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Tornatore: Bianchi dell'Etna, rosato e spumante Valdemone

giovedì 14 maggio 2020 14:40:21 Europe/Rome

 

Tornatore: Bianchi dell'Etna, rosato e spumante Valdemone

I vigneti Tornatore comprendono alcuni dei terroir più rispettati dell'Etna con nomi come "Pietrarizzo" e "Trimarchisia" sulle etichette dei vini rigorosamente Etna DOC delle varietà Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio per i rossi e il rosato, Carricante per i bianchi.
Anche se conosciuti soprattutto per i rossi, negli ultimi tempi i bianchi Tornatore hanno fatto sempre più impressione sui bevitori di vino per la loro vibrante freschezza e mineralità che parla dei terreni vulcanici dell'Etna. Interessanti anche l'Etna Rosato e il singolare spumante Valdemone Brut.

Note sui vini con abbinamenti gastronomici e consigli per il servizio:

Etna Bianco nasce da uve Carricante 100% pigiate soffici e chiarificate a freddo prima della fermentazione a 15-16°C, seguite da tre mesi sui lieviti e da un affinamento di 4-6 mesi in vasche di cementoIl vino si presenta di colore giallo paglierino brillante con note di frutta fresca e agrumate sottolineate da una spiccata mineralità e da sapori vibranti che si soffermano in maniera seducente al palato.

Servire a 8-10°C con antipasti a base di verdure, formaggi freschi e pesce fresco, in particolare frutti di mare.

Etna Bianco Pietrarizzo proviene da uve Carricante 100% pigiate soffici e chiarificate a freddo prima di fermentare a 15-16°C in botti di rovere da 50 ettolitri, rimanendo sui lieviti per circa 5 mesi, prima dell'imbottigliamento.
Il vino si presenta di colore giallo paglierino carico con aromi complessi e maturi da fermentazione in botte e sapori pieni che ricordano gli agrumi e la frutta tropicale, le spezie e le erbe aromatiche esaltati da un lungo e morbido finale.

Servire a 8-10°C con antipasti come carpaccio di tonno o pasta a base di verdure e pesce, come gli spaghetti alle vongole con zucchine. Eccelle con i crostacei alla griglia, in particolare i gamberoni.

 

Etna Rosato nasce da uve 100% Nerello Mascalese pigiate e chiarificate a freddo prima di fermentare a 15-16°C, seguite da tre mesi sui lieviti e da una maturazione di 4-6 mesi in vasche di cemento. 
Il vino si presenta di un colore rosa ciliegia brillante con raffinati profumi di frutta e frutti di bosco, in particolare lampone, ed erbe aromatiche delle pendici selvagge dell'Etna. Vibrante e morbido al palato con ripetuti sentori di frutti di bosco ed erbe aromatiche.

Servito a 10-12°C, questo rosato mostra una versatilità invidiabile con una gamma di piatti a base di verdure, pesce, uova, formaggi freschi, carne di vitello o pollame. Mi vengono in mente i classici piatti siciliani: caponata, cous-cous e pasta con le sarde.

 

Valdemone Spumante Brut nasce dal Nerello Mascalese vinificato in bianco, seguito da una seconda fermentazione di 4 mesi sui lieviti in autoclave con il metodo charmat.

Servire a 6-8°C in profondi bicchieri a tulipano per assaporarne la scintillante freschezza e la fragranza esaltata da una seducente vena di mineralità etnea in una vivace bollicina da aprire ogni volta che c'è un'occasione di festeggiare.

 

 

 

ENGLISH

Tornatore: Etna whites, rosé and Valdemone spumante

By Burton Anderson

The vineyards of Tornatore include some of the most respected terroirs of Etna, with names such as Pietrarizzo and Trimarchisia on labels of wines that are strictly Etna DOC from the varieties of Nerello Mascalese and Nerello Cappuccio for reds and rosé and Carricante for whites.

Although noted above all for reds, in recent times the whites of Tornatore have made an increasing impression on wine drinkers for their vibrant freshness and minerality that speaks of Etna’s volcanic terrains. Also intriguing are the Etna Rosato and the singular sparkling wine of Valdemone Spumante Brut.

Notes on the wines with food matches and serving tips:

Etna Bianco comes from 100% Carricante grapes soft pressed and clarified cold before fermenting at 15-16°C, followed by three months on the lees and maturing for 4 to 6 months in cement tanks 

The wine shows bright straw yellow color with notes of fresh fruit and citrus underlined by bracing minerality and vibrant flavors that linger enticingly on the palate.

 Serve at 8-10°C with antipasti based on vegetables, fresh cheeses and seafood, notably frutti di mare.

 Etna Bianco Pietrarizzo comes from 100% Carricante grapes soft pressed and clarified cold before fermenting at 15-16°C in oak barrels of 50 hectoliters, remaining on the lees for about 5 months, before bottling.

 The wine shows deep straw yellow color with complex and mature aromas from barrel aging and full flavors hinting at citrus and tropical fruits, spices and herbs mellowed by a long, smooth finish.

 Serve at 8-10°C with antipasti such as tuna carpaccio or pasta based on vegetables and fish, such as spaghetti alle vongole with zucchini. It excels with grilled shellfish, notably the giant prawns known as gamberoni

 Etna Rosato comes from 100% Nerello Mascalese grapes soft pressed and clarified cold before fermenting at 15-16°C, followed by three months on the lees and maturing for 4 to 6 months in cement tanks.  

The wine shows a bright rose-cherry color with refined scents of fruits and berries, notably raspberry, and herbs of Etnas’s wild slopes. Vibrant and smooth on the palate with repeated hints of berries and herbs.

 Served at 10-12°C, this rosé shows enviable versatility with a range of dishes based on vegetables, fish, eggs, fresh cheeses, veal or poultry. Classic Sicilian dishes come to mind: caponata, couscous and pasta con le sarde.

 Valdemone Spumante Brut comes from Nerello Mascalese vinified “in bianco” followed by a second fermentaion of 4 months on the lees in autoclave under the charmat method. 

Serve at 6-8°C in deep tulip shaped glasses to savor its scintillating freshness and fragrance enhanced by an enticing vein of Etna minerality in a vivacious bubbly to pop open any time there’s a festive occasion.

Villa Papiano: Terra, cielo e poesia

lunedì 11 maggio 2020 11:17:42 Europe/Rome

Villa Papiano: Terra, cielo e poesia

By Burton Anderson

 La storia sembra essere aperta a interpretazioni a Villa Papiano. Da una prospettiva remota, la tenuta può far risalire le sue origini al XV secolo, quando un certo Papiano, luogotenente dei Medici fiorentini, vi si stabilì e iniziò a coltivare. Da un punto di vista contemporaneo, tutto è iniziato nel 2001, quando quattro fratelli, figli del noto agronomo Remigio Bordini, hanno avviato quello che chiamano il vero progetto di fare di Villa Papiano una tenuta moderna, rinnovando vigneti e cantine per produrre vino come specchio del territorio.

La proprietà si estende tra i 450 e i 530 metri di altitudine lungo le pendici meridionali del Monte Chioda, parte della catena appenninica tosco-romagnola, che si affaccia sul torrente Ibola nella stretta valle di Modigliana, in provincia di Forli-Cesena.

I quattro fratelli lavorano in quello che descrivono come un rapporto simbiotico che cambia colori e disegni come un caleidoscopio rotante. Francesco si occupa della vinificazione e dell'impostazione degli stili di produzione, Maria Rosa dirige i rapporti commerciali, Giampaolo si occupa della gestione ed Enrica dell'amministrazione. Come dicono loro: "Insieme scuotiamo i dadi e fantastichiamo sul futuro".

