolo di scrittori, che non si sono dovuti impegnare troppo ad apprezzarlo, perché è un vino che sin dal primo sprizzo di bolle ti ammalia e ti lascia - almeno nel mio caso – sedotto senza speranza.

 Devo ammettere che non è stato amore a prima vista. I miei primi assaggi di Lambrusco sono state le versioni piuttosto grezze servite nelle osterie emiliane e degli intrugli commerciali (troppo spesso amabili) che si trovano sugli scaffali dei supermercati. Poi c'è stata quella roba dolce che ha conquistato l'America negli anni Settanta, commercializzata in massa come "nice on ice" col nomignolo di "Coca-Cola italiana".

 Saltate avanti di una decina d'anni, ai giorni della mia diligente ricerca sulle complessità dell'Aceto Balsamico Tradizionale, accompagnata da giri di bevute e pasti locali e dalla scoperta della versione rubino rosato - e rigorosamente secca – del Lambrusco di Sorbara. Faccio una confessione: per quanto mi piaccia la spuma violacea scura di Castelvetro e delle province di Parma e Reggio, per il mio gusto il paradigma del Lambrusco è il Sorbara.

 Un salto in avanti di un altro paio di decenni, durante i quali una sorta di rinascita ha portato il Lambrusco di Sorbara a nuovi livelli di qualità, integrità e ... stavo per dire prestigio, ma solo tra quei conoscitori che avevano seguito da vicino con crescente ammirazione i progressi di un nutrito gruppo di produttori che, mi fa piacere osservare, hanno influenzato una nuova generazione di viticoltori dai volti freschi e dalle idee brillanti.

 Il che ci porta a Silvia Zucchi. Nata nel 1990, ma con già dieci vendemmie alle spalle con l'azienda di famiglia Cantina Zucchi (una delle mie fonti preferite di Sorbara), Silvia è sbocciata con una gamma personalizzata di vini ispirati al padre Davide e con etichette dedicate ai nonni Maria Alma e Bruno Zucchi.

 I quattro vini si qualificano come Lambrusco di Sorbara DOP derivanti da vigneti trentennali piantati in pianura lungo la riva destra del fiume Secchia, in località San Lorenzo sott’argine. Tutti Lambrusco di Sorbara, ma che differenza di tipologie e stili.

Purezza e Rosato sono vinificati con il metodo Charmat, mentre Infondo viene rifermentato in bottiglia secondo la tradizione locale. Infine il Metodo Classico millesimato che prevede un minimo di 26 mesi sui lieviti.

 I vini saranno recensiti in una prossima edizione della Newsletter Heres, ma nel frattempo non abbiamo potuto resistere a un'anteprima di Purezza basata sulle note di degustazione e sui commenti del Team Heres e di Antonio, oste e custode della cucina modenese che conosce e ama il Lambrusco da insider per eccellenza: “Un Sorbara fermentato in autoclave dai profumi di frutti di bosco e dalla tonalità rosa rubino brillante. Al sorso è vibrante e scattante, con cremose bollicine che avvolgono il palato. La freschezza appagante e il garbato finale sapido donano a questo vino infinita bevibilità!"

ENGLISH

Silvia Zucchi: the Lambrusco of fresh faces and bright ideas

By Burton Anderson

Lambrusco over its long history—not to worry, I won’t take you back to its antique origins but only to my early encounters with it in the 1970s—has endured as one of the most vivacious and convivial of Italian wines, but also one of the most misunderstood and mistreated, and, ultimately, one of its most beloved. Beloved above all by the people of its Emilian homeland but also by a growing number of outsiders, including a bevy of writers, who didn’t really need to learn to love it because it’s a wine that has a way of beckoning you with a burst of bubbles one day and leaving you—or at least me—hopelessly seduced.

But, in my case, it wasn’t love at first sight. My early tastes of Lambrusco were mainly of the rustic renditions served in osterie around Emilia and the commercial concoctions (too often amabile) found on supermarket shelves. Then there was that sweet stuff that conquered America in the 1970s, mass marketed as “nice on ice” and alluded to as “Italian Coca-Cola.”

Jump ahead a decade or so to my days of diligent research into the intricacies of Aceto Balsamico Tradizionale complemented by rounds of local dining and drinking and my discovery of the roseate ruby—and strictly dry—Lambrusco di Sorbara. Here a confession. Much as I revel in the deep purple froths of Castelvetro and the province of Reggio, to my taste the paradigm of Lambrusco is Sorbara.

Leap ahead another couple of decades during which time a renaissance of sorts carried Lambrusco di Sorbara to new levels of quality, integrity and … I was about to say prestige, but only among those cognoscenti who had kept close tabs on the progress with mounting admiration for the work of a couple of dozen producers, who, I’m delighted to observe, have influenced a new generation of winemakers with fresh faces and bright ideas.

Which brings us to Silvia Zucchi. Born in 1990, but with a good ten vintages behind her with the family firm of Zucchi (one of my favorite sources of Sorbara), Silvia has blossomed forth with a personalized range of wines inspired by her father Davide with labels dedicated to her grandparents Maria Alma and Bruno Zucchi. 

The four wines all qualify as Lambrusco di Sorbara DOP deriving from 30-year-old vineyards planted in the flatlands along the right bank of the Secchia river at a place called San Lorenzo sott’argine. Lambrusco di Sorbara all, but what a difference in types and styles.

Purezza and Rosé are vinified by the Charmat method. Infondo is refermented in bottle following a local tradition. Metodo Classico is made by the classic method of fermentation in bottle with 26 months on the lees.

All will be reviewed in a coming edition of the Heres Newsletter, but in the meantime we could hardly resist a sneak 

 

Christian Clerget: Il mio tipo di Borgogna

giovedì 25 giugno 2020 16:04:11 Europe/Rome

Christian Clerget: Il mio tipo di Borgogna

 By Burton Anderson 

Nel libro “Vini e terre di Borgogna”, Camillo Favaro e Giampaolo Gravina forniscono questa descrizione di Christian Clerget:

“L'apparente semplicità nasconde un uomo autentico e senza fronzoli, in cui la vena riflessiva convive con un atteggiamento concreto e positivo, sempre disponibile e sorridente. La sua passione per il rugby e ancor più per la montagna (specie l'Himalaya e le Ande, dove è già stato e dove sogna di tornare ancora) sono indizi di un gusto spartano, ispirato a un profondo rispetto per la natura. Tesi ed essenziali anche i suoi vini, che ne esprimono fedelmente il carattere.”

