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Verdicchio di Matelica: un grande vino per tutte le tasche

lunedì 12 aprile 2021 17:03:40 Europe/Rome

Verdicchio di Matelica: un grande vino per tutte le tasche

By Burton Anderson

Nella mia lunga carriera di scrittore mi sono spesso trovato a difendere ostinatamente gli sfavoriti. Il primo esempio è stato il mio libro Vino, pubblicato nel 1980, in cui l’escluso era niente meno che il vino italiano. A quel tempo, salvo rare eccezioni, il vino italiano non era esattamente ammirato in tutto il mondo per la sua qualità. I suoi principali detrattori erano influenti critici britannici, i quali, come notai più tardi, sembravano solleticati dal fatto che uno Yankee alle prime armi avrebbe dedicato un intero libro a un paese noto principalmente per il Lambrusco amabile e il modesto e allegro Chianti nel fiasco.

Ora, lungi da me narrare l'ascesa del vino italiano dallo status di seconda classe alle alte sfere della qualità e del prestigio. Né intendo sbandierare il mio legittimo piacere nel ricordare ai dubbiosi "ve l'avevo detto". Il fatto è che nel corso degli anni ho sostenuto così tanti vini e vitigni italiani oggi riconosciuti ma che un tempo erano visti come gli ultimi della classe - o cause perse, cavalli perdenti, rinnegati, meno di zero, senza speranza e via dicendo - che ho perso il conto.

La rimonta di ognuno di questi vini e vitigni merita una storia a sé, ma nel ponderare la lista dei candidati, il mio impulso mi ha spinto a cominciare con il Verdicchio e Le Marche.

Leggenda narra che Alarico il Visigoto caricò i muli con barili di Verdicchio della zona di Ancona per aizzare le sue truppe mentre saccheggiavano Roma nel quinto secolo, ma testimonianze attendibili suggeriscono che il vitigno ha avuto origine nel Veneto ed è stato portato nelle Marche dai Veneziani nel quindicesimo secolo. Comunque sia, il Verdicchio è sempre stato associato principalmente, anzi quasi esclusivamente, alle Marche, dove è classificato come DOC nella zona dei Castelli di Jesi (nelle vaste colline a ovest di Ancona) e di Matelica (un'enclave più accogliente sugli Appennini).

A lungo apprezzato come vino locale, il Verdicchio ha avuto un impatto internazionale negli anni '50 quando i produttori introdussero la bottiglia ad anfora verde ispirata agli antichi vasi greci per il vino. Quell'accattivante contenitore divenne un punto fermo nei ristoranti italiani ovunque, e anche se il Verdicchio non era sempre memorabile, quelle bottiglie erano difficili da dimenticare.

La mia iniziazione al Verdicchio avvenne negli anni '60 nelle trattorie di pesce di Roma, dove la mia intuizione da dilettante nutriva una preferenza per il bianco vibrante e verdolino delle Marche ai nettari dorati e ambrati dei Castelli Romani. Col tempo, nei miei viaggi e nelle degustazioni, mi sono convinto che il Verdicchio aveva la qualità innata per surclassare altri bianchi italiani più popolari.

Ma il vero risveglio è avvento nel 1988 circa, quando m’imbattei in un Verdicchio di Matelica 1982 dei Fratelli Bisci. Quel vino combinava profondità e intricate sfumature nel bouquet e nel sapore con una consistenza opulenta che mi ricordava certi vantati cru della Borgogna.

L'anfora persiste, ma i principali produttori hanno da tempo messo il loro fedele Verdicchio in bottiglie autorevoli. Gradualmente il Verdicchio è cresciuto in statura e prestigio traducendosi in vini che mostrano somiglianze in aroma, peso, consistenza e longevità a certe varietà – pensate allo Chardonnay, al Riesling, al Fiano, al Pinot Bianco – spesso descritte come grandi.

Oggi non sono più un fan solitario. Ian d'Agata, per esempio, nel suo libro Native Wine Grapes of Italy, scrive del Verdicchio "possibilmente il più grande vitigno bianco italiano".

Il più arguto dei critici di vino americani, Eric Asimov del New York Times, ha riferito su una degustazione comparativa di Verdicchio di Matelica: "Concludo dicendo che questi sono grandi vini. Ognuno di loro ha adempito straordinariamente bene al proprio compito, soddisfacendo il desiderio di freschezza, offrendo energia e consistenza coinvolgenti così come un po' di complessità se si sceglie di cercarla".

Tutto questo mi fa venire in mente l'azienda Sergio Marani, i cui tre tipi di Verdicchio di Matelica, comprese le selezioni Sannicola e Òppano, sono proposti da Heres. Il mio apprezzamento per i loro vini è stato espresso in articoli precedenti, quindi non ripeterò i dettagli, se non per dire che, sì, davvero, questi sono grandi vini e per giunta per tutte le tasche.

 ENGLISH

Verdicchio di Matelica: Great wines priced for every day

In my long career as a writer I’ve often found myself stubbornly advocating underdogs. The prime example came with my book Vino, published in 1980, in which the underdog was nothing less than Italian wine itself. At that time, with rare exceptions, vino italiano was not exactly admired around the world for quality. Its chief detractors were influential British critics, who, as I noted later, seemed tickled pink that an upstart Yank would dedicate an entire book to a country noted mainly for sweet Lambrusco and cheap and cheerful Chianti in fiasco.

Well, there’s hardly any need to recount the ascent of Italian wine from second-class status to the upper echelons of quality and prestige. Nor do I intend to flaunt my rightful delight in reminding doubters “I told you so.” For the fact is that over the years I’ve advocated so many Italian wines and grape varieties that are now esteemed but were once considered underdogs—or long-shots or dark horses or outsiders or sleepers or hopeless also-rans—that I’ve lost count.

Each of these comeback wines or vines merits a memoir of its own, though as I pondered the list of candidates contemplating where I might begin, my impulses kept pointing me to Verdicchio and the Marche.

Legends persist about Alaric the Visigoth loading mules with barrels of Verdicchio from the Ancona area to inspire his troops as they sacked Rome in the fifth century, but evidence suggests that the vine originated in the Veneto and was brought to the Marche by Venetians in the fifteenth century. Whatever the case, Verdicchio has always been associated primarily, indeed almost exclusively, with the Marche, where it is classified as DOC in the Castelli di Jesi zone (in the vast rolling hills west of Ancona) and Matelica (a cozier enclave in the Apennines).

Long appreciated as a local wine, Verdicchio made an international impact in the 1950s when producers introduced the green amphora bottle inspired by ancient Greek wine vases. That eye-catching container became a fixture in Italian restaurants everywhere, and even if the Verdicchio wasn’t always memorable, those bottles were hard to forget.

My initiation to Verdicchio came in the 1960s in the seafood trattorie of Rome, where my dilettante’s intuition nurtured a preference for the brisk, green-tinted white from the Marche to the golden to amber nectars of the Castelli Romani. Over time in my travels and tastings, I became convinced that Verdicchio had the innate quality to outclass other popular Italian whites.

But my eyes weren’t really opened until around 1988 when I came across a Verdicchio di Matelica 1982 from Fratelli Bisci. That wine combined depth and intricate shadings of bouquet and flavor with an opulent texture that reminded me of certain vaunted crus of Burgundy.

The amphora persists, but leading producers have long since been putting their serious Verdicchio into serious bottles. Gradually Verdicchio has grown in stature and prestige in wines that show similarities in aroma, weight, texture and longevity to certain varieties—think Chardonnay, Riesling, Fiano, Pinot Blanc—regularly described as great.

I’m no longer alone in my admiration. For example, Ian d’Agata in his book Native Wine Grapes of Italy, refers to Verdicchio as “arguably Italy’s greatest white grape variety.”

The most astute of America’s wine critics, Eric Asimov of the New York Times, reported on a comparative tasting of Verdicchio di Matelica: “I have to conclude that these are great wines. They each did their jobs extraordinarily well, fulfilling the imperative of refreshment, offering energy and intriguing texture as well as a bit of complexity if you choose to look for it.”

All of this brings to mind the Sergio Marani winery, whose three types of Verdicchio di Matelica, including the single vineyard Sannicola and Òppano, are carried by Heres. My appreciation of the wines has been expressed in previous articles, so I won’t repeat the details, except to say that, yes, indeed, these are great wines and the wonder of it is that they’re priced for every day.

Confessioni di un bevitore nascosto di Lambrusco (rivisitato)

lunedì 5 aprile 2021 13:10:16 Europe/Rome

 

 

Confessioni di un bevitore nascosto di Lambrusco (rivisitato)

by Burton Anderson

 Nel 1987, ho scritto un articolo sul Lambrusco per la rivista americana Quarterly Review of Wines. A quel tempo il Lambrusco era il vino importato più venduto negli Stati Uniti, anche se era noto come "Coca-Cola italiana" perché era frizzante e dolce e adorato dai bevitori indiscriminati di vino americani perché era "nice on ice".

Nel corso della sua lunga storia, il Lambrusco ha conquistato la nomea come uno dei vini italiani più vivaci e conviviali, ma anche come uno dei più incompresi e sottovalutati e, in definitiva, uno dei più amati. Apprezzato soprattutto dalla gente della sua terra emiliana, ma anche da un crescente numero di forestieri che non devono fare chissà quale sforzo per amarlo vista la sua dote innata di attirare con il fragore delle bollicine per poi lasciarti – o almeno a me – sedotto senza speranza.