Una frequentatrice abituale di Villa Papiano, mia figlia Gaia, la descrive come "un luogo dove terra e cielo si mescolano a fattoria e vigneti in una valle di boschi e prati: un'immagine fiabesca, intimamente appenninica, con i vini che ne sono la quintessenza".

L'azienda coltiva prevalentemente uve Sangiovese, Albana e Trebbiano, insieme ad antiche varietà autoctone come Centesimino, Negretto e Balsamina. I vigneti sono allevati vicini al terreno per massimizzare i riflessi di luce e calore nell'ambiente montano, su suoli marnoso-arenacei qui particolarmente ricchi di sabbia.  La viticoltura biologica è praticata seguendo i ritmi della natura, nutrendo le piante con concime verde e compost leggero e con una sana dose di affetto.

La famiglia Bordini si descrive come viticoltori artigianali che seguono un approccio di incessante osservazione di ogni dettaglio, imparando dall'esperienza, vivendo in simbiosi con l'ambiente, assorbendo le lezioni tramandate da chi li ha preceduti, consapevoli che ogni annata è diversa, e lavorando con una fede costante nella natura.

"Nel corso degli anni abbiamo conosciuto profondamente la nostra terra, le sue sfumature e le sue idiosincrasie. I nostri vini parlano di luce, risuonando in una matrice aromatica in cui la salinità diventa la spina dorsale e la sostanza dell'uva, più che il legno, dalla delicata struttura che rievoca fiori e sottobosco, magri, verticali, salati e longevi".

I vini riflettono la poetica del loro creatore, anche nelle etichette artistiche. La gamma comprende i rossi a base di Sangiovese, Probi, Vigna Beccacia e Le Papesse e i bianchi Strada Corniolo da Trebbiano, Terra! da Albana e Tregenda R! da Albana tardiva, che si fonde anche nell'intrigante ricetta del Vermouth Tregenda.  Le Papesse di Papiano sarà recensito in un prossimo numero della Newsletter di Heres

 

ENGLISH

Villa Papiano: Earth, Sky and Poetry

By Burton Anderson

 History seems to be what you make of it at Villa Papiano. From a remote perspective, the estate can trace its origins to the fifteenth century, when a certain Papiano, a lieutenant of the Florentine Medici family, settled there and started farming. From a contemporary point of view, it all began in 2001, when four siblings, children of the noted agronomist Remigio Bordini, launched what they call the real project of making Villa Papiano a modern estate, renovating vineyards and cellars to produce wine as a mirror of the territory.

The territory extends between 450 and 530 meters of altitude along the southern slopes of Monte Chioda in the Tosco-Romagnolo range of the Apennines overlooking the Ibola stream in the narrow valley of Modigliana in the province of Forli-Cesena.

The four siblings work in what they describe as a symbiotic relationship that changes colors and designs like a rotating kaleidoscope. Francesco is in charge of winemaking and setting the styles of production, Maria Rosa directs commercial relations, Giampaolo handles management and Enrica administration. As they put it: “Together we shake the dice and fantasize about the future.”

A frequent visitor to Villa Papiano, my daughter Gaia, describes it as “a place where earth and sky commingle, farm and vineyards in a valley of woods and meadows: a fairytale image, intimately Apennine, with wines that are the quintessence of a place.”

The estate grows mainly Sangiovese and Albana grapes together with ancient autochthonous varieties such as Centesimino, Negretto and Balsamina on vines trained low to maximize the reflections of light and heat in the mountain environment with its marl and sandstone soils. Sustainable organic viticulture is practiced, following the rhythms of nature, nurturing the plants with light compost and green manure—and a healthy dose of affection.

The Bordini family describe themselves as artisan winegrowers following an approach of ceaselessly observing every detail, learning from experience, living in symbiosis with the environment, absorbing the lessons handed down by those who preceded us, being aware that each vintage is different, and working with an abiding faith in nature.

“Over the years we have come to know our land profoundly, its nuances and idiosyncrasies. Our wines speak of light, resonating in an aromatic array in which salinity becomes the backbone, and the substance of the grape, rather than wood, lending the delicate structure to wines that  speak of flowers and undergrowth, lean, vertical, salty and long-lived.”

The wines reflect their makers’ poetic nature, also in the artistic labels. The array includes the Sangiovese based reds of Probi, Vigna Beccacia and Le Papesse di Papiano and the whites Strada Corniolo from Trebbiano, Terra! From Albana and Tregenda R!, from late-harvested Albana, which is also blended into the intriguing Tregenda Vermouth. Le Papesse di Papiano will be reviewed in a coming issue of the Heres Newsletter

Il Marroneto: Alessandro Mori e Brunello, una filosofia di vita

giovedì 7 maggio 2020 09:47:35 Europe/Rome

Il Marroneto: Alessandro Mori e Brunello, una filosofia di vita

 Nel 1974 l'avvocato Giuseppe Mori acquistò una proprietà a Madonna delle Grazie, ai confini settentrionali di Montalcino, e impiantò un piccolo vigneto che spinse i figli Andrea e Alessandro, entrambi laureati in giurisprudenza, a cimentarsi nella produzione di vino. I due hanno ricavato una cantina in due stanze dell'antico edificio in pietra detto Il Marroneto perché utilizzato per l'essiccazione dei marroni. L'interesse di Alessandro crebbe fino a diventare una passione e decise di stabilirsi a Il Marroneto e fare del vino una carriera, mentre Andrea si unì al padre come avvocato.

Alessandro amplia gradualmente i vigneti e ingrandisce la cantina, producendo il suo primo Brunello di Montalcino nel 1980. Da sempre si è concentrato solo sul Sangiovese per produrre due tipi di Brunello - Il Marroneto e Madonna delle Grazie - e il Rosso di Montalcino Ignaccio.

I vigneti si estendono sul versante nord della collina di Montalcino a 350-400 metri sul livello del mare, in prossimità delle antiche mura cittadine. La Madonna delle Grazie proviene da una speciale selezione di uve coltivate nei pressi della chiesetta omonima.

Le viti sono trattate nel massimo rispetto dell'ambiente, dell'ecosistema e della biodiversità con interventi minimi, evitando diserbanti e pesticidi e seguendo i ritmi naturali delle stagioni nella ricerca di un equilibrio per ogni singola pianta. Alessandro, che si definisce un vignaiolo, segue personalmente ogni fase del processo, dalla potatura alla vendemmia, alla vinificazione e all'invecchiamento, con quello che descrive come "grande amore, attenzione e passione che hanno catturato tutto il mio essere come filosofia di vita".

Il Brunello viene vinificato secondo i metodi tradizionali di Montalcino e affinato per i necessari quattro anni in grandi botti di rovere di Allier e Slovenia in cantine che seguono la logica della semplicità e della funzionalità. L'imbottigliamento del Brunello dell'azienda si distingue per l'eleganza, i profumi e i sapori ricchi e complessi nel classico stampo di Montalcino. Alessandro descrive il suo Brunello come adatto alla meditazione, "un vino che suscita emozioni grandi come l'amore e la cura con cui è stato creato".

Quando Il Marroneto ha festeggiato l'uscita dell'annata 2010 con la campagna "1980-2010: da 30 anni solo Brunello", ha dichiarato Alessandro Mori:

"La mia prima etichetta risale al 1980 e oggi, dopo 30 anni, Il Marroneto è cresciuto senza abbandonare lo spirito iniziale destinato a produrre un Brunello che parla la lingua di Montalcino e del suo territorio. Sono cresciuto con i miei vini e per me questo è un traguardo importante".

Oggi, dopo 40 anni di produzione, Il Marroneto è considerato una delle tenute storiche di Montalcino, da tempo leader nella categoria elitaria delle cantine a conduzione familiare che da sempre privilegiano la qualità superlativa rispetto alla quantità.