Christian Clerget, che lavora con la moglie Isabelle e la figlia Justine, coltiva sei ettari di vigneto in appezzamenti scelti della Cote de Nuits: a Chambolle-Musigny, Morey-Saint-Denis, Vosne-Romanée, Vougeot, oltre a una parcella del Grand Cru Echézeaux.

Il loro obiettivo è quello di produrre un vino più puro e naturale possibile, con sincero rispetto per ogni singolo climat nei vigneti che hanno un'età compresa tra i 30 e i 50 anni. Le vigne sono coltivate seguendo principi organici ispirati alla semplicità e al buon senso: potatura corta, vendemmia verde, diradamento a mano, aratura del terreno e raccolta a mano. Le uve vengono raccolte al culmine della maturazione e mai oltre. Ogni grappolo viene selezionato in vigna e di nuovo su un tavolo di cernita in cantina.

Le uve vengono diraspate totalmente o in parte e fermentate per 2-3 settimane in tini di acciaio, con follature e rimontaggi giornalieri e interventi minimi. Il vino viene successivamnete affinato in botti di rovere per 18 mesi durante i quali si svolge la fermentazione malolattica. L’imbottigliamento avviene senza effettuare chiarifiche e senza filtrare i vini.

Clerget produce un bianco di pregio, il Morey-Saint-Denis Les Crais, anche se il domaine pone l'accento sui rossi che sono schietti, puri ed equilibrati, con tessiture fini al palato e un eccellente potenziale di invecchiamento.

Ora, non sono il tipo che naviga con nonchalance tra i grands crus (se lo fossi, un primo porto di approdo sarebbe il Clerget Echézeaux). Del resto, neanche i premier crus sono proprio la mia partita  (se lo fossero, punterei certamente verso Clerget Vougeot “Les Petits Vougeots” o Chambolle-Musigny “Les Charmes”). No, ma dopo una lunga esperienza con la Borgogna che comprende almeno occasionalmente assaggi del più grande dei grand e i primi della classe tra i premier, mi sono concentrato sul meglio della categoria che porta semplicemente il nome del village.

Un bell'esempio è il Clerget Chambolle-Musigny 2017 che deriva da sette diversi appezzamenti all'interno della denominazione. Mentre lo annusavo e lo sorseggiavo a cena ieri sera, continuavo a pensare tra me e me: questo è il mio tipo di Borgogna, puro piacere senza fronzoli.

ENGLISH 

Christian Clerget: My Kind of Burgundy

By Burton Anderson

In their book Wines and Vineyards of Burgundy, Camillo Favaro and Giampaolo Gravina provide this description of Christian Clerget: “His apparent simplicity hides an authentic no-frills man whose reflective nature coincides with a concrete and positive attitude, always open and smiling. His passion for rugby and even more for the mountains (especially the Himalayas and the Andes, where he dreams of returning some day) hint at his Spartan tastes, inspired by a deep respect for nature. His wines are also tense and essential, faithful expressions of character.”

Christian Clerget, working with his wife Isabelle and daughter Justine, cultivates six hectares of vineyards in choice plots of the Cote de Nuits: at Chambolle-Musigny, Morey-Saint-Denis, Vosne-Romanée, Vougeot, as well as a parcel in the Grand Cru Echézeaux. Their aim is to produce the purest and most natural wine possible with a sincere respect for each individual climat in vineyards that range in age from 30 to 50 years. Those vineyards are maintained following organic principles inspired by simplicity and common sense: short pruning, green harvesting, thinning by hand, ploughing the soil and harvesting by hand. Grapes are picked at peak maturity and never beyond. Each bunch is selected in the vineyards and again on a sorting table at the winery.

Grapes are de-stemmed and fermented for 2-3 weeks in stainless steel vats, with daily cap punching and pumping-over operations and minimal intervention. The wine is matured in oak barrels for 18 months during which time malolactic fermentation takes place. Wines are bottled without fining or filtration.

Clerget produces a fine white Morey-Saint-Denis Les Crais, though the Domaine puts the emphasis on reds that are honest, pure and well-balanced, with long-lasting textures on the palate and excellent aging potential.

Now, I’m not the kind of guy who is able to cruise through grands crus (if I were, an early port of call would be the Clerget Echézeaux). Nor, for that matter, are premiers crus often in my range (if they were, I’d certainly point toward the Clerget Vougeot 1er Cru Les Petits Vougeots or Chambolle-Musigny 1er Cru Les Charmes).

No, but after long experience with Burgundy that includes at least occasional tastes of the grandest of the grand and the prime among premiers, I’ve come to focus on the best of the breed that simply carries the name of the village.

A fine example is the Clerget Chambolle-Musigny 2017 that derives from seven different parcels within the appellation. As I sniffed and sipped it over dinner last night, I kept thinking to myself: now that’s my kind of Burgundy, pure pleasure without the frills.

Podere Forte Ada Metodo Classico 2016

lunedì 22 giugno 2020 10:49:14 Europe/Rome

Podere Forte Ada Metodo Classico 2016

By Burton Anderson

Con un inchino reverenziale alla Francia e allo Champagne, non si può negare la sfavillante certezza che la terra preminente del vino frizzante sia l'Italia. Tutto è iniziato con i Romani, che hanno inventato tecniche di arresto della fermentazione per trattenere le bollicine immergendo il vino in recipienti di terracotta in acqua fredda di sorgente. Hanno persino inventato tappi di sughero per sigillare queste piccole anfore. Catone il Vecchio scrisse di una predilezione per il "vino schiumoso" nel III secolo a.C., un omaggio riecheggiato due secoli dopo da Virgilio, e solo dopo due millenni da Dom Perignon, quando assaporò le stelle nello Champagne.

Nel corso dei secoli, gli italiani hanno escogitato una sorprendente gamma di metodi - alcuni rustici, altri artigianali, altri high-tech- per far rifermentare il vino e farlo frizzare, spumeggiare, scintillare ed esplodere con spettacolari botti seguiti da festose piogge di bolle (pratica chiaramente anatema per gli appassionati di bollicine come i nostri lettori).

Eventualmente la mania per le bollicine si è diffusa in tutto il paese, dalle Alpi ai pendii vulcanici del sud e alle sue isole. Si pensi al Lambrusco,  ad Asti e al Prosecco, alla Franciacorta, a Trento e all'Alta Langa, all'Oltrepò Pavese e ai Colli Piacentini e a quei paradisi di effervescenza che proliferano lungo la spina dorsale dell'Appennino dal Piemonte alla Calabria.