I miei primi elogi al Lambrusco mi hanno reso una specie di cane sciolto tra gli scrittori di vino, sia italiani che stranieri. Ma col tempo il Lambrusco è cresciuto in statura, guadagnandosi il rispetto degli esperti e un nuovo apprezzamento tra i consumatori italiani ed esteri.

Quando ho scritto quell'articolo più di trent’anni fa, ho confessato di aver superato i miei dubbi sul Lambrusco e di non sentirmi più obbligato a berlo di nascosto.

La mia conversione fu pesantemente influenzata dall’incontro con Nando Cavalli descritto nel seguente estratto:

"....[gli] Emiliani, molti dei quali lo bevono quotidianamente e più di qualcuno si guadagna da vivere con esso, si irritano quando sentono denigrare il Lambrusco.

     "Ignoranza, ecco cos'è", scattò Nando Cavalli al mio suggerimento che il vino non è esattamente venerato dagli intenditori all'estero. "La gente pensa che siccome è così facile da bere non può essere preso sul serio. Ma quello che ignorano è che il Lambrusco è uno dei vini più sani e gratificanti del mondo, un grande vino in una classe a sé."

     Il Cavaliere Ferdinando Cavalli, nominato dalla Repubblica italiana per i suoi successi di imprenditore vitivinicolo, probabilmente conosceva le sottigliezze del Lambrusco come nessun’altro in Emilia. Era metà mattina di una bella giornata primaverile quando Cavalli stappò una bottiglia di quello che lui chiamava Fior Fiore, assicurandomi, mentre la vivace schiuma rosa si placava nel mio bicchiere, che mi avrebbe fatto più bene di una spremuta d’arancia. "Tre per cento di alcol", esclamò. "Potresti berne un'intera bottiglia e non sentire nulla".

     Una fragranza che mi ricordava i fiori di ciliegio salì alle mie narici prima ancora che avessi sollevato il bicchiere. I degustatori di vino coscienziosi sorseggiano ma non deglutiscono a quell'ora, ma con il nettare di Nando non c'era bisogno di sputare. Dal rigoglioso aroma fruttato, con un leggero pizzicore a rinfrescare il palato, era delizioso come una ciotola di fragole appena raccolte.

Cavalli, con un sorriso trionfale, tracannò il suo bicchiere e riempì nuovamente i calici, perorando al tempo stesso le virtù del Lambrusco. "È assolutamente naturale", inneggiò. "Non è trattato con niente. No, no, nemmeno l'anidride solforosa. Ora, di quanti vini si può dire questo?".

     "Il vero Lambrusco è sempre stato fermentato in bottiglia, non in vasche pressurizzate", disse Cavalli. "La maggior parte dei vini di oggi non sono fatti per durare. Ma quando tutto è a posto, cioè assolutamente puro, il Lambrusco può durare a lungo".

     "Quanto a lungo?" Chiesi.

     "Hah!" rispose lui, felice che avessi colto lo spunto. "Vieni con me".

   

  Impugnando una torcia elettrica, Cavalli scese lesto una precipitosa rampa di scale di pietra fino alla sua cantina appena illuminata, con me che brancolavo dietro di lui in una stanza cavernosa con il soffitto a volta e il pavimento in terra battuta dove si trovavano delle casse di legno da cui sporgevano i fondi di bottiglie champagnotte capovolte.

     Sollevò cautamente una bottiglia e la mise controluce, scrutandola attraverso la polvere e lo spessore del vetro verde smeraldo. "Sembra a posto", disse, "ma prenderò anche un'altra per essere sicuro. Dopotutto è un sessantuno."

     "Sessantuno?" Dissi io. "Lambrusco?"

     "Certo", esultò il Cavaliere. "Purtroppo il cinquantotto è finito".

Tornati al piano di sopra, mise le bottiglie in posizione verticale per far depositare la feccia e per ingannare l’attesa aprì un Lambrusco secco dell'ultima annata. Inutile dire che anche questo non andava sputato. "Bevilo", comandò. "Il vero Lambrusco è un elisir che ti lascia sempre in forma e sorridente".

Quando la feccia si fu depositata in modo soddisfacente, Cavalli afferrò il collo di una bottiglia del '61 e, puntandola a distanza sopra un lavandino, tolse la gabbietta e diede al sughero avvizzito un cauto giro. Quanto è bastato per far scaturire un’esplosione e schizzare di viola la parete di piastrelle bianche, suscitando un grido di gioia da parte del padrone di casa.

Gli ci vollero tre giri ripetuti a breve distanza per riempiere a metà il mio bicchiere di schiuma che andava trasformandosi in uno stupefacente liquido violaceo. Ho sollevato il bicchiere e cominciato a girarlo con delicatezza, lasciando che si formassero degli archetti che sembravano finestre gotiche color malva. Al naso, suggeriva marmellata d'uva, terra umida, pomodori secchi e qualcosa di speziato, come la noce moscata. Vivace al palato come un vino giovane, il suo sapore era secco ma morbido con note di prugne mature e catrame. E lì, sul finale, c'era quel suggerimento di amaro corroborante che caratterizza il Lambrusco di qualsiasi età, anche di ventisei anni.

  Era appena passato mezzogiorno quando finimmo la degustazione, prudentemente senza lasciare una goccia. Cavalli raccolse altre bottiglie di varie annate e le depositò sul mio grembo mentre salivamo sulla sua Alfa Romeo e ci dirigevamo verso un ristorante perso nelle pianure emiliane. Mentre sfrecciavamo attraverso corridoi di viti ad alto fusto, mi sentivo in forma e sorridente, proprio come aveva decretato Nando. E proprio in quel momento feci un voto silenzioso di non sorseggiare mai più il Lambrusco di nascosto.

ENGLISH

Confessions of a Closet Lambrusco Drinker (Revisited)

In 1987, I wrote an article about Lambrusco for the American magazine Quarterly Review of Wines. At that time Lambrusco was the best-selling imported wine in the U.S.A., though it had become known as “Italian Coca-Cola” because it was bubbly and sweet and adored by America’s indiscriminate wine drinkers because it was “nice on ice.”

Lambrusco over its long history has endured as one of the most vivacious and convivial of Italian wines, but also one of the most misunderstood and mistreated, and, ultimately, one of its most beloved. Beloved above all by the people of its Emilian homeland but also by a growing number of outsiders who didn’t really need to learn to love it because it’s a wine that has a way of beckoning you with a burst of bubbles one day and leaving you—or at least me—hopelessly seduced.

My early praise of Lambrusco made me something of a maverick among writers on wine, whether Italian or foreign. But over time Lambrusco has grown in stature, earning respect among experts and new appreciation among consumers in Italy and abroad.

 When I wrote that article I confessed to overcoming my doubts about Lambrusco and no longer feeling that I had to drink it on the sly, as what I described as a “closet Lambrusco drinker.” My conversion was heavily influenced by a meeting in 1987 described in the following excerpt:

“….Emilians, many of whom drink it daily and more than a few of whom make a living from it, bristle when they hear Lambrusco maligned.

     “Ignorance, that’s what it is,” snapped Nando Cavalli at my suggestion that the wine is not exactly revered by connoisseurs abroad. “People think that because it’s so easy to drink they can’t take it seriously. But what they ignore is that Lambrusco is one of the most wholesome and rewarding wines in the world, a great wine in a class by itself.”

     Cavaliere Ferdinando Cavalli, knighted by the Italian government for his achievements as a winemaker, probably knows the ins and outs of Lambrusco as well as any man in Emilia. It was mid-morning on a fine spring day when Cavalli popped the cork on a bottle of what he called Fior Fiore, assuring me, as the vivid pink foam subsided in my glass, that it would do me more good than fresh orange juice. “Three percent alcohol,” he exclaimed. “You could drink a whole bottle and not feel a thing.”

     A fragrance that reminded me of cherry blossoms wafted up to my nostrils before I had even lifted the glass. Conscientious wine tasters swish but don’t swallow at that hour, but with Nando’s nectar there was no need to spit. Vitally fruity, with a palate-cleansing prickle, it was as luscious as a bowl of fresh strawberries.

     Cavalli, beaming triumphantly, downed his glass and poured us both another, all the time feistily building the case for the virtues of Lambrusco. “It’s absolutely natural,” he chirped. “Not treated with anything. No, no, not even sulfur dioxide. Now, how many wines can you say that about?”

     “The real Lambrusco was always fermented in bottles, not pressurized tanks,” said Cavalli. “Most wines these days aren’t made to last. But when everything is right, so that it’s absolutely pure, Lambrusco can last a long time.”

     “How long?” I asked.

     “Hah!” he replied, delighted that I’d taken the cue. “Come with me.”

     Wielding a flashlight, Cavalli spryly descended a precipitous flight of stone stairs to his dim cantina with me groping behind him into a cavernous room with vaulted ceiling and packed earth floor upon which were several wooden crates with the butts of inverted Champagne-type bottles protruding from them.

     He lifted a bottle cautiously and held it up to the light, peering through the dust on the thick, emerald green glass. “Looks fine,” he said, “but I’ll bring another just to be sure. It’s a sixty-one, after all.”

     “Sixty-one?” I said. “Lambrusco?”

     “Of course,” said Cavalli cavalierly. “Unfortunately, the fifty-eight is finished.”

     Back upstairs, he placed the bottles upright to let the dregs settle as we sampled a dry Lambrusco from the latest vintage. There was to be no spitting of that, either. “Drink up,” he commanded. “Genuine Lambrusco is an elixir that leaves you feeling fit and smiling.”