La selezione di Brunello della Madonna delle Grazie è regolarmente classificata tra i vini top di Montalcino e, come sempre più spesso concorda la critica, uno dei grandi rossi d'Italia. Ne parleremo in dettaglio in un prossimo numero della newsletter di Heres.

 

ENGLISH

Il Marroneto: Alessandro Mori and Brunello, a philosophy of life

By Burton Anderson

 In 1974, Giuseppe Mori, a lawyer, acquired a property at Madonna delle Grazie on the northern edge of Montalcino and planted a small vineyard that tempted his sons, Andrea and Alessandro, both with degrees in jurisprudence, to try their hand at making wine. They carved out a cellar in two rooms of the old stone building known as Il Marroneto because it had been used  for drying marroni (chestnuts). Alessandro’s interest grew until it became a passion and he decided to settle at Il Marroneto and make wine a career, while Andrea joined his father as a lawyer.

Alessandro gradually expanded vineyards and enlarged the cellar, producing his first Brunello di Montalcino in 1980. He has always concentrated on Sangiovese alone to produce two types of Brunello—Il Marroneto and Madonna delle Grazie—and Rosso di Montalcino Ignaccio.

The vineyards extend across the northern slope of the Montalcino hill at 350 to 400 meters above sea level in the vicinity of the ancient town walls. Madonna delle Grazie comes from a special selection of grapes grown near the small church of that name.

The vines are treated with maximum respect for the environment, the ecosystem and biodiversity with minimal interventions, avoiding herbicides and pesticides and following the natural rhythms of the seasons in seeking a balance for each individual plant. Alessandro, who describes himself as a vignaiolo, personally follows every step of the process from pruning to harvesting to vinification and aging with what he describes as “great love, attention and passion that have captured my whole being as a philosophy of life.”

The Brunello is vinified following the traditional methods of Montalcino and aged for the requisite four years in large barrels of Allier and Slovenian oak in cellars that follow the logic of simplicity and functionality. The estate’s Brunello bottlings are noted for elegance, rich and complex scents and flavors in the classic mold of Montalcino. Alessandro describes his Brunello as suitable for meditation, “a wine that arouses emotions as great as the love and care with which it was created.”

When Il Marroneto celebrated the release of the 2010 vintage with a campaign entitled “1980-2010: Only Brunello for 30 years,” Alessandro Mori stated:

“My first label was in 1980 and today, after 30 years, Il Marroneto has grown without abandoning the initial spirit intended to produce a Brunello that speaks the language of Montalcino and its territory. I grew up with my wines and for me this is an important milestone.”

Today, after 40 years of production, Il Marroneto is considered one of the historical estates of Montalcino, long a leader in the elite category of family wineries that have always emphasized superlative quality over quantity.

The Brunello selection of Madonna delle Grazie is regularly ranked among the top wines of Montalcino and, as critics increasingly agree, one of the great red wines of Italy. It will be dealt with in detail in a coming issue of the Heres newletter.

Tornatore: Conquistando l'Etna, una contrada dopo l'altra

lunedì 4 maggio 2020 11:54:14 Europe/Rome

Tornatore: Conquistando l'Etna, una contrada dopo l'altra

La recente impennata della produzione e del prestigio dell'Etna DOC è stata paragonata a un'eruzione vulcanica e acclamata come un fenomeno puramente moderno. Il fatto è, però, che il boom è solo l'ultimo episodio della storia vitivinicola dell'Etna, che risale al Neolitico, ha raggiunto vette eminenti ai tempi della Magna Grecia, e ha continuato a proliferare nel corso dei secoli al punto che a metà dell'Ottocento i vigneti della provincia di Catania coprivano più di 90.000 ettari, circa 45 volte la superficie vitata dell'Etna DOC di oggi.

Eppure, non si può negare che l'ultimo capitolo dell'Etna si collochi tra le storie più drammatiche del vino italiano di oggi, con l'espansione esponenziale dei vigneti e con l'aumento delle aziende locali, sempre più incrementate da interessi esterni, tra cui i grandi nomi, tutti convinti che l'Etna si collocherà presto tra le glorie del vino italiano.

Per alcuni produttori non c'è niente di nuovo. Un esempio lampante è quello di Francesco Tornatore, il cui bisnonno vinificava sull'Etna nel 1865, e il cui nonno fondò una cantina in un vecchio mulino nel 1910 con 2 ettari di vigneto a Piano Fiera e altri 2 ettari a Piano Felci a mille metri sul livello del mare.

 Francesco Tornatore era nato in una famiglia di agricoltori, ma una crisi dell'agricoltura degli anni Settanta lo convinse a cercare fortuna altrove, portando alla fondazione "NTET," un gruppo internazionale di telefonia elettronica. Ma la passione per l'agricoltura non l'aveva mai persa e, nel 1992, è tornato in Sicilia e ha iniziato ad acquistare vigneti, "un piccolo appezzamento alla volta", fino ad accumulare 65 ettari, la più grande estensione di ogni produttore di Etna DOC.

 I vigneti di Tornatore, tutti nel comune di Castiglione di Sicilia, comprendono alcuni dei più rispettati terroir dell'Etna, con nomi come Pietrarizzo, Trimarchisia e altri che compaiono sulle etichette dei vini rigorosamente Etna DOC delle varietà Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio per i rossi e i rosati e Carricante per i bianchi. Le altitudini variano dai 550 ai 700 metri in vigneti che sono stati riorganizzati per favorire standard qualitativi superiori con densità elevate ad una media di 6.000 piante per ettaro.

La vendemmia viene effettuata interamente a mano, le uve vengono selezionate e vinificate immediatamente in una moderna cantina dove il capo enologo Vincenzo Bambina mantiene gli standard qualitativi nel massimo rispetto della tradizione. I vini vengono lavorati e maturati in cantine sotterranee costruite con blocchi di basalto dell'Etna per un perfetto isolamento."Diamo libero sfogo all'espressione dell'annata e della singola parcella", dice Bambina, "in vini che testimoniano il patrimonio del nostro terroir".

 I vini, che coprono una gamma impressionante di colori e tipologie, tutti Etna DOC, saranno valutati in una futura edizione della Newsletter Heres.

ENGLISH

Tornatore: Conquering Etna one small plot at a time

By Burton Anderson

 The recent upsurge in production and prestige of Etna DOC has been likened to a volcanic eruption and hailed as a purely modern phenomenon. The fact is, though, that the boom is just the latest episode in Etna’s winemaking history, which dates to Neolithic times, reached eminent heights at the time of Magna Grecia, and continued to proliferate over the ages to the point that by the mid-nineteenth century vineyards of Catania province covered more than 90,000 hectares, roughly 45 times the vineyard area of Etna DOC today.

Still, there is no denying that Etna’s latest chapter ranks among the most dramatic stories of Italian wine today, as vineyards expand exponentially and local wineries are increasingly augmented by  outside interests, including major names, all convinced that Etna will soon rank among the glories of Italian wine.

For certain producers, there’s nothing all that new about it. A leading example is Francesco Tornatore, whose great-grandfather was making wine on Etna in 1865, and whose grandfather established a winery in an old mill in 1910 with 2 hectares of vines at Piano Fiera and another 2 hectares at Piano Felci at a thousand meters above sea level.

Francesco Tornatore was born into a farm family, but a crisis in agriculture in the 1970s persuaded him to seek his fortune elsewhere, eventually leading to the founding of NTET, an international telephonic-electronics group. But he’d never lost his passion for agriculture and, in 1992, he returned to Sicily and began acquiring vineyards, “one small plot at a time,” until he’d accumulated 65 hectares, the largest holding of any producer of Etna DOC.

Tornatore’s vineyards, all in the commune of Castiglione di Sicilia, include some of the most respected terroirs of Etna, with names such as Pietrarizzo, Trimarchisia and others appearing on labels of wines that are strictly Etna DOC from the varieties of Nerello Mascalese and Nerello Cappuccio for reds and rosés and Carricante for whites. Altitudes range from 550 to 700 meters in vineyards that have been reorganized to favor superior quality standards with high densities at an average of 6,000 plants per hectare.

