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Enio Ottaviani, la realtà di una visione felliniana

giovedì 18 giugno 2020 18:07:05 Europe/Rome

Enio Ottaviani, la realtà di una visione felliniana

By Burton Anderson

In tempi di orizzonti in espansione, i luoghi del vino sono sempre più dove si vorrebbe che fossero, e il ‘dove' è arrivato a includere posti prima improbabili come l'entroterra di quell’apoteosi delle località balneari di Rimini, che, se mi si vuole scusare il non sequitur, è anche il luogo di nascita di Federico Fellini.

Le dolci colline della Val Conca ospitano l'azienda Enio Ottaviani, gestita oggi dalla nuova generazione - Davide Lorenzi, Massimo Lorenzi, Marco Tonelli, Milena Tonelli - con l'intento dichiarato di "fare vino per gli amici".

 La proprietà conta 12 ettari di vigneti coltivati con varietà autoctone e internazionali, dove è stata costruita una cantina all'avanguardia che irradia modernità e funzionalità: "avevamo il sogno di creare un luogo che non fosse semplicemente una cantina, ma un ambiente dove poter contemplare il vino tramite un'esperienza sensoriale completa". Traguardi raggiunti con caparbietà e le idee chiare “Siamo giovani, siamo pop e la mattina ci svegliamo con il gas tirato a manetta. Siamo una squadra di amici, propulsori di una storia di famiglia, ma soprattutto siamo romagnoli, determinati nel voler abbattere i muri di indifferenza verso i vini della nostra regione”.

Massimo o ‘Macho’ responsabile delle vendite, ha visto cambiare pelle al mercato in un batter d'occhio: vini che fino a tre anni fa potevano essere recepiti come magri e pallidi, oggi sono apprezzati perché diretti e godibili. La chiave di volta, dice, sta nel non strafare rispettando la natura del rapporto tra terra, vite e uomo.

 Davide o ‘Dado’, responsabile della produzione, è l’uomo dell’orizzonte, tra mare Adriatico e il dosso collinare che contorna i campi vitati a cinquanta metri sul livello del mare. Il resto lo fa la luce, il passaggio delle nuvole, il sale che condisce e consuma. Se la Romagna è terra di estro e orizzonti, è anche luogo di una saggezza popolare che Ottaviani non ha voluto dimenticare. Così, oltre a ricercare le virtù di Riesling, Sauvignon Blanc, Chardonnay e Cabernet, il team ha messo al centro del progetto i vitigni autoctoni, soprattutto il Sangiovese, ma con un sorprendente revival del Pagadebit, un tempo adorato dai vignaioli in quanto vitigno prolifico che "pagava i debiti".

Le mie degustazioni dei vini Ottaviani fino ad oggi sono limitate a due etichette:

Il Caciara 2018, un Sangiovese Superiore di Romagna, mi ha colpito per la sua vigoria e per la sua  versatilità, quel tipo di rosso che invita a essere sorseggiato con i menu più variegati.

Strati 2019,  Romagna Pagadebit Dop, il cui nome fa riferimento alle stratificazioni di sabbia, argilla e limo dei vigneti, è un bianco di energia giovanile scandito da profumi di prati fioriti inondati dal sole dei cieli marini.

Fin qui tutto bene, ma cosa c'entra questa storia con Federico Fellini? Ebbene, il grande regista nei suoi film e nella sua vita sembrava incarnare lo spirito della Romagna. A sua detta: “l'unico vero realista è il visionario”, parole che mi sembra abbraccino lo spirito di Enio Ottaviani.

ENGLISH

Enio Ottaviani, the Reality of a Felliniesque Vision

By Burton Anderson

 In these days of expanding horizons, wine country is increasingly where you wish it to be, and the  “where” has come to include such previously improbable locations as the hinterland of that apotheosis of beach resorts Rimini—which, if you’ll excuse the non sequitur, is also the birthplace of Federico Fellini.

The gently rolling hills of the Val Conca accommodate the Enio Ottaviani winery, founded by four young people—Davide Lorenzi, Massimo Lorenzi, Marco Tonelli, Milena Tonelli—with the avowed purpose of “making wine for friends.” They established 12 hectares of vineyards planted with an array of native and international varieties and built an avant-garde winery that radiates modernity and functionality. As they describe it: “We had a dream to create a place that was not simply a wine cellar, but a setting where we could contemplate wine as a complete sensory experience.”

They’ve accomplished this with energy and purpose. “We’re young, we’re with it, we wake up in the morning going full throttle. We’re a team of friends, driven by the force of a family history, but above all we’re natives of Romagna, stubbornly intent on breaking down the barriers of indifference toward our region’s wines.”

Massimo or “Macho” is the sales manager, who has seen the market change in the blink of an eye, as wines that until recently were considered lithe and lightsome are now esteemed as bright and delightfully drinkable. As Macho puts it, “The key lies in not overdoing it while respecting the nature of the link between earth, vine and man.”

Davide or “Dado” oversees production as the man on the spot between the Adriatic and the sloping vineyards at 50 meters above sea level, where the wine, according to Dado, is the handiwork of sunlight, passing clouds and the salty sea air that seasons scents and flavors .

If Romagna is a land of impulse and innovation, it is also a place of popular wisdom that Ottaviani refuses to forget. So while evaluating the virtues of Riesling, Sauvignon Blanc, Chardonnay and Cabernet, the team put the focus fair and square on native varieties: above all Sangiovese but with a surprise revival of Pagadebit, once adored by vignaioli as a prolific variety that “paid off debts.”

My tastings of the Ottaviani wines to date have been limited to two:

Caciara 2018, a Romagna Sangiovese Superiore, struck me with its verve, vigor and potential versatility, the kind of red that invites you to sip it right through the most variegated of menus.

Strati 2019, a Romagna Pagadebit, whose name refers to the strata of sand, clay and silt of the vineyards, is a white of youthful energy marked by scents of flowering meadows awash in the sunlight of the seaside sky.

All well and good, you might say, but what does that have to do with Federico Fellini? Well, the great director in his films and his life seemed to embody the spirit of Romagna. One of his famous sayings was, “The only true realist is the visionary,” and that seems to me to embody the spirit of Enio Ottaviani.

 

Heres WEB

lunedì 15 giugno 2020 16:03:56 Europe/Rome

Heres nasce come impresa per fornire servizi nel settore vino che includono la distribuzione di marchi di alta fascia e di realtà emergenti, oltre alla consulenza commerciale e marketing per aziende di produzione.

Dal 1997, anno in cui è nata la prima agenzia regionale, il cammino professionale di Cesare Turini, fondatore e amministratore unico di Heres, è stato condiviso con molti nomi del firmamento enologico italiano ed estero, tra questi si ricordano Mario Schiopetto, Sergio Manetti e Gianfranco Soldera. In un ventennio sono state attraversate ere di mercato e mutamenti di gusti fino ad arrivare al presente, quando in un giorno di marzo 2020, è stata dichiarata una pandemia mondiale.

 La viticoltura, parola che contiene un doppio significato, è l'antitesi della distruzione e simbolo di eredità, con questa spinta vitale Heres ha svoltato nuovamente verso il futuro. A partire da un progetto web che verrà presentato in più tappe, a cominciare dal 15 giugno 2020.

Da oggi il sito www.heres.it si apre agli operatori del settore Horeca. Siamo lieti di invitare i nostri clienti presenti e futuri a visitare il portale dedicato https://www.e-heres.com/ho/ dove potranno consultare il nostro catalogo e listino online dopo aver effettuato l'accesso.

Inizia per noi un percorso da lungo desiderato e che come tutti i progetti nuovi, ha bisogno di voi e dei nostri agenti per essere collaudato, migliorato e affinato. Verso un futuro che possiamo creare curando insieme il presente.

Buona navigazione!