Anche la Toscana, patriarcato dei rossi da Sangiovese, ha mostrato una ritrovata propensione per i vini spumantizzati. Tra i nuovi arrivati spicca Ada Metodo Classico di Podere Forte, quell'oasi di viticoltura visionaria nella Val d'Orcia dove Pasquale Forte continua ad inseguire i suoi sogni pragmatici.

La produzione di Ada, guidata dall'enologo residente Cristian Cattaneo, è di fattura artigianale: un blanc de noir ottenuto dalla meticolosa selezione di uve Sangiovese coltivate in vigneti a 440-480 metri di altitudine. Dopo un passaggio di 24 ore in cella frigorifera a 4° C, i grappoli interi vengono pigiati in modo soffice fino a quando il succo estratto ottiene una leggera sfumatura di colore. La fermentazione avviene in acciaio, così come l'affinamento sulle fecce. Successivamente il vino viene imbottigliato con i lieviti selezionati dell'azienda e posto in pupitres per la classica fermentazione in bottiglia per un minimo di 24 mesi, a cui segue la sboccatura e l'aggiunta della liqueur d'expedition, formula segreta di casa Forte, per poi essere finalmente sigillato con il tappo a fungo.

Il Metodo Classico Ada Millesimo 2016 è un blanc de noir di grande personalità, che mostra un persistente fluire di bollicine fini per un vino dalla struttura e dal portamento classici. Il colore è un giallo oro chiaro, al naso spiccano aromi di crosta di pane fresco, fiori primaverili e note agrumate che si ritrovano al palato per una beva piena, croccante e agile.

Ada potrebbe invitare al confronto con i metodo classici del nord Italia e anche aldilà delle Alpi. Questo esercizio lo lascio agli altri mentre assaporo con scintillante consapevolezza la rinascita enologica della Val d'Orcia.

ENGLISH

Podere Forte Ada Metodo Classico 2016

By Burton Anderson

With a reverential bow to France and Champagne, there is no denying the scintillating certitude that the preeminent land of bubbly wine is Italy. It all started with the Romans, who invented techniques for arresting fermentation to retain bubbles by submerging wine in earthenware vessels into cold well water. They even came up with cork tops to seal small amphorae. Cato the Elder wrote of a fondness for “foaming wine” in the third century BC, a tribute echoed two centuries later by Virgil—but only two millennia later by Dom Perignon, when he savored the stars in Champagne.

Over the centuries, Italians have come up with a dazzling array of methods—some rustic, some artisanal, some high-tech—to make wines bubble, fizz, foam, sparkle and erupt with breathtaking pops into showers of festive glee (a practice clearly anathema to sophisticated bubbly buffs like our readers).

Eventually, the craze for bollicine mushroomed all over the country, from the Alps to the volcanic slopes of the south and islands. Think of Lambrusco, Prosecco and Asti, of Franciacorta, Trento and Alta Langa, of Oltrepò Pavese and Colli Piacentini and of those havens of effervescence that proliferate along the periphery of the Apennines from Piedmont to Calabria.

Even Tuscany, that patriarchy of reds from Sangiovese, has shown a newfound knack for wines that sparkle. Prominent among the newcomers is the Ada Metodo Classico of Podere Forte, that oasis of visionary viticulture in the Val d’Orcia where Pasquale Forte continues to pursue his pragmatic dreams.

Ada production is headed by resident winemaker Cristian Cattaneo, handcrafting a blanc de noir from a  selection Sangiovese grapes grown in vineyards at 440 to 480 meters of altitude. The whole bunches, after a day in cold storage at 4° C, are soft crushed to the point where the juice can be extracted with a miminum of skin color. Fermentation takes place in steel, as does refinement on the lees. Then the wine is bottled with the winery’s select yeasts and placed in pupitres to undergo the classic method of fermentation in bottle for a minimum of 24months followed by degorgement and the addition of the winery’s secret formula liqueur d’expedition before being sealed with corks.

Metodo Classico Ada Millesimo 2016 is a blanc de noir of striking personality, showing a persistent flow of fine bubbles in a wine of classic texture and poise. The color is a light yellow gold, with aromas of fresh baked bread and springtime flowers and citric notes that carry over to the fresh, dry, full, yet agile flavor.

Ada might invite comparisons with classic method wines from northern Italy and even from the other side of the Alps. I’ll leave that to others while I savor the most scintillating certitude yet of the emerging wines of the Val d’Orcia.

 

 

Enio Ottaviani, la realtà di una visione felliniana

giovedì 18 giugno 2020 18:07:05 Europe/Rome

Enio Ottaviani, la realtà di una visione felliniana

By Burton Anderson

In tempi di orizzonti in espansione, i luoghi del vino sono sempre più dove si vorrebbe che fossero, e il ‘dove' è arrivato a includere posti prima improbabili come l'entroterra di quell’apoteosi delle località balneari di Rimini, che, se mi si vuole scusare il non sequitur, è anche il luogo di nascita di Federico Fellini.

Le dolci colline della Val Conca ospitano l'azienda Enio Ottaviani, gestita oggi dalla nuova generazione - Davide Lorenzi, Massimo Lorenzi, Marco Tonelli, Milena Tonelli - con l'intento dichiarato di "fare vino per gli amici".

 La proprietà conta 12 ettari di vigneti coltivati con varietà autoctone e internazionali, dove è stata costruita una cantina all'avanguardia che irradia modernità e funzionalità: "avevamo il sogno di creare un luogo che non fosse semplicemente una cantina, ma un ambiente dove poter contemplare il vino tramite un'esperienza sensoriale completa". Traguardi raggiunti con caparbietà e le idee chiare “Siamo giovani, siamo pop e la mattina ci svegliamo con il gas tirato a manetta. Siamo una squadra di amici, propulsori di una storia di famiglia, ma soprattutto siamo romagnoli, determinati nel voler abbattere i muri di indifferenza verso i vini della nostra regione”.

Massimo o ‘Macho’ responsabile delle vendite, ha visto cambiare pelle al mercato in un batter d'occhio: vini che fino a tre anni fa potevano essere recepiti come magri e pallidi, oggi sono apprezzati perché diretti e godibili. La chiave di volta, dice, sta nel non strafare rispettando la natura del rapporto tra terra, vite e uomo.