     When the dregs had settled to his satisfaction, Cavalli grasped the neck of a bottle of the ’61 and, aiming it away from himself over a sink, removed the wire stay and gave the wizened cork a gingerly twist. It needed no more coaxing, exiting in an explosion that splattered purple over the white tile wall and elicited a shout of glee from my host.

     It took him three short, foamy pours to fill my glass half way with the astonishingly bright violet liquid. I lifted the glass and gave the wine a gentle swish, which left arches on the side of the glass like mauve-tinted gothic windows. To the nose, it suggested grape jam, damp earth, sun-dried tomatoes and something spicy, like nutmeg. As lively on the palate as a young wine, its flavor was dry but mellow with hints of ripe plums and tar. And there at the finish was that suggestion of bracing bitter that characterizes Lambrusco of any age, even twenty-six years.

     It was just past noon when we finished tasting, prudently not leaving a drop. Cavalli gathered more bottles from various vintages and deposited them on my lap as we got into his Alfa Romeo and headed for a restaurant across the Emilian plains. As we sped through corridors of high-trellised vines, I was feeling fit and smiling, just as Nando had decreed. And right then and there I made a silent vow to never again sip Lambrusco in the closet.

Spezzare una lancia a favore del vino rosso con il pesce

lunedì 29 marzo 2021 12:23:26 Europe/Rome

 

Spezzare una lancia a favore del vino rosso con il pesce

by Burton Anderson

I pregiudizi hanno le radici profonde, anche se in questo caso non sto parlando di argomenti scottanti come razza, sesso o religione, ma del conformismo assai banale che persiste nel mondo del vino. In particolare, mi riferisco a un vecchio adagio: "Vino rosso con la carne, vino bianco con il pesce", a cui contrappongo il mio personale piacere nel rompere gli schemi e con il desiderio di spezzare una volta per tutte una lancia a favore del vino rosso bevuto con il pesce.

Per mettere le cose in chiaro, ho rotto gli indugi intorno al 1980 quando un saggio e arguto enologo di nome Nino Franceschetti mi ha introdotto alle meraviglie di un sontuoso branzino arrosto abbinato a un Amarone ben stagionato. Quella rivelazione mi ha aperto la mente, eppure mi sono trovato nel corso dei decenni a banchettare con gastronomi altrimenti ragionevoli che, quando si trattava di frutti di mare, si attenevano ostinatamente al vino bianco, o al massimo rosato.

A dire il vero, non sono da solo a remare controcorrente, né noi alfieri del rosso abbiamo portato la nostra causa così lontano da non poter apprezzare, anzi adorare, un fresco bicchiere di bianco, fermo o spumeggiante, con le delizie del mare.

D’altro canto, gli abbinamenti con il vino rosso richiedono un po' di estro e di audacia nel sapere che non si stanno infrangendo le regole, perché non ci sono regole da infrangere. La prima considerazione che si pone è con quale creatura di mare - o di lago, fiume, stagno o ruscello, se è per questo – abbiamo a che fare. Sul mercato si trovano pesci in molte forme e dimensioni, strutture, consistenze e sapori, che vanno da specie conosciute come quelli di mare e d'acqua dolce, a molluschi, crostacei, gasteropodi, anguille e molto altro. Possono essere pescati del giorno o congelati, oppure conservati sotto sale o essiccazione o affumicatura o marinati in aceto, olio ed erbe. Poi viene la questione di come preparare il nostro pesce. Crudo, alla griglia, arrostito a legna, saltato in olio extravergine d’oliva o burro? Oppure al forno, brasato, fritto o in camicia? Lo vogliamo speziato o cucinato con erbe fresche o secche, con pomodoro o altre verdure, con frutta fresca o secca, oppure con olive, capperi, funghi o limone? In ogni caso, il piatto che alla fine arriva in tavola rifletterà il più delle volte un mix intuitivo di ingredienti e ispirazione.

Altro detto ricorrente è che i piatti di pesce più leggeri si abbinano a rossi agili e vivaci, mentre quelli più ricchi e sostanziosi trovano la loro corrispondenza in rossi di maggiore struttura, rotondità e intensità di sapore. Questo ragionamento comincia a sembrarmi troppo una regola. Piuttosto che generalizzare, ho deciso di scegliere alcuni rossi dal catalogo di Heres e suggerire dei piatti che hanno colpito la mia fantasia, ispirato dall’idea che l’abbinamento del vino rosso con il pesce si basa soprattutto sul fattore sorpresa.

Pinot Nero Mazzon Gottardi. Un Pinot Nero esemplare della collina di Mazzon in Alto Adige. Elegante e vellutato, si abbina tanto appetitosamente alla trota di torrente alpina quanto alle anguille alla griglia delle Valli del Comacchio.

Lambrusco di Sorbara Purezza Silvia Zucchi. I sapori di frutta vibranti e le bollicine cremose rendono questo Lambrusco di Sorbara un abbinamento ideale con innumerevoli piatti di pesce; da provare con un croccante fritto misto di mare.

Valpolicella Classico Superiore Clementi. La bontà fruttata di questo Valpolicella brilla con il baccalà alla veronese in salsa piccante di pomodoro e cipolla. Oppure, per una stravaganza gastronomica, provate ad abbinare l'Amarone Clementi ad un altrettanto maestoso branzino arrosto.

Hierà Sicilia IGT Hauner. Un vino rosso isolano con profumi e sapori mediterranei, ampia struttura e profondità e con la consistenza felpata per esaltare bistecche di pesce spada alla griglia con una salsa di capperi di Salina.

Caciara Romagna Sangiovese Superiore Enio Ottaviani. Un Sangiovese rosso rubino intenso, dalla beva briosa e vigorosa e talmente versatile da poter abbracciare il più variegato dei menu. Servito fresco dal secchiello del ghiaccio in estate, rinvigorisce il palato con un bel piatto di strozzapreti con cozze, gamberi e scampi.

Chambolle-Musigny Christian Clerget. Ottenuto da un assemblaggio di sette diverse parcelle, un Village che ho descritto in un articolo precedente come "il mio tipo di Borgogna": puro piacere senza fronzoli e un sicuro abbinamento con il salmone selvaggio scottato in padella e condito con la salsa béarnaise.

ENGLISH

Waving a banner for red wine with fish

Prejudices run deep, though in this case I’m not talking about weighty issues like biases in race, gender or religion, but instead about the congenial, if by no means trivial, preconceived notions that persist about wine. Specifically focused on that timeworn maxim, “Red wine with meat, white wine with fish,” countered by my personal delight in twisting rules to wave a banner for red wine with fish.

To put things in order, I broke the color bar back around 1980 when a wise and witty winemaker named Nino Franceschetti introduced me to the wonders of a sumptuous roasted sea bass (branzino or spigola, as you prefer) with a well-aged Amarone. That revelation opened my mind, and yet I’ve found myself feasting away over the decades surrounded by otherwise reasonable gastronomes who, when it comes to seafood, stick stubbornly to white wine, or possibly rosé.

Truth be told, I’m not alone in my quest to break the color bar, nor have we red renegades carried our cause so far that we can’t appreciate, indeed adore, a cool glass of white, still or bubbly, with delectable creatures of the sea.

Matches with red wine may require a bit of imagination, ad-libbing and audacity in knowing that you’re not breaking rules because there are no rules to break. The first consideration in such match-ups should be deciding just what creature of the sea—or lake or river or pond or brook, for that matter—you are dealing with. Fish come in many shapes and sizes, structures, textures and flavors, ranging through types known as seafood or fresh water fish, mollusks, crustaceans, gastropods, eels, and much more. They may be fresh caught or frozen or preserved by salting or drying or smoking or pickling with oil and vinegar and herbs. Then comes the question of how the fish is prepared. Is it raw, grilled, wood-roasted, sautéed in extra virgin oil or butter? Is it baked, braised, deep fried or poached? Is it spicy or cooked with fresh or dry herbs, tomatoes or other vegetables, fresh or dried fruit, olives, capers, mushrooms, oranges, lemon? In many cases, the fish dish that finally ends up on the table will reflect intuitive amalgams of ingredients. 

It’s often said that lighter fish dishes go with agile, zesty reds and that substantial, fleshier fish dishes find their matches in reds of greater structure, roundness and flavor intensity. But to me that’s beginning to sound too much like a rule. Rather than generalize, I decided to pick out a few reds from the Heres portfolio and suggest some dishes that struck my fancy, inspired by the notion that a fundamental in matching red wine with fish is the element of surprise.

Südtiroler Blauburgunder Mazzon Gottardi. An exemplar of the Pinot Noir of the hill of Mazzon in Alto Adige. Elegant and velvety, it would make as appetizing a match with Alpine brook trout as it would with grilled eels from the Adriatic Comacchio lagoon.

Lambrusco di Sorbara Purezza Silvia Zucchi. The vibrant, snappy fruit flavors and creamy bubbles of this wine could make it a match for just about any tasty dish from the sea, guaranteed to lend sparkle to a crisp and crunchy fritto misto di mare.

Valpolicella Classico Superiore Clementi. The fresh fruity goodness of the wine would shine with baccalà alla Veronese—salt cod with a spicy tomato and onion sauce. Or, for a gastronomic extravaganza, match the Clementi Amarone with an equally majestic roasted sea bass.

Hierà Sicilia IGT Hauner. An island red with the fragrance and flavors of Mediterranean fruits, berries, herbs and spices, ample structure and depth with the plush texture to exalt grilled swordfish steaks with a salient sauce of citrus, wild herbs and Salina capers.