I Riesling divini di Willi Schaefer

giovedì 11 giugno 2020 10:59:15 Europe/Rome

Nella foto: Christoph e Andrea Schaefer

I Riesling divini di Willi Schaefer

By Burton Anderson

Poiché il soggetto è il Riesling della squadra-tutta-famiglia di Willi Schaefer, abbiamo pensato che il modo migliore per affrontarlo sarebbe stato quello di convocare un’altra squadra composta da Burton e i ‘ragazzi’ di Heres. 

Willi e il figlio Christoph gestiscono Weingut Willi Schaefer, una piccolissima azienda vinicola nel villaggio di Graach an der Mosel dove, da soli quattro ettari di vigneti in pendenze quasi verticali, producono una celestiale gamma di vini, tutti Riesling, che includono Feinherb, Trocken, Kabinett alle versioni superiori da singolo vigneto di Wehlener Sonnenuhr, Graacher Domprobst e Graacher Himmelreich.

Per motivi di lucidità - con riferimento sia alla chiarezza che alla sobrietà - abbiamo deciso di concentrarci su due Riesling d'annata recente e di dividerci il compito nell’assaggiarli.

 

Willi Schaefer Graacher Himmelreich Riesling Kabinett 2017 

Note tecniche (parafrasando Christoph). Prima della vendemmia assaggiamo l'uva in ogni appezzamento fino a quando non siamo convinti che sia pronta. Se ha un buon sapore, anche il vino avrà un buon sapore. La fermentazione avviene con lieviti naturali in acciaio prima che il vino passi in vecchie botti Fuder da 1.000 litri per circa 8 mesi di maturazione. Durante la vinificazione assaggiamo spesso per trovare l'equilibrio perfetto tra dolcezza, acidità e struttura. Ci fidiamo più delle nostre sensazioni che dei valori analitici.

Note di degustazione (approssimative, nessuno è perfetto). Colore: immaginatevi oro liquido. Aroma: pensiamo al miele, al tiglio, alla frutta tropicale, alla menta e a gustose spezie e poi, siamo realistici, prendiamone un bel sorso. Sapore: paradisiaco. Cos'altro volete?

Abbinamenti: se proprio insistete, anche se questo Kabinett è semplicemente divino da solo prima, dopo e/o tra un pasto e l'altro. Altrimenti provatelo con foie gras o Roquefort, Stilton, Gorgonzola piccante o, se è la stagione, Weihnachtsstollen o Stollen (un dolce natalizio simile al nostro panettone).

P.S. Non fatevi ingannare dal tappo a vite, che, contrariamente ai canoni della tradizionale annusata al sughero, è il sigillo ideale per tenere il paradiso in una bottiglia.

Burton

 

Willi Schaefer Graacher Riesling Feinherb 2018 

Ci sono dei vini che per affinità elettive hanno fatto parte più di altri della nostra quarantena. Forse perché ci hanno permesso di non perdere il senso del viaggio in un periodo di frontiere chiuse, e di raggiungere attraverso il bicchiere luoghi di bellezza immaginaria.

Già dalle striature verde-oro lasciate nel bicchiere dopo il passaggio del Feinherb 2018, ci si trova a bramare il finale. Quello del vino, che non è mai the end, neanche quando finisce la bottiglia.

Christoph e Andrea Schaefer sono nostri amici, ci piace la sensibilità trasmessa da padre a figlio e da paesaggio a cantina, il calore umano che trapela nei loro gesti. E se le nostre papille concordano unanimemente che i loro vini sono buoni da morire, le nostre percezioni e descrizioni sensoriali svelano un coro eterogeneo di voci libere.

Pescando dal mazzo, le impressioni sul Graacher Riesling Feinherb, qui riportate in forma anonima, vanno da "una freccia scagliata nel cielo, nel vuoto, che entra in bocca come un lampo, ma sul finale ha una dolcezza che appagherebbe l'anima di un lottatore di sumo”. E poi “...di tempra gentile. In armonia grazie ai profumi di primavera (le primule) e bucce in pre-fermentazione. Con un finale, veramente lungo, che ti stupisce perché è secco.

 Il bello del vino. Una sonata di Chopin eseguita da Maurizio Pollini la puoi ascoltare infinite volte e ti sembrerà sempre diversa.

Heres 

 

 ENGLISH

The Divine Rieslings of Willi Schaefer

By Burton Anderson

Since the subject is the Rieslings of the all-family team of Willi Schaefer, we figured the best way to approach it would be to summon the team of Burton and the Heres bunch.

Willi and son Christoph run Weingut Willi Schaefer, a teeny-weeny winery at the village of Graach an der Mosel where, from a mere four hectares of almost perpendicular vineyards they produce a heavenly array of wines, all Rieslings, ranging through types of Feinherb, Trocken, Kabinett and single vineyard versions of Wehlener Sonnenuhr, Graacher Domprobst and Graacher Himmelreich.

For the sake of lucidity—referring to both clarity and sobriety—we decided to focus on two recent vintage Rieslings and split the task of tasting them.

 

Willi Schaefer Graacher Himmelreich Riesling Kabinett 2017 

Technical notes (paraphrasing Christoph). Before the harvest we sample grapes in each plot until we’re convinced they’re ready. If they taste good, the wine will taste good. Fermentation takes place with natural yeasts in stainless steel before the wine matures for about 8 months in old 1,000-liter Fuder casks. During vinification, we sample often to see when the balance between sweetness and acidity and the structure are perfect. Here we trust our feelings more than numerical values.

Tasting notes (approximate, nobody’s perfect). Color: picture liquid gold. Aroma: think of honey, lime, tropical fruit, mint and yummy spices and then get real and take a sip. Flavor: heavenly, what more do you need?

Food matches: if you insist, though it’s simply divine on its own before, after and/or between meals. Otherwise  try it with foie gras or Roquefort, Stilton, Gorgonzola piccante or, if it’s the season, Weihnachtsstollen.

P.S. Don’t be duped by the screw cap, which, contrary to the tenets of the sniffy old cork tradition, is the ideal seal for holding heaven in a bottle.

 

Willi Schaefer Graacher Riesling Feinherb 2018

There are some wines that for elective affinities have been more part of our quarantine than others. Perhaps because they’ve allowed us to retain a sense of travel in a period of closed borders, and to reach through a glass a destination of imaginary beauty. The green-gold streaks left by the passage of Feinherb 2018 in the glass, leaves one yearning for the finale - though with wines like this there is no end, not even when the bottle is finished. Christoph and Andrea Schaefer, husband and wife, are also friends of ours. We admire the sensibility transmitted from father to son and from vineyard to cellar, the human warmth that animates their gestures. And if our taste buds unanimously agree that their wines are celestial, our perceptions and tasting notes reveal a heterogeneous chorus of free voices. Our impressions of the Graacher Riesling Feinherb, reported here anonymously, range from “an arrow shot into the sky, into the void, which enters the mouth like a flash of lightning, but on the finish has a sweetness that would appease the soul of a sumo wrestler;” to “...of gentle temperament, harmious thanks to the scents of spring (primrose) and pre-fermentation grape skins. With a truly long finish that surprises you because it’s dry.

 The beauty of wine is like a Chopin sonata performed by Maurizio Pollini: you can listen to it countless times and it will always seem different.”

Heres

 

Château Sainte-Marguerite: l’essenza della Provenza

lunedì 8 giugno 2020 10:30:13 Europe/Rome

Château Sainte-Marguerite: l’essenza della Provenza

By Burton Anderson

Quando ho vissuto in Francia molti anni fa - per essere precisi, all'inizio degli anni '70 - ricordo di essere andato in alcuni ristoranti con amici e di aver ordinato il solo da ciò che ritenevamo più adatto ai cibi, ma anche da cosa potevamo permetterci, anche se a volte ci siamo un po' lasciati andare per certi cru di Champagne, Borgogna e Bordeaux.