 Davide o ‘Dado’, responsabile della produzione, è l’uomo dell’orizzonte, tra mare Adriatico e il dosso collinare che contorna i campi vitati a cinquanta metri sul livello del mare. Il resto lo fa la luce, il passaggio delle nuvole, il sale che condisce e consuma. Se la Romagna è terra di estro e orizzonti, è anche luogo di una saggezza popolare che Ottaviani non ha voluto dimenticare. Così, oltre a ricercare le virtù di Riesling, Sauvignon Blanc, Chardonnay e Cabernet, il team ha messo al centro del progetto i vitigni autoctoni, soprattutto il Sangiovese, ma con un sorprendente revival del Pagadebit, un tempo adorato dai vignaioli in quanto vitigno prolifico che "pagava i debiti".

Le mie degustazioni dei vini Ottaviani fino ad oggi sono limitate a due etichette:

Il Caciara 2018, un Sangiovese Superiore di Romagna, mi ha colpito per la sua vigoria e per la sua  versatilità, quel tipo di rosso che invita a essere sorseggiato con i menu più variegati.

Strati 2019,  Romagna Pagadebit Dop, il cui nome fa riferimento alle stratificazioni di sabbia, argilla e limo dei vigneti, è un bianco di energia giovanile scandito da profumi di prati fioriti inondati dal sole dei cieli marini.

Fin qui tutto bene, ma cosa c'entra questa storia con Federico Fellini? Ebbene, il grande regista nei suoi film e nella sua vita sembrava incarnare lo spirito della Romagna. A sua detta: “l'unico vero realista è il visionario”, parole che mi sembra abbraccino lo spirito di Enio Ottaviani.

ENGLISH

Enio Ottaviani, the Reality of a Felliniesque Vision

By Burton Anderson

 In these days of expanding horizons, wine country is increasingly where you wish it to be, and the  “where” has come to include such previously improbable locations as the hinterland of that apotheosis of beach resorts Rimini—which, if you’ll excuse the non sequitur, is also the birthplace of Federico Fellini.

The gently rolling hills of the Val Conca accommodate the Enio Ottaviani winery, founded by four young people—Davide Lorenzi, Massimo Lorenzi, Marco Tonelli, Milena Tonelli—with the avowed purpose of “making wine for friends.” They established 12 hectares of vineyards planted with an array of native and international varieties and built an avant-garde winery that radiates modernity and functionality. As they describe it: “We had a dream to create a place that was not simply a wine cellar, but a setting where we could contemplate wine as a complete sensory experience.”

They’ve accomplished this with energy and purpose. “We’re young, we’re with it, we wake up in the morning going full throttle. We’re a team of friends, driven by the force of a family history, but above all we’re natives of Romagna, stubbornly intent on breaking down the barriers of indifference toward our region’s wines.”

Massimo or “Macho” is the sales manager, who has seen the market change in the blink of an eye, as wines that until recently were considered lithe and lightsome are now esteemed as bright and delightfully drinkable. As Macho puts it, “The key lies in not overdoing it while respecting the nature of the link between earth, vine and man.”

Davide or “Dado” oversees production as the man on the spot between the Adriatic and the sloping vineyards at 50 meters above sea level, where the wine, according to Dado, is the handiwork of sunlight, passing clouds and the salty sea air that seasons scents and flavors .

If Romagna is a land of impulse and innovation, it is also a place of popular wisdom that Ottaviani refuses to forget. So while evaluating the virtues of Riesling, Sauvignon Blanc, Chardonnay and Cabernet, the team put the focus fair and square on native varieties: above all Sangiovese but with a surprise revival of Pagadebit, once adored by vignaioli as a prolific variety that “paid off debts.”

My tastings of the Ottaviani wines to date have been limited to two:

Caciara 2018, a Romagna Sangiovese Superiore, struck me with its verve, vigor and potential versatility, the kind of red that invites you to sip it right through the most variegated of menus.

Strati 2019, a Romagna Pagadebit, whose name refers to the strata of sand, clay and silt of the vineyards, is a white of youthful energy marked by scents of flowering meadows awash in the sunlight of the seaside sky.

All well and good, you might say, but what does that have to do with Federico Fellini? Well, the great director in his films and his life seemed to embody the spirit of Romagna. One of his famous sayings was, “The only true realist is the visionary,” and that seems to me to embody the spirit of Enio Ottaviani.

 

Heres WEB

lunedì 15 giugno 2020 16:03:56 Europe/Rome

Heres nasce come impresa per fornire servizi nel settore vino che includono la distribuzione di marchi di alta fascia e di realtà emergenti, oltre alla consulenza commerciale e marketing per aziende di produzione.

Dal 1997, anno in cui è nata la prima agenzia regionale, il cammino professionale di Cesare Turini, fondatore e amministratore unico di Heres, è stato condiviso con molti nomi del firmamento enologico italiano ed estero, tra questi si ricordano Mario Schiopetto, Sergio Manetti e Gianfranco Soldera. In un ventennio sono state attraversate ere di mercato e mutamenti di gusti fino ad arrivare al presente, quando in un giorno di marzo 2020, è stata dichiarata una pandemia mondiale.

 La viticoltura, parola che contiene un doppio significato, è l'antitesi della distruzione e simbolo di eredità, con questa spinta vitale Heres ha svoltato nuovamente verso il futuro. A partire da un progetto web che verrà presentato in più tappe, a cominciare dal 15 giugno 2020.

Da oggi il sito www.heres.it si apre agli operatori del settore Horeca. Siamo lieti di invitare i nostri clienti presenti e futuri a visitare il portale dedicato https://www.e-heres.com/ho/ dove potranno consultare il nostro catalogo e listino online dopo aver effettuato l'accesso.

Inizia per noi un percorso da lungo desiderato e che come tutti i progetti nuovi, ha bisogno di voi e dei nostri agenti per essere collaudato, migliorato e affinato. Verso un futuro che possiamo creare curando insieme il presente.

Buona navigazione!

I Riesling divini di Willi Schaefer

giovedì 11 giugno 2020 10:59:15 Europe/Rome

Nella foto: Christoph e Andrea Schaefer

I Riesling divini di Willi Schaefer

By Burton Anderson

Poiché il soggetto è il Riesling della squadra-tutta-famiglia di Willi Schaefer, abbiamo pensato che il modo migliore per affrontarlo sarebbe stato quello di convocare un’altra squadra composta da Burton e i ‘ragazzi’ di Heres. 