Harvesting is done entirely by hand, the grapes selected and vinified immediately in a modern winery where chief winemaker Vincenzo Bambina maintains quality standards with  maximum respect for tradition. Wines are processed and matured in underground cellars built of blocks of Etna basalt for perfect insulation.We give free rein to the expression of the vintage and the single parcel,” says Bambina, “in wines that testify to the assets of our terroir.”

The wines, which cover an impressive range of colors and types, all Etna DOC, will be appraised in a future edition of the Heres Newsletter.

Domaine Bart e il Rinascimento di Marsannay

giovedì 30 aprile 2020 11:51:10 Europe/Rome

(In foto Pierre Bart, nipote di Martin)

Domaine Bart e il Rinascimento di Marsannay

By Burton Anderson

 

Fino a poco tempo fa, Marsannay, l'avamposto più settentrionale della Côte de Nuits, era considerata la denominazione più sottovalutata e trascurata della Borgogna, con nessuno dei suoi vigneti classificato al di sopra della categoria "Villages". Ma i perseveranti viticoltori sono riusciti a migliorare lo status di Marsannay per esaltare la qualità e l'integrità dei suoi vini con 14 vigneti sul punto di essere ufficialmente riconosciuti come Premier Cru nella denominazione che copre i comuni di Marsannay-la-Côte, Chenôve e Couchey alla periferia di Digione.

Nessuno è stato più perseverante nella corsa per lo status di Premier Cru di Martin Bart, del Domaine Bart, l'azienda vinicola che gestisce con la sorella Odine e suo figlio Pierre.

Domaine Bart dispone di 22 ettari di vigneti, compresi appezzamenti di alcuni dei terroir più apprezzati di Marsannay, sparsi tra sette diversi lieux-dits, tutti coltivati in modo sostenibile.

Marsannay figura in primo piano nelle selezioni Bart con Clos du Roy, Les Longerois, Les Echezots, Au Champ Solomon, Saint-Jacques, Les Grandes Vignes, Les Finottes e Les Favières (che produce anche un vino bianco). Oltre a ciò, Bart ha terreni a Fixin per il Premier Cru Les Harvelets e preziosi appezzamenti nei Grands Crus di Chambertin Clos de Bèze e Bonnes Mares.

Un'attenzione precisa è rivolta all'espressione dei diversi terroir, privilegiando ogni possibile scorciatoia di stile che possa essere più attraente o immediata. Ogni vino esprime chiaramente un tipo di terreno distinto. Come spiega Martin Bart: "Facciamo vini fruttati nello stile classico. Le parole chiave del nostro domaine sono frutta ed equilibrio, equilibrio tra frutta, acidità e tannini. Non produciamo vini di grande estrazione perché il nostro obiettivo principale è il rispetto della frutta."

Durante la vinificazione l'uso di uva a grappolo intero rimane piuttosto marginale (solo tra il 10 e il 20% in media) e non ci sono rimontaggi per i rossi. L'utilizzo di rovere nuovo è modesto, con una percentuale di circa il 25% per i singoli cru di vigneto e di circa il 50% per i Grands Crus di Chambertin Clos de Bèze e Bonnes Mares.

Una delicata tensione interna traspare in tutti i vini di Domaine Bart, che, con l'invecchiamento, offrono 

un'integrità cristallina-classica, vini artigianali che si ergono come esempi del Rinascimento di Marsannay.

 

NOTA: Marsannay è l'unica denominazione della Côte d’Or con disposizioni per la produzione di tre tipi di vino: bianco, rosso e, unicamente, rosato. Anche se raro, Domaine Bart è uno dei principali produttori di Marsannay Rosé con più di 10.000 bottiglie all'anno. [Il vino sarà discusso in dettaglio in una prossima edizione della Newsletter Heres].

 ENGLISH

Domaine Bart and the Renaissance of Marsannay

By Burton Anderson

 Until recently, Marsannay, the northernmost outpost of the Côte de Nuits, figured as the most undervalued and overlooked appellation of Burgundy, with none of its vineyards classified higher than the category of “Villages.” But persevering winemakers have managed to upgrade the status of Marsannay to exalt the quality and integrity of its wines with 14 vineyards on the verge of being officially recognized as Premier Cru in the appellation covering the communes of Marsannay-la-Côte, Chenôve and Couchey on the outskirts of Dijon.

None has been more persevering in the drive for Premier Cru status than Martin Bart, of Domaine Bart, the winery that he runs with his sister Odine and her son Pierre. Domaine Bart has 22 hectares of vineyards, including parcels of some of the most esteemed terroirs of Marsannay scattered between seven different lieux-dits, all of which are farmed sustainably.

Marsannay figures prominently in the Bart selections with Clos du Roy, Les Longerois, Les Echezots, Au Champ Solomon, Saint-Jacques, Les Grandes Vignes, Les Finottes and Les Favières (which also produces a white wine). Beyond that, Bart has holdings in Fixin for the Premier Cru Les Harvelets and precious plots in the Grands Crus of Chambertin Clos de Bèze and Bonnes Mares.

 Precise attention is given to the expression of different terroirs, taking precedence over any possible shortcuts in style that might be more attractive or immediate. Each wine clearly expresses a distinct type of terrain. As Martin Bart explains, “We make fruity wines in the classic style. The key words at our domaine are fruit and balance, balance between fruit, acidity and tannins. We don’t produce big extracted wines because our main aim is to respect the fruit."

During vinification the use of whole-cluster grapes remains rather marginal (only between 10 and 20% on average) and there is no pumping over for the reds. Use of new oak is modest, figuring at about 25% for the single vineyard crus and at about 50% for in the Grands Crus of Chambertin Clos de Bèze and Bonnes Mares. A delicate internal tension shines through in all the wines of Domaine Bart, which, with aging, deliver a crystalline integrity—classic, handcrafted wines that stand as exemplars of the renaissance of Marsannay.

 

NOTE: Marsannay is the only appellation of the Côte d’Or with provisions for the production of three types of wine: white, red and, uniquely, rosé. Although rare, Domaine Bart is a  leading producer of Marsannay Rosé with more than 10,000 bottles a year. [The wine will be discussed in detail in an upcoming edition of the Heres Newsletter]

Sergio Marani: Nascere nei vigneti

lunedì 27 aprile 2020 12:32:52 Europe/Rome

 

Sergio Marani: Nascere nei vigneti

By Burton Anderson

 Sergio Marani ama dire che è nato nei vigneti, seguendo la vocazione del padre e del nonno a coltivare otto ettari di vigneto in un luogo chiamato Vocabolo San Nicola nella zona di Matelica, nelle Marche occidentali. Ma, a differenza dei suoi predecessori, che si sono costruiti una solida reputazione per i vini venduti localmente sfusi, Sergio ha iniziato ad imbottigliarne alcuni negli anni Ottanta: Verdicchio di Matelica DOC, oltre a un Trebbiano dei vitigni più antichi della proprietà.

A Sergio Marani si sono aggiunti i figli Matteo e Luca, laureati in enologia, che hanno costantemente valorizzato il patrimonio di famiglia, apportandovi le dovute attenzioni nei vigneti e nelle cantine, con l'obiettivo di ottenere una qualità ottimale nel massimo rispetto dell'ambiente: un ambiente che si estende su dolci colline dell'Alta Vallesina, con lo sfondo dei 

Sibillini dell'Appennino innevato d'inverno, in una cornice di vigneti da sogno.