Caciara Romagna Sangiovese Superiore Enio Ottaviani. Ruby-violet Sangiovese of verve and vigor with the versatility to glide through the most variegated of menus. Served from the ice bucket in summer, it reinvigorates the palate with a plate of strozzapreti, “priest strangler” pasta with mussels, shrimp and prawns.

Chambolle-Musigny Christian Clerget. A Pinot Noir assembled from seven different parcels, a wine that I once described as “my kind of Burgundy,” pure pleasure without the frills and a sure-fire match for pan-seared wild salmon with a sauce béarnaise.

Campo Lusso: identità di territorio

domenica 21 marzo 2021 19:47:36 Europe/Rome

Campo Lusso: identità di territorio 

by Elena Zanasi

Come si definisce l’identità di un vino? Attraverso quali tratti si disegna la sua riconoscibilità? L’uva, il terroir, o la mano del produttore? Questi elementi sono tutti fondamentali, ma ci sarà sempre un protagonista che emergerà sugli altri.

Quando si parla di vini a base Cabernet Sauvignon, solitamente è l’uva il fattore chiave che delinea la loro individualità. Per prima cosa, si tratta della varietà più coltivata al mondo, e già questo la rende tra le più familiari, ma soprattutto è dotata di proprietà organolettiche talmente peculiari da risultare estremamente riconoscibili. Peperone, foglia di pomodoro, colore intenso e struttura importante: un grande classico su tutte le tavole.

Tuttavia, esiste una zona in cui l’essenza del Cabernet Sauvignon non si esprime principalmente attraverso la sua uva: sto parlando della sua culla, ovvero Bordeaux. L’importanza e la fama dei suoi châteaux hanno scritto la storia trasformando il modo di consumare il vino, da semplice alimento a vero e proprio culto. È vero, il terroir di Bordeaux dà vita a vini in grado di sfidare il tempo come pochi altri, la loro eleganza e grazia sono unici, ma la vera identità di quel luogo magico è dovuta fondamentalmente alle persone dietro il marchio e alla loro filosofia, che rimane fedele a se stessa da secoli.

Quando ho avuto davanti per la prima volta una bottiglia di Campo Lusso, annata 2018, uno dei vini di punta dell’azienda Petrolo, avevo nella mente un’idea abbastanza precisa di ciò che avrei trovato nel calice. Si tratta di un Cabernet Sauvignon in purezza, proveniente da una vigna di appena mezzo ettaro, coltivata ad alberello a una densità molto elevata, circondata dai boschi e situata ad un’altitudine che si aggira attorno ai 500 m.s.l.m. Come tutte le volte che assaggio un Cabernet al di fuori dell’areale di Bordeaux, mi sono immaginata una personalità definita primariamente dai sentori e dalle qualità che appartengono a quest’uva.

Guardando nel bicchiere, noto un rosso rubino intensissimo, con riflessi purpurei, dalla luminosità invitante. Mi avvicino, e in quel momento capita qualcosa di molto particolare, oserei dire unico: il mio pensiero non si rivolge alle caratteristiche organolettiche del Cabernet Sauvignon, come mi aspettavo, né tantomeno mi chiedo immediatamente quale sia la personalità di Luca Sanjust, la sua filosofia, il suo modo di fare vino. Al contrario, la mia attenzione è catturata da un ricordo, una sensazione che affiora ogni volta che bevo certe bottiglie provenienti dalla mia terra di adozione, la Toscana. Più precisamente, i vini dell’entroterra, frutto di un’altitudine importante, come quella dei monti del Chianti, che si distinguono per la loro incredibile freschezza, il frutto scuro e croccante, le note floreali di viola e una speziatura accattivante.

La 2018 è un’annata ancora giovanissima e appena stappata la bottiglia i profumi sono inizialmente monopolizzati dalle spezie, come il cacao e il tabacco biondo, quindi decido di contenere la mia impazienza e di concedere al vino qualche minuto per dargli modo di aprirsi e rilasciare aromi succosi di mora di gelso e mirtillo, assieme a sentori floreali come la lavanda e la viola. Se dovessi scegliere un sentore che spicca su tutti, direi l’after-eight, per le sensazioni speziate, avvolgenti e balsamiche, che persistono in un retrogusto lungo e fresco. Il tannino è ancora scalpitante e fitto, ma levigato e non invasivo. Un vino nel fiore degli anni, che sta raggiungendo la sua armonia, ma in grado già di regalare una complessità ammaliante.

Assieme a lui ho il piacere di degustare un’annata più matura di Campo Lusso, la 2009. Due millesimi apparentemente agli antipodi, uno fresco e l’altro caldo, separati da quasi un decennio, eppure rimango nuovamente sorpresa, questa volta da certe similitudini inaspettate tra le due annate.

Prima di tutto, il colore: anche nel calice in cui ho versato la 2009 brilla un rosso rubino intenso e vivo, segnale che il vino si è mantenuto negli anni in maniera eccelsa e che avrà ancora una vita molto lunga davanti a sé.

Il naso si presenta etereo, complesso, e spicca maggiormente il varietale del Cabernet Sauvignon rispetto alla 2018. Mora matura, rabarbaro, foglia di pomodoro, chinotto, fiori essiccati, chicchi di caffè.  La speziatura è meno accentrante, i profumi hanno trovato una loro armonia in un sorso aggraziato, lievemente minerale e immensamente lungo. Ancora una volta è la freschezza la caratteristica che emerge più di ogni altra cosa, accomunando le due bottiglie assaggiate, tanto da poter dare facilmente l’illusione che tra un’annata e l’altra siano passate solo poche vendemmie. E se la freschezza è l’attore principale di questo vino, considerando una cornice di grande eleganza e profumi complessi e definiti, allora è senza dubbio il terroir di provenienza l’elemento a cui si deve la sua riconoscibilità e la sua identità.

ENGLISH

Campo Lusso: Identity of Terroir 

How do you determine the identity of a wine? What traits make it recognizable? The grape variety, the terroir, the hand of the winemaker? These are all fundamental elements, but one of them will always emerge as the paragon that prevails over the others.

When it comes to Cabernet Sauvignon based wines, the grape variety is usually the key factor that delineates individuality. First of all, it is the world’s most widely cultivated variety and this already makes it one of the most familiar, but most of all it is endowed with distinctive sensory properties that are very recognizable: bell pepper, tomato leaf, intense color and important structure.

Yet there is an area where the essence of Cabernet Sauvignon is not generally expressed through its grape variety, and that is its land of origin: Bordeaux. The region’s eminently famous châteaux made history by transforming wine from a basic food to a beverage revered as a cult object. It’s true that the terroir of Bordeaux engenders wines capable of defying time like few others, with unique elegance and grace. But the real identity of the wines of that magical place is due mainly to the people behind them and their philosophies, which have remained faithful to ideals for centuries.

When I first encountered a bottle of Campo Lusso, vintage 2018, one of Petrolo’s premium wines, I had a pretty good idea in mind of what I would find in the glass. It is a pure Cabernet Sauvignon from a vineyard of just half a hectare of vines trained in the alberello (bush) system at very high density, located at an altitude of about 500 meters ASL and surrounded by woods. As usual when I taste a Cabernet from outside the Bordeaux area, I imagine a personality defined primarily by the sensory qualities associated with the variety.

Examining the color, I notice a very intense ruby red with violet highlights and appealing luminosity. On closer examination something odd occurs, I dare say unique: my thoughts do not turn, as expected, to the sensory qualities of Cabernet Sauvignon, nor do I immediately wonder about Luca Sanjust’s personality or philosophy or his way of making wine. Instead, my attention is drawn to a memory, a sensation that arises whenever I drink certain wines from my adopted land, Tuscany. More precisely, wines of the hilly interior and high altitudes, such as those of the Chianti mountains, distinguished by astonishing freshness, dark and crisp fruit, floral notes of violets and captivating spiciness.

The 2018 vintage is still very young, and upon opening the bottle the aromas were dominated by spices, such as cacao and blond tobacco. So I decided to wait a few minutes to give it the chance to open up and release juicy aromas of mulberry and blueberry, along with floral hints such as lavender and violet. If I had to choose one scent that stands out above all, I would say After Eight chocolate with its spicy and enveloping balsamic sensations, which persist through a long and fresh aftertaste. The tannins are still crisp and dense yet smooth and not aggressive. A wine in the flower of its youth, still approaching harmony, but already predicating bewitching complexity.

Together with 2018, I have had the pleasure of tasting a more mature vintage of Campo Lusso, the 2009. Two vintages apparently at odds, one cool and the other hot, separated by almost a decade, yet I was again surprised, this time by unexpected similarities in the two vintages.

First of all, the color. When I poured the 2009 into a glass, it shone with an intense and lively ruby red, a sign that the wine has been kept in an excellent way over the years and that it will have a very long life ahead of it.The nose is ethereal, complex, and the Cabernet Sauvignon varietal character stands out more clearly than in the 2018. Ripe blackberry, rhubarb, tomato leaf, chinotto, dried flowers, coffee beans. The spice is less accentuated though the aromas have found harmony in a graceful, slightly mineral and immensely long sip. Once again freshness is the characteristic that emerges above all else, uniting the two vintages in a way that gives the illusion that fewer years had passed between them. And if freshness is the main feature of this wine, considered within a framework of great elegance and complexity and clearly-defined aromas, then the element to which it undoubtedly owes its definition and identity is its terroir of origin.