Willi e il figlio Christoph gestiscono Weingut Willi Schaefer, una piccolissima azienda vinicola nel villaggio di Graach an der Mosel dove, da soli quattro ettari di vigneti in pendenze quasi verticali, producono una celestiale gamma di vini, tutti Riesling, che includono Feinherb, Trocken, Kabinett alle versioni superiori da singolo vigneto di Wehlener Sonnenuhr, Graacher Domprobst e Graacher Himmelreich.

Per motivi di lucidità - con riferimento sia alla chiarezza che alla sobrietà - abbiamo deciso di concentrarci su due Riesling d'annata recente e di dividerci il compito nell’assaggiarli.

 

Willi Schaefer Graacher Himmelreich Riesling Kabinett 2017 

Note tecniche (parafrasando Christoph). Prima della vendemmia assaggiamo l'uva in ogni appezzamento fino a quando non siamo convinti che sia pronta. Se ha un buon sapore, anche il vino avrà un buon sapore. La fermentazione avviene con lieviti naturali in acciaio prima che il vino passi in vecchie botti Fuder da 1.000 litri per circa 8 mesi di maturazione. Durante la vinificazione assaggiamo spesso per trovare l'equilibrio perfetto tra dolcezza, acidità e struttura. Ci fidiamo più delle nostre sensazioni che dei valori analitici.

Note di degustazione (approssimative, nessuno è perfetto). Colore: immaginatevi oro liquido. Aroma: pensiamo al miele, al tiglio, alla frutta tropicale, alla menta e a gustose spezie e poi, siamo realistici, prendiamone un bel sorso. Sapore: paradisiaco. Cos'altro volete?

Abbinamenti: se proprio insistete, anche se questo Kabinett è semplicemente divino da solo prima, dopo e/o tra un pasto e l'altro. Altrimenti provatelo con foie gras o Roquefort, Stilton, Gorgonzola piccante o, se è la stagione, Weihnachtsstollen o Stollen (un dolce natalizio simile al nostro panettone).

P.S. Non fatevi ingannare dal tappo a vite, che, contrariamente ai canoni della tradizionale annusata al sughero, è il sigillo ideale per tenere il paradiso in una bottiglia.

Burton

 

Willi Schaefer Graacher Riesling Feinherb 2018 

Ci sono dei vini che per affinità elettive hanno fatto parte più di altri della nostra quarantena. Forse perché ci hanno permesso di non perdere il senso del viaggio in un periodo di frontiere chiuse, e di raggiungere attraverso il bicchiere luoghi di bellezza immaginaria.

Già dalle striature verde-oro lasciate nel bicchiere dopo il passaggio del Feinherb 2018, ci si trova a bramare il finale. Quello del vino, che non è mai the end, neanche quando finisce la bottiglia.

Christoph e Andrea Schaefer sono nostri amici, ci piace la sensibilità trasmessa da padre a figlio e da paesaggio a cantina, il calore umano che trapela nei loro gesti. E se le nostre papille concordano unanimemente che i loro vini sono buoni da morire, le nostre percezioni e descrizioni sensoriali svelano un coro eterogeneo di voci libere.

Pescando dal mazzo, le impressioni sul Graacher Riesling Feinherb, qui riportate in forma anonima, vanno da "una freccia scagliata nel cielo, nel vuoto, che entra in bocca come un lampo, ma sul finale ha una dolcezza che appagherebbe l'anima di un lottatore di sumo”. E poi “...di tempra gentile. In armonia grazie ai profumi di primavera (le primule) e bucce in pre-fermentazione. Con un finale, veramente lungo, che ti stupisce perché è secco.

 Il bello del vino. Una sonata di Chopin eseguita da Maurizio Pollini la puoi ascoltare infinite volte e ti sembrerà sempre diversa.

Heres 

 

 ENGLISH

The Divine Rieslings of Willi Schaefer

By Burton Anderson

Since the subject is the Rieslings of the all-family team of Willi Schaefer, we figured the best way to approach it would be to summon the team of Burton and the Heres bunch.

Willi and son Christoph run Weingut Willi Schaefer, a teeny-weeny winery at the village of Graach an der Mosel where, from a mere four hectares of almost perpendicular vineyards they produce a heavenly array of wines, all Rieslings, ranging through types of Feinherb, Trocken, Kabinett and single vineyard versions of Wehlener Sonnenuhr, Graacher Domprobst and Graacher Himmelreich.

For the sake of lucidity—referring to both clarity and sobriety—we decided to focus on two recent vintage Rieslings and split the task of tasting them.

 

Willi Schaefer Graacher Himmelreich Riesling Kabinett 2017 

Technical notes (paraphrasing Christoph). Before the harvest we sample grapes in each plot until we’re convinced they’re ready. If they taste good, the wine will taste good. Fermentation takes place with natural yeasts in stainless steel before the wine matures for about 8 months in old 1,000-liter Fuder casks. During vinification, we sample often to see when the balance between sweetness and acidity and the structure are perfect. Here we trust our feelings more than numerical values.

Tasting notes (approximate, nobody’s perfect). Color: picture liquid gold. Aroma: think of honey, lime, tropical fruit, mint and yummy spices and then get real and take a sip. Flavor: heavenly, what more do you need?

Food matches: if you insist, though it’s simply divine on its own before, after and/or between meals. Otherwise  try it with foie gras or Roquefort, Stilton, Gorgonzola piccante or, if it’s the season, Weihnachtsstollen.

P.S. Don’t be duped by the screw cap, which, contrary to the tenets of the sniffy old cork tradition, is the ideal seal for holding heaven in a bottle.

 

Willi Schaefer Graacher Riesling Feinherb 2018

There are some wines that for elective affinities have been more part of our quarantine than others. Perhaps because they’ve allowed us to retain a sense of travel in a period of closed borders, and to reach through a glass a destination of imaginary beauty. The green-gold streaks left by the passage of Feinherb 2018 in the glass, leaves one yearning for the finale - though with wines like this there is no end, not even when the bottle is finished. Christoph and Andrea Schaefer, husband and wife, are also friends of ours. We admire the sensibility transmitted from father to son and from vineyard to cellar, the human warmth that animates their gestures. And if our taste buds unanimously agree that their wines are celestial, our perceptions and tasting notes reveal a heterogeneous chorus of free voices. Our impressions of the Graacher Riesling Feinherb, reported here anonymously, range from “an arrow shot into the sky, into the void, which enters the mouth like a flash of lightning, but on the finish has a sweetness that would appease the soul of a sumo wrestler;” to “...of gentle temperament, harmious thanks to the scents of spring (primrose) and pre-fermentation grape skins. With a truly long finish that surprises you because it’s dry.