Mentre ci gustavamo il pasto, ogni tanto mi guardavo intorno per vedere cosa bevevano gli altri ospiti, e giuro che per ogni tavolo che aveva più di una bottiglia - di solito un bianco e un rosso - ce n'era un'altra che sfoggiava un’esile bottiglia chiara con qualcosa di rosa all'interno.

Una volta ho chiesto al sommelier di un locale a due stelle cosa fosse esattamente quella ‘cosa rosa’. Con lo sguardo all’insù e un'esasperata scrollata di spalle mi rispose: un petit rosé de Provence.

Mon Dieu, mormorai, vuoi dire che con tutto questo cibo meraviglioso c’è gente che affronta il pasto con un solitario petit rosé? Oui, rispose con un ghigno gallico, et il est vraiment petit.

Da allora ho imparato ad amare i rosé - beh, certi rosé - e ho anche imparato che spesso i più buoni provengono da—mai oui— la Provence.

Quello che ha accompagnato la nostra cena di ieri sera è stato senza dubbio uno dei migliori: Château Sainte Marguerite Cuvée Symphonie Récolte 2019 Cru Classé Côte de Provence Protégée.

Sorseggiarlo e annusarlo, nel mentre sgranocchiare olive, pomodorini, noci salate e formaggi caprini, ammirando l'etichetta minimalista che raffigura due palme che fiancheggiano una maison in stile mediterraneo, ci ha riportato alla mente ricordi di brevi ma illuminanti soggiorni nel sud della Francia. E giuro che, se mai avrò la possibilità di tornare, andrò dritto a Château Sainte Marguerite.

Per l’appunto, mia figlia Gaia ci è già stata, e siccome è più poetica di me, lascio spazio al suo racconto: La Londe-les-Maures trasuda mediterraneità a partire dai colori dei paesaggi e i profumi nell’aria. Con Tolone e Saint-Tropez ai fianchi, il massiccio des Maures alle spalle e di fronte l’azzurro del Mar Mediterraneo che fa pendant con il cielo, si trova la proprietà della famiglia Fayard.

 

Brigitte e Jean-Pierre Fayard si sono innamorati di Château Sainte Marguerite nel 1977 e da allora, col passare degli anni, è diventato un affare di famiglia, con i tre figli e relativi coniugi a portare avanti le varie mansioni. Gli aromi e le tonalità di verde della vegetazione fanno da cornice a dolci distese di vigne che si poggiano su suoli poco profondi di argille fini, scisti e filladi ricche di quarzo. Se non ci fossero i cespugli di Ibiscus, gli olivi e le palme a frenare i filari, si potrebbe immaginare che i vigneti appartengono tanto al mare quanto alla terra. In un luogo idilliaco il vino più ambito non poteva che essere rosa. Il Cuvée Château Rosé viaggia in una bottiglia trasparente come l’aria, il suo liquido irradiato dalla luce riprende i riflessi del terreno rossastro dalle nuance pastello. Il tocco di blush è dato da una piccolissima percentuale di Syrah, che gli dona anche un po’ di curve, il resto lo fanno Cinsault e Grenache, freschezza e grip. Da queste parti -parlando come se fossimo lì - è un vino da tutto pasto in stile Méditerranée: sole, mare e un tramonto riflesso nel bicchiere.

Forse un giorno imparerò a scrivere così, ma intanto l’augurio migliore che mi viene in mente è: a votre santé.

 

ENGLISH

Château Sainte-Marguerite: The Essence of Provence

By Burton Anderson

When I lived in France many years ago—the early 1970s to be precise—I recall going to certain restaurants with friends and ordering menus with a wine selected for each course. Our choices depended not only on what we thought best matched the foods but what we could afford, though we sometimes stretched a bit when approaching certain crus of Champagne, Burgundy and Bordeaux.

As we gourmandized our way through the meal, I’d occasionally look around to see what fellow guests were drinking, and I swear that for every table that had more than one bottle on it—usually a white and a red—there was another wielding a slender clear bottle with something pink inside.

Once I asked the sommelier of a two-star establishment what exactly that pink stuff was. He glanced skyward with an exasperated shrug and replied: Un petit rosé de Provence.

Mon Dieu, I muttered, you mean with all this wonderful food people nurse their way through a meal with a lone rosé. Oui, he replied with an apropos Gallic sneer, et il est vraiment petit.

Since then I’ve learned to love rosés—well, certain rosés—and I’ve also learned that as a rule a number of the very finest rosés come from—mai oui—Provence. The one that exalted our meal last evening was beyond doubt one of the finest: Château Sainte Marguerite Cuvée Symphonie Récolte 2019 Cru Classé Côte de Provence Protégée.

Sipping and sniffing it and nibbling on olives and cherry tomatoes and salted nuts and zesty goat cheeses, while admiring the minimalistic label depicting two palms flanking a Mediterranean style maison, brought back memories of brief but enlightening sojourns in the south of France. And I swear, if I ever have the chance to return, I’ll head straight for Château Sainte Marguerite.

As it turns out, my daughter Gaia has already been there and since she’s more poetic than me, I’ll let her rhapsodize over it:La Londe-les-Maures exudes the Mediterranean in the colors of the landscapes and the scents in the air. With Toulon and Saint-Tropez at its sides, the Massif des Maures at its shoulders and before it a sea whose blues are one with the sky.

This is the property of the Fayard family. Brigitte and Jean-Pierre Fayard fell in love with Château Sainte Marguerite in 1977 and since then, with the passing of generations and fates, it has become a family affair, with three children and their spouses carrying out the various devoirs.

The green-scented tones of the vegetation frame the gentle expanses of vineyards that rest on shallow soils of fine clays, schist and phyllites rich in quartz. Were it not for the stands of hibiscus, olive trees and palms to punctuate the rows of vines, one might imagine that the vineyards belong as much to the sea as to the earth.

In such an idyllic setting the most coveted wine could only be pink. The Cuvée Château Rosé illuminates  a bottle as transparent as air, its liquid irradiated by the light that reflects the ruddy pastels of the soil. A hint of blush is lent by a very small dose of Syrah, which also contributes some curves, and the rest is the milieu of Cinsault and Grenache, freshness and grip. Around here—imagining ourselves there—it’s a wine for all seasons and any meal: sky and sea and a Mediterranean sunset reflected in a glass.

Maybe someday I’ll learn to write like that, but in the meantime about the best I can come up with is: a votre santé.

Sergio Marani Òppano: le virtù nascoste del Verdicchio

giovedì 4 giugno 2020 13:00:16 Europe/Rome

Sergio Marani Òppano: le virtù nascoste del Verdicchio

By Burton Anderson 

Molti conoscitori concordano sul fatto che il Verdicchio sia tra i migliori vitigni bianchi d'Italia, anche se non si direbbe dalla reputazione del vino, spesso imbottigliato in un’anfora kitsch di vetro verde che ha contribuito a dare un’immagine riduttiva di bianco economico e spensierato.

Per i consumatori il profilo basso può essere un vantaggio poiché i prezzi del Verdicchio sono quasi sempre inferiori rispetto al valore intrinseco del vino. Ma essere a buon mercato è anche controproducente, visto che ancora pochi appassionati sono consapevoli che dalle dolci distese verdi delle Marche provengono dei Verdicchio che potrebbero stare in batteria con l'elite del bianco italiano, ma a prezzi che vanno dalla metà a un quarto di alcuni vini di paragonabile levatura dell'Alto Adige o del Friuli.

A questo punto vi chiederete: dove si trovano questi tesori? Beh, potrei indirizzarvi verso una dozzina o più aziende nella vasta zona dei Castelli di Jesi, sulle colline che si affacciano sull'Adriatico, ma sarei ancora più propenso a orientarvi verso Matelica, un'enclave nascosta nell'Appennino, e nello specifico verso un gioiello di tenuta di proprietà di Sergio Marani.