Coraggio e tenacia: Le 75 vendemmie di Maria Flora Fuligni

domenica 21 marzo 2021 19:36:17 Europe/Rome

Coraggio e tenacia: Le 75 vendemmie di Maria Flora Fuligni

By Burton Anderson

Le prime vendemmie di Maria Flora Fuligni sono state quando era ragazzina alla fine della guerra in Maremma, dove i suoi antenati si stabilirono quando il generale Luigi Fuligni, incaricato della bonifica delle terre sotto il regime degli Asburgo-Lorena, ottenne dal Granduca Leopoldo una proprietà vicino a Scansano. La famiglia, discendente dai visconti Fuligni di Venezia, si dedicò all'agricoltura, compresa la viticoltura, e continuò per generazioni nelle sue proprietà in Maremma e in seguito a Montalcino.

Poi, nel 1971, alla morte di Giovanni Maria Fuligni, sua figlia Maria Flora, laureata in filosofia, raccolse la sfida della vinificazione a Montalcino affermandosi come una delle prime donne a giocare un ruolo guida nel perenne patriarcato del vino toscano. Il suo primo Brunello di Montalcino fu prodotto nel 1972, seguito dalle annate 1973 e 1974, banchi di prova che le permisero di realizzare il grandioso 1975 stabilendo la reputazione della cantina Fuligni.

Maria Flora fu una pioniera, dimostrando non solo coraggio, ma anche acume e la tenacia tipica dei maremmani, come la decisione di non sposarsi per potersi dedicare alle sue vigne e ai suoi vini. Erano tempi duri a Montalcino, mentre i proprietari delle tenute affrontavano le riforme della mezzadria, molte famiglie contadine sceglievano di abbandonare la terra per trasferirsi in città.

Negli anni '70, la produzione del Brunello Fuligni era di circa 5.000 bottiglie all'anno, numeri che sono cresciuti gradualmente man mano che i vigneti venivano piantati o rinnovati. Maria Flora ha sempre creduto ardentemente in quello che faceva, guidata da un’innata fiducia e la fermezza necessaria per prendere decisioni importanti. Oltre che produttrice, era anche maestra elementare, nota a Montalcino per essere una persona aperta, vivace e generosa che amava i suoi alunni quanto i suoi Dalmata, di cui amava circondarsi.

Quando Maria Flora Fuligni iniziò, il Brunello di Montalcino era poco conosciuto al di fuori della Toscana. La sua reputazione crebbe gradualmente fino a quando, negli anni '80, un boom di investimenti da parte di acquirenti esterni, spinse Montalcino a diventare uno delle mecche del vino rosso più prestigiose al mondo, con una produzione totale di circa 10 milioni di bottiglie all'anno.

La tenuta Fuligni si estende oggi su circa 100 ettari di terreno completamente coltivati, una striscia quasi continua sul lato orientale di Montalcino, dove da sempre si produce il Brunello più autentico. I vigneti - San Giovanni, Il Piano, Ginestreto e La Bandita - sono raccolti separatamente e vinificati secondo le tipologie di vino: Brunello di Montalcino, Brunello Riserva e Rosso di Montalcino.

La cantina principale si trova a Cottimelli (a circa tre chilometri da Montalcino verso Siena) anche se le cantine di invecchiamento sono rimaste in parte nel palazzo settecentesco di famiglia, un tempo proprietà dei granduchi medicei. Maria Flora, che può vantare 75 vendemmie dalla sua infanzia in Maremma, ha mantenuto la tradizione di mettere da parte dalle 200 alle 300 bottiglie all'anno di Brunello. Anche se come vino da tutti i giorni preferisce il Rosso di Montalcino, lasciando il trono al Brunello per le occasioni speciali.

ENGLISH

Courage and Tenacity: The 75 vintages of Maria Flora Fuligni

Maria Flora Fuligni experienced her first vintages as a girl at the end of the war in Tuscany’s Maremma where her ancestors settled when General Luigi Fuligni, charged with land reclamation under the Habsburg-Lorraine regime, was granted a property near Scansano by Grand Duke Leopold. The family, descendants of the Fuligni viscounts of Venice, took up agriculture, including winemaking, and carried on through the generations at their properties in the Maremma and Montalcino.

Then, in 1971, at the death of Giovanni Maria Fuligni, his daughter Maria Flora , who had a degree in philosophy, took up the challenge of winemaking at Montalcino as one of the first women to play a vital role in the perennial patriarchy of Tuscan wine. She produced her first Brunello di Montalcino in 1972, learning while doing with the 1973 and 1974 vintages, before realizing the grandiose 1975 that established the Fuligni reputation.

She was a pioneer, showing not only courage but acumen and the tenacity typical of the maremmani (the people of Maremma), typified by her decision not to marry so that she could devote herself to her vines and wines. Those were tough times at Montalcino, where estate owners faced the challenges of mezzadria, the traditional sharecropping that was only then being reformed to bring about more equitable ways, though many farm families chose to abandon the land and move to cities.

In the 1970s, the production of Fuligni Brunello was about 5,000 bottles a year, expanding only gradually as vineyards were planted or renewed. Maria Flora believed absolutely in what she was doing, full of confidence and always ready to make major decisions. She was also an elementary school teacher, noted around Montalcino as a warm and giving person, lively and determined and always surrounded by her pet dogs, Dalmatians and as many as ten at a time.

When Maria Flora Fuligni began, Brunello di Montalcino was still not well known beyond Tuscany. Its reputation gradually grew until, in the 1980s, a boom in planting of vineyards, buoyed by large investments from outsiders, propelled Brunello di Montalcino on its way to becoming one of the world’s most prestigious red wines with a total production of about 10 million bottles a year.

The Fuligni estate now extends over approximately 100 fully-cultivated hectares of land in an almost continual strip on the eastern side of Montalcino, where, historically, the most authentic Brunello was produced. The vineyards—San Giovanni, Il Piano, Ginestreto and La Bandita—are harvested separately and assembled according to types of wine: Brunello di Montalcino, Brunello Riserva or Rosso di Montalcino.

The vinification cellars are located at Cottimelli (about three kilometers from Montalcino toward Siena) though the main aging cellars have always been at the 18th-century mansion once owned by Medici grand dukes and still the Fuligni family residence. Maria Flora Fuligni, who can look back on some 75 vintages since her childhood in the Maremma, always set aside 200 to 300 bottles a year of Brunello. though today she favors Rosso di Montalcino for everyday, leaving the Brunello for special occasions.

Coltellerie Berti: coltelli artigianali che trasmettono tradizione e tecnologia all'avanguardia

by Burton Anderson

Anni fa ho ricevuto in regalo un coltello chiamato Pontormo con una lama elegantemente ricurva e una punta affilatissima che sembrava poter tagliare qualsiasi cosa commestibile, cruda o cotta: carni, salumi, pesce, verdure, frutta, formaggi, pane, torte e tanto altro. Come ho poi scoperto, il coltello, realizzato dalle Coltellerie Berti di Scarperia, è stato ispirato dalla posateria raffigurata sulla tavola della Cena in Emmaus del Pontormo, dipinta nel 1525 e oggi esposta agli Uffizi. Quello che allora era apparentemente usato come coltello da tavola, oggi è considerato principalmente un coltello da cucina, anche se mi sono talmente affezionato al mio fidato Pontormo che lo uso praticamente per tutto: tagliare, sminuzzare, affettare, incidere, pelare, tritare, fino a trasferirlo dal tagliere al mio posto a tavola. 

Coltellerie Berti produce coltelli fatti a mano dal 1895, quando David Berti aprì un laboratorio artigianale nel paese di Scarperia sulle colline del Mugello a nord di Firenze. La produzione di allora era rivolta ai coltelli da tasca modellati sulla tradizione toscana e regionale italiana con lame pieghevoli e manici ottenuti da corna e ossa di animali, vari metalli e legni come olivo, amaranto, ebano e ginepro. Ogni coltello era realizzato dalle mani di un solo artigiano con il motto che ancora persiste “Chi lo inzia, lo finisce”. Con il passare delle generazioni, da Davide a Severino, Alvaro e ora Andrea, la lavorazione artigianale è continuata inderogabile e la gamma si è ampliata fino a comprendere coltelli da cucina, da tavola e per usi specifici, come le collezioni per "Chef e Designer" con modelli ispirati a maestri come Gualtiero Marchesi, Lucio Pompili e il guru del dessert Ernst Knam.

Parlando con Andrea Berti in una recente videochiamata, sono rimasto colpito dalla sua costante dedizione e dal suo approccio creativo a un mestiere che rappresenta una tradizione toscana che risale ai tempi dei Medici, quando Firenze era il centro di un'industria di coltelli che coinvolgeva circa 19 botteghe artigiane. Alla fine l'industria gravitò a Scarperia, che si trova lungo le antiche rotte commerciali tra Bologna e Firenze. Alla domanda se ci fosse una ragione speciale per lo spostamento da Firenze, Andrea, dopo una boccata al suo sigaro Toscano, ha risposto: "Non che io sappia, ma potrebbe essere stato per evitare le imposte".

Il sigaro è stato tagliato con una mozzetta, un coltellino a serramanico dalla lama corta per il quale Andrea ha ammesso di avere un debole perché era il preferito di suo bisnonno.

Ormai il catalogo Berti si estende attraverso una serie di circa 600 modelli di coltelli e affini, tra cui una serie di coltelli da tavola con manici ricercati e lame realizzate con tecnologie all'avanguardia. Ma l'attenzione principale rimane sulle linee della tradizione toscana, guidate dal citato Pontormo e dai set di coltelli da bistecca - Convivio, Compendio e Valdichiana - studiati appositamente per rifinire una Fiorentina fino all’osso.