 The beauty of wine is like a Chopin sonata performed by Maurizio Pollini: you can listen to it countless times and it will always seem different.”

Heres

 

Château Sainte-Marguerite: l’essenza della Provenza

lunedì 8 giugno 2020 10:30:13 Europe/Rome

Château Sainte-Marguerite: l’essenza della Provenza

By Burton Anderson

Quando ho vissuto in Francia molti anni fa - per essere precisi, all'inizio degli anni '70 - ricordo di essere andato in alcuni ristoranti con amici e di aver ordinato il solo da ciò che ritenevamo più adatto ai cibi, ma anche da cosa potevamo permetterci, anche se a volte ci siamo un po' lasciati andare per certi cru di Champagne, Borgogna e Bordeaux.

Mentre ci gustavamo il pasto, ogni tanto mi guardavo intorno per vedere cosa bevevano gli altri ospiti, e giuro che per ogni tavolo che aveva più di una bottiglia - di solito un bianco e un rosso - ce n'era un'altra che sfoggiava un’esile bottiglia chiara con qualcosa di rosa all'interno.

Una volta ho chiesto al sommelier di un locale a due stelle cosa fosse esattamente quella ‘cosa rosa’. Con lo sguardo all’insù e un'esasperata scrollata di spalle mi rispose: un petit rosé de Provence.

Mon Dieu, mormorai, vuoi dire che con tutto questo cibo meraviglioso c’è gente che affronta il pasto con un solitario petit rosé? Oui, rispose con un ghigno gallico, et il est vraiment petit.

Da allora ho imparato ad amare i rosé - beh, certi rosé - e ho anche imparato che spesso i più buoni provengono da—mai oui— la Provence.

Quello che ha accompagnato la nostra cena di ieri sera è stato senza dubbio uno dei migliori: Château Sainte Marguerite Cuvée Symphonie Récolte 2019 Cru Classé Côte de Provence Protégée.

Sorseggiarlo e annusarlo, nel mentre sgranocchiare olive, pomodorini, noci salate e formaggi caprini, ammirando l'etichetta minimalista che raffigura due palme che fiancheggiano una maison in stile mediterraneo, ci ha riportato alla mente ricordi di brevi ma illuminanti soggiorni nel sud della Francia. E giuro che, se mai avrò la possibilità di tornare, andrò dritto a Château Sainte Marguerite.

Per l’appunto, mia figlia Gaia ci è già stata, e siccome è più poetica di me, lascio spazio al suo racconto: La Londe-les-Maures trasuda mediterraneità a partire dai colori dei paesaggi e i profumi nell’aria. Con Tolone e Saint-Tropez ai fianchi, il massiccio des Maures alle spalle e di fronte l’azzurro del Mar Mediterraneo che fa pendant con il cielo, si trova la proprietà della famiglia Fayard.

 

Brigitte e Jean-Pierre Fayard si sono innamorati di Château Sainte Marguerite nel 1977 e da allora, col passare degli anni, è diventato un affare di famiglia, con i tre figli e relativi coniugi a portare avanti le varie mansioni. Gli aromi e le tonalità di verde della vegetazione fanno da cornice a dolci distese di vigne che si poggiano su suoli poco profondi di argille fini, scisti e filladi ricche di quarzo. Se non ci fossero i cespugli di Ibiscus, gli olivi e le palme a frenare i filari, si potrebbe immaginare che i vigneti appartengono tanto al mare quanto alla terra. In un luogo idilliaco il vino più ambito non poteva che essere rosa. Il Cuvée Château Rosé viaggia in una bottiglia trasparente come l’aria, il suo liquido irradiato dalla luce riprende i riflessi del terreno rossastro dalle nuance pastello. Il tocco di blush è dato da una piccolissima percentuale di Syrah, che gli dona anche un po’ di curve, il resto lo fanno Cinsault e Grenache, freschezza e grip. Da queste parti -parlando come se fossimo lì - è un vino da tutto pasto in stile Méditerranée: sole, mare e un tramonto riflesso nel bicchiere.

Forse un giorno imparerò a scrivere così, ma intanto l’augurio migliore che mi viene in mente è: a votre santé.

 

ENGLISH

Château Sainte-Marguerite: The Essence of Provence

By Burton Anderson

When I lived in France many years ago—the early 1970s to be precise—I recall going to certain restaurants with friends and ordering menus with a wine selected for each course. Our choices depended not only on what we thought best matched the foods but what we could afford, though we sometimes stretched a bit when approaching certain crus of Champagne, Burgundy and Bordeaux.

As we gourmandized our way through the meal, I’d occasionally look around to see what fellow guests were drinking, and I swear that for every table that had more than one bottle on it—usually a white and a red—there was another wielding a slender clear bottle with something pink inside.

Once I asked the sommelier of a two-star establishment what exactly that pink stuff was. He glanced skyward with an exasperated shrug and replied: Un petit rosé de Provence.

Mon Dieu, I muttered, you mean with all this wonderful food people nurse their way through a meal with a lone rosé. Oui, he replied with an apropos Gallic sneer, et il est vraiment petit.

Since then I’ve learned to love rosés—well, certain rosés—and I’ve also learned that as a rule a number of the very finest rosés come from—mai oui—Provence. The one that exalted our meal last evening was beyond doubt one of the finest: Château Sainte Marguerite Cuvée Symphonie Récolte 2019 Cru Classé Côte de Provence Protégée.

Sipping and sniffing it and nibbling on olives and cherry tomatoes and salted nuts and zesty goat cheeses, while admiring the minimalistic label depicting two palms flanking a Mediterranean style maison, brought back memories of brief but enlightening sojourns in the south of France. And I swear, if I ever have the chance to return, I’ll head straight for Château Sainte Marguerite.

As it turns out, my daughter Gaia has already been there and since she’s more poetic than me, I’ll let her rhapsodize over it:La Londe-les-Maures exudes the Mediterranean in the colors of the landscapes and the scents in the air. With Toulon and Saint-Tropez at its sides, the Massif des Maures at its shoulders and before it a sea whose blues are one with the sky.

This is the property of the Fayard family. Brigitte and Jean-Pierre Fayard fell in love with Château Sainte Marguerite in 1977 and since then, with the passing of generations and fates, it has become a family affair, with three children and their spouses carrying out the various devoirs.

The green-scented tones of the vegetation frame the gentle expanses of vineyards that rest on shallow soils of fine clays, schist and phyllites rich in quartz. Were it not for the stands of hibiscus, olive trees and palms to punctuate the rows of vines, one might imagine that the vineyards belong as much to the sea as to the earth.