In un numero precedente della newsletter Heres, ho descritto il lavoro di Sergio Marani e dei figli Luca e Matteo, e i quattro vini che producono da otto ettari di vigneto in una località chiamata Vocabolo San Nicola. Nello specifico sono tre tipi di Verdicchio di Matelica DOC, uno chiamato Sergio Marani e i cru di Sannicola e Òppano, e un Trebbiano in purezza da viti di 30-40 anni. Alla vendemmia, effettuata manualmente e nel minor tempo possibile, segue la vinificazione in acciaio inox e la maturazione in vecchie botti, che nel tempo hanno acquisito uno strato di tartrati, fattore che favorisce le potenzialità di invecchiamento dei vini.

La mia degustazione di Òppano 2018 ha rivelato un vino di insolita profondità con la classe, la statura e la complessità per reggere almeno un decennio. La famiglia Marani fa notare che il vigneto, esposto a nord-ovest, ha una posizione fresca che determina una maturazione tardiva e una gamma di profumi di fiori selvatici ed erbe aromatiche, anice e lavanda, mentre le pronunciate note saline e minerali al palato sembrano riflettere il fatto che i vigneti sono piantati su terreni fortemente calcarei, che milioni di anni fa si trovavano sul fondo di un lago salato.

Òppano ha la stoffa per essere sorseggiato in solitaria contemplazione, ma alla famiglia Marani piace consumarlo a tavola, suggerendo due piatti in abbinamento. Il primo è una super frittata con tante uova fresche di fattoria arricchita con ingredienti a fantasia. L'altra è una classica specialità marchigiana: i vincisgrassi, ovvero le mitiche lasagne della provincia di Macerata, condite con un sugo di frattaglie di pollo, funghi, cervella di vitello e animelle, prosciutto, besciamella, parmigiano e, in stagione, tartufi, preferibilmente bianchi. Gli ingredienti per i svincisgrassi variano - alcuni li preparano anche con i frutti di mare - ma il punto è che Òppano ha gli attributi per essere abbinato anche ai piatti più opulenti.

Un’annotazione finale. I tappi a vite utilizzati sulle bottiglie di Marani non devono in alcun modo essere interpretati come segno di minore qualità o potenziale di invecchiamento rispetto ai vini imbottigliati con i tradizionali tappi di sughero. Dopo una lunga esperienza con bottiglie sigillate in vario modo, sono sempre più convinto che il tappo a vite offra vantaggi distintivi nel mantenere l'essenza e l'integrità originale dei vini, in particolare dei bianchi.

 ENGLISH

Sergio Marani Òppano: the hidden virtues of Verdicchio

By Burton Anderson

Many cognoscenti agree that Verdicchio ranks among Italy’s best white wine varieties, though you’d hardly know it from the wine’s reputation, chronically bottled up by an image as a cheap and cheerful white in a kitchy green glass amphora.

For consumers there are advantages to that low profile in that prices of Verdicchio are almost invariably inferior to the intrinsic value of the wine. But being a bargain has disadvantages too, in that few wine buffs are aware that from the rolling green expanses of the Marche come bottles of Verdicchio that could stand proudly with the nation’s elite of vino bianco, but at prices that range from a half to a quarter of something equivalent from Alto Adige or Friuli.

So, you might ask, where does one find these treasures? Well, I could direct you to a dozen or more addresses in the vast Castelli di Jesi zone in the hills overlooking the Adriatic, but I might be more inclined to point you toward Matelica, a hidden enclave in the Apennines, and specifically to a jewel of an estate owned by Sergio Marani.

In a previous issue of the Heres newsletter, I described  the work of Sergio Marani and sons Luca and Matteo and the four wines they produce from eight hectares of vines at a place called Vocabolo San Nicola. There are three types of Verdicchio di Matelica DOC, one called Sergio Marani and the crus of Sannicola and Òppano, plus Il Trebbiano, a pure Trebbiano from vines that are 30 to 40 years old. The harvest, carried out manually and in the shortest possible time, is followed by vinfication in stainless steel and maturation in old barrels, which over time have acquired a layer of tartrates, a factor that favors the aging potential of the wines.

My tasting of Òppano 2018 revealed a wine of unusual depth with the class to gain in stature and complexity for at least a decade. The Marani family points out that the vineyard, facing northwest, has a cool exposure that results in late ripening and accounts for scents of wild flowers and herbs, anise and lavender, while the pronounced saline and mineral notes on the palate seem to reflect the fact that the vineyards are planted on strongly calcareous soils that millions of years ago were at the bottom of a salt lake.

Òppano has the stuff to sip contemplatively on its own, but the Marani family likes to match it with food, suggesting two dishes to go with it. One is a super frittata with lots of farm fresh eggs and whatever else meets your fancy. The other is a great speciality of the Marche: vincisgrassi, legendary lasagne of the province of Macerata, layered with a sauce of chicken giblets, mushrooms, veal brains and sweetbreads, ham, bechamel, Parmigiano and, in season, truffles—preferably white. The ingredients for svincisgrassi vary—some even make it with seafood—but the point is that Òppano has the attributes to match even the most opulent dishes.

A reminder. The screw caps used on bottles of Marani wines should by no means be taken to indicate that they are of lesser quality or aging potential than wines bottled with conventional corks. After long experience with bottles sealed with various types of tops, I’ve become increasingly convinced that screw caps offer distinct advantages in maintaining the original essence and integrity of wines, whites in particular.

De Stefani: fare naturalmente

lunedì 1 giugno 2020 12:04:39 Europe/Rome

De Stefani: fare naturalmente

By Burton Anderson

In quest’epoca dove la critica del vino viene dominata da promotori di lodi espresse in floridi superlativi e classificazioni da 90 punti e oltre, è come una boccata d’aria fresca incontrare un’azienda vinicola familiare e i suoi vini e poterli riassumere in una parola: genuini. Ora mi rendo conto che nessun rispettabile drago del “winespeak” , come lo definisco io, descriverebbe un vino come genuino. Troppo banale?  Troppo terra-terra?  O forse troppo schietto?

Comunque sia, mi limiterò a ‘genuini’ per descrivere la famiglia De Stefani e la sua straordinaria gamma di vini, provenienti principalmente dalla tenuta Colvendrame di Refrontolo, un villaggio nell'incantevole paesaggio collinare tra Conegliano e Valdobbiadene, a nord di Venezia.

Le origini della famiglia a Refrontolo risalgono a un documento ufficiale del 1624, anche se la tenuta fu fondata alla fine dell'Ottocento da Valeriano De Stefani, che si rese conto che i terreni di Colvendrame erano ideali per esprimere vini di autentica personalità. Suo figlio Valeriano e il nipote Tiziano introdussero metodi di vinificazione innovativi, mettendo in primo piano i vigneti impiantati su terreni di "caranto", un mix di limo, argilla bianca e minerali da roccia dolomitica.

Oggi Alessandro De Stefani, la quarta generazione, con a fianco la moglie Chiara produce vini seguendo una filosofia naturale che nasce da vecchie vigne impiantate ad altissima densità, prevalentemente di varietà autoctone, a partire dalla Glera, l’essenza del Prosecco. I vigneti sono coltivati senza l'uso di pesticidi, diserbanti o insetticidi e i processi di vinificazione sono effettuati con lieviti indigeni senza l'aggiunta di solfiti o conservanti. La cantina è autonoma dal punto di vista energetico, producendo la propria energia elettrica da una serie di 418 pannelli solari.

De Stefani possiede altre due tenute nella valle del Piave e a Fossalta, vicino all'Adriatico, che danno vita a un’ampia gamma di vini, tra cui rossi di varietà autoctone come Raboso e Refosco, anche se il suo rosso portabandiera, chiamato Stèfen 1624, proviene da Marzemino coltivato in un vigneto speciale a Colvendrame.Da una superficie totale di 60 ettari, De Stefani produce circa 400.000 bottiglie all'anno. Tra queste cinque tipologie di Prosecco, guidate da Rive di Refrontolo Valdobbiadene Superiore DOCG Brut Nature e Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut. Ma la linea si estende includendo bianchi fermi, rosé e una serie di rossi tutti riconducibili all’espressione genuini: cioè puri e naturali, ricchi di profumi e sapori, salutari e rinvigorenti e, soprattutto, piacevoli da bere.