ENGLISH

Coltellerie Berti: Handcrafted knives that convey tradition to cutting edge hi tech

by Burton Anderson

Years ago I received as a gift a knife known as Pontormo with a dashingly curved blade and a piercingly sharp tip that looked as though it could cut its way through anything edible raw or cooked—meats, salumi, fish, vegetables, fruits, cheeses, crusty bread and tarts—and much more. As it turned out, the knife, crafted by the Coltellerie Berti of Scarperia, was inspired by pieces of cutlery depicted on the table of Pontormo’s Cena in Emmaus, painted in 1525 and today displayed in the Uffizi. What was apparently used as a table knife then is considered primarily a kitchen knife now, though I’ve become so fond of my trusty Pontormo that I use it for just about everything: cutting, chopping, slicing, carving, peeling, mincing, as I shift it from cutting boards to my place at the table.  

Coltellerie Berti has been handcrafting knives since 1895, when David Berti opened an artisan workshop at the village of Scarperia in the Mugello hills north of Florence. The prime emphasis was on pocket knives modelled on Tuscan and regional Italian traditions with folding blades and handles honed from animal horns and bones, various metals and woods ranging from juniper and olive to amaranth and ebony, each knife crafted entirely by hand by an artisan from start to finish. As the firm passed down through the generations—from David to Severino to Alvaro and now Andrea—the handcrafting continued as the range of types expanded to take in kitchen knives, table knives and specialty knives, as well as a line of cutlery for “Chefs and Designers” with models inspired by such masters as Gualtiero Marchesi, Lucio Pompili and the dessert guru Ernst Knam.

In speaking with Andrea Berti in a recent videocall, I was impressed with his steadfast dedication and creative approach to a craft representing a Tuscan tradition dating back to Medici times when Florence was the center of a knife industry involving some 19 artisan botteghe. Eventually the industry gravitated to Scarperia, which lies along ancient trade routes between Bologna and Florence. Asked if there was some special reason for the shift from Florence, Andrea, puffing on a Toscano cigar, replied, “Not that I know of, but it might have been to avoid taxes.”

The cigar was cut with a mozzetta, a stubby jackknife with a short blade that Andrea admitted he had a special feeling for because it was the favorite of his great grandfather David.

By now the Berti catalogue extends through a series of some models of cutlery and related items, including a number of knives with handles of a highly sophisticated form of plexiglass and blades realized through cutting edge technology. But the main focus remains on cutlery of the Tuscan tradition, led in popularity by the fabled Pontormo and sets of steak-knives in the series known as Convivio, Compendio and Valdichiana specially designed to polish off a bistecca alla fiorentina.

Le Chiuse, Fuligni, Il Marroneto

Rosso di Montalcino un vino di carattere e dignità tutta sua

Negli ultimi cinquant’anni il Brunello di Montalcino è emerso dall'oscurità virtuale per diventare uno dei vini rossi più prestigiosi del mondo. Durante questa drammatica ascesa, il Rosso di Montalcino ha indugiato nella sua ombra ed è stato variamente dipinto come un fratello minore, un sostituto a basso prezzo, o peggio ancora, un comodo scarico per le uve Sangiovese non all'altezza del Brunello. E poiché il Rosso di Montalcino richiede un anno di invecchiamento prima del rilascio, mentre il Brunello ne richiede cinque, è visto anche come una fonte di reddito immediata per i produttori.

Queste descrizioni contengono una misura di verità, il che può spiegare la confusione in Italia e all'estero su ciò che il Rosso di Montalcino è o dovrebbe essere, non solo tra i consumatori, ma tra la stampa e i commercianti. O, se è per questo, tra gli stessi produttori.

I dubbi svaniscono di fronte a produttori del calibro di Le Chiuse, Fuligni e Il Marroneto, che hanno le idee chiare su cosa dovrebbe essere il Rosso di Montalcino con alcune variazioni di stile, pur concordando tutti che il Rosso di Montalcino è un vino di carattere e dignità tutta sua.

(Nel descrivere i loro approcci, sembra imperativo notare che tutti i vigneti di Montalcino devono essere ufficialmente registrati per il Brunello o per il Rosso - con la considerazione che le uve coltivate nei vigneti di Brunello possono anche essere usate per fare il Rosso, ma non il contrario).

Le Chiuse. Lorenzo Magnelli spiega che Le Chiuse Rosso di Montalcino è fatto seguendo le procedure del Brunello da uve 100% Sangiovese Grosso selezionate dagli stessi vigneti che coprono circa 8 ettari - situati in parte sul lato nord-est della collina di Montalcino a 300 metri e in parte sul versante sud-est a 500 metri sul livello del mare. Lorenzo nota che il Rosso di Montalcino è solitamente considerato il fratello minore del Brunello, "ma per noi è un vino di distinta personalità”. Dopo circa sei mesi di maturazione in rovere mostra un brillante color rosso rubino chiaro con un bouquet fresco e fragrante dove spiccano i frutti di bosco. Da bere piacevolmente al momento della commercializzazione, anche se può invecchiare bene.

Fuligni. Il Rosso di Montalcino Ginestreto non è considerato un vino secondario ma un'alternativa pienamente qualificata al Brunello. La Tenuta Fuligni, che si estende per 100 ettari sul versante orientale di Montalcino, comprende più di dieci ettari di vigneti situati principalmente a Cottimelli ad un'altitudine che varia dai 380 ai 450 metri sul livello del mare. Ginestreto è il nome di uno dei vigneti da cui provengono le uve meticolosamente selezionate per il Rosso di Montalcino. Affinato per circa sei mesi in tonneaux di rovere francese, rispetto al Brunello, il Rosso è più fresco, vivace e accessibile in giovane età. Ha una maggiore versatilità con i cibi rispetto al Brunello e, naturalmente, ha un rapporto qualità/prezzo più favorevole.

Il Marroneto. Alessandro Mori si è sempre concentrato solo ed esclusivamente sul Sangiovese per produrre due tipi di Brunello - Il Marroneto e la selezione Madonna delle Grazie - e il Rosso di Montalcino Ignaccio. I vigneti si estendono sul versante nord della collina di Montalcino a 350-400 metri sul livello del mare in prossimità delle antiche mura della città. Alessandro spiega che fino a poco tempo le uve del Rosso provenivano dagli stessi vigneti del Brunello di Montalcino, costringendolo a declassare parte del vino per accontentare la domanda di alcuni clienti per questa tipologia. Nel 2019, ha affittato un piccolo vigneto destinato a diventare la fonte principale del Rosso di Montalcino che continuerà a produrre con la stessa amorevole cura del Brunello. Come ci ricorda "il Rosso ha preceduto il Brunello come vino rosso storico delle colline di Montalcino. Nessuno lo ha inventato, si è semplicemente evoluto assumendo i propri standard e il proprio carattere. Naturalmente, sto parlando dell'autentico Rosso di Montalcino, non delle improvvisazioni che ancora abbondano". Ignaccio come etichetta nasce nel 2000, il nome proviene dai tentativi del figlio di Alessandro, allora piccolo, di dire imbraccio. Una parola di cui il padre si è innamorato tanto da dedicargli un vino. 

ENGLISH

Le Chiuse, Fuligni, Il Marroneto

Rosso di Montalcino as a wine of character and dignity all its own

Over the last half century Brunello di Montalcino has emerged from virtual obscurity to become one of the world’s most prestigious red wines. During that dramatic rise, Rosso di Montalcino has lingered in its shadow as what has been variously depicted as a little brother, a lower-priced substitute, a convenient dumping ground for Sangiovese grapes not up to par for Brunello. Since Rosso di Montalcino requires a year of aging before release, while Brunello requires five, it is often seen as a ready source of income for producers.

All those accounts contain a measure of verity, which may explain the confusion in Italy and abroad about what Rosso di Montalcino is or should be, not only among consumers but among the press and wine trade. Or, for that matter, among producers themselves.

No such doubts among the three producers connected with Heres—Le Chiuse, Fuligni, Il Marroneto—all of whom have clear ideas of what Rosso di Montalcino should be with some variations in the concepts and procedures of how to achieve it. But all agree that Rosso di Montalcino stands as a wine of character and dignity all its own.

(In describing their approaches, it seems imperative to note that all vineyards of Montalcino must be officially registered for either Brunello or Rosso—with the caveat that grapes grown in Brunello vineyards may also be used to make Rosso, though the opposite is never true).

Le Chiuse. Lorenzo Magnelli explains that Le Chiuse Rosso di Montalcino is made following the same procedures as Brunello from 100% Sangiovese Grosso grapes from the same vineyards covering about 8 hectares situated in part on the northeastern side of the Montalcino hill at 300 meters above sea level and in part on the southeastern slope at 500 meters above sea level. Lorenzo notes that Rosso di Montalcino is usually considered the little brother of Brunello, “but for us it’s a wine of distinct personality. After about six months of maturing in oak it shows a bright and clear deep ruby red color with intense bouquet, fresh and fragrant of fruits and berries. The flavor is dry and full with notable persistence on the palate. Though it can age well, it is ready to drink on release.

Fuligni. Rosso di Montalcino Ginestreto is considered by no means a secondary wine but a fully qualified alternative to Brunello. The Fuligni estate, which spreads over 100 hectares on the eastern side of Montalcino, includes more than ten hectares of vineyards located primarily at Cottimelli at altitudes varying from 380 to 450 meters above sea level. Ginestreto is the name of the vineyard which is the principal source of grapes meticulously selected for Rosso di Montalcino, a wine that is matured for about six months in French oak tonneaux by winemaker Daniele Zefferini. In comparison to Brunello, the wine is fresher, more buoyant, more accessible at an early age. It has greater versatility with foods than Brunello—and, of course, it has a more favorable quality/price ratio.