In such an idyllic setting the most coveted wine could only be pink. The Cuvée Château Rosé illuminates  a bottle as transparent as air, its liquid irradiated by the light that reflects the ruddy pastels of the soil. A hint of blush is lent by a very small dose of Syrah, which also contributes some curves, and the rest is the milieu of Cinsault and Grenache, freshness and grip. Around here—imagining ourselves there—it’s a wine for all seasons and any meal: sky and sea and a Mediterranean sunset reflected in a glass.

Maybe someday I’ll learn to write like that, but in the meantime about the best I can come up with is: a votre santé.

Sergio Marani Òppano: le virtù nascoste del Verdicchio

giovedì 4 giugno 2020 13:00:16 Europe/Rome

Sergio Marani Òppano: le virtù nascoste del Verdicchio

By Burton Anderson 

Molti conoscitori concordano sul fatto che il Verdicchio sia tra i migliori vitigni bianchi d'Italia, anche se non si direbbe dalla reputazione del vino, spesso imbottigliato in un’anfora kitsch di vetro verde che ha contribuito a dare un’immagine riduttiva di bianco economico e spensierato.

Per i consumatori il profilo basso può essere un vantaggio poiché i prezzi del Verdicchio sono quasi sempre inferiori rispetto al valore intrinseco del vino. Ma essere a buon mercato è anche controproducente, visto che ancora pochi appassionati sono consapevoli che dalle dolci distese verdi delle Marche provengono dei Verdicchio che potrebbero stare in batteria con l'elite del bianco italiano, ma a prezzi che vanno dalla metà a un quarto di alcuni vini di paragonabile levatura dell'Alto Adige o del Friuli.

A questo punto vi chiederete: dove si trovano questi tesori? Beh, potrei indirizzarvi verso una dozzina o più aziende nella vasta zona dei Castelli di Jesi, sulle colline che si affacciano sull'Adriatico, ma sarei ancora più propenso a orientarvi verso Matelica, un'enclave nascosta nell'Appennino, e nello specifico verso un gioiello di tenuta di proprietà di Sergio Marani.

In un numero precedente della newsletter Heres, ho descritto il lavoro di Sergio Marani e dei figli Luca e Matteo, e i quattro vini che producono da otto ettari di vigneto in una località chiamata Vocabolo San Nicola. Nello specifico sono tre tipi di Verdicchio di Matelica DOC, uno chiamato Sergio Marani e i cru di Sannicola e Òppano, e un Trebbiano in purezza da viti di 30-40 anni. Alla vendemmia, effettuata manualmente e nel minor tempo possibile, segue la vinificazione in acciaio inox e la maturazione in vecchie botti, che nel tempo hanno acquisito uno strato di tartrati, fattore che favorisce le potenzialità di invecchiamento dei vini.

La mia degustazione di Òppano 2018 ha rivelato un vino di insolita profondità con la classe, la statura e la complessità per reggere almeno un decennio. La famiglia Marani fa notare che il vigneto, esposto a nord-ovest, ha una posizione fresca che determina una maturazione tardiva e una gamma di profumi di fiori selvatici ed erbe aromatiche, anice e lavanda, mentre le pronunciate note saline e minerali al palato sembrano riflettere il fatto che i vigneti sono piantati su terreni fortemente calcarei, che milioni di anni fa si trovavano sul fondo di un lago salato.

Òppano ha la stoffa per essere sorseggiato in solitaria contemplazione, ma alla famiglia Marani piace consumarlo a tavola, suggerendo due piatti in abbinamento. Il primo è una super frittata con tante uova fresche di fattoria arricchita con ingredienti a fantasia. L'altra è una classica specialità marchigiana: i vincisgrassi, ovvero le mitiche lasagne della provincia di Macerata, condite con un sugo di frattaglie di pollo, funghi, cervella di vitello e animelle, prosciutto, besciamella, parmigiano e, in stagione, tartufi, preferibilmente bianchi. Gli ingredienti per i svincisgrassi variano - alcuni li preparano anche con i frutti di mare - ma il punto è che Òppano ha gli attributi per essere abbinato anche ai piatti più opulenti.

Un’annotazione finale. I tappi a vite utilizzati sulle bottiglie di Marani non devono in alcun modo essere interpretati come segno di minore qualità o potenziale di invecchiamento rispetto ai vini imbottigliati con i tradizionali tappi di sughero. Dopo una lunga esperienza con bottiglie sigillate in vario modo, sono sempre più convinto che il tappo a vite offra vantaggi distintivi nel mantenere l'essenza e l'integrità originale dei vini, in particolare dei bianchi.

 ENGLISH

Sergio Marani Òppano: the hidden virtues of Verdicchio

By Burton Anderson

Many cognoscenti agree that Verdicchio ranks among Italy’s best white wine varieties, though you’d hardly know it from the wine’s reputation, chronically bottled up by an image as a cheap and cheerful white in a kitchy green glass amphora.

For consumers there are advantages to that low profile in that prices of Verdicchio are almost invariably inferior to the intrinsic value of the wine. But being a bargain has disadvantages too, in that few wine buffs are aware that from the rolling green expanses of the Marche come bottles of Verdicchio that could stand proudly with the nation’s elite of vino bianco, but at prices that range from a half to a quarter of something equivalent from Alto Adige or Friuli.

So, you might ask, where does one find these treasures? Well, I could direct you to a dozen or more addresses in the vast Castelli di Jesi zone in the hills overlooking the Adriatic, but I might be more inclined to point you toward Matelica, a hidden enclave in the Apennines, and specifically to a jewel of an estate owned by Sergio Marani.

In a previous issue of the Heres newsletter, I described  the work of Sergio Marani and sons Luca and Matteo and the four wines they produce from eight hectares of vines at a place called Vocabolo San Nicola. There are three types of Verdicchio di Matelica DOC, one called Sergio Marani and the crus of Sannicola and Òppano, plus Il Trebbiano, a pure Trebbiano from vines that are 30 to 40 years old. The harvest, carried out manually and in the shortest possible time, is followed by vinfication in stainless steel and maturation in old barrels, which over time have acquired a layer of tartrates, a factor that favors the aging potential of the wines.

My tasting of Òppano 2018 revealed a wine of unusual depth with the class to gain in stature and complexity for at least a decade. The Marani family points out that the vineyard, facing northwest, has a cool exposure that results in late ripening and accounts for scents of wild flowers and herbs, anise and lavender, while the pronounced saline and mineral notes on the palate seem to reflect the fact that the vineyards are planted on strongly calcareous soils that millions of years ago were at the bottom of a salt lake.