L'arrivo sulla scena di Francesco Bordini come consulente, aggiungendo le conoscenze e l'esperienza acquisite nella sua tenuta di Villa Papiano in Romagna, ha consolidato la spinta Marani verso l'eccellenza. Come dice Bordini, Matelica e Verdicchio sono assolutamente unici; i vigneti di Marani si trovano ad un'altitudine ideale di 400 metri e coprono una spazzata di 300 gradi della cresta di una collina, permettendo di sfruttare una grande varietà di microesposizioni che favoriscono il carattere dei vini: la frutta, la salinità, la fragranza piena e le note di anice tipiche del Verdicchio. Oltre a ciò, i terreni sono ricchi di calcare, fattore che favorisce la longevità.

L'azienda produce quattro tipi di vini: Sergio Marani Verdicchio di Matelica DOC, Sannicola e Òppano, entrambi Verdicchio di Matelica DOC, e Il Trebbiano, un Trebbiano in purezza. Non è un caso che i due cru del Verdicchio di Matelica, Sannicola, il cui vigneto è esposto a sud, e Òppano, che è esposto a nord, provengano da vigneti impiantati in terreni fortemente calcarei. Le uve per Il Trebbiano provengono da vigne di Trebbiano di 30-40 anni intervallati da filari di Verdicchio. 

Gli otto ettari di vigneto sono gestiti con sovescio, potatura a secco e diradamento meticoloso. Alla vendemmia, effettuata manualmente e nel minor tempo possibile, segue la vinificazione e l'affinamento in vecchi tonneaux, che nel tempo hanno acquisito uno strato di 5 centimetri di tartrati, fattore che favorisce l'insolito potenziale di invecchiamento dei vini.

La mia degustazione di Òppano 2018 (di cui si parlerà in dettaglio in una futura newsletter di Heres) mi ha convinto che si tratta di un vino di insolita profondità con la statura da guadagnare in classe e complessità per almeno un decennio. E, tra l'altro, i tappi a vite utilizzati sulle bottiglie di vini Marani non devono in alcun modo essere presi per indicare che sono di qualità o di potenziale di invecchiamento inferiore rispetto ai vini imbottigliati con tappi convenzionali. Dopo una lunga esperienza con bottiglie sigillate con vari tipi di tappo, mi sono sempre più convinto che i tappi a vite hanno un netto vantaggio nel mantenere la qualità e l'integrità originale dei vini, in particolare dei bianchi.

 

ENGLISH 

Sergio Marani: Born in the Vineyards

By Burton Anderson

Sergio Marani likes to say that he was born in the vineyards, following the calling of his father and grandfather in cultivating eight hectares of vines at a place called Vocabolo San Nicola in the Matelica area of the western Marche. But, unlike his forebears, who built a solid reputation for wines sold locally in bulk, Sergio began to bottle some in the 1980s: Verdicchio di Matelica DOC, as well as a Trebbiano from the oldest vines on the property.

Sergio Marani has since been joined by his sons Matteo and Luca, with a degree in enology, who have steadily enhanced the family heritage while making the studied touches in vineyards and cellars aimed at realizing optimum quality with maximum respect for the environment.That environmment covers an awe-inspiring setting of vineyards, extending over rolling hills of the Alta Vallesina with a backdrop of the Sibillini range of the Apennines with a winter covering of snow.

The arrival on the scene of Francesco Bordini as consultant, adding the knowledge and experience acquired at his Villa Papiano estate in Romagna, consolidated the Marani drive toward excellence. As Bordini puts it, Matelica and Verdicchio are absolutely unique; the Marani vineyards lie at an ideal altitude of 400 meters and cover a 300-degree sweep of the crest of a hill, making it possible to take advantage of a great range of micro-exposures that favor the character of the wines: the fruit, the saltiness, the full fragrance and the aniseed notes that are typical of Verdicchio. Beyond that, the soils are rich in limestone, a factor that favors longevity.

The estate produces four types of wines: Sergio Marani Verdicchio di Matelica DOC, Sannicola and  Òppano, bothVerdicchio di Matelica DOC, and Il Trebbiano, a pure Trebbiano. It is no coincidence that the two crus for Verdicchio di Matelica, Sannicola, whose vineyard faces south, and Òppano, which faces north, come from vines planted in strongly calcareous soils. The grapes for Il Trebbiano come from Trebbiano vines 30 to 40 years old interspersed with rows of Verdicchio.

The eight hectares of vineyards are managed with green manure, dry pruning, and meticulous thinning. The harvest, carried out manually and in the shortest possible time, is followed by vinfication and maturation in old tonneaux, which over time have 

acquired a 5-centimeter layer of tartrates, a factor that favors the unusual aging potential of the wines.

 My tasting of Òppano 2018 (which will be discussed in detail in a future Heres newsletter) convinced me that this is a wine of unusual depth with the stature to gain in class and complexity for at least a decade. And, by the way, the screw caps used on bottles of Marani wines should by no means be taken to indicate that they are of lesser quality or aging potential than wines bottled with conventional corks. After long experience with bottles sealed with various types of tops, I’ve become increasingly convinced that screw caps offer distinct advantages in maintaining the original essence and integrity of wines, whites in particular.

 

Willi Schaefer: Knocking on Heaven’s Door

giovedì 23 aprile 2020 14:38:57 Europe/Rome

Willi Schaefer: Knocking on Heaven’s Door

By Burton Anderson

 

Nella maggior parte del mondo del vino sarebbe inconcepibile cercare di guadagnarsi da vivere, e fortunatamente bene, con soli quattro ettari di vigneto. Ma allora la maggior parte del mondo del vino non si trova lungo le sponde scoscese e pittoresche della Mosella e non cresce il Rheinriesling in vigneti che vantano appellativi sacri come Wehlener Sonnenuhr, Graacher Dompropst e Graacher Himmelreich - sì, Himmelreich, il Regno dei Cieli.

Il custode di questo paradiso terrestre è Weingut Willi Schaefer, un'azienda vinicola a conduzione familiare nel villaggio di Graach an der Mosel che affonda le sue 

radici nel 1121 e che già nel 1590 era attivamente impegnata nella produzione di vino. Lo stesso Willli Schaefer è ancora attivo, anche se nel 2015 ha ceduto la conduzione dell'azienda al figlio Christoph e alla moglie Andrea, che si sono incontrati come studenti all'istituto vinicolo tedesco di Geisenheim e formano un team che continua a rafforzare la reputazione dell'azienda.

 

Come spiega Christoph, "Siamo e vogliamo rimanere una cantina di dimensioni artigianali. Produciamo Riesling esclusivamente perché la varietà è qualitativamente la più adatta ai terreni di ardesia devoniana dei nostri ripidi pendii con vitigni non innestati fino a cento anni. Lavoriamo in armonia con l'ambiente per sfruttare il potenziale di ogni singolo sito.

nella foto Christopher Schaefer 

Prima della vendemmia, attraversiamo i vigneti e campiamo le uve in ogni appezzamento senza affidarci ostinatamente a dati misurabili, come l'Oechsle [una scala idrometrica che misura la densità del mosto d'uva] o l'acidità. Solo quando siamo completamente convinti che sia giunto il momento giusto, iniziamo la nostra vendemmia selettiva. Se si è personalmente soddisfatti del gusto dell'uva, allora anche il vino avrà un buon sapore".

La fermentazione avviene con lieviti naturali provenienti dai vigneti principalmente in vecchie botti di Fuder da 1.000 litri. Come dice Christoph: "Durante la fermentazione, assaggiamo molto spesso per vedere quando l'equilibrio tra dolcezza e acidità e la struttura sono perfetti. Anche qui, inoltre, ci fidiamo delle nostre sensazioni e non dei valori numerici. Diamo ai Riesling il tempo necessario in cantina, un lungo contatto con i lieviti e l'imbottigliamento solo quando i vini sono pronti".