A proposito, in caso di dubbio, i vini di De Stefani hanno ottenuto un numero impressionante di punteggi oltre 90. Ma non dite a nessuno che ve l'ho detto.

ENGLISH

De Stefani: Doing what comes naturally

By Burton Anderson

In these days of wine literature dominated by purveyors of hype expressed in florid superlatives, and 90-plus ratings, it’s like  a breath of fresh air to encounter a family winery and its wines  and sum them up in a word: wholesome. Now I realize that no self-respecting wizard of what I call “winespeak” would ever describe e a wine as wholesome. Too mundane?  Too down to earth?  Or, well, maybe just too honest?

Whatever, I’ll stick with wholesome in describing the De Stefani family and its extraordinary range of wines, primarily from the Colvendrame estate at Refrontolo, a village in the enchanting hills between Conegliano and Valdobbiadene north of Venice.

The family traces its origins at Refrontolo to an official document of 1624, though the estate was founded in the late nineteenth century by Valeriano De Stefani, who realized that the terrain of Colvendrame had ideal soils for wines of authentic personality. His son Valeriano and grandson Tiziano introduced innovative winemaking methods while putting prime emphasis on

vineyards planted in soils of “caranto,” a mix of silt, white clay and minerals from Dolomitian rock.

Today Alessandro De Stefani, of the fourth generation,works with his wife Chiara in producing wines following a natural philosophy from old and very high density vines, predominantly of native varieties led by Glera, the source of Prosecco. Vineyards are maintained without the use of pesticides, herbicides or insecticides and winemaking processes are carried out using indigenous yeasts without the addition of sulfites or preservatives. The estate is autonomous in terms of energy, producing its own electricity from a series of 418 solar panels.

De Stefani has two other estates in the Piave valley and at Fossalta near the Adriatic, for a range of wines, including reds from such native varieties as Raboso, Refosco and Marzemino, though its “flaghsip” red called Stèfen 1624 comes from Marzemino grown  in a special vineyard at Colvendrame.

From a total of 60 hectares, De Stefani produces about 400,000 bottles a year. These include five types of Prosecco, led by Rive di Refrontolo Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut Nature and Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Brut. But the line extends through still whites, rosé and an array 

of reds that all qualify as wholesome: that is, pure and natural and full of scents and flavors, healthful and invigorating and, above all, a pleasure to drink.

Oh, by the way, in case you doubted it, the wines of De Stefani have garnered an impressive number of 90-plus ratings. But don’t tell anybody I told you so.

Corbon Les Bacchantes Rosé: i "baffi rosa" di suo padre

giovedì 28 maggio 2020 13:02:24 Europe/Rome

Corbon Les Bacchantes Rosé: i "baffi rosa" di suo padre

By Burton Anderson

Per la storia di questa incantevole bollicina rosa, ci siamo rivolti alla sua creatrice, Agnès Corbon, che gestisce una piccola azienda vinicola a conduzione familiare nel villaggio di Avize, nella Côte de Blancs in Champagne. Come riportato in un recente numero della Newsletter di Heres, Agnès ha sempre seguito il principio del padre Claude secondo cui il blanc de blancs beneficia di una lunga maturazione sui lieviti per dare allo Chardonnay il massimo della finezza e dell'eleganza.

Poi, in uno slancio di fantasia, Agnès ha deciso di fare qualcosa di diverso e ha creato Les Bacchantes Rosé. Come lei stessa spiega: "Per molto tempo non ho fatto il rosé perché mi sono sempre vista come una ‘Chardonnay girl’. Ma nella primavera del 2015 ho assaggiato il rosé de saignée del mio amico e collega Tomithé Stroebel e mi sono innamorata del suo frutto croccante. Così ho deciso alla prima occasione di provare a fare un piccolo lotto di rosé. La vendemmia del 2015 è stata splendida, le uve di Pinot Meunier erano mature e belle, così ho fatto un tentativo. Ho scelto un appezzamento esposto a sud, a Trélou-sur-Marne, chiamato ‘Les Vignes d'Avize’, perché le rese sono più basse e le uve più mature che in qualsiasi altra mia parcella di questa varietà.”

Il vino proviene da uve Pinot Meunier al 100% vinificate secondo il metodo "saignée" o "salasso" con la spillatura del mosto fiore dopo 18 ore di macerazione sulle bucce, seguita dalla fermentazione in botti di rovere e una maturazione di 10 mesi sempre in legno dove completa la fermentazione malolattica. Nessuna chiarifica, filtrazione o stabilizzazione a freddo prima dell’imbottigliamento avvenuto nel settembre del 2016 per dare l’avvio alla seconda fermentazione.

"Amo questo vino, che è diverso da tutti quelli che ho fatto", dice Agnès. "Cercavo una concentrazione di frutta rossa croccante e con quelle splendide uve per cominciare e con un po' di fortuna ci sono riuscita. Ho prodotto due botti per un totale di 615 bottiglie. Da allora non ho più fatto il rosato. Ci ho provato nel 2018, ma non ero contenta e non l'ho imbottigliato. Non vedo l'ora di farne altri; chissà, magari nel 2020.”

Ma che dire di quel nome Bacchantes, che in francese comune si riferisce ai baffi, o in questo caso a un rosé dal baffo rosa?

Agnès ha spiegato che a un certo punto stava cercando un nome per le sue cuvée d'annata che aveva iniziato a vinificare in botti borgognotte, così suo padre Claude, che da poco si era fatto crescere un paio di baffi che non le piacevano affatto, ha suggerito scherzosamente: Les Bacchantes!

"Beh, mi sono detta, non chiamerò mai i miei vini 'Baffi’, ma in qualche modo l'idea ha preso piede, e dopo un po' di riflessione ho ceduto e ho detto OK, Les Bacchantes sia."

Il nome è stato usato per la prima volta per un blanc de blancs d'annata vinificato in legno e maturato per oltre cinque anni sui lieviti. Evidentemente questo appellativo le è cresciuto addosso, perché quando è arrivato il momento di dare un nome al suo nuovo vino è diventato Les Bacchantes Rosé.Per mantenere la sua freschezza vibrante, Agnès ha limitato il processo di produzione di questo Champagne a tre anni sui lieviti invece dei soliti cinque o più.

Quando le ho chiesto di descrivere la sua creazione, Agnès è ricorsa alla sua classica ironia e modestia: acidulo con note fruttate di fragola e mirtillo rosso, un "rinfrescante per la bocca", suggerendo di servirlo da solo come aperitivo, possibilmente in caraffa. Certo, un rinfrenscante per la bocca! Nella mia opinione i "baffi rosa" di papà esalterebbero anche i sapori di gran parte dell’ampia proposta di stuzzichini che i francesi chiamano amuse-gueules.

ENGLISH

Corbon Les Bacchantes Rosé: Her father’s ‘pink moustache’

By Burton Anderson 

 For the story behind this enchanting pink sparkler, we turned to its creator, Agnès Corbon, who  runs a small family winery in the village of Avize in Champagne’s Côte de Blancs. As reported in a recent issue of the Heres Newsletter, Agnès always followed the principle of her father Claude that blanc de blancs benefits from long maturation on the lees to give Chardonnay the utmost in finesse and elegance.