Il Marroneto. Alessandro Mori has always concentrated on Sangiovese alone to produce two types of Brunello—Il Marroneto and Madonna delle Grazie—and Rosso di Montalcino Ignaccio. The vineyards extend across the northern slope of the Montalcino hill at 350 to 400 meters above sea level in the vicinity of the ancient town walls. Alessandro explains that until recently he vinified only grapes from his vineyards for Brunello di Montalcino, so to produce bottles of Rosso di Montalcino Ignaccio he declassified some Brunello to meet customer demand for an entry-level wine. In 2019, he leased a small vineyard and is making that the prime source of Rosso di Montalcino, a wine made with the same loving care as Brunello. As he points out, “Rosso preceded Brunello as the historic red wine of the hills of Montalcino. Nobody invented it; it evolved to have its own standards and its own character. Of course, I’m talking about authentic Rosso di Montalcino, not the improvisations that still abound.” Alessandro explains that Ignaccio got its name from his infant son’s attempts to say imbraccio (embrace), which came out as ignaccio—and “I just fell in love with that term.”

 

After all, it’s always 6 o’clock somewhere!

lunedì 15 febbraio 2021 12:02:52 Europe/Rome

After all, it’s always 6 o’clock somewhere!

 By Redazione Heres

Quando parliamo di gin dobbiamo parlare di ginepro.

Il ginepro è una conifera che cresce in un clima temperato freddo, preferibilmente montano. E’ diffuso in tutto il mondo e ne esistono ben 65 tipi diversi. E’ conosciuto per le sue doti medicamentose ed è molto apprezzato in cucina.

I primitivi si nutrivano delle sue bacche, gli Egizi lo utilizzavano per l’imbalsamatura, nel Medioevo si conoscevano già le sue doti curative per lo stomaco e in Italia nell’XI secolo si produceva già un cordiale a base di acquavite e di ginepro nelle scuole di medicina monastica.

Le radici del gin possono essere ulteriormente ricondotte ai monaci benedettini dell'XI secolo a Salerno che lo distillavano come farmaco contro la peste. Si afferma inoltre che i soldati inglesi che fornirono supporto ad Anversa contro gli spagnoli nel 1585, durante la guerra degli ottant'anni, stavano già bevendo” jenever“ per i suoi effetti calmanti prima della battaglia, da cui si ritiene abbia avuto origine il termine Dutch Courage, il coraggio olandese.

Nel 1700 Il consumo di gin in Inghilterra è aumentato notevolmente dopo che il governo ha autorizzato la produzione di gin senza tasse e allo stesso tempo ha imposto un dazio pesante su tutti gli alcolici importati come il brandy francese. Questo creò un mercato più ampio e nel 1695-1735 migliaia di negozi di gin sorsero in tutta l'Inghilterra. A causa del basso prezzo del gin, rispetto ad altre bevande disponibili contemporaneamente e nella stessa posizione geografica, il gin cominciò ad essere consumato regolarmente dalla popolazione più umile.

Il gin, tuttavia, è stato accusato di vari problemi sociali, molti credono che sia stato fattore dei tassi di mortalità di quell’epoca per il suo abuso. La reputazione negativa del gin sopravvive ancora oggi in alcuni terminologie usate nel linguaggio comune. Gli inglesi utilizzano talvolta termini come gin mills o la frase gin joint che si usano per descriver luoghi poco raccomandabili.

Ma arriviamo ai giorni nostri. Dal 2013 il gin ha attraversato un periodo di ascesa in tutto il mondo , con molti nuovi marchi e produttori che sono entrati nella categoria che ha portato a un periodo di forte crescita, innovazione e cambiamento. Tra le centinaia di realtà vi raccontiamo quella della distilleria Bramley And Gage .

A metà degli anni 1980 Edward Bramley Kain e Penelope Gage iniziarono a sperimentare nella cucina della loro casa colonica in South Devon, liquori prodotti con frutti della loro fattoria. Le ricette seguivano un metodo di ‘macerazione’ simile a quello praticato in Francia.

I liquori sono stati un enorme successo e ben presto diffusi in diversi locali. Non passò molto tempo prima che lo Sloe Gin Bramley arrivasse sugli scaffali dei negozi. Alcuni anni dopo, Michael e Felicity rilevarono l'ormai prospera distilleria dei loro genitori e guidati dall'esperienza di famiglia, hanno perfezionato la ricetta del gin. Il meraviglioso sapore di 6 O’clock Gin è emerso attraverso la sperimentazione: botaniche accuratamente selezionate, bilanciate con precisione per un gusto fresco e pulito.

Il nome è stato ispirato dalla lunga tradizione familiare di concedersi un G&T alle 6 in punto; un'usanza ancora apprezzata in distilleria e condivisa dagli amanti del gin di tutto il mondo.

La morbidezza tipica che caratterizza questo gin deriva da "Kathleen", un’ esclusiva cisterna in rame a "doppia sfera" dove L’alcol ha un contatto prolungato con questo tipo di materiale offrendo sentori unici.

 

Vi presentiamo 3 versioni di gin:

 

6 ‘ CLOCK GIN

Elegante, croccante e fresco, il London Dry è un classico gin a base di ginepro con note rinfrescanti ed equilibrate di agrumi arancioni, fiori di sambuco e spezie sottili.

Sorprendentemente morbido al gusto e bello da vedere nella sua iconica bottiglia di vetro blu Bristol, London Dry è nato nel 2010, perfezionato da un'antica ricetta di gin di famiglia.

 

6 O'clock Gin Brunel Edition

Pensato per un profilo aromatico più complesso, al ginepro vengono aggiunti sei nuovi prodotti botanici - cardamomo verde, noce moscata, cumino, corteccia di cassia, pepe cubebe e limone - per un sapore più audace e più ricco; una dolcezza terrosa si unisce alla freschezza agrumata per un finale speziato secco. Il Brunel è aromatico, corposo, complesso, indubbiamente speziato ma splendidamente morbido.

 

6 O'clock Damson Gin

Fantasticamente fruttato, Damson è decisamente qualcosa di speciale. Masse di deliziose susine britanniche raccolte a mano vengono lasciate a macerare per sei mesi o più nella Londra Dry liscia. Viene aggiunto un po’ di zucchero, ma non troppo, quanto basta per bilanciare la naturale acidità del frutto.

Macerato lentamente, il gin rosso rubino è vellutato e morbido con un'intensa profondità di sapore e una secchezza fruttata.

 

 

Clementi: La storia dietro l'Amarone del sindaco

lunedì 8 febbraio 2021 17:26:42 Europe/Rome

Clementi: La storia dietro l'Amarone del sindaco

By Burton Anderson

Pietro Clementi si appassionò al vino da ragazzo mentre stava con i suoi nonni nella loro fattoria a Illasi, a est di Verona, durante la seconda guerra mondiale. "A quei tempi i buoi tiravano gli aratri tra le vigne e l'uva veniva raccolta in ceste di vimini", come ha ricordato. "Tutte le fasi del processo di vinificazione, compresa la pigiatura, venivano eseguite a mano. Il vino era un lavoro artigianale, questo che mi piaceva, ed è il motivo per cui in seguito ho deciso di diventare un produttore".

Pietro Clementi divenne avvocato, come i suoi nonni, esercitando la professione nella zona di Verona per più di mezzo secolo, dove per un importante periodo è stato anche sindaco di Marano, un comune della Valpolicella Classica. Dopo aver acquisito nel 1969 una propria tenuta in località Gnirega di Valgatara, la sua passione è cresciuta di pari passo con l’ampliamento dei vigneti, oggi si contano 14.5 ettari, e la creazione di una moderna cantina dove lavorano anche i suoi figli, Maria, Aurelio, Maurizio, Giuseppe e Bernardino, e le loro famiglie.

La famiglia Clementi produce una gamma di vini tradizionali che includono Valpolicella Classico e Superiore, Amarone, Ripasso e due versioni di Veneto IGT Rosso, ottenuti dalle varietà classiche Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara. Vini esemplari che dialogano perfettamente con piatti della cucina veronese e con un ampio ventaglio di specialità prodotte nelle aree Prealpine, del Lago di Garda e delle valli e pianure lungo il corso del fiume Adige.

Particolarmente degno di nota è il Clementi Amarone della Valpolicella Classico, ancora oggi conosciuto come "l'Amarone del sindaco" intorno a Marano. Un vino di statura imponente e di straordinaria longevità, l'Amarone deriva da uve di prima scelta che vengono selezionate nel corso di almeno due settimane. Dopo essere posti su plateaux di legno, i grappoli vengono lasciati per quattro mesi ad appassire in un ambiente detto fruttaio tenuto costantemente aerato con ventilazione naturale. Dopo la vinificazione l'Amarone viene invecchiato per più di cinque anni in legno e commercializzato dopo minimo sei anni dalla vendemmia.

Questo metodo fedele alla tradizione restituisce un vino dal colore rosso rubino intenso, con un bouquet che suggerisce frutti di bosco maturi, marmellata di prugne e aromi di frutta secca e marasca, a cui si aggiungono spezie come cannella, pepe e noce moscata. Come spiega Maurizio Clementi, il punto di forza dell'Amarone è l'equilibrio tra aromi e sapori avvolgenti e una spiccata eleganza. Attualmente in commercio di trova l'Amarone dell'eccezionale vendemmia 2011.