Per un'azienda vinicola minuscola, Willi Schaefer produce un'impressionante gamma di vini, tutti i Riesling che vanno da tipi di Feinherb, Trocken, Kabinett e versioni monovitigno diWehlener Sonnenuhr, Graacher Dompropst e Graacher Himmelreich.

Tutte le etichette raffigurano un chierico medievale in piedi accanto a una botte di legno con uno stemma intagliato in modo elaborato che brandisce un calice con un sorriso soddisfatto. Tradizionale? Kitsch? Beh, qualunque cosa sia, funziona. Come si dice nel mondo del vino, non è tanto la confezione, quanto quello che c'è dentro la bottiglia che conta. E da Willi Schaefer quello che c'è dentro la bottiglia è - non c'è parola migliore per definirlo - semplicemente divino.

Nella foto Christopher Schaefer con il premio “I cento migliori vignaioli e vini d'Italia" assegnato lo scorso anno dal Corriere della Sera da Luciano Ferraro e Luca Gardini, Willi Schaefer è stato premiato come "miglior produttore internazionale di vino".

 

NOTA: Willi Schaefer Graacher Himmelreich Riesling Kabinett 2017 sarà presentato in una prossima edizione della Newsletter Heres.

 

 ENGLISH

 

Willi Schaefer: Knocking on Heaven’s Door

By Burton Anderson

 In most of the world of wine it would be inconceivable to try to make a living, and a blessedly good one at that, from just four hectares of vines. But then most of the world of wine doesn’t lie along the precipitously picturesque banks of the Mosel and grow Rheinriesling in vineyards boasting such hallowed appellatives as Wehlener Sonnenuhr, Graacher Dompropst and Graacher Himmelreich—that’s correct, Himmelreich, the Kingdom of Heaven.

The keeper of this earthly paradise is Weingut Willi Schaefer, a family winery at the village of Graach an der Mosel that traces its roots back to 1121 and was actively engaged in the production of wine as early as 1590. Willli Schaefer himself is still active, though in 2015 he handed over conduction of the winery to his son Christoph and wife Andrea, who met as students at Germany’s wine institute of Geisenheim and form a team that continues to enhance the winery’s reputation. 

As Christoph explains, “We are and want to remain a winery of artisan dimensions. We produce Riesling exclusively because the variety is qualitatively the best suited to the Devonian slate soils of our steep slopes with ungrafted vines up to a hundred years old. We work in harmony with the environment to tap the potential of each individual site. Before the harvest, we go through the vineyards and sample the grapes in every plot without stubbornly relying on measurable data, such as the Oechsle [a hydrometer scale measuring the density of grape must] or acidity. Only when we’re completely convinced that it’s time do we begin our selective harvest. If you’re personally satisfied with the taste of the grapes, then the wine will taste good, too.”

Fermentation takes place with natural yeasts from the vineyards mainly in old 1,000-liter Fuder casks. As Christoph says, “During fermentation, we sample very often to see when the balance between sweetness and acidity and the structure are perfect. Here, also, we trust our feelings and not numerical values. We give the Rieslings the time in the cellar they need, long contact with the lees and bottling only when the wines are ready.” 

For a minuscule winery, Willi Schaefer produces a striking array of wines, all Rieslings ranging through types of Feinherb, Trocken, Kabinett and single vineyard versions ofWehlener Sonnenuhr, Graacher Dompropst and Graacher Himmelreich.

All labels depict a medieval cleric standing beside a wooden barrel with an elaborately carved coat of arms wielding a chalice with a satisfied smile. Traditional? Kitsch? Well, whatever, it works. As they say in the world of wine, it’s not so much the package as what’s inside the bottle that counts. And from Willi Schaefer what’s inside the bottle is—there’s no better word for it—simply divine.

In last year’s awards for “The hundred best winemakers and wines of Italy” selected for Corriere della Sera by Luciano Ferraro and Luca Gardini, Willi Schaefer was honored as “the best international producer of wine.”

 

NOTE: Willi Schaefer Graacher Himmelreich Riesling Kabinett 2017 will be presented in a coming edition of the Heres Newsletter.

 

Ciavolich: Vini che raccontano le origini di una famiglia in un luogo magico

By Burton Anderson

La famiglia Ciavolich, di origine bulgara, arrivò in Abruzzo nel XVI secolo come mercanti di lana, stabilendosi nel borgo di Miglianico, dove, nel 1835, impiantarono vigneti e fondarono una cantina che rimane una delle più antiche della regione. Giuseppe Ciavolich rilevò la tenuta nel dopoguerra e negli anni '60 piantò altri vigneti su terreni ereditati dalla nonna Ernestina a Loreto Aprutino.
Quando, nel 2004, la salute di Giuseppe gli ha impedito di proseguire, l'onere della gestione dell'azienda è ricaduto sulla figlia Chiara, che, a 26 anni, ha dovuto affrontare una decisione improvvisa. "Avrei potuto scegliere di vendere tutto e fare un altro lavoro, o vivere come un parassita in eredità", ricorda, "ma invece, per rispetto a mio padre, ho deciso di portare avanti l'azienda sotto il nome della nostra famiglia, che è fonte di orgoglio e responsabilità". 
Chiara si è applicata con tanta responsabilità che oggi "Ciavolich" è uno dei nomi più ammirati dell'Abruzzo, producendo vini esclusivamente da vigneti di proprietà.

Si tratta di 22 ettari nella tenuta di Contrada Salmacina Cancelli a Loreto Aprutino e di 7 ettari nella tenuta di Contrada Vicenne Sud a Pianella. La produzione dei vini comprende vitigni autoctoni come Pecorino, Cococciola, Trebbiano D’Abruzzo, Cerasuolo’Abruzzo, Montepulciano D’Abruzzo vinificati in purezza, ma una particolare nota distintiva va alle fermentazioni spontanee della Linea Fosso Cancelli che nasce nel 2007 con il  Montepulciano d'Abruzzo con l’idea di creare un grande vino che potesse invecchiare in bottiglia 50 anni. Al Montepulciano d'Abruzzo Fosso cancelli si sono aggiunti recentemente ,con stessa filosofia di vinificazione, il Trebbiano d’Abruzzo, Il Pecorino e il Cerasuolo d’Abruzzo. La differenza tra il Fosso Cancelli e gli altri  vini sta, oltre che nei materiali usati ( cemento, terracotta e legno), nella maggiore artigianalità del processo di trasformazione: dal  metodo più antico di vinificazione scelto alla voglia di mettersi alla prova lavorando con lieviti indigeni e  rinunciando all’uso di determinati aiuti enologici.

Chiara Ciavolich è innamorata del suo angolo d'Abruzzo, "la terra dolce e calda di Loreto Aprutino temperata dalle cime calcaree innevate del Gran Sasso. È selvaggia per natura e non ancora completamente domata sotto un cielo luminoso, pulito e limpido come pochi altri in tutta Europa. È così sconosciuta eppure così unica, un'antica regione isolata con una voce mistica e magica espressa attraverso i miei vini".Tra le sue fonti di ispirazione locali, il Santuario romano italico della Dea Feronia, la Chiesa di Santa Maria in Piano con i suoi affreschi quattrocenteschi e il museo dell'olio d'oliva e della ceramica. Ricorda che la storia epica e romantica della sua famiglia e l'arte locale entrano nei suoi vini attraverso etichette che presentano antenati, rosoni di chiese e stampe di artisti del Novecento donati alla sua famiglia all'inizio del secolo.

 

NOTA: Il Ciavolich Trebbiano d'Abruzzo Fosso Cancelli sarà presentato in una prossima edizione della Newsletter Heres.

 Chiara con la figlia Beatrice.