Then, on a whim, Agnès decided to do something different and created Les Bacchantes Rosé. As she explains: “For a very long time, I didn’t make rosé because I always saw myself as a Chardonnay kind of girl. But in the spring of 2015, I tasted the rosé de saignée of my friend and colleague Tomithé Stroebel and fell in love with the crispy fuitiness. So I decided at the first opportunity I would try to make a small batch of rosé. The 2015 harvest was gorgeous, the Meunier grapes were ripe and beautiful, so I gave it a try. I chose a south-facing plot of Meunier in Trélou-sur-Marne called “Les Vignes d’Avize” because yields are lower and grapes more mature than in any other of my Pinot or Meunier plots.

The wine came from 100% Meunier grapes vinified following the saignée or “bleeding” method of drawing off the musts after 18 hours of maceration with the skins, followed by fermentation in oak barrels and élevage of 10 months in oak and complete malolactic fermentation. No fining, filtering or cold stabilization before the wine was put in bottles in September 2016 to undergo the second fermentation of three years.

“I do love this wine, which is different from any I’ve ever made,” says Agnès. “I was looking for crisp red fruit concentration and with those gorgeous grapes to start with and a bit of luck I achieved just that. I made two barrels for a total of 615 bottles. I haven’t made rosé since. I tried in 2018, but I wasn’t happy and didn’t bottle it. I certainly look forward to making some more; who knows, maybe in 2020!”

But what about that name Bacchantes, which refers to moustache, or as a rosé to a pink moustache?

Agnès explained that at one point she was looking for a name for her vintage cuvées that she had begun vinifying in Burgundy barrels, so her father Claude, who had recently grown a moustache that she thoroughly disliked, jokingly suggested: Les Bacchantes! “Well, I said, no way I’m going to call my wines ‘Moustache,’ but  somehow the idea caught on, and after some contemplation I gave in and said OK, Les Bacchantes it is.”The name was first applied to a vintage blanc de blancs vinified for a minimum of five years on the lees. It obviously grew on her, because when it came time to name her new wine it became Les Bacchantes Rosé.To maintain its bouyant freshness, Agnès limited the Champagne process to three years instead of the usual five or more.

When asked to describe her creation Agnès resorted to customary ironic understatement: acidulous with fruity notes of strawberry and cranberry,  a “mouth freshener,” suggesting that it be served on its own as an aperitif, possibly in caraffe.Mouth freshener indeed. My take is that father’s “pink moustache” would glorify the flavors of almost any item in that grand array of tidbits that the French call amuse-gueules.

 

Ciro Biondi: un insider con la missione di far resuscitare la bellezza dell'Etna

By Burton Anderson 

L'ondata di produzione dei vini dell'Etna può essere definita come una delle storie più dinamiche dell’enologia italiana recente, una crescita esponenziale dovuta soprattutto a investimenti esterni per l’acquisto e il rifacimento di vigneti e cantine. Nella frenesia del momento può capitare di dimenticare i vignaioli che da lungo tempo producono vino su queste straordinarie pendici vulcaniche.

Un esempio calzante di insider è quello di Ciro Biondi, i cui antenati possedevano vigneti sull'Etna già nel 1600, mentre la cantina di famiglia fu fondata alla fine dell'Ottocento dal nonno Cirino, suo fratello Salvatore e da un socio, dando nome alla premiate ditta Biondi & Lanzafame. I loro vini furono esportati nei paesi europei e in America e furono riconosciuti con una serie di premi e medaglie tra gli anni 1913-1914. La cantina rimase attiva anche durante le due guerre mondiali, ma successivamente subì un periodo di declino a causa del mancato adeguamento alle moderne tecnologie e al mutamento del mercato nel dopoguerra.

Questo fino al 1999, quando Ciro Biondi e la moglie Stef decidono di ripristinare alcuni vigneti sulle pendici sud-orientali dell'Etna con l'idea fissa di "resuscitare la bellezza di questi luoghi". Ciro, architetto di formazione, da allora ha ristrutturato un vecchio palmento di famiglia e realizzato una cantina per l'affinamento nella Contrada Ronzini, alle porte di Trecastagni.

Ciro e Stef si sono presto resi conto che l'unico modo per raggiungere i loro obiettivi era quello di produrre vini di alto livello, concentrandosi sui vigneti che si trovano a un’altitudine di 600-700 metri su ripidi pendii terrazzati e suoli vulcanici-sabbiosi ricchi di minerali. Da questo lavoro sono nate tre etichette cru e due cuvée che esprimono territori diversi e che Ciro descrive come "molto vicini nello spazio ma lontani nel carattere, negli aromi e nei sapori".

L'Etna Bianco "Outis" proviene da Carricante, Catarratto e Minnella, un vino da sempre caratterizzato da una forte componente minerale (sassosa).

L'Etna Rosso "Outis" proviene da Nerello Mascalese con circa 20% di Nerello Cappuccio, maturato per circa dieci mesi in barriques e tonneaux al fine di ottenere un mix di eleganza e sostanza che potrebbero rievocare un Borgogna Village.

L'Etna Bianco "Pianta" proviene da Carricante con circa il 10% di Catarratto e Minnella coltivati nella parcella di Chianta in Contrada Ronzini, viene vinificato in rovere per dare profondità e complessità ai suoi aspetti salini e minerali.

L'Etna Rosso "Cisterna Fuori" nasce da Nerello Mascalese con circa 20% di Nerello Cappuccio coltivati nella particella di Cisterna Fuori in Contrada Ronzini e maturato per 18 mesi in barriques e tonneaux. Un vino di carattere, ricco ed elegante.

L'Etna Rosso "San Nicolò" proviene da Nerello Mascalese con una piccola percentuale di Nerello Cappuccio coltivati nel vigneto di San Nicolò dove le viti crescono ancora su piede franco. Affinato per 18 mesi in barriques e tonneaux, il vino mostra grande finezza e un carattere marcatamente borgognone.

 Questo carattere borgognone è diventato il biglietto da visita dei rossi dell'Etna, tanto che la zona è diventata nota come "la Borgogna del Mediterraneo".

Nella mia esperienza, i rossi di Ciro Biondi sono forse i più borgognoni di tutti. I bianchi sono un'altra cosa, con una pronunciata salinità e mineralità che li rende distintivi e decisamente unici, anche se alcuni estimatori trovano punti in comune con alcuni vini di Chablis.

 I Cru di Ciro Biondi saranno illustrati in una prossima edizione della Newsletter Heres.

ENGLISH

Ciro Biondi: An “insider” resurrecting the beauty of Etna

By Burton Anderson

 The surging production of the wines of Mount Etna may be the most dynamic story of Italian wine today, heightened by the investments of “outsiders” in vineyards and cellars at exponential rates. Sometimes overlooked in this frenzy are the “insiders” who have been producing wines on the volcanic slopes for ages.

A persuasive example of an insider is Ciro Biondi, whose ancestors owned vineyards on Etna as early as 1600 and whose family winery was founded at the end of the nineteenth century by his grandfather Cirino and his brother Salvatore with a partner under the name Biondi & Lanzafame. Their wines were exported to European countries and America and recognized with a series of awards and medals in 1913 and 1914. The winery remained active through the wars, but then underwent a period of decline due to the failure to adapt to modern technology and the new post-war market.

Then, in 1999, Ciro Biondi and his wife Stef began rennovating three vineyards on the southeastern slopes of Etna around the village of Trecastagni with a fixed idea of “resurrecting these beautiful places.” Ciro, an architect by training, restructured an old palmento, or millstone, in one of the winery’s vineyards and established a cellar for aging in barrels in the family country house in Contrada Ronzini, on the outskirts of Trecastagni.

Realizing that the only way to achieve their goals was to produce high level wines, they focused on the vineyards, which lie at 600 to 700 meters of altitude on steep terraced slopes in sandy mineral-rich volcanic soils. They established three cru wines and two cuvées that express three terroirs, which they describe as being “very close in space but distant in character, aromas and flavors.”

Etna Bianco “Outis” comes from Carricante, Catarratto and Minnella, a wine note for its distinctive stony minerality.