 Maurizio consiglia di stappare la bottiglia almeno tre ore prima e di servire in bicchieri ballon a una temperatura di 16-20°C. Suggerisce di abbinarlo a primi piatti locali come il risotto al sugo di maiale detto tastasal, gli gnocchi di patate al ragù d'anatra o le classiche lasagne alla veronese con radicchio, maiale e Parmigiano. L’Amarone eccelle anche con piatti di carne tradizionali come la pastissada de caval e vari brasati, arrosti e pollame serviti con la polenta. 

"L'Amarone del Sindaco" brilla di convivialità quando bevuto con gli amici riuniti davanti al camino, anche se non c'è niente di meglio che sorseggiarlo da soli dopo cena come vino da meditazione.

 

ENGLISH

Clementi: The Story Behind “The Mayor’s Amarone”

by Burton Anderson

Pietro Clementi became fascinated with wine as a boy while staying with his grandparents at their farm at Illasi east of Verona during the Second World War. “In those times oxen pulled the plows between the vines and grapes were harvested in wicker baskets,” as he recalled. “All steps in the winemaking process, including pressing, were carried out by hand. Wine was a handicraft, and that’s what I loved about it, and why I later decided to become a winemaker.”

Pietro Clementi became a lawyer, like his grandparents, practicing law in the Verona area for more than a half century, and serving for a time as the mayor of Marano, a town in the Valpolicella Classico zone. After acquiring his own estate at the village of Gnirega di Valgatara in 1969, his passion grew as vineyards expanded to take in 14.5 hectares and a modern winery was established that came to involve his children: Maria, Aurelio, Maurizio, Giuseppe and Bernardino and various mates and offspring who share in the vineyard and cellar work.

The Clementi family produces a range of wines based on the traditional varieties of Valpolicella—Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara—taking in Valpolicella Classico and Superiore, Amarone, Ripasso and two versions of Veneto IGT Rosso. The wines of exemplary value have a noted affinity with the cooking of Verona and the bounty of produce from the Alpine foothills, Lake Garda and the valleys and plains along the course of the river Adige.

Of special note is the Clementi Amarone della Valpolicella Classico, which is still known as “The Mayor’s Amarone” around Marano. A wine of towering stature and extraordinary longevity, Amarone derives from the estate’s choice grapes selected over a period of at least two weeks and harvested on wooden plateaux to undergo four months of drying (appassimento) in the naturally ventilated conditions of the fruttaio. The Amarone is then aged for more than five years in wood to be marketed after six or sometimes seven years from the harvest.

This diligently traditional method results in a wine of intense ruby red color, with a bouquet that suggests ripe berries, plum jam and aromas of dried fruit and morello cherry, to which are added spices such as cinnamon, pepper and nutmeg. As Maurizio Clementi explains, the strong point of Amarone is the balance between its opulent aromas and flavors and an elegance that is never heavy.

Currently on the market is the Amarone from the exceptional 2011 vintage.

Maurizio suggests uncorking the bottle at least three hours before serving in ballon glasses at a temperature of 16-20°C. He suggests pairing it with first courses of such Veronese specialties as risotto with the pork sauce known as tastasal, potato gnocchi with duck ragout or a classic lasagne alla Veronese with radicchio, pork and Parmigiano. It excels with traditional meat dishes such as the horsemeat pastissada de caval and various braised and roast meats and poultry served with polenta.  

“The Mayor’s Amarone” glows with conviviality when served among friends gathered before the fireplace after dinner, though there’s nothing quite like it when sipped on its own as a wine of meditation.

De Stefani si espande in Valpolicella con "Bailo" Amarone e Ripasso

lunedì 1 febbraio 2021 13:10:44 Europe/Rome

 

De Stefani si espande in Valpolicella con "Bailo" Amarone e Ripasso

by Burton Anderson

In due precedenti edizioni di Heres Wine Stories abbiamo presentato un profilo dell'azienda De Stefani e una recensione della straordinaria proposta di vini a partire dai Prosecco della tenuta Colvendrame sulle colline tra Conegliano e Valdobbiadene, a nord di Treviso.

Recentemente Alessandro De Stefani ha ampliato la propria gamma spostandosi in Valpolicella per dedicarsi alla produzione di Amarone e Ripasso. Come spiega Alessandro, il progetto è nato da una collaborazione con un vecchio amico e compagno di scuola dell’istituto enologico di Conegliano, nonché proprietario di vigneti sulle colline sovrastanti Verona. Su questi terreni calcarei, con un'esposizione ideale a sud ,si trovano vecchie viti impiantate ad alta densità coltivate secondo i principi dell’agricoltura biologica .

In linea con le richieste del mercato, De Stefani ha deciso di concentrarsi sulla produzione di Amarone e Ripasso, entrambi ottenuti dalle varietà classiche della Valpolicella: Corvina, Corvinone, Rondinella e Croatina. I vini sono contraddistinti dal marchio Bailo, un termine veneziano che si riferisce a governanti, signori e ambasciatori della Repubblica di Venezia, e che risulta essere anche il cognome da nubile della madre di Alessandro, Marisa. 

Bailo Amarone della Valpolicella DOCG proviene da uve raccolte a mano tra fine settembre e inizio ottobre. I grappoli vengono lasciati ad appassire per diversi mesi, seguono la diraspatura e la fermentazione degli acini a contatto con le bucce a temperatura controllata.

Il vino ottenuto viene maturato per 24 mesi in barrique nuove e successivamente affinato in bottiglia. Bailo Amarone della Valpolicella DOCG si presenta color rosso rubino profondo con un bouquet che ricorda ciliegie mature, prugne e more. Un vino di immensa struttura la cui densità è temperata da sensazioni di frutta secca e tannini vellutati e da un finale che

sembra non avere fine. Alcuni ammiratori considerano l'Amarone un vino di tale statura che può stare da solo, un cosiddetto vino di meditazione. Ma Alessandro lo abbina volentieri a piatti come l'agnello arrosto, il brasato al vino o la lepre alla cacciatora con polenta, oppure con i formaggi stagionati come il Piave Stravecchio DOP.

Balio Ripasso della Valpolicella DOC proviene da uve raccolte a mano da fine settembre a inizio ottobre vinificate e maturate secondo le tecniche tradizionali. Il nome Ripasso si riferisce alla pratica di passare il Valpolicella sulle fecce fermentate dell'Amarone per arricchire il corpo e il carattere del vino.

Bailo Ripasso ha un colore rubino acceso e un bouquet che allude alla viola, ai frutti rossi maturi e ai frutti di bosco con note speziate. Un vino carico di intensità, dove la ricchezza di frutto e i tannini setosi si fondono in un finale lungo e sfumato.

Oltre ai piatti consigliati per l’Amarone, il Ripasso Balio si abbina felicemente anche al risotto con i funghi e pasta al ragù, costolette di agnello alla griglia, fagiano con salsa peverada o anche alle seppie in umido classico veneziano.

ENGLISH

De Stefani expands to Valpolicella with Bailo Amarone and Ripasso

By Burton Anderson

Earlier Heres Wine Stories featured a profile of the De Stefani family winery and a review of its extraordinary range of wines, led by Prosecco from the Colvendrame estate in the hills between Conegliano and Valdobbiadene north of Treviso. Recently Alessandro De Stefani expanded the range, moving west to Valpolicella for production of Amarone and Ripasso.

As Alessandro explains it, the project resulted from a collaboration with an old friend and schoolmate at the Conegliano enological school with vineyards at an estate in the hills of Valpolicella. The terrain has ideal southern exposure for old vines planted at high density in calcareous soils and maintained following the organic principles of all De Stefani wines.

In line with market demands, De Stefani decided to concentrate on Amarone and Ripasso, both produced from the four classic Valpolicella varieties of Corvina, Corvinone, Rondinella and Croatina. The wines are distinguished by the trade name Bailo, a Venetian term referring to rulers, lords and ambassadors of the Venetian Republic that also turns out to be the maiden surname of Alessandro’s mother Marisa.

Bailo Amarone della Valpolicella DOCG comes from grapes harvested by hand from late September to early October and the bunches left to dry (appassire) for several months, after which they are destemmed and fermented to macerate with the skins at controlled temperatures. The wine is matured for 24 months in new barriques followed by further aging in bottle.

Bailo Amarone shows deep ruby color and rich bouquet hinting at ripe cherries, plums and blackberries. A wine of immense structure and opulent flavors with density tempered by dried fruit sensations and velvety tannins and a finish that seems to have no end.

Some admirers consider Amarone a wine of such soaring stature that it can stand alone as a vino di meditazione. But Alessandro gladly matches it with such dishes as roast lamb, brasato (beef braised in wine) or lepre alla cacciatora (hare in a rich stew with polenta), while praising its role with aged cheeses, primarily the Veneto’s Piave Stravecchio.

Bailo Ripasso della Valpolicella DOC comes from grapes harvested by hand from late September to early October vinified and matured following the traditional techniques of Valpolicella. The name Ripasso refers to the practice of passing the Valpolicella over the already fermented lees of Amarone, enriching body and character.

Bailo Ripasso has intense ruby color and bouquet hinting at violets, ripe red fruits and berries with spicy notes. A wine of full body and deep flavor, it blends rich fruit with silky tannins in a long and nuanced finish.

Ripasso would go well with the same dishes as Amarone, though it has the versatility to match the likes of risotto with mushrooms and pasta dishes with ragouts, grilled lamb chops, pheasant with salsa peverada or even that Venetian classic of seppie in umido, cuttlefish or calamari in a spicy stew.

 

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