 

ENGLISH

 

Ciavolich: Wines that speak of a family’s roots in a magical place

 

 The Ciavolich family, of Bulgarian origin, arrived in Abruzzo in the sixteenth century as wool merchants, settling at the village of Miglianico, where, in 1835, they planted vineyards and established a wine cellar that remains one of the region’s oldest. Giuseppe Ciavolich took over the estate after the war and in the 1960s planted more vineyards on land inherited from his grandmother Ernestina at Loreto Aprutino.

 

When, in 2004, Giuseppe’s health  prevented him from continuing, the burden of running the estate fell on his daughter Chiara, who, at 26, was faced with a sudden decision. “I could have chosen to sell everything and do another job, or to live like a parasite on an inheritance,” she recalls, “but instead, out of respect for my father, I decided to carry on the winery under our family name, which is a source of pride and responsibility.” 

Chiara, has applied herself so responsibly that today Ciavolich is one of the most admired names of Abruzzo, producing 

wines exclusively from estate vineyards. These include 22 hectares on the Contrada Salmacina Cancelli estate at Loreto Aprutino and 7 hectares at the Contrada Vicenne Sud estate at Pianella.

 

Production includes wines from native grapes, such as Pecorino, Cococciola, Trebbiano d’Abruzzo and Montepulciano d’Abruzzo (also for the pink Cerasuolo d’Abruzzo) all vinified as pure varietals. Rating a special note is the spontaneous fermentation of the Fosso Cancelli line, created in 2007 with Montepulciano d’Abruzzo with the idea of making a wine of great stature that could age in bottle for half a century.

 

Beyond Montepulciano d’Abruzzo, the Fosso Cancelli line has recently taken in Trebbiano d’Abruzzo, Pecorino and Cerasuolo d’Abruzzo, all following the same production philosophy. The line is distinguished by the use of select cement, terracotta and wood in vats and barrels and greater craftsmanship in vinification and aging, following ancient winemaking techniques that include the use of indigenous yeasts and renouncing the use of certain modern enological conveniences.

Chiara Ciavolich is enamored with her corner of Abruzzo, “the gentle and warm land of Loreto Aprutino tempered by the snowy limestone peaks of Gran Sasso. It is wild by nature and not yet completely tamed under a bright sky, clean and clear like few others in the whole of Europe. It is so unknown and yet so unique, an ancient region isolated with a mystical and magical voice expressed through my wines.”

 

Her local sources of inspiration include the Roman Italic Sanctuary of the Goddess Feronia, the Church of Santa Maria in Piano with its fifteenth-century frescoes, and the the museum of olive oil and ceramics. She points out that her family’s epic and romantic history and local art enter into her wines through labels that feature ancestors, church rosettes and prints by artists of the twentieth century donated to her family at the beginning of the century.

 

 

 

NOTE: The Ciavolich Trebbiano d’Abruzzo Fosso Cancelli will be presented in a coming edition of the Heres Newsletter.

 

 

Champagne Corbon: il tempo è la chiave

giovedì 16 aprile 2020 12:03:54 Europe/Rome

 

Champagne Corbon: il Tempo è la chiave

By Burton Anderson

 Il villaggio di Avize, nella Côte de Blancs dello Champagne, è il centro dei vigneti Grand Cru descritti da Agnès Corbon come "il terroir ideale per lo Chardonnay: centinaia di metri di gesso, un serbatoio di acqua e calore, che porta ai vini finezza e mineralità incomparabili".

Agnès fa risalire la storia dello Champagne Corbon al suo bisnonno Charles, che si stabilì ad Avize dopo la prima guerra mondiale. Acquistò i suoi primi vigneti negli anni Venti, ma vendette l'uva a una maison dove lavorava. Suo nipote Charles divenne un récoltant-manipolante nel 1972, ma fu solo nel 1981 che introdusse uno Champagne con un'etichetta propria.

Oggi Agnès Corbon gestisce questo gioiello di cantina quasi da sola, seguendo il principio del padre secondo cui il Blanc de Blancs beneficia di una lunga 

maturazione sui lieviti per dare allo Chardonnay il massimo della finezza e dell'eleganza.

"Il tempo è la chiave per il modo in cui faccio il vino", -dice- nessun filtraggio o affinamento, imbottigliamento tardivo e lunghissimo invecchiamento sui lieviti. Sono orgogliosa della mia cantina dove invecchiano 84.000 bottiglie - da una produzione di base di 12.000 bottiglie all'anno. Ci vuole tempo perché il vino raggiunga il suo pieno potenziale e l'affinamento sui lieviti in bottiglia è uno strumento incredibile per raggiungere il mio obiettivo”.

L'attenzione si concentra sullo Chardonnay di Avize e Verneuil, anche se ha anche appezzamenti per il Pinot Noir a Vandières e per il Pinot Meunier a Vincelles e Verneuil.

 

Nella Foto: la cantina dell'azienda Corbon, Madame Agnes Con Cesare Turini, AD di Heres Spa (durante l'ultimo viaggio in Champagne a Dicembre 2019) e i suoi vigneti che cura come giardini adottando un approccio biologico ed evitando erbicidi o pesticidi.

 

Lo Champagne Corbon produce sei tipi di vino, tutti maturati per anni sui lieviti.

Les Bacchantes è uno Chardonnay puro maturato cinque anni sui lieviti.

Chardonnay Brut Millésime Grand Cru è uno Chardonnay puro maturato almeno sei anni sui lieviti.

Brut D'Autrefois è uno Chardonnay al 90% con Pinot Noir maturato cinque anni sui lieviti

Absolument Brut Zero Dosage è 60% Chardonnay con 25% Pinot Noir e 15% Meunier maturato cinque anni sui lieviti.

Brut Anthracite è 50% Chardonnay con il 25% di Pinot Noir e Meunier maturato cinque anni sui lieviti.

Cuvée Perdue N°2 è del 33% ciascuno di Chadonnay, Pinot Noir e Meunier maturato per 92 mesi sui lieviti.

Come l'elogio e il plauso della critica per quelli che sono considerati alcuni dei vini più distintivi e affascinanti della Côte de Blancs e non solo, Agnès Corbon ha mantenuto il suo modesto stile di ragazza di campagna di Avize. "Questo è il mio posto", dice, "per me è dove tutto comincia e dove tutto accade".

Modestia con una scintillante dose di umorismo. "Fare vino non è un'attività molto seria", scherza. "Tutto questo stress, questo lavoro, questa energia, questa passione,questo continuo interrogarsi... solo per dare qualche sorso di piacere".

 

NOTA: Dall'annata 2015, Agnès Corbon ha creato Les Bacchantes Rosé, un vino in edizione limitata che sarà presentato in una prossima edizione della Newsletter Heres.

 

 

ENGLISH

 

Champagne Corbon: Time is the key

By Burton Anderson

 

The village of Avize in Champagne’s Côte de Blancs is the center of Grand Cru vineyards described by Agnès Corbon as “the ideal terroir for Chardonnay: hundreds of meters of chalk, a reservoir of water and warmth, bringing incomparable finesse and minerality to the wines.”

Agnès traces the history of Champagne Corbon to her great-grandfather Charles, who settled in Avize after the First World War. He acquired his first vines in the 1920s, but sold the grapes to a maison where he worked. His grandson Charles became a récoltant-manipulant in 1972, but it was only in 1981 that he introduced a Champagne with a label of his own.

Today Agnès Corbon runs this jewel of a winery almost single-handedly, following her father's principle that Blanc de Blancs benefits from long maturation on the lees to give Chardonnay the utmost in finesse and elegance.

“Time is the key to the way I make wine,” she says. “No filtering or fining, late bottling and very long aging on the lees. I take pride in my cellar where 

84,000 bottles are aging—from a base production of 12,000 bottles a year. It takes time for the wine to reach its full potential and aging on the lees in bottles is an incredible tool in attaining my goal.”