 

Etna Rosso “Outis” comes from Nerello Mascalese with about 20% Nerello Cappuccio matured for about ten months in barriques and tonneaux to show a Burgundy-like mix of elegance and substance.

 

 Etna Bianco “Pianta” comes from Carricante with about 10% of Catarratto and Minnella grown in the Chianta parcel of Contrada Ronzini, a wine vinified in oak to lend depth and complexity to its bright saline and mineral aspects.

Etna Rosso “Cisterna Fuori” comes from Nerello Mascalese with a small percentage of Nerello Cappuccio grown in the Cisterna Fuori parcel of Contrada Ronzini and matured for 18 months in barriques and tonneaux - a wine of rich and elegant character.

Etna Rosso “San Nicolò” comes from Nerello Mascalese with a small percentage of Nerello Cappuccio grown in the San Nicolò vineyard where vines still grow on their original (pre-phylloxera) roots. Matured for 18 months in barriques and tonneaux the wine shows great finesse and strikingly Burgundy-like character.

 That Burgundy-like character has become a calling card of  the red wines of Etna, to the extent that the area has become known as “the Burgundy of the Mediterranean.”

In my experience, the reds of Ciro Biondi are the most Burgundian of all. The whites are something else, with their pronounced salinity and minerality, equally distinctive but decidedly unique, though some admirers find points in common with certain wines of Chablis.

 The cru wines of Ciro Biondi will be reviewed in detail in a coming edition of the Heres Newsletter.

 

I vini "I Ciavolich": giovani, freschi e profondi di anima

giovedì 21 maggio 2020 13:24:19 Europe/Rome

 

I vini di "I Ciavolich": giovani, freschi e profondi di anima

By Burton Anderson

 Chiara Ciavolich ha rilanciato l'azienda di famiglia di Loreto Aprutino trasformandola in una delle più dinamiche e ammirate realtà dell’Abruzzo, dove si producono vini da 22 ettari di proprietà interamente dedicati alle varietà autoctone. Tra queste, i tradizionali Trebbiano d'Abruzzo e Montepulciano d'Abruzzo (usato anche per il più roseo Cerasuolo d'Abruzzo), e le varietà "riscoperte" come Passerina, Pecorino e Cococciola, tutti vinificati in purezza.

 

Una nota a parte meritano i vini della linea Fosso Cancelli, nata nel 2007 con il Montepulciano d'Abruzzo e che oggi comprende Pecorino, Trebbiano e Cerasuolo, vinificati e affinati come vini di rango superiore.

Ma l'attenzione di Chiara rimane concentrata su una gamma di sette vini chiamati semplicemente "I Ciavolich" che esprimono i profumi e i sapori dell'Abruzzo, giovani, freschi e profondi di anima.

Cococciola Colline Pescaresi IGP. Dalla Cococciola coltivata a Loreto Aprutino, un bianco fresco e fragrante con sentori di mela e pesca e un finale morbido ed equilibrato.

Passerina Colline Pescaresi IGP. Dalla Passerina coltivata a Loreto Aprutino, un bianco noto per i suoi profumi erbacei (camomilla), pulito, secco e sapido al palato.

Aries Pecorino Colline Pescaresi IGP. Dal Pecorino coltivato a Loreto AprutinoPianella, un bianco ampiamente profumato con sentori di erbe fresche, pesca e agrumi, ben strutturato ed equilibrato al palato con un finale lungo e sapido.

 

ABBINAMENTI A TAVOLA:

Tutti e tre i bianchi, a 8-10°, sono ideali per l'aperitivo o per accompagnare antipasti di pesce, formaggi a pasta molle e di verdure, primi piatti con molluschi e crostacei, pesce al vapore o alla griglia. Il Pecorino Aries sembra adattarsi magnificamente anche alla zuppa di pesce chiamata brodetto.

Rosato Colline Pescaresi IGP. Da Montepulciano coltivato a Loreto Aprutino, questo rosato è seducentemente fresco e piacevole con un frutto rotondo e succoso, deliziosamente suadente al palato.

 ABBINAMENTI A TAVOLA:

 Il Rosato, servito a 8-10°, si abbina a una vasta gamma di piatti: antipasti e primi a base di pesce e verdure, formaggi giovani, pizza, carne di vitello e pollame. Da provare anche con il piccante, come il tradizionale polpo in purgatorio. Il Montepulciano più giovane, vinificato ed elevato in acciaio, è altrettanto versatile a tavola e può essere servito leggermente più fresco. Oltre che con i formaggi alla piastra e ai primi di verdure, o con sughi leggeri di carne, ce lo immaginiamo anche con alcuni piatti di pesce, come una grigliata di pesce con contorno di verdure.

 

 

Montepulciano d'Abruzzo DOP. Dal Montepulciano di Pianella, un rosso leggiadro, ben calibrato, profondo e nel contempo traboccante di vigore giovanile.

Nella gamma, ma in veste di fratelli maggiori e con uno spessore da riserva, si trovano i due Montepulciano d’Abruzzo Divus e Antrum che provengono dalle selezioni dei vigneti più vecchi e che maturano in legni piccoli e grandi per periodi che variano a seconda dell’annata.

 ABBINAMENTI A TAVOLA:

Le due versioni superiori di Montepulciano Divus e Antrum, serviti a 15-16°, eccellono con i primi a base di sughi di carne, in particolare i maccheroni alla chitarra con un ragù di agnello, gli arrosti e le grigliate di carne e pollame e i formaggi stagionati, in particolare il pecorino. È una scommessa su quale dei due accompagnerebbe meglio la 'ndocca 'ndocca, un pungente stufato di maiale abruzzese.

 

ENGLISH

The wines of ‘I Ciavolich’: young and fresh and full of spirit

By Burton Anderson

Chiara Ciavolich has uplifted the family estate at Loreto Aprutino into one of the most dynamic and admired of Abruzzo, producing wines exclusively from 22 hectares of vines devoted entirely to native varieties. These include the traditional Trebbiano d’Abruzzo and Montepulciano d’Abruzzo (also for the pink Cerasuolo d’Abruzzo) as well as wines from the “rediscovered” varieties of Passerina, Pecorino and Cococciola, all vinified as pure varietals.

Rating a special note are the wines of the Fosso Cancelli line, created in 2007 with Montepulciano d’Abruzzo and now including Pecorino, Trebbiano and Cerasuolo vinified and aged as wines of superior stature.

But Chiara’s main focus remains on a range of seven wines called simply ‘I Ciavolich’ that expressthe scents and flavors of Abruzzo as young and fresh and full of spirit. 

Cococciola Colline Pescaresi IGP. From Cococciola grown at Loreto Aprutino, a fresh and fragrant white with hints of apple and peach and a smooth, balanced finish.

Passerina Colline Pescaresi IGP. From Passerina grown at Loreto Aprutino, a white noted for  herbaceous scents (chamomile) that is clean, dry and zesty on the palate

Aries Pecorino Colline Pescaresi IGP. From Pecorino grown at Pianella, an amply scented white with hints of fresh herbs, peach and citrus, well structured and balanced on the palate with a long and savory finish.

FOOD PAIRING:

All three whites, at 8-10°, make ideal aperitifs or served with antipasti of seafood, vegetable and soft cheeses, pasta with mollusks and crustaceans, or poached or grilled fish. The Aries Pecorino seems suited to the fish soup called brodetto.

Rosato Colline Pescaresi IGP. From Montepulciano grown at Loreto Aprutino, this rosé is seductively fresh and pleasant with round and juicy fruit flavors, delightfuly mellow on the palate.

Montepulciano d'Abruzzo DOP. From Montepulciano grown at Pianella, a graceful and well balanced red, with a lot of depth and at the same time brimming with youthful vigour.

In this same range, acting more like older brothers with a reserve wine structure, are the two Montepulciano d'Abruzzo Divus and Antrum that come from the selections of the older vineyards and mature in small to medium sized casks for periods that vary according to the vintage.