Òppano has the stuff to sip contemplatively on its own, but the Marani family likes to match it with food, suggesting two dishes to go with it. One is a super frittata with lots of farm fresh eggs and whatever else meets your fancy. The other is a great speciality of the Marche: vincisgrassi, legendary lasagne of the province of Macerata, layered with a sauce of chicken giblets, mushrooms, veal brains and sweetbreads, ham, bechamel, Parmigiano and, in season, truffles—preferably white. The ingredients for svincisgrassi vary—some even make it with seafood—but the point is that Òppano has the attributes to match even the most opulent dishes.

A reminder. The screw caps used on bottles of Marani wines should by no means be taken to indicate that they are of lesser quality or aging potential than wines bottled with conventional corks. After long experience with bottles sealed with various types of tops, I’ve become increasingly convinced that screw caps offer distinct advantages in maintaining the original essence and integrity of wines, whites in particular.

De Stefani: fare naturalmente

lunedì 1 giugno 2020 12:04:39 Europe/Rome

De Stefani: fare naturalmente

By Burton Anderson

In quest’epoca dove la critica del vino viene dominata da promotori di lodi espresse in floridi superlativi e classificazioni da 90 punti e oltre, è come una boccata d’aria fresca incontrare un’azienda vinicola familiare e i suoi vini e poterli riassumere in una parola: genuini. Ora mi rendo conto che nessun rispettabile drago del “winespeak” , come lo definisco io, descriverebbe un vino come genuino. Troppo banale?  Troppo terra-terra?  O forse troppo schietto?

Comunque sia, mi limiterò a ‘genuini’ per descrivere la famiglia De Stefani e la sua straordinaria gamma di vini, provenienti principalmente dalla tenuta Colvendrame di Refrontolo, un villaggio nell'incantevole paesaggio collinare tra Conegliano e Valdobbiadene, a nord di Venezia.

Le origini della famiglia a Refrontolo risalgono a un documento ufficiale del 1624, anche se la tenuta fu fondata alla fine dell'Ottocento da Valeriano De Stefani, che si rese conto che i terreni di Colvendrame erano ideali per esprimere vini di autentica personalità. Suo figlio Valeriano e il nipote Tiziano introdussero metodi di vinificazione innovativi, mettendo in primo piano i vigneti impiantati su terreni di "caranto", un mix di limo, argilla bianca e minerali da roccia dolomitica.

Oggi Alessandro De Stefani, la quarta generazione, con a fianco la moglie Chiara produce vini seguendo una filosofia naturale che nasce da vecchie vigne impiantate ad altissima densità, prevalentemente di varietà autoctone, a partire dalla Glera, l’essenza del Prosecco. I vigneti sono coltivati senza l'uso di pesticidi, diserbanti o insetticidi e i processi di vinificazione sono effettuati con lieviti indigeni senza l'aggiunta di solfiti o conservanti. La cantina è autonoma dal punto di vista energetico, producendo la propria energia elettrica da una serie di 418 pannelli solari.

De Stefani possiede altre due tenute nella valle del Piave e a Fossalta, vicino all'Adriatico, che danno vita a un’ampia gamma di vini, tra cui rossi di varietà autoctone come Raboso e Refosco, anche se il suo rosso portabandiera, chiamato Stèfen 1624, proviene da Marzemino coltivato in un vigneto speciale a Colvendrame.Da una superficie totale di 60 ettari, De Stefani produce circa 400.000 bottiglie all'anno. Tra queste cinque tipologie di Prosecco, guidate da Rive di Refrontolo Valdobbiadene Superiore DOCG Brut Nature e Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut. Ma la linea si estende includendo bianchi fermi, rosé e una serie di rossi tutti riconducibili all’espressione genuini: cioè puri e naturali, ricchi di profumi e sapori, salutari e rinvigorenti e, soprattutto, piacevoli da bere.

A proposito, in caso di dubbio, i vini di De Stefani hanno ottenuto un numero impressionante di punteggi oltre 90. Ma non dite a nessuno che ve l'ho detto.

ENGLISH

De Stefani: Doing what comes naturally

By Burton Anderson

In these days of wine literature dominated by purveyors of hype expressed in florid superlatives, and 90-plus ratings, it’s like  a breath of fresh air to encounter a family winery and its wines  and sum them up in a word: wholesome. Now I realize that no self-respecting wizard of what I call “winespeak” would ever describe e a wine as wholesome. Too mundane?  Too down to earth?  Or, well, maybe just too honest?

Whatever, I’ll stick with wholesome in describing the De Stefani family and its extraordinary range of wines, primarily from the Colvendrame estate at Refrontolo, a village in the enchanting hills between Conegliano and Valdobbiadene north of Venice.

The family traces its origins at Refrontolo to an official document of 1624, though the estate was founded in the late nineteenth century by Valeriano De Stefani, who realized that the terrain of Colvendrame had ideal soils for wines of authentic personality. His son Valeriano and grandson Tiziano introduced innovative winemaking methods while putting prime emphasis on

vineyards planted in soils of “caranto,” a mix of silt, white clay and minerals from Dolomitian rock.

Today Alessandro De Stefani, of the fourth generation,works with his wife Chiara in producing wines following a natural philosophy from old and very high density vines, predominantly of native varieties led by Glera, the source of Prosecco. Vineyards are maintained without the use of pesticides, herbicides or insecticides and winemaking processes are carried out using indigenous yeasts without the addition of sulfites or preservatives. The estate is autonomous in terms of energy, producing its own electricity from a series of 418 solar panels.

De Stefani has two other estates in the Piave valley and at Fossalta near the Adriatic, for a range of wines, including reds from such native varieties as Raboso, Refosco and Marzemino, though its “flaghsip” red called Stèfen 1624 comes from Marzemino grown  in a special vineyard at Colvendrame.

From a total of 60 hectares, De Stefani produces about 400,000 bottles a year. These include five types of Prosecco, led by Rive di Refrontolo Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut Nature and Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut. But the line extends through still whites, rosé and an array 

of reds that all qualify as wholesome: that is, pure and natural and full of scents and flavors, healthful and invigorating and, above all, a pleasure to drink.

Oh, by the way, in case you doubted it, the wines of De Stefani have garnered an impressive number of 90-plus ratings. But don’t tell anybody I told you so.

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