Agnes maintains her vineyards as gardens, taking an organic approach and avoiding herbicides or pesticides. The focus is on Chardonnay from Avize and Verneuil, though she also has plots for Pinot Noir in Vandières and for Pinot Meunier in Vincelles and Verneuil.

Champagne Corbon produces six types of wine, all of them matured for years on the lees.

Les Bacchantes is a pure Chardonnay matured five years on the lees.

Chardonnay Brut Millésime Grand Cru is a pure Chardonnay matured at least six years on the lees.

Brut D’Autrefois is 90% Chardonnay with Pinot Noir matured five years on the lees.

Absolument Brut Zero Dosage is 60% Chardonnay with 25% Pinot Noir and 15% Meunier matured five years on the lees.

Brut Anthracite is 50% Chardonnay with 25% each of Pinot Noir and Meunier matured five years on the lees.

Cuvée Perdue N°2 is one third  each of Chadonnay, Pinot Noir and Meunier matured for 92 months on the lees.

As praise and critical acclaim mount for what are considered some of the most distinctive and fascinating wines of the Côte de Blancs and beyond, Agnès Corbon has maintained her modest manner as a country girl from Avize. “This is my place,” she says, “for me it’s where everything begins and where everything happens.”

Modesty with a scintillating dose of humor. “Making wine is not a very serious business,” she quips. “All this stress, all this work, all this energy, all this passion, all this permanent questioning ... just to provide a few sips of pleasure.”

 

NOTE: From the 2015 vintage, Agnès Corbon created Les Bacchantes Rosé, a limited edition wine that will be presented in a coming edition of the Heres Newsletter.

 

Nella Foto Cédric Jacopin, enologo dell'azienda De Saint-Gall

 

De Saint-Gall: La quintessenza dell'arte nella produzione dello Champagne 

By Burton Anderson

Una delle chiavi della crescita della qualità e del prestigio della Champagne è stata l'ascesa alla ribalta dei coltivatori indipendenti, noti come vignerons o viticulteurs récoltants, che producono e commercializzano il vino dei loro vigneti.

Poi c'è De Saint-Gall. Fondata nel 1972, in seguito alla creazione della Union Champagne ad Avize, De Saint-Gall raggruppa più di 2.000 vignerons con circa 1.260 ettari di vigneti che sono al 90% Grand Cru o Premier Cru in terroirs principalmente nella Côte des Blancs, nota per lo Chardonnay, e la Montagne de Reims, nota per il Pinot Nero.

Oggi De Saint-Gall vanta 14 centri di produzione che rappresentano il più grande agglomerato di vigneti Grand Cru dello Champagne, e più di un quarto del totale disponibile nei villaggi di Avize, Cramant, Oger, Le Mesnil-sur-Oger, Ambonnay, Bouzy e Ay. Il Premier cru proviene principalmente da Vertus, Bergères-les-Vertus e Cumières.

I vini di ogni vigneto di ogni villaggio vengono vinificati e lavorati singolarmente in cantine moderne sotto la direzione di Cédric Jacopin, lo chef de cave dell'Union Champagne. Ciò che rende unico questo patrimonio è l'impegno ad esprimere il carattere distintivo e le "influenze" dei terroir di ogni villaggio.

De Saint-Gall produce un'impressionante gamma di Grand Cru Champagne, attingendo da un archivio di circa un migliaio di ettolitri di vino di varie annate. Grandi botti di rovere ospitano il Grand Cru Chardonnay di oltre 20 annate utilizzate per creare speciali cuvée che esprimono quella che Jacopin descrive come "la quintessenza dell'arte della lavorazione dello Champagne".

Un esempio eccellente tra i vini d'annata è Le Blanc de Blancs Millésimé, noto per un elegante e fresco stile floreale e minerale. Dalle annate eccezionali, le migliori uve vanno in Orpale, un Brut Blanc de Blancs affinato nell'arco di 12 anni ad una seducente complessità, ricco e cremoso con intense note di frutta secca e una tensione minerale che solo il gesso dei terroirs può fornire. Il noto autore Richard Juhlin considera Orpale "uno dei segreti meglio custoditi della Champagne".

De Saint-Gall ha recentemente introdotto una speciale collezione di vini conosciuti come Influences per esprimere le influenze dei suoi terroir e il carattere distintivo che essi conferiscono ai loro vini. La gamma di quattro vini è stata progettata per rappresentare i migliori terroir Grand Cru e Premier Cru della Champagne: Ambonnay, Cramant, Oger e Vertus.

Le Généreux è uno Chardonnay in purezza proveniente dai terroir di Vertus e Bergères-les-Vertus.

Le Mineral è uno Chardonnay puro che rappresenta i terroir di Cramant e Oger.

L'Expressif è uno Chardonnay puro che rappresenta i terroir di Oger e Le Mesnil-sur-Oger.

Le Charpenté mescola il Pinot Nero all'81% e lo Chardonnay dei terroir di Ambonnay e Bouzy.

 

NOTA: Una valutazione di De Saint-Gall Champagne Orpale 2008 sarà presentata in un prossimo numero della Newsletter Heres.

 

 

 

ENGLISH

 

De Saint-Gall: The quintessential art of crafting Champagne

By Burton Anderson

 A key to the upsurge in quality and prestige of Champagne has been the rise to prominence of independent growers, known as vignerons or viticulteurs récoltants, who produce and market wine from their own vineyards.

Then there is De Saint-Gall. Founded in 1972, following the creation of the Union Champagne at Avize, De Saint-Gall groups more than 2,000 vignerons with about 1,260 hectares of vineyards that are 90% Grand Cru or Premier Cru in terroirs mainly in the Côte des Blancs, noted for Chardonnay, and the Montagne de Reims, noted for Pinot Noir.

 Today De Saint-Gall boasts 14 production centers representing Champagne’s largest agglomeration of Grand Cru vineyards, accounting for more than a quarter of the total available from the villages of Avize, Cramant, Oger, Le Mesnil-sur-Oger, Ambonnay, Bouzy and Ay. The Premier cru comes mainly from Vertus, Bergères-les-Vertus and Cumières.

Wines from each vineyard of each village are vinified and processed individually in modern cellars under the direction of Cédric Jacopin, the chef de cave of the Union Champagne. What makes this patrimony unique is the commitment to expressing the distinctive character and “influences” of the terroirs of each village.

De Saint-Gall produces an impressive array of Grand Cru Champagnes, drawing from an archive of about a thousand hectoliters of wine from various vintages. Large oak casks hold the Chardonnay Grand Cru of more than 20 vintages used to create special cuvées that express what Jacopin describes as “the quintessential art of crafting Champagne.”

A sterling example among the vintage wines is Le Blanc de Blancs Millésimé, noted for an elegant fresh floral and mineral style. From exceptional vintages, the best grapes go into Orpale, a Brut Blanc de Blancs refined over 12 years to a seductive complexity, rich and creamy with intense notes of dried fruit and a mineral tension that only the chalk of the terroirs can provide. The noted author Richard Juhlin considers Orpale “one of the best kept secrets of Champagne.”

De Saint-Gall has recently introduced a special collection of wines known as Influences to express the influences of its terroirs and the distinctive character they impart to their wines. The range of four wines is designed to represent the finest Grand Cru and Premier Cru terroirs of Champagne: Ambonnay, Cramant, Oger and Vertus.

Le Généreux is a pure Chardonnay from terroirs of Vertus and Bergères-les-Vertus.

Le Mineral is a pure Chardonnay representing terroirs of Cramant and Oger.

L’Expressif is a pure Chardonnay representing terroirs of Oger and Le Mesnil-sur-Oger.

Le Charpenté blends Pinot Noir at 81% and Chardonnay from the terroirs of Ambonnay and Bouzy.

 

NOTE: An appraisal of the De Saint-Gall Champagne Orpale 2008 will be presented in a coming issue of the Heres Newsletter.

 

 

 

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