 FOOD PAIRINGS:

Rosato, served at 8-10°, goes well with a wide range of dishes: starters and first courses based on fish and vegetables, young cheeses, pizza, veal and poultry meat. Try it with the spicy dish of octopus called polpi in purgatorio. The younger Montepulciano, which is vinified and matured in stainless steel vats, is equally versatile and can be served slightly cooler. In addition to grilled cheeses and pasta with vegetable or light meat sauces, pasta dishes, we suggest trying with grilled fish and lot’s of vegetables.

The two superior versions of Montepulciano, Divus and Antrum, served at 15-16°, excel with pasta and meat-based sauces, notably maccheroni alla chitarra with an elaborate lamb-based ragout, roast and grilled meats and poultry and mature cheeses, such as pecorino. It’s a toss-up of which of the three would go best with ’ndocca ’ndocca, a pungent Abruzzese pork stew.

Podere Forte: guardando indietro verso un futuro più luminoso

lunedì 18 maggio 2020 11:04:33 Europe/Rome

 

Podere Forte: guardando indietro verso un futuro più luminoso

By Burton Anderson

Quando nel 1997 Pasquale Forte decise di diventare produttore di vino, entrò in campo con un impegno assoluto verso l'eccellenza e un progetto senza limiti per il raggiungimento dei suoi obiettivi. Ma Forte, il cui amore per la terra risale alla sua infanzia in Calabria, prima di trasferirsi al nord per studiare e diventare un imprenditore di successo, si descrive come un "pragmatico sognatore" consapevole che i miracoli nel vino non si compiono da un giorno all'altro o, del resto, nemmeno in un decennio o due.
Dopo una meticolosa pianificazione, fonda il Podere Forte, che si estende su un tratto di 168 ettari nella Val d'Orcia, nella Toscana meridionale, dove, seguendo i principi del biologico e della biodinamica, impianta 19 ettari di vigneti e 23 di oliveti, dedicando il resto a campi coltivati e boschi.

Il motivo del progetto è stato quello di recuperare le tradizioni agricole e vitivinicole della Val d'Orcia, "coltivando come 2.000 anni fa per essere 200 anni avanti con i tempi". Sapeva che questo avrebbe richiesto non solo uno scrigno di investimenti, ma anche un tesoro di competenze. Come consulenti ha assunto l’esperto di viticoltura Attilio Scienza, l'enologo piemontese Donato Lanati e i microbiologi del suolo Lydia e Claude Bourguignon, esperti mondiali di terroir e di preparazione del terreno per i vigneti.
La filosofia Forte si può riassumere nella visione di raggiungere la qualità assoluta a tutti i costi ma nel pieno rispetto della natura in un ambiente dove uomo, animali e piante contribuiscono a creare un macrocosmo autosufficiente, equilibrato e sostenibile.
I vigneti sono stati piantati principalmente con Sangiovese, ma si trovano anche Cabernet Franc e altri vitigni ancora in fase di sperimentazioni, Il risultato è una gamma di vini Orcia DOC di cui tre da uve Sangiovese: “Petruccino”, “Petrucci Melo” e “Petrucci Anfiteatro”, e il Cabernet Franc in purezza “Guardiavigna”. L'enologo Cristian Cattaneo ha anche perfezionato uno spumante metodo classico da uve Sangiovese in purezza, chiamato "Ada".

 

L'edificio della cantina si sviluppa su cinque livelli, di cui tre interamente sotternei. Le uve che arrivano ai livelli superiori vengono selezionate e pigiate e i mosti, o i chicchi interi, scorrono per gravità fino ai livelli più bassi dove avviene la vinificazione e la maturazione. Il piano inferiore è dedicato all'affinamento dei vini in barriques, tonneaux e successivamente in bottiglia.
Nel 2011 la proprietà è stata estesa ad un'area tra Pienza e San Quirico d'Orcia con 110 ettari di campi coltivati e pascoli per i pregiati suini di cinta senese e bovini di razza chianina, che forniscono carne e salumi serviti presso l'Osteria Perillà ( 1 stella Michelin) a Rocca d'Orcia. La Chianina contribuisce anche a una parte importante del ciclo produttivo biodinamico, un trattamento detto "cornoletame", che prevede l'utilizzo di letame macerato per lunghi periodi prima di essere vaporizzato sul terreno e utilizzato come compost per vigneti, oliveti e seminativi.

Pasquale Forte continua a perseguire i suoi sogni pragmatici in un podere che è diventato un modello di agricoltura scientifica-biodinamica e un'azienda vinicola che sta portando nuova statura e fama ai vini della valle dell'Orcia, da tempo trascurata. Ma il sognatore non si riposa certo sugli allori, mentre lui e il suo team continuano ad applicare le lezioni del passato a un futuro sempre più luminoso, seguendo il motto Ad Maiora, "verso cose più grandi".
 
NOTA: I vini del Podere Forte saranno illustrati in dettaglio in un prossimo numero della Newsletter Heres.

ENGLISH

Podere Forte: Looking backward toward a future of “greater things”

By Burton Anderson

 When Pasquale Forte decided to become a wine producer in 1997, he entered the field with an absolute commitment to excellence and a no limits project for achieving his goals. But Forte, whose love of the land dates to his childhood in Calabria before he moved north to study and become a successful entrepeneur, describes himself as a “pragmatic dreamer” aware that miracles in wine aren’t achieved overnight or, for that matter, even in a decade or two.

After meticulous planning, he founded Podere Forte, covering a tract of 168 hectares in the Val d’Orcia in southern Tuscany, where following organic and biodynamic principles he planted 19 hectares of vineyards and 23 of olive groves, dedicating the rest to arable fields and woodland. The motif of the project was to recover the agricultural and winemaking traditions of the Val d’Orcia, “cultivating as they did 2,000 years ago to be 200 years ahead of the times.” He knew that this would require not just a treasure chest of investment but a treasure trove of expertise. As consultants he hired the eminent viticulturist Attilio Scienza, the Piedmontese enologist Donato Lanati, and the soil microbiologists Lydia and Claude Bourguignon, world experts on terroirs and the preparation of land for vineyards.

The Forte philosophy can be summed up in the vision of achieving absolute quality at all costs but with full respect for nature in an environment where man, animals and plants contribute to create a self-sufficient, balanced and sustainable integrated macrocosm. Vineyards were planted mainly with traditional Sangiovese, as well as Cabernet Franc and othe experimental varieties. The result is a range of barrel-aged Orcia DOC wines, three from 100% Sangiovese—Petruccino, Petrucci Melo and Petrucci Anfiteatro—and the pure Cabernet Franc Guardiavigna. Resident enologist Cristian Cattaneo has also perfected a novel classic method sparkling wine named Ada from pure Sangiovese.

The winery building covers five levels, only two of which are above ground. Grapes arriving at the top levels are selected and crushed and musts flow by gravity to lower levels where vinification and maturation take place. The base level is devoted to aging wines in barriques and tonneaux.

In 2011, the property was extended to an area between Pienza and San Quirico d’Orcia with 110 hectares of cultivated fields and grazing land for the prized Cinta Senese pigs and Chianina cattle, which provide meat and cold cuts served at the Osteria Perillà at Rocca d’Orcia. The Chianina also contribute to an important part of the biodynamic production cycle, a treatment known as “cornoletame” using manure macerated for long periods before being vaporized on the soil and used as compost for vineyards, olive groves and arable land.

Pasquale Forte continues to pursue his pragmatic dreams at a farm that has become a model of scientific and biodynamic agriculture and a wine estate that is bringing new stature and renown to the wines of the long neglected Orcia valley. But the dreamer is by no means resting on his laurels, as he and his team continue to apply the lessons of the past to an ever brighter future, following the motto of Ad Maiora, “toward greater things.”

 NOTE: The wines of Podere Forte will be reviewed in detail in a coming issue of the Heres Newsletter